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giovedì 3 febbraio 2022

VAMOS RAFA NADAL. ELOGIO DELL'ARRAPATOMANE SADOMASO

(Scusandomi in anticipo con i vecchi lettori - ne sarà rimasto qualcuno o siete tutti morti? - per le divagazioni e la lungaggine terrificante di questo quasi romanzo testamentario)


***


Ho quarantatre anni e il dono di non ricordare ormai quasi più nulla. Talvolta di notte urlo "l'orrooooreeee!" come Boris Yelnikoff, addormentandimi col terrore di morire senza aver visto qualcosa di epocale. Un quadro che sfugge abilmente al disegno di un pennello incerto, nuvolaglia rossastra che come vascello suicida si staglia sui ghiacciai magicamente dissolti di Capo Horn prima che un subumano maniaco sessuale riesca a postarne lo scatto su Instagram. O gabbiani storditi volteggiare nel violento libeccio, lasciandosi trasportare come velieri inermi, prima di gettarsi in picchiata su un fetido mucchio d'immondizia. E poi le stelle, l'amore. "Non eri tu che volevi tatuarti 'se inizierò a parlare di amore e stelle, vi prego: abbattetemi'?" sento squillare dalle serre. E che ne so. Sai, non ricordo. Per espiare la colpa, guardo Mentana. È da
326 ore in diretta tv attorniato da un manipolo di sventurati figuranti con occhi cerchiati che paiono usciti da un centro di recupero per onanisti compulsivi con degenerate devianze autoflagellanti. E parlano tutti concitati, ridono di nulla con espressioni assenti, dissertano del niente che avvolge una frivolezza da poco come l'elezione del Presidente della Repubblica italiana. Si lanciano in mirabilie elucubranti con la stessa enfasi di una nomination al GF tra Pappalardo e Pasquale Laricchia. D'un tratto la chiamata perentoria del capocomico Grillo che ordina al servile conducente di riferire cose. Quello, tutto elettrizzato e sbavante, le riporta ossequioso all'inebetito spettatore. L'entusiasmo straripa. Gonfiano il petto appena, sul calar delle tenebre, arriva la zampata dei tre fuoriclasse aspiranti golpisti da scollacciata commediola sexy in salsa italico moscovita (Il trucido da osteria, l'avvocaticchio pettineuse pour Femme over 50 - Scanzi, Bersani&Travaglio -, e la piccola Chucky balilla daha Ggarbatellah): Belloni Mazzanti Viendalmare Presidenta! Ed è tutto un fiorire di "Ah ma che bella scelta...un profilo altissimo...eh, una donna al Colle...che bello-che bello-che svolta! E soprattutto una donna! Ma mica per seguire un genere tanto di moda (?!)...il capo dei servizi segreti Presidente! Non solo, presidentA! Era-ora! Mattarella bis invece sarebbe una dittatura, lasciatemelo dire...". Celebrano l'audace colpo dei soliti idioti come uno strabiliante passo avanti per l'Italia. Dritti nel burrone. Evviva. Bisogna solo sperare che l'Italia e l'Europa siano salvate da un quasi novantenne ex despota puttaniere ricoverato al San Raffaele, dal ministro bibitaro (solo perché terrorizzato all'idea di dover traslocare dalla Farnesina e tornare a vendere 7up al San Paolo) e dal rompicazzo di Rignano coi genitori in galera con l'imputazione penalmente più grave di tutte: aver messo al mondo uno che (ognissantissimavolta) mette i bastoni tra le ruote ai cretini. E li fa schiumare rabbia. Tutti: politici, giornalisti, fuochisti, carpentieri.

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Temo d'essermi allontanato inesorabilmente dalle pur nobili intenzioni che mi hanno portato a scrivere questa roba qui. Ma quella vocina insiste: "Adesso speri nel nano di Arcore padre della patria? dopo tutto quello che gli hai detto?". Resto basito. Non ricordo di aver mai imputato a Silvio scelte politiche scellerate. L'unica che mi sovviene, aver venduto Shevchenko, è ormai acqua passata. Ma, lo sapete, e sono pronto a portare le carte ad un ipotetico processo di Norimberga, ho sempre quarantatrè anni e godo del Dono: non ricordo quasi nulla. Ma anche ricordassi qualcosa, siccome solo gli stupidi non cambiano idea, essendo io di trecentosei volte più intelligente di Gesù (lo ripeteva sempre il mio amico Mimino il pazzo, morto in manicomio), faccio il cazzo che mi pare. Mentre il ragù borbotta svogliato all'ora di pranzo di una domenica qualsiasi, mi ritrovo a tifare per l'immenso, intramontabile, Rafa Nadal. Solo echi scomposti della mia (non ancora rassegnata) compagna, a ricordarmeli: ma non lo detestavi? E l'arrotino? L'antitennis? Il forse chi-lo sa-mah-dopato di Manacor? "Zitta donna, e vai a preparare il pranzo in cucina", le dico mentre in mutande (talvolta levandole e roteandole al cielo per emulare le esultanti braccia nerborute dell'idolo iberico) mi trovo a tifare per il gladiatore dai bicipiti gonfi di gloria. Via, sciò, altro che presidentA della Repubblica, in cucina dovete stare - le dico, sempre più in preda a raptus di "misoginia istituzionale" -. Lei scuote la testa, armeggia col telefono, forse chiama il medico per riferirgli l'aggravamento improvviso delle mie condizioni: "Prima il nano di Arcore, adesso pure Nadal...che faccio? Sarà mica colpa della terza dose? Ho paura...". Ma Rafa è lì, si smutanda sbuffante, frenetico e inquieto come nei tempi di gloria, milioni di bulbi piliferi fa. Preda di mille tic vibranti, sembra però non trovare via di uscita contro Daniil Medvedev, di dieci anni tondi più giovane. Perso il secondo in modo rocambolesco, tutto sembra perso: il russo spiritato spara bordate più ignoranti dell'Azzolina, volando verso un altro scalpo formidabile. Come dimenticare l'esecuzione di Novak Djokovic nell'ululante New York che sognava il grande Slam? Una devastazione senza pietà che gli ha fatto guadagnare un posto nel mio cuore d'inguaribile romantico. Il pubblico di Melbourne, forse vinto dal mio stesso morbo delirante da terza dose, spinge il toro ferito all'ultimo sforzo. E Rafito accoglie l'invito salvandosi dal baratro dello 0-40 sul 2-3 nel terzo set. Lo vogliono morto? Strillo, preoccupato. Cioè, sono davvero dei fottuti sadici nazisti questi aussie. Vogliono morto Medvedev, ma vogliono una cruenta fine anche per Nadal, perché, diciamocelo, solo spirando in campo il nostro eroe senza macchia potrà arrivare al quinto set. Ragliano contro Medvedev in modo sguaiato. Urla, buuu, fischi, pernacchie e ogni sorta di belluino dissenso. Al confronto i ritmati "de-vi mo-ri-re" del Foro agli avversari degli italiani, vincerebbero il premio fair play. Una cosa mai vista, indegna. Cosa avrà fatto di male l'allampanato ragazzo russo per meritarsi l'esplodere di tanta rabbia repressa? Sta demolendo a suon di bestiali roncole ciò che resta di una generazione irripetibile. Certo, ha un carattere complesso, sembra pazzo autentico, un giovinastro di una maleducazione scollacciata. Talmente antipatico che non si può non adorare alla follia. Un fuscello di due metri che a vederlo per strada temi venga spazzato via da un lieve brezza primaverile, ma che sul rettangolo scocca bordate spaventose, fiammeggianti missili dritto per dritto che bucano il campo. Sempre con quello sguardo un po' così da serial killer mancato su un volto da romanzo russo ottocentesco, coi capelli radi e non volto emaciato sotto una barbetta caprina. Bomba su bomba, alla faccia del pubblico, si trova due set avanti. Contro un avversarsio che va per i trentasei anni, stordito e alle corde, pecca d'ingenuità. È un gattone gigione che giochicchia col topo tramortito, beandosi della splendida cattura. Pensa di aver già vinto. Inizia a insultare (a pienissima ragione) il pubblico insultante, talmente squallido da infastidire lo stesso Nadal. Inevitabilmente si distrae, mentre l'altro col testone basso non ne vuole sapere di bandiere bianche: arpiona pallate fumanti, contrattacca, ci crede, disposto al martirio, alla tumulazione in campo piuttosto che arrendersi. È fatto così, il diavolaccio, ed è per questo che lo adoro da sempre. Come? Ah, ho sempre 43 anni e il dono...Prendo una pillola a caso. Il match non è straordinario, ma avvincente per il contrasto generazionale, di stili, caratteri. E poi c'è nell'aria un'elettrica atmosfera da leggenda, sia che allo spagnolo riesca l'impresa, sia che si arrenda alla maniera degli impavidi eroi. Rafa arpiona il terzo set e vola anche nel quarto, mentre l'altro va in tilt, discute con pubblico, arbitro, i fantasmi di se stesso imploranti un tso.


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Una neomelodica vocina nel cervello mi ripete, demenziale: va bene amico mio, impresa o no, resterebbe una vittoria zoppa, senza il numero uno in gara. Se solo la Gestapo australiana non l'avesse fatto prigioniero e respinto, Djokovic questi due se li sarebbe mangiati a colazione (vegana). Senza voler entrare più di tanto nella penosa vicenda (sub)umana, vale la banale ma sempre verde teoria del "chi è assente ha sempre torto". Specie se sei assente non per infortunio, ma per tua volontà. Una libera scelta di non vaccinarsi. Demenziale, ma sempre libera. E, soprattutto e peggio di tutto, aver provato ad aggirare l'obbligo inanellando una caterva di bugie che manco John Belushi in The Blues Brothers. Il resto, l'essersi reso messianica fonte d'ispirazione del manipolo di imbecilli no-vax, il teatrino dei genitori con lumini, foto e altarini del figlio simil prigioniero politico dell'Isis, rientrano nel quadro umano dei personaggio, su cui i molti estastimatori della sua grondante simpatia forse avranno aperto gli occhi.
Tornando alle vicende sportive, difficile stabilire dove inizino le colpe del russo per non aver matato il toro, o i meriti del toro che non si fa ammazzare nemmeno con due pugnalate al cuore, ma si assiste ad un altro match. Dio solo sa dove trovi le energie dopo oltre quattro ore di battaglia cruenta, ma Nadal vola anche nel quarto set e porta la finale al quinto. Tutto riaperto, un incrocio affascinante, emozionante per tutti i suoi risvolti tecnici, umani e psicologici. Dopo trent'anni di tennis visto e giocato (male), lo capirebbero anche i muri: per vincere occorre essere completamente idioti o straordinariamente intelligenti. E quei due, laffuori, che tra agli strepiti scomposti del pubblico si stanno scannando, ne sono l'emblema lampante. Uno non ha nulla nel cranio a forma d'uovo, al limite una scorza di lupino restata lì a fluttuare tra i neuroni che danzano sincopati. Tira una seconda più forte della prima sul break point che vale la partita, o sul set point, meglio ancora se lo fa sul match point. L'altro, stante una resistenza fisica umanamente inspiegabile, ha un cuore di agonista che peserà quei sei/sette chili e intelligenza superiore. Lo vedi ancora più chiaramente a inizio del quinto. Ha progressivamente cambiato modo di giocare. Capito che il suo fisico non può più sopportare i tremendi sforzi arrotomani difensivi del Rafa che fu, si è reinventato tuttocampista. Attacca, spinge, si avventa a rete, accorcia gli scambi. E lo fa anche bene. Certo non sarà Edberg, ma a volte a rete basta mettere la racchetta, arrivarci col giusto tempismo. Il resto, i gesti bianchi, le pennellate volleanti, scordatevele. Restano onanistico feticcio di dannunziani falliti senza costole (una me la sono tolta lo scorso anno, senza anestesia).
Vincerà il giovin bombarolo dall'intelligenza tennistica di un lombrico, o l'attempato seminvalido, trasformatosi da arrotinarrapatomane in prode tuttocampista?


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Ah quasi dimenticavo il finale del tragicomico tentativo di golpe italomoscovita. Fallito nella notte, anche perché quei tre non sarebbero buoni nemmeno a rovesciare il consiglio comunale di Zagarolo. Alla maratona Mentana l'eccitazione ha lasciato il campo a una sonnolenta, mesta, rassegnazione da hangover. Fanno le pagelle: non si può dare la sufficienza a Salvini, bisogna dirlo (!), eh, hm, bah, forse qualcosa ha sbagliato anche Conte, eh. Ha vinto Letta che però ancora si fida di Conte e (questo lo aggiungo io) messo in campo la solita strategia vincente del PD: la mucca che guarda il treno che si sta schiantando sperando che qualche pazzo lo salvi.
Sulla Rod Laver Arena invece, un vamos via l'altro (mai banali, eh) Rafa balza in testa nel quinto, mentre Danil seguita la sua personale battaglia contro tutto e tutti. Se la prende anche col massaggiatore reo di non massaggiargli bene le cosce dolenti. Che spettacolo. Perché sì, nel quinto set quello provato è il venticinquenne, mentre lo spagnolo dieci anni più vecchio salta come un grillo artritico e rotea i pugni al cielo. È un caso da studiare, mistero della natura, questo eroe venuto fuori da un trattato medico sulle battaglie dell'antica Grecia. Rafa sistema con cura le bottigliette, è stravolto anche lui. Ma da questo lui trova linfa vitale. Dimostra cinquant'anni. Il volto quasi livido, tumefatto, come Marvin "The Marvelous" Hagler alla dodicesima ripresa contro la bestia Mugabi. Ha perso quasi tutti i capelli, cerotti ovunque a ricordarci ferite passate e recenti. Un fisico strepitoso che negli anni, pur di arginare il Dio Immacolato e Celeste Federer e il geco serbo, lo ha spinto a lesionarsi tendini e lacerarsi muscoli. L'ultimo, l'anno scorso sembrava aver detto la parola fine. Ora si gioca il quinto set della finale degli Australian Open, mulinellando colpi a testa bassa, escogitando nuove soluzioni. Alzi la mano chi pensava che potesse continuare a pieni giri dopo i trent'anni. Invece è ancora lì a scarnificarsi quel che resta, a quasi trentasei, pur di agguantare quel fatidico Major ventuno da goat temporaneo. Guardando il quinto set appollaiato in balcone col gatto sulle gambe, provo a spiegarmi l'inspiegabile ed ho il lampo:  è come quegli artisti pazzi avanguardisti che, per aprire la mente a nuove mirabolanti percezioni, si facevano piantare un chiodo incandescente nello scroto. Anzi no, lui non è cosa da squilibrati  artisti fatti di lsd: Rafael Nadal da Manacor è un arrapatomane sodomasochista. Sì eccitta soffrendo. Più i muscoli gli fanno male, più si arrapa e arrota un maglio arroventato. Più forte è il dolore, maggiore il godimento. Spara un dritto vincente e urla di piacere in preda all'orgasmo. Al cambio campo, mentre si appresta a servire per il match, temo possa gettarsi addosso della cera incandescente ululando di piacere. Oppure ordinare al basito raccattapalle di frustarlo con un gatto a nove code prima di servire. Potrebbe addirittura chiedere che la sua parte di campo sia ricoperta da carboni ardenti o, nel caso il regolamento lo consenta, di chiodi arrugginiti, vetri, acido muriatico. L'altro invece, ha gli occhi svegli e accesi, persi nel vuoto. Si ripeterà a memoria la tattica da usare per il contro break: debbo tirare quattro bordate fortissime sulla riga. Che ci vuole? Smorfia di dolore, risolino inespressivo da pazzo, prima di schiaffeggiare stizzito la mano del massaggiatore. Nadal 30-0, si capotta a due punti dalla vittoria. Eccolo, l'ennesimo coupe de théâtre di una finale folle, maratona-senza-Mentana sul punto di subire l'ennesimo cambio d'inerzia. A 36 anni, migliaia di acciacchi, centinaia di infortuni invalidanti alle spalle, una fatica tripla rispetto all'avversario nel costruirsi il punto e nemmeno più l'adrenalinica inerzia da remuntada che ti fa svanire ogni dolore e stanchezza. Anzi, sul 5-5, 99 tennisti su 100 cederebbero di schianto. Una mazzata capace di abbatterebbe un toro, non il toro di Manacor che gettandosi addosso un po' di cera incandescente finisce per chiuderla lui, 7-5 al quinto. Dopo non si sa bene quante ore di battaglia rusticana e qualche record battuto qui e là.

A freddo, scambio impressioni in messaggistica con un vecchio amico di università prima, di circolo poi. "Non ci credo che ti sei ridotto a tifare quello lì". Poi la fiammata che, avendo tra gli altri difetti l'essere interista, gli fa citare Peppino Prisco: "Non è che vuoi morire nadaliano, così poi sono uno di meno?". Tiè. Almeno voglio arrivare a vedere Federer vincere a Parigi, a 41anni. Ibra sollevare la Champions alla stessa età dopo aver segnato in rovesciata al 118' della finale contro il PSG di quello lì, che ora piange. Poi, se riesco, spingermi a Wimbledon, ove un rientrante Petzschner che in stampelle impallinerà tutti a suon di slice che baciano le righe e solleverà la gonna della duchessa di Kent mentre gli consegna la coppa. Poi, perché no, un Murray con anca bionica trionfante nella finale di Flushing Meadows sul  63enne McEnroe, squalificato per atti osceni mentre era avanti 4-2 al quinto.


lunedì 10 settembre 2018

US OPEN 2018 - ONESTO BILANCIO E PAGELLONE FINALE




Donne


Naomi Osaka 10. Allora. Il mio paranormale talento di chiaroveggenza è arcinoto (bilancio UO: 14 schedine, 0 vincite, -140 euro e sei anni di galera secondo le nuove leggi), ma già alla sua prima apparizione newyorkese, a 18 anni, lo dissi che questa giapponese un giorno avrebbe vinto il torneo. Semplicemente incontenibile. Un torneo al limite della perfezione. Potenza caraibica e calma nipponica. Non era facile riuscire a mantenersi concentrata nella convulsa finale, dove (caos e scene da Bronx a parte), si dimostra superiore a Serena. Nettamente. Dopo aver steso tutte. Fa molta tenerezza nel dopo partita, quando si scusa col pubblico che l'ha vergognosamente bersagliata di fischi, per quell'omicidio sportivo. Durerà? Serena ha finalmente trovato un'erede? Si sa, nella Wta è facile arrivare al vertice, vincere uno slam, più complicato confermarsi. Lei a differenza di altre, sembra avere qualcosa in più.

Serena Williams 8. Famo subito a chiarì. Aveva ragione. Il demenziale sadismo dell'arbitro nel volerle rovinare la festa e diventare protagonista della serata, è evidente. Lei cade nell'errore di farsi provocare e perdere la testa. La sua reazione non è giusta, né sbagliata. È umana. E avrebbe perso comunque. Anche senza buffonate arbitrali, eeazioni da McEnroe e penality game. Perché l'altra era semplicemente più forte, in tutto. Sbagliate le sue accuse di sessismo, razzismo e quant'altro. Almeno in questo caso ho visto solo un piripicchio con voglia di mettersi in mostra. Di oscenamente razzista c'è solo chi in questi lidi paragona la sua sturiata con quella di Tyson che mangiò mezzo orecchio a Holyfield o col morso di Suarez. Del resto, un Salvini ce lo siamo meritato.
Poi, famo a chiarì il resto: ha 37 anni. Un anno fa è diventata mamma. Ha subito tre operazioni. È tornata e ha fatto due finali slam consecutive, perse perché ha trovato una più forte. Ci sta, alla sua età, non essere più invincibile. E il record di Margareth Court sta diventando un'ossessione.

Anastasija Sevastova 7,5. Gran torneo della lettone dal tennis brioso, cui fa da contro altare l'atteggiamento perennemente svogliato di chi è lì ma vorrebbe starsene su un divano a ruttare birra. È matta come un cavallo, ma le riescono due scalpi straordinari (Stephens e Svitolina). Ormai da top ten. Non male per una che si era stufata del tennis, della fatica e degli infortuni, e poi è tornata quasi per gioco, iniziando dagli Itf.

Aryna Sabalenka A.I.U.T.O. Pesta più forte di un maniscalco con turbe psichiche e urla più forte di Nadal e Sharapova che scopano selvaggiamente, con Serena che fa il controcanto. Pietà. Qualcuno faccia qualcosa per questo scempio. Ma per la Wta è più fastidioso un coaching che una che urla come se la stessero scotennando. Poi, per carità, la giovane uoma di Nehandertal ha colpi da futura numero uno e lo slam ce l'ha nel suo destino.

Carla Suarez Navarro 8. Travestita da Padre Amorth, ci libera dal maligno urlante di Siberia. Sempre compassata, talentuosa e deliziosamente normale, in un mondo di forsennate picchiatrici di 1,90 con la vista annebbiata.

Maria Sharapova 4,5. Imbarazzante come ancora le riservino un trattamento da diva, quando da tempo sul campo (dopo l'affaire Meldonium) esprime un tennis da numero 30 al mondo, con spocchia ancora maggiore. Dovrebbero abolirle il vitalizio.

Elina Svitolina 5. Briget Jones dimagrita per poter giocare meglio sulle copertine. Mentre sul campo era più consistente da paciarotta. Un fantasma. Magra come una Radwanska senza avere la mano di Agnese (ndr, ormai in caduta libera).


Uomini

Novak Djokovic 9. Gommaflex (nuovo nickname, Brad Gilbert suca) è tornato. Roger e Rafa si autoeliminano, ma avrebbe vinto lo stesso, magari sudando un po' di più. Torneo senza sbavature, tranne un innocuo svago nel terzo contro ventrazza Sandgren, a match già vinto. In finale regola senza patemi le sfuriate orgogliose di Del Potro. Il tennis è mobile, come la donna, quindi del diman non v'è certezza, ma con Rafa e Roger fuori uso, Murray e Wawrinka lontani anni luce da una forma accettabile, Del Potro -2.0, Cilic che quello è, e i giovani che diventano vecchi senza sbocciare, lo scucchiato serbo è attualmente il numero uno, senza nemmeno forzare.

Juan Martin Del Potro 8. In finale a New York nove anni dopo quella esplosione feroce del 2009. Nel mezzo una serie di infortuni che avrebbero abbattuto anche un rinoceronte. Fenomenale nella volontà di tornare, anche a mezzo servizio, reinventarsi colpi, soluzioni diverse. In questo Flushing sembra spingere con minore paura anche di rovescio. Che sia ancora da finale slam può significare alcune cose: 1- miracolo sportivo. 2- senza infortuni sarebbe stato un campionissimo. 3- gli altri, dietro, non valgono un cazzo.

Rafa Nadal 7. Niente di nuovo sotto il plumbeo cielo nuovayorchese. È il procugino del Rafa migliore. Lotta fino a sfibrarsi muscoli, cartilagini e tendini che nemmeno sapeva di possedere nella battaglia corpo a corpo contro Thiem, ovviamente vinta (match del torneo). Poi il ginocchio cede definitivamente contro Del Potro. Ammetto di aver tifato per lui, commovente nella resistenza e anche nel gettarsi a rete alla disperata. Un po' per desiderio di morte inconscio, un po' per emulare milanisti che prima di morire diventano interisti "così ce ne sarà uno di meno", e viceversa.

Dominic Thiem 6,5. "Grande promessa". "Futuro dominatore", "campione del domani". I titoli sui giornali si sprecano, dopo che ha ceduto 7-6 al quinto, in modo rocambolesco, contro un Nadal sette anni più vecchio, quasi morto e col ginocchio a pezzi. 'nnamo bene. Ok, magari vincerà il Roland Garros nel 2020 e a seguire, ma la vicenda un po' fa ridere. Quando alla sua età la perdeva Gasquet (3,5 alla sua svolta platinum gay) una partita simile contro un top, fiumi di ilarità sul perdente sommo. Giocatore femmina col reggicalze. Domenico il cafone no, ha la maschia aura da virile dominatore del'avvenire. Che quasi sviene per la paura contro uno semi barellato.

Roger Federer 5. I telegiornali raccomandavano agli anziani di bere tanto e non uscire nelle ore di punta. Lui non deve aver seguito i consigli, e quasi gli viene un coccolone nella calura asfissiante del catino di Flushing Measows. Suda addirittura (non avveniva dal 1997, durante un barbecue a Basilea). Cede a Millman (6,5), uno che batterebbe nove volte su dieci anche a 45 anni. Colpo di caldo o meno, difficilmente avrebbe potuto impensiere nei quarti un Djokovic così presente, al lumite regalarci qualche sprazzo di musica sinfonica nel mezzo di un rullar di tamburi. Questo Roger calante, fa apprezzare ancora di più l'esaltante colpo di coda degli ultimi due anni.

Philipp Kohlschreiber 8,5. All'orfano di ormai quasi tutti i suoi pupilli, resta solo lui e qualche pallido nuovo raggio di luce: uno Shapo Mac sparacchiante che non conosce le mezze stagioni, i fluetti semi vintage dell'imberbe De Minaur. Un altro francese sciampagne, tale Humbert, mancino allampanato e dal fisico adolescenziale, che parte a servire come fosse Ivanisevic e poi ricama niente male. L'immarcescibile Kohli invecchia come il buon vino e mette al suo posto l'imberbe connazionale Zverev (4-). L'attempato mestierante di talento che sculaccia lo spocchioso giovinetto predestinato.

Karen Kachanov 6,5. Anni fa aspettavo Safiullin, al limite Rublev. Invece a emergere in modo sempre più fragoroso tra i nuovi orchi di Russia, c'è questa specie di cyborg. Uno che ha colpi così violenti da strappare di mano la racchetta a molti top 20. Mette in grande difficoltà anche Nadal, cui cede per inesperienza e monotematico schema: spaccare la pallina. Qualcuno deve averlo convinto che se tira uno slice o colpo di tocco, rischierebbe d'essere rinchiuso in un carcere moscovita con la gravissima accusa di omosessualità.

Fabio Fognini 5. Come Federer, fuori per mano di Millmann. Peccato. Con quella mise da harleem globepirlotter avrebbe potuto regalare gioie.




martedì 12 giugno 2018

ROLAND GARROS 2018, PAGELLINE PARIGINE


Uomini

Rafa Nadal 9. Alzi la mano chi di diverte ormai ai suoi trionfi scontati su terra. Alzi la minchia chi si esalta ai successi annunciati di Federer sull'erba. La noia mortale alla tisana bonomelli sulla coda di questa grande (grandiosa) rivalità, ridotta a spartizione da manuale Cencelli di titoli, da anziani. Complici giovanotti non alla loro altezza e altri avversari smembrati. Il risultato non cambia: noia infernale. Vince il Roland Garros numero undici al piccolo trotto, si conferma il più grande di sempre su terra.

Dominic Thiem 7. Domenico il cafone, il più forte degli altri. Che un (anche più di uno) Roland Garros lo vincerà, ma solo quando Nadal sarà in tappine in un ospizio. Raccapriccio vero guardarlo sbracciare come uno evaso dal terzo braccio di Rebibbia (violenti furiosi) praticamente in grembo agli spettatori delle prime file. Tremendo. Un mix di rara ripugnanza tra Muster e Wawrinka.

Marco Cecchinato 9. La sua straordinaria storia salva (un po') questa noiosissima edizione del French Open. Anni ad aspettare il guizzo di Fognini, un Federer calato dall'alto nato a Bagnacavallo, l'esplosione di RogerRafa Quinzi, e poi spunta dal nulla questo 25enne palermitano numero 72, che mai aveva vinto una partita di slam, buon terraiolo da challenger, già in difficoltà negli Atp e con una macchia derivante dalle scommesse. Poco potente per sfondare, poco paziente per diventare un regolarista d'alta classifica, si diceva. Recupera due set e vince 10-8 al quinto con Copil ed il resto è magia che si crea dal nulla. Gioca su una nuvola sorretto da fiducia e colpi. Cadono uno dopo l'altro, Carreno e Goffin (due che non si battono certo da soli), poi l'impresa con Djokovic. Il serbo è il procugino di quello di tre anni fa, ma lui è fenomenale a non pagare dazio mentalmente, nel tiebreak finale. Poi anche due ore di gran semifinale contro Thiem. Il lavoro paga sempre. Il resto lo fa la fiducia, e quella fa sempre miracoli. Trasforma un rovescio quasi inesistente in colpo robusto e la compulsiva smorzata in arma tanto bella quanto letale. Il seguito, si vedrà. Anche se il medio lettore della rosea ora si attenderà il successo a Wimbledon.

Juan Martin Del Potro 7. Pistolero a salve di Tandil. A tratti si trasforma in gattone pallettaro. Sufficiente per addormentare Cilic (6-), non il topo Nadal, che lo sbrana.
Novak Djokovic 6. Per uno che è stato in coma, già camminare è un bel risultato. Torneo discreto, poi incappa nel Cecchinato in trance ed è notte fonda. Un dubbio: fino all'ultimo quindici sembra un tagliagole feroce, che prima di perdere si farebbe ammazzare. Appena perso, corre sorridente, quasi esulta per la vittoria di Cecchinato. Chi è quello vero? Me lo chiedo da dieci anni buoni.

Alexander Zverev 5. Il bimbo fabbro manca l'ennesima prova di maturità da slam. Spreca energie nelle maratone dei primi turni e arriva senza benzina al quarto con Thiem che (in un cafonissimo match tra maniscalchi che scotennano palline da sei metri dietro la linea) se lo beve come un ovetto.

Fabio Fognini 6. L'impresa di Cecchinato oscura un po' il suo torneo. Che resta buono. Cilic negli ottavi e Del Potro nei quarti difficilmente gli ricapiteranno, ma lui manca di poco remuntada col croato.

Diego Schwartzmann 7. La fiaba del nano che uccella il gigante Anderson, con rara intelligenza. Il resto, il modo in cui si rivolge all'arbitro per lagnarsi con garbo degli urlacci insopportabili della pertica sudafricana ad ogni quindici (right here, right here!), gli valgono mezzo punto in più. Sei con me baby? Certo, risponde quella, con occhi sognanti.

Dennis Shapovalov 5. Vincerà Wimbledon, senza eccessivi problemi.


Donne

Simona Halep 9. A un certo punto, sul 3-6 0-2 della finale, ho temuto che in preda ad esaurimento nervoso da #finoallafine, chiedesse il trasferimento al Psg come Buffon. Invece l'altra pensa di aver vinto, lei di aver buttato via un'altra finale e, non essendo juventina, la spunta. Vittoria meritata. Leggo un po' di siti tennistici e proprio non mi capacito del perché sia tanto odiata. Ok, sappiamo quanto i rumeni siano amati in Italia in questo periodo fascioleghista. Va bene, non avrà un tennis spumeggiante. Certo, non è fescion (e non vuole esserlo), non è bella, anzi somiglia a un topolino. Nemmeno il grugnito (mediocre) esalta i feticisti del rantolo sciarapovesco. Resta però tennista tenace, completa, che bada alla sostanza, coriacea, esaltazione della normalità. Viva Simona.

Sloane Stephens 7. La statua d'ebano si esalta negli slam, ove si concede completamente. Il resto sembra non interessarla. Resta fortissima, ma questa volta le manca il rush finale. Avanti un set e un break smette di spingere sperando l'altra si arrenda, e finisce per rimetterla in vita.

Garbine Muguruza 6. Nitrisce, paonazza, ma proprio non riesce a sfondare Halep in semifinale, che rintuzza colpo su colpo, come un diavoletto della Tasmania. Mezzo punto in più per aver piallato Sharapova.

Madison Keys 6,5. Madison Rabbit ancora stoppata dalla connazionale Stephens. La terra non è il suo habitat, prevedo sfracelli a Wimbledon.

Serena Williams 6. Ha 37 anni, ha partorito pochi mesi fa il tennis ormai è un hobby piacevole, da alternare a party mindani, royal wedding, pubblicità, eventi e chi più ne ha. Batte tre buone tenniste (Barty, Georges e l'altra Pliskova, non le ultime arrivate). Senza l'acciacco che la costringe al ritiro avrebbe vinto o ci sarebbe andata vicina. Una che ha 37 anni, ha partorito...

Maria Sharapova 5,5. Commovente il suo tentativo di non arrendersi all'evidenza e cercare un ultimo spunto, come il McEnroe decadente (blasfemia per cui brucerò negli inferi). Ad ogni modo, sembra urlare bene, l'ugola è in palla. La migliore Masha post Meldonium, quella ammirata tra Roma e Parigi: tre games da Muguruza.

Camila Giorgi 6. Perde da Stephens 8-6 al terzo. Questo titolo quindi è anche suo. La vedo vincitrice a Wimbledon, giocando servizio e volèe, mentre il babbo (sfuggito alla sicurezza e arrampicatosi nel royal box) prova ad alzare la gonna della centonovenne regina madre.

Yulia Putintseva 6,5. La figlia di Satana. Miracolata dal suicidio di una cinese (non ricordo il nome, ma è quella sinuosa), questa ucraina gnappa con la faccia da rana, arriva ai quarti. L'ottavo con Strycova è da v.m. 18. Smoccoli, lift, back, piagnistei, bestemmioni. Mi attrae, come un film horror d'autore.

lunedì 29 gennaio 2018

PAGELLONE AUSTRALIAN OPEN 2018 - FEDERER FA VENTI, WOZNIACKI PIGLIA TUTTO



Donne

Wozniacki-Halep: bromuro per cavalli. "Finale epica, emozionante, thrilling". Certo, manco Hitchcock in coma irreversibile. Arrivano in finale dopo rocambolesche battaglie da Benny Hill Show. Entrambe regolariste ("pallettare" suona offensivo, dicono), entrambe perdenti supreme, stavolta si ritrovano in finale e una deve vincere per forza, anche se il rischio che vincesse un'occhialuta raccattapalle taiwanese dodicenne o un koala che dorme è concreto. Halep spinge più dentro il campo, Wozniacki trotta e rema come un'ossessa. La spunta Caroline Wozniacki (8), brava dopo otto anni di anonimato d'alto livello da quando arrivò al numero uno, a tenere duro. Vince il primo slam e torna numero uno. Quanto ai miglioramenti che, a sentire in giro, sarebbero sbalorditivi, posso confermare: non è più una regolarista, ma sa variare (lobboni a buttare l'avversaria fuori dal campo) e giuoca molto più a rete (fa delle ributtanti parate stile Valerio Fiori). Simona Halep 7, perde la terza finale di fila. Una, prima o poi, la vincerà. Infortunio alla caviglia, mp annullati, 15-13 alla Davis dopo quasi quattro ore, altra battaglia con Kerber e per finire un ricovero per disidratazione. Ammetto che avrei preferito una sua vittoria.

Angelique Kerber 6,5. Tornata la Angelicona Briegel che mulinella i prosciuttoni e disinnesca picchiatrici una dopo l'altra. Contro chi non mena (Halep, per non parlare di Hsieh) mostra limiti raccapriccianti nel fare gioco.

Elise Mertens 6,5. In gran forma, questa belga poco appariscente. Geometrica e con un buon rovescio. Perde con onore contro Wozniacki, ma come erede di Henin e Clijsters ha la stessa credibilità di Speranza erede di Berlinguer.

Elina Svitolina 5. La terza incomoda tra Halep e Wozniacki, con in più il carico da avvenente Bridget Jones che vuole fare la fotomonella, fa scena muta contro Mertens. Non ha un piano B. A dire il vero nemmeno quello A si vede benissimo.

Su-Wei Hsieh 7. La guardi e pensi che quel curiosissimo ossicino quadrumane debba essere sbranato come un'aletta di pollo da Kerber. Invece la tedesca per quasi due set diventa matta di fronte a quegli angoli e parabole sibilanti a fil di rete.

Petra Martic 7. La solita petrella sottiletta che si esalta negli slam. La leggerezza d'attacco però non riesce a sfondare il muro dei quarti.

Maria Sharapova 3,5. Restano le urla di chi non si rassegna.

Garbine Muguruza 4. Ingiocabile per tre/quattro settimane. Nitrisce, rotta o fuori forma, il resto dell'anno.

Agnieszka Radwanska 3. L'amica Carolina ha vinto uno slam, si ripeterà, pallida in viso, al terzo piano di un frenocomio a Varsavia, pronta a dedicarsi al balletto classico o all'apicultura.

Ashley Barty 6,5. Più larga che alta, con un tennis ordinato e bagaglio tecnico completo, si erge a disinnescante baluardo delle picchiatrici smidollate: l'animalesca, primordiale, Sabalenka (aiuto!) e la bambola svalvolata Giorgi.

Italiane: Errani, stando attenta ai tortellini, è tornata sui suoi livelli. Può anche tornare tra le 100 sfruttando la stagione su terra. Vinci non si capisce cosa sia a fare in Australia, forse surf. Giorgi offre sporadici scampoli d'ingiocabilità positiva prima di arrendersi alla fisica. Per il resto, Paolini, Chiesa, Trevisan: tutte e tre insieme farebbero una top 50. Forse.



Uomini

Roger Federer 9. Più forte di tutto e tutti, anche di slogan menagramo #RoadTo20, in stile #RoadToCardiff dei morti di champions. Gli altri invecchiano o si rompono, i giovani balbettano, lui segue per la sua strada e fa 20, tornerà numeno uno a 36 anni, vincerà il pallone d'oro, tre Oscar, il Festival Sanremo categoria nuove proposte, ambrogino d'oro e, se gli gira, moltiplicherà pure pani, pesci e champions della juve. In finale gli organizzatori si premurano di chiudergli il tetto sulla santa testa, sia mai che possa sudare un poco. E il pubblico si esalta come nell'arena, lo sostiene come fosse entità sovrannaturale. Un santo in vita, di cui puoi dire d'aver visto il miracolo in diretta. Rifuggendo come peste bubbonica i retorici toni trionfalistici e levandoci le fette di prosciutto San Roger dai nostri occhi strabici, non è stato il miglior Federer. Vince con un cammino non dissimile da quello di Nadal a New York (contro nessuno cioè, più quei pochi rimasti in piedi). Ma questi sono rimasti. In finale un paio di amnesie rimettono in gioco Cilic, poi steso al quinto. Sento dire: gioca meglio ora che nel 2011, e resto perplesso. Gioca in modo diverso, compensa col braccio qualche ritardo delle gambe, ha subito meno degli altri (chi morto, chi in reparto traumatologico) l'usura del tempo per una sola, magica parola: "naturalezza". Quella che manca a Nadal, Djokovic, Murray, costretti a sfibrarsi per raggiungerne e superarne il livello.

Marin Cilic 7,5. Torneo robusto. In questo clima da obitorio, è l'avversario più credibile di Roger Federer. E a Federer piace molto averlo come avversario. Moltissimo. Consistente picchiatore raziocinante, lento come un bradipo. Basta per la finale, inziata con un primo set di smarrimento (colpa del tetto o meno). Aria ancor più dimessa del solito, da vittima sacrificale, per placare la sete di sangue del pubblico inferocito. Bravo quindi a rientrare in partita, sfruttando un paio di menopause svizzere. Quando coraggiosamente riesce a portarla al quinto pensi che possa far valere la sua freschezza contro uno che va per i 37 anni. Invece la stanchezza la paga lui e assiste inerme allo sprint finale di Federer, fresco come una rosa di maggio.

Rafa Nadal 6. Prova la solita progressione da toro da monta. Lo tradisce un muscolo della coscia. Avrebbe anche ragione nella critica ad personam sulla programmazione e gli infortuni di molti big. Si gioca troppo sul cemento, verissimo. Ma la colpa vera non è delle superfici, quando delle estremizzazione fisica di questo sport, oltre la soglia umana, innaturale: strisciate, recuperi non ortodossi e scambi lunghi su superfici dove non si potrebbe. La soluzione? La auspico da tempo: tornare all'erba australiana, stagione su terra, allungare quella inglese on grass (tradizionale però), ridurre il cemento a quello che era negli anni 80 (estate americana, Indian Wells e Miami). Poi racchette in legno, pantaloncini aderenti e gonnellini di pizzo. Magari Stepanek e Mahut avrebbero dieci slam a testa, lui quattro o cinque. Ma sarebbe sano.

Heyon Chung 7. Finisce per arrendersi a Federer (immagine biblica quasi), dopo il bestiale sforzo per arrivare in semifinale. Tennista solido, dall'esplosività di gambe spaventosa e difesa da muraglia Cinese versione coreana. Uno che devi ammazzare tre volte. Significativo che abbia battuto Djokovic con quelle che un tempo erano le sue stesse armi, prima di arrendersi in semifinale, quasi scarnificato. Tolto Federer, l'attuale tennis è una questione fisica, dove prevale chi riesce ad andare oltre il proprio limite. Poi dopo si rompe anche lui, infatti.

Kyle Edmund 7. L'unico (guarda caso assieme a Chung) tra i classe 95-99 snobbato e scarsamente pronosticato. Più brutto della multipla, ma efficace. Sembra figlio di Roddick e di una isterica capra albina. Gran servizio. Dritto orrendo ma produttivo, rovescio inguardabile e modesto, rete schivata come nemmeno Valanzasca con un posto di blocco, atteggiamento (specie in semifinale) fastidioso. Ma è in semifinale e può diventare top 10 (uno in più o in me meno...).

Grigor Dimitrov 4,5. Poteva essere il suo slam, come da quasi un lustro. Prendersi lo scettro in quella terra di mezzo tra i fab four morti o calanti e giovani acerbi. Invece lo vedi, capisci che ha parecchio talento, avrebbe tante soluzioni. E mentre riflette a quale usare, viene infilzato da uno sgorbio lungolinea di Edmund.

Tennys Sandgren 7,5. Batte due top ten (Wawrinka e Thiem), più di quanti ne hanno battuti i vincitori degli ultimi due slam. C'è un filo magico che lega le sue imprese, qualcosa di eroico e antico, poco spiegabile. La favoletta dell'uomo normale inventatosi eroe dal mantello svolazzante. Da onesto lavoratore ai quarti slam, travestito da Mecir ed esaltato come un Connors destro, mentre in realtà è il più debole ad arrivare nei quarti di un major da tempi di Paul Chamberlin a Wimbledon '89.

Novak Djokovic 6. Guarito ma non troppo. Aspetta che Chung sfondi e lui ribatta come al solito. Quello, con sapienza asiatica: "no, no, prego, vadi lei, che io son bravo a difendere, vieppiù". Nole allora ci prova, uno, due, tre timidi forcing, prima di cannare e toccarsi il gomito. Che il gomito per un tennista è un guaio serio, come la minchia slogata per Siffredi.

Dominic Thiem 5,5. Ottusangolo.

Nick Kyrgios 5. Perde un'altra occasione, il potenziale track. O track di Gomorra. Carattere e spavalderia non supportate dalla crescita che ci si aspettava.

Italiani: Due alfieri tricolori negli ottavi non si vedevano da quando si giocava con le racchette di legno, il Milan aveva cinque Champions in meno e c'era il Papa buoni. Fognini 6,5. Torneo normale, batte chi deve battere, perde con chi deve perdere (Berdych 7, rinato a vecchia vita) senza mai entrare in partita. Seppi 7. Vince un challenger a Camberra, ben figura anche a Melbourne con tanto di epica vittoria sul gigante Ivo (7, ha fatto più volèe lui in un set che i restanti 127 in tutto il torneo). In Australia si esalta. Gli altri, anche quelli tosti, si sciolgono, lui resta immutato, mollo come sempre, ma non si squaglia. Leggo dall'italia strepitii, caroselli, masturbazioni (dopo aver assunto viagra in dosi equine) per Sonego (So-ne-go!!!), classe 95, che passa le qualificazioni e un turno. E allora penso...che penso? Niente.


lunedì 11 settembre 2017

US OPEN 2017 - PAGELLE FINALI



Uomini

Rafa Nadal 8. O 16, il culo. Poteva perdere da almeno 5 o 6. Non ne incontra nessuno, ma neanche un top 50 fino alle semifinali. In semifinale i resti esausti di un mezzo Del Potro (28) e in finale il temibile palo di frassino Anderson (21). Tutto senza nemmeno ingranare la quinta e preservando anche energie per il finale di stagione in cui deve conservare coi denti il numero uno. Il culo però aiuta gli audaci e negli slam può succedere di tutto, specie in questo, atrocemente monco. Per il resto, solita esibizione di ferocia agonistica e mentale, ma ne bastava la metà. Pareggia Federer (di cui è perenne incubo) in tutto, slam e 1000 vinti in stagione.
Kevin Anderson 7. La morte in permesso. Potrete dirlo ai nipoti: ho visto questo fluttuante tronco di arbusto gigante che pare doversi spezzare al primo refolo di vento, arrivare in finale in uno slam, complice un tabellone da Atp 250. Comunque bravo a spuntarla nella bagarre horror-splatter tra lungagnoni nella parte bassa.
Juan Martin Del Potro 7,5. Vincitore morale, anche se la morale non conta un cazzo. Salva il torneo dalla noia bestiale con imprese da nobile guerriero ferito, violento e orgoglioso. Eroico con Thiem, superbo con Federer. In semifinale getta tutto quello che aveva in corpo nel primo set, poi è travolto dalla furia devastatrice di Nadal in quarta.
Pablo Carreno Busta 7. Elogio della noia operaia. Ferrer 2.0 alla valeriana. Semifinalista battendo quattro qualificati e lo gnomo albino Scwhartzman (7-). Può bastare.
Dennis Shapovalov 7,5. Colpi strabilianti, coraggio-incoscienza, carattere. Il diciottenne canadese esplode all'improvviso. Perché così deve essere per un predestinato: tutto naturale (in barba a futuri campioni come Coric e Zverev costruiti da anni in laboratorio). Come Mac nel '77, per dirne uno banale, partendo dalle qualificazioni. Ovvio, ha limiti e rudezze da limare. In primis l'inesperienza e quella sufficienza-eccessiva sicurezza nell'addomesticare volée (quasi sempre sgozzate), che paga nel match sciagurato con l'impiegato del catasto Carreno.
Roger Federer 6 (di riverenza). Sua Divinità Celeste acciaccato, poco allenato, si salva nei primi turni, cresce, illude, prima d'imbattersi in un Del Potro con la mannaia. Confusionario, tatticamente suicida. Poteva anche vincerla, giocando meglio un paio di punti decisivi. Ma a volte, complici i risultati del 2017 di grazia, ci si dimentica che questo signore ha 36 anni, dicansi 36.
Grigor Dimitrov 4,5. Uno slam lo vincerà, prima o poi. Sperando che in 126 diano forfait per malaria e l'altro si pugnali da solo durante il match.
Andrei Rublev 7+. Un astronauta russo con turbe psichiche, dalla spaventosa velocità di braccio e rapidità nell'esecuzione dei colpi. A Nadal basta sporcargli gioco per mandare la macchina sparapalline in corto, sull'orlo della crisi di pianto. Ma ha solo 20 anni, se non lo internano prima nel manicomio navale moscovita "Youzhny sanitarium", ne vedremo delle belle.
Mischa Youzhny 8+. Altro mattatore indiscusso. Tarchiato, semovente, squilibrato soldatino di piombo col rovescio che suona motivetti tzigani in salsa metal. Ormai un quasi ex, che a 35 anni si dibatte ancora ostinatamente nelle retrovie. Trova un Federer che va a due all'ora e a parità di velocità vien fuori un equilibratissimo match anni '70, giocato con racchette di legno. L'urlo lacerante, autenticamente bestiale, dopo aver annullato il set point nel quarto set, ormai devastato anche dai crampi, resta la cosa più bella dell'intero torneo.
Dominic Thiem 5. Un Gasquet virulento, tatticamente ottuso e caratterialmente fantozziano. Delpo è Delpo, ma per perdere in quel modo ci vuole arte.
Paolo Lorenzi 7. Cuore di toro, palle in titanio. Con mezzi non eccelsi, ma comunque migliorati anno dopo anno con motivazione da ventenne, a 36 anni raggiunge per la prima volta gli ottavi in un major. Finisce con le bombole d'ossigeno mentre provava la disperata rimonta contro Anderson.
Alexander Dolgopolov 6,5. Infuriato per le ultime vicissitudini, lanciatissimo verso il titolo da leggenda. Sfilettato Nadal come uno Sweeney Todd sadicamente ispirato, avrebbe fatto un sol boccone degli altri. Ma la sventura è dietro l'angolo e si fa male. Che altrimenti...
Zverev Family 4,5 (Mischa 6, Sascha 3). Il campioncino in costruzione cade goffamente all'esordio. L'esperto fratellone dal naturale tennis felpato è sempre più solido. Uccella ancora il palo della cuccagna Isner (5), crolla con quello della luce Querrey. Insomma, quello forte resta Misha. Me lo ripeto ogni giorno, prima di prendere le goccine.
Sam Querrey 6. Uno statunitense abituato ad Ashe, Connors, McEnroe, Sampras e Agassi, ora deve sperare in simile Lurch tremebondo o al limite suicidarsi. Perde l'occasione della vita per fare finale.
Fabio Fognini: sui ceci. Prendete un dodicenne studente di seconda media con vestiti firmati e sorrisetto immotivatamente strafottente. Non è abbastanza dotato per arraffare una sufficienza senza aver studiato. Anzi, è superato sia dai secchioni che dai veri talenti che non hanno bisogno di studiare. È maleducato, anche. Insulta a bassa voce la maestra, che gli dà una nota e lo manda fuori. In corridoio minaccia di tirare la cartella in testa a un bidello (pelato). A casa i genitori gli dicono che deve chiedere scusa alla maestra per evitare la sospensione e lui ubbidisce, con l'aria da discolo (fintamente) pentito. Mentre una zia (fintamente) risentita lo rimprovera severamente. E, con commovente tappetino musicale da telenovela colombiana, dice che da grande vorrebbe insegnare l'educazione ai bambini d'asilo. Tipo Dracula che si propone di tenere simposi sull'emofilia. Ecco, questo è il Fogna show a NY. Stavolta però la fa davvero grossa. Ci sono insulti sessisti di mezzo. Come se quelli razzisti allo "zingaro" fossero meno gravi. La mia idea è che non sia sessista, come non era un razzista. Gli credo. Dice cose senza conoscerne il significato, come quel dodicenne di cui sopra, perché fa figo voler sembrare una "testa calda" e serve a far passare in secondo piano l'unica verità: la pochezza tecnica. E Travaglia (non certo Sampras) che gli infligge una limpida lezione tennistica.



Donne

Sloane Stephens 9. Simpatica, sexy ed elegante. Una ventata di fresca bellezza per la Wta. Che avesse anche i colpi per primeggiare lo si sapeva da oltre un lustri, senza mai esplodere a causa di carenze caratteriali e altro. Solo cinque mesi fa riprendeva a camminare. L'infortunio al piede deve averle dato quella convinzione e forza mentale che prima le mancava. Il titolo lo vince battendo Venus, di carattere e intelligenza tattica.
Madison Keys 8. Altra bellissima novità. Piace per la sua serenità e sorrisone da sorella indolente di Bugs Bunny. Bellissimo dritto e servizio da Atp, gioca un gran torneo, cui manca solo la ciliegina: una finale quasi non giocata, anche a causa dei problemi fisici.
Coco Vandeweghe 7. Il cerchio della nuovelle vague yankee esplosa a NY si chiude con la simpatica Coco. Una che vorresti portarti in giro a bere birra e fare gara di rutti. Anche lei contribuisce alla ventata di freschezza con un atteggiamento poco invasato, sorridente, da arrembante arruffona. Cede in semifinale, ma il suo maestro Pat Cash sta facendo un gran lavoro.
Venus Williams 7. 37 anni: due finali slam, una semifinale nel 2017. Le manca sempre un centimetro per l'epica vittoria, ma resta l'ultima diva. E, a chi le chiede cosa farà nel 2018 risponde, quasi sorpresa risponde: semplice, continuerò a giocare.
Anastasija Sevastova 8,5. Ride, piange, parla da sola, insulta qualcuno all'angolo, vorrebbe ammazzare fantasmi immaginari, poi ride ancora e piange. Questa è matta come un cavallo. Ma che mano. E che classe. Semplimente sublime il modo in cui ischerza, fino quasi all'umiliazione sportiva, nientemeno che Maria Sharapova: smorzata languida, morbido lob a superate la statua russa butattasi goffamente in avanti e altra smorzata irridente con la diva che sbuffa livida. Fermate tutto, il torneo femminile finisce lì.
Karolina Pliskova 5. La pitonessa abdica dal numero uno alla sua maniera: trasparente.
Kaia Kanepi 7. Tutti in attesa del ritorno di Masha, ed ecco il vero comeback di peso a Flushing Meadows: Kaiona la bella, dall'Estonia con furore.
Garbine Muguruza 5. Diventa numero uno giocando un torno pessimo. Tutto regolare nella magica Wta.
Elina Svitolina 5,5. Pestata ferocemente da Keys.
Petra Kvitova 7+. L'elefantessa felina è tornata dopo il grave incidente. Barrisce e picchia come ai bei tempi. Carattere da campionessa per battere Muguruza. E incostanza, quella per cui viene superata da Venus.
Maria Sharapova 4,5. Nessuno lo dice, ma la Masha del post Meldonium è irriconoscibile. Certo, urla, lotta, picchia con la vanga da ferma, vince un paio di match complicati, ma finisce con inquietante volto livido e sfatto, umiliata dalla Sevastova.
Simona Halep 6. Sfortunata. Visto che ormai non conta più nulla, la gioia del numero uno per una settimana almeno la meritava pure lei.
Camila Giorgi 6. Nel giorno in cui Muguruza diventa numero uno al mondo, lei che "le è (molto) superiore", diventa numero uno d'Italia e 67 al mondo.

domenica 3 settembre 2017

US OPEN 2017 - MIX TRA NIGHTMARE, FAMIGLIA ADDAMS E ALIVE. PRONOSTICI SICURI DEGLI OTTAVI



Uomini


Nadal-Dolgopolov. Rafinho diesel us(ur)ato, carbura grazie a tabellone da challenger di Quito. Se in giornata di grazia, Dolgo lo spazza via in tre set agili. Forse quattro, se si distrae per le mosche.
Goffin-Rublev. Altro ottavo inattefso. Ma "sti cazz e russ" quanti giovani promettenti hanno? Quasi quanto noi con Berrettini e Jimbo Quinzi. Il Richie Rich selvatico Rublev è on fire. Difficile, ma può scardinare l'ordinato (e trasparente) muro belga. Over senza dubbio.
Federer-Kohli. Se Nadal ha avuto un cammino agevolato da avversari da challengers (o poco più) su terra, Federer s'è salvato miracolosamente contro un giovane americano e ottimi, talentuosi specialisti, ma quasi ex (Youzhny e Feliciano) sempre vessati in carriera. Ora sotto con l'altro martire di lungo corso: il Kohli. Lo svizzero sta carburando. Match movimentato, ma difficile ceda un set
Del Potro-Thiem. Forse l'ottavo più interessante. Tabellone così modesto che anche un Del Potro a mezzo servizio, seppure in buona forma, può dire la sua. Spero la spunti il pistolero di Tandil, ma sarà match cruento. Vedo e prevedo 5 set.
M.Zverev-Querrey. Finisce sempre così, in barba a bimbiminchia predestinati: a difendere il nome degli Zverev la seconda settimana resta solo Mischa. Quello forte della famiglia. Compito improbo per lui, giustiziere dei mostri affetti da gigantismo. Eroe senza macchia. Dopo Isner, davanti a lui le atroci sagome di Querrey e Anderson. Ok, ho le mani sulle balle, ma non è scaramanzia. Lurch Querrey è già in finale.
Lorenzi-Anderson. Ne abbiamo viste di ogni in questo slam, ma la corsa (formidabile, eroica) del Paolino nazionale è destinata ad infrangersi contro il Fassino sudafricano.
Shapovalov-Carreno Busta. Nextgen attesi per anni, in perenne formazione psicofisica da galleria del vento, pfuah. I cavalli di razza sbocciano così, all'improvviso. E questo lo è. Il ragazzo però ha 18 anni e sei partite vinte potrebbero pesare contro l'orrido Carreno, un Ferrer moderno. 1 e over.
Pouille-Schwartzman. Uno-Ics.



Donne

Pliskova-Brady. Pitonessa facile.
Vandeweghe-Safarova. Fascinoso duello tra l'arrembante bovara scoordinata e la svenevole picchiatrice ceca. Dico Safarova in tre.
Kasatkina-Kanepi. Lungodegente, Kaiona la bella rientra e arriva in ottavi a suon di coriacee battaglie. La giovinetta sapiente Kasatkina dovrebbe rispedirla a casa.
Svitolina-Keys. Bel confronto di stili. La potenza della giovane americana e l'ordine dell'ucraina. Vince Keys contro pronostico, si spera.
Venus-Suarez Navarro. Venus vuole fare un regalo alla nipotina appena nata. Carlita già paga del buon torneo.
Muguruza-Kvitova. Finale (o semi) anticipata. Kvitova in formato deluxe è una delle poche (due o tre) a poter inpensierire la nitrente spagnola lanciata verso il titolo. Vince Muguruza, temo.
Stephens-Georges. Sloane già miracolosa nello scampare ai miei vaticini che la la davano in semifinale. Goeges senza tette sembra più aerodinamica, ma alla sua portata.
Sharapova-Sevastova. Masha eroina (nessun doppio senso) acclamata dal pubblico sadomado coi timpani lacerati. È tornata, sior-siori. Lo spermonium è alle spalle. Aperto il concorso: chi ci libererà dall'ossessiva urlatrice condannata per doping? Sevastova non credo abbia la personalità, malgrado un tennis vario e godibile. Forse Stephens. Quasi sicuramente Muguruza. Certamente la figlia di due giorni di Serena, di fronte alla quale impallidirebbe e diventando afona beccherebbe 6-1 6-2.


lunedì 17 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 - PAGELLE SINFONICHE



Uomini

Federer 8 (come i successi a Wimbledon, in undici finali giocate in 18 edizioni. E il ventennio non è ancora finito). Dominio assoluto, successo in perfetto Federer style. Programmato in modo certosino (quasi Lendeliano). Sinfonia maestosa e assolo ispirato. Trionfa senza lasciare un set per strada, in total control, rendendo Raonic, Cilic e Dimitrov autentici pupazzetti inanimati delle giostre. A 36 anni è in una condizione atletica straordinaria, grazie a un fisico integro nato per questo sport, mentre altri, lodevoli e innaturali, si leccano le ferite. Successo molto diverso, rispetto a quello australiano, meno emozionante ma più solenne, come si confà al proscenio reale in adorazione mistica e al suo Tempio. Senza epiche battaglie, ma in assoluto dominio dall'inizio alla fine.   Superiorità quasi imbarazzante. Il resto, chi blatera di Federer bravo a vincere senza avversari, quando Nadal, Murray o Djokovic non ci sono, lo fa per smania di protagonismo, voglia di far uscire la propria voce gracchiante fuori dal coro, per bastiancontrarismo ottuso e subumano grillismo innato. La storia, bontà loro, tra cinquant'anni descriverà Federer come il più grande di sempre (se nel frattempo Quinzi non esploderà, obviously), che vinse tutto, perse da giovani virgulti che per batterlo andarono oltre i loro limiti, impazzendo o sfibrandosi i muscoli, e quando questi giovanotti invecchiarono, lui li rimise in riga. Perché pare immune agli anni, all'umano logorìo. Più dimostrazione di superiorità di così...

Cilic 7. La mattanza finale non fa testo. Mancava un asciugamani gettato in campo per interrompere il martirio. Pronosticato almeno in semifinale, complice un tabellone apertosi magicamente, fa di più ancora. Su erba (non chiedetemi perché), il gigante di Big Fish si trova a meraviglia.

Sam Querrey 6,5. Bravo ad approfittare di un Murray malconcio. Per il resto, quello è. Mostruosità rassicurante. Faccia da mostro di Milwaukee travestito da Joker, cappellino da baseball, spalle spioventi e incedere compassato da battitore maldestro della major league, che spara cannoni in modo rigido, senza quasi piegarsi sulle ginocchia di legno. La morte del tennis, o quasi.

Thomas Berdych 6,5. Forse quello che maggiormente impensierisce (parolone) Federer in missione Divina. L'usato sicuro che prevale sul giovane ancora impacciato, Thiem (5,5). Anche come perdenti d'alto borgo, il ricambio generazionale tarda sulla ruota dell'Atp.

Milos Raonic 6. Vedi sopra, ancora meglio lui del bambinone presestinato Zverev. Quarti di finale che dovrebbero essere la regola per lui a Wimbledon, poi di fronte a Federer diventa un bambinone impacciato e maldestro, impotente.

Andy Murray 5. Claudicante, si salva con mestiere contro Fognini&Paire, troppo tonti tennisticamente per approfittarne. Niente può contro Querrey, che a differenza del duo Cochi&Renato francoitalico, è un tennista. Ancorché inguardabile. Per lo scozzese guai all'anca e futuro quanto mai incerto.

Gilles Muller 7. L'eroe alternativo del torneo. Nel trionfo da maratoneta volleante con Nadal, complice un cocktai di lsd, oppio, sciroppo di menta e spruzzatina di zenzero, ci vedo un po' di McErnroe vs Borg sinistro, a velocità tripla, con materiali moderni. È un aborigeno che lancia boomerang avvelenati per colpire noci di cocco o quaglie svolazzanti. Nella fattispecie, Nadal tra capo e collo, spalmato sui teloni. Dopo l'epica battaglia, cede in cinque set a Cilic. Perché, malgrado Federer abbia fatto passare la cosa in secondo piano, 34 anni sono comunque tanti. Senza stanchezza, la finale era alla portata.

Rafa Nadal 5,5. Non si può dire che stavolta, a differenza degli scorsi anni, non ci abbia provato con coraggio. Perde solo da un grandioso Muller per un centimetro, remando tre metri dietro la riga e provando a rispondere con magli arrotati ai servizi velenosi del lussemburghese. Pazzia. Ne escono traiettorie folli, la pallina è una libellula gigante percossa dai due. Passando quell'ostacolo avrebbe tranquillamente potuto raggiungere la finale in cui sarebbe stato scorticato da questo Federer monstre. Accontentando anche i detrattori.

Novak Djokovic 4,5. Cede a Berdych per un problema all'avambraccio. Eppure fino ai quarti era sembrato in crescita. Sta male fisicamente, come se mentalmente stesse meglio. Urge un santone indù. O una birra.

Ernests Gulbis 7+. Anche il folto numero di sminchiati tifosi del nulla, stavolta ha il loro eroe in pagella: sior siori, ecco a voi il gran ritorno del Lazzaro lazzarone Ernesto Gulbis. Direttamente dalla casa di cura in cui era ospite e ove si dilettava a giocare a golf in vestaglia trapuntata e occhiali da sole, fracassando vetrate, sgargarozzando dom perignon e fumando sigari cubani in piscina. Ormai numero 500 e rotti, decide di tornare tanto per ammazzare il tempo tra un party e un viaggio. Fortunato a trovare il nano maligno stravecchio de vecchionis Estrella (6) al primo turno, schianta il povero Del Potro a mezzo servizio (e senza rovescio). Poi sparacchia alla carlona l'impossibile contro Djokovic, perché aveva una partita di telesina in clinica. Dice di divertirsi nel vedere se riuscirà a rientrare nei 100, ma che si sente top 5 dentro. Come i pazzi, appunto.

Stan Wawrinka 4. Da Stan the Man a Stan the Dog. A suo agio sull'erba come un grillino in una libreria.

Fabio Fognini 6. Passa due turni alla portata. Perde dal top player di turno (Murray azzoppato) con solita girandola di occasioni perse. Niente di strano per quello che è: un (prevedibile fino alla noia) top 30/40. Lui però, non contento, fa parlare di sé. Invettive sui commentatori che osano nominarlo durante una telecronaca (per paragonarlo a Gulbis, tra l'altro, che a talento gli dà 6-0 6-1 in pantofole e ubriaco), poi sui social si lascia andare a battutine demenziali sui ritiri di Murray e Djokovic. Cretine e anche insensate, perché contro il menomato Murray ci aveva perso anche. Perché, diosanto? Come se il Cesena mettesse becco nelle questioni champions tra Barca e Real. Che qualcuno gli levi i social, almeno.

Italians 6. Bolelli, Seppi, Lorenzi passano un turno. Di più non si poteva certo sperare. Del resto, un po' d'Italia era presente grazie allo sponsor di Cilic. Giuro, l'ho sentita davvero.

Nextgen (o carta da culo soffigen). Kyrgios rotto. Zverev inadatto all'erba smontato da Raonic, Khachanov sminuzzato finemente da Nadal, Coric non pervenuto. Benino Medvedev, giustiziere di Wawrinka. Nella Nextgen italica, Travaglia passa le qualificazioni e, incredulo, dice di trovarsi molto bene sull'erba. A 26 anni, ci metteva piede per la prima volta.



Donne

Garbine Muguruza 8. Il suo torneo lo vince battendo in cruenta lotta Kerber. In finale nitrisce e doma con sapida freddezza le sfuriate iniziali di Venus. Ok. Una così, con simili mezzi fisici e atletici, sarebbe finalmente credibile numero uno Wta per un decennio. Se solo giocasse non dico metà, ma almeno un quarto di stagione a questo livello. Invece fino ad ora ci ha regalato un torneo all'anno da marziana e altri venti da mediocre top 100. Cambieranno le cose? La carica di plutonio durerà almeno un mesetto? Giacobbo nicchia. Del resto, non ci sono certezze, ma solo ragionevoli probabilità, diceva quello lì.

Venus 9. Sulle sue spalle l'obbligo di portare avanti il nome della famiglia. Inizia scossa dall'incidente d'auto, poi sempre più decisa. 37 anni e non sentirli. Tutta classe, orgoglio ed eleganza, la nera Venere. Doma le rampanti Ostapenko e Konta. In finale dà tutto quello che le è rimasto in serbatoio nel primo set. Persi i set point, si spegne la spia di riserva e pure il motore.

Johanna Konta 7. La sventurata che ancora faticava a riaversi per gli insulti sessisti in Fed Cup del vecchio mascalzone Nastase e per la schienata tremenda alla vigilia del torneo, pian piano diventa l'eroina locale, spinta all'impresa da tutto il Regno. La guardi servire con quel movimento anchilosato di un quarto d'ora e rischi di addormentarti non vedendo quanto il resto sia quasi peggio. Sarà una tattica diabolica. Si spinge fino alle semifinali, ma Venus la riporta a scuola. Tennista anche lodevole, costruitasi col lavoro un'efficacia da top 10 (attuale), le manca lo spunto per vincere uno slam.

Magdalena Rybarikova 7,5. Una delle mie protette, smilza giraffina con denti da roditore, dal gradevole tennis vintage nato per i prati. Davvero nessuno però, nemmeno parenti stretti ed estimatori, sperava in un simile exploit da semifinale, specie dopo l'infortunio e il ritorno negli Itf poche settimane fa.

Jelena Ostapenko 6,5. Dopo il boom parigino sembra camminare sulle nuvole, sicura e convinta. Venus le fa tornare qualche dubbio.

Simona Halep 5,5. Tennista regolare. Nel senso che arriva regolarmente alla fine e regolarmente trova qualcuna con più spunto nella volata.

Petra Martic 6+. Dopo Parigi, altro bel torneo della volleante croata. L'erba si adatta molto meglio al suo tennis leggero e sbarazzino. Ottavi e sogno che si infrange contro la più navigata Rybarikova.

Vika Azarenka 5. Non si poteva pretendere di più dopo il ritorno lampo post parto. Padre Amorth dovrà imbracciare il crocifisso a New York, temo.

Angelique Kerber 5,5. Perde il numero uno nell'infuocata sfida con Muguruza. Vederla difendere pervicacemente a denti stretti, doppio mento tremolante e gambe prosciuttoni piegate nell'erba, spezza il cuore e frantuma le palle.

Karolina Plyskova 4-. Hip hip hurrà. La Wta ha una nuova regina. La cadaverica sorella di Nosferatu Karolina, che perde al secondo turno, affettata a suon di slice dalla Rybarikova, e agguanta il primato. Cioè, mi spiego: questa ha giocato 18 slam in carriera, facendo una sola semifinale. Ed è numero uno. O i conti alla Wta li fa l'assessore al bilancio della Raggi o è l'emblema del nulla che regna nel tennis femminile.

Agnieszka Radwanska 6. Segnali di vita dall'aldilà. Svetonia Kuznetsova (6,5) con virile nerbo, la rispedisce nell'oltretomba.

Italiane 5. Giorgi è la migliore su questa superficie, passa due turni e perde onorevolmente contro Ostapenko. Poi, per vincere i championships c'è tempo. Se ha vinto Muguruza, che è mooooolto inferiore alla nostra (cit. il babbo), le speranze sono più che fondate. Schiavone a 37 anni è ancora la migliore delle nostre, di gran lunga. Errani e Vinci ormai paiono sbiadite ex. Non resta che sperare in un ritorno di Pennetta dopo il parto. Continuano nel mantra. Lei, neanche fosse Serena e avesse vinto 32 slam, raccoglie sibillina "visto quello che c'è in giro...". Che poi, imbecille come sono, non capisco: le speranze azzurre sarebbero riposte nel ritorno della 36enne Pennetta pochi mesi dopo il parto, mentre a 37 anni Schiavone che fa due finali di fila Wta è considerata un rottame indegno di WildCard a Roma. Boh, io non ci capisco niente.


martedì 11 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 DAY 7 - MULLER MANDA AL TAPPETO NADAL

Dal vostro inviato in mutande sulle rive del fiume, che prima o poi andrà a cercare uno a uno i grandi intellettuali (Freccero, Scanzi e Puffo provolino) che sbraitavano con bava alla bocca su quanto il M5s fosse un movimento di Sinistra. L'unica rimasta. Per spernacchiarli. Dopo il no allo ius soli, il no al reato di tortura, la recente condanna all'apologia di Fascismo, resta solo un sobrio apprezzamento alle leggi razziali.

Giornata riccchissima con tutti gli ottavi di finale in scena. Match più atteso e che non ha deluso le attese, quello tra Nadal e Muller. Il lussemburghese sfonda, il diavolo di Manacor rintuzza con ardore. Boomerang di servizio con effettacci velenosi d'attacco arginati a fatica dai magli diabolici carichi di curaro dello spagnolo. Ne esce un ovvio, grande, match, che si chiude allo sprint, 15-13, dopo autentica maratona.
Nadal fuori, ma Muller non è minimamente paragonabile ai cani, porci e Darcis che lo avevano battuto gli ultimi anni. Anzi, non fosse per la fatica fatta oggi, la finale sarebbe stata alla portata.
Per il resto, Federer dà lezioni allo scolaro Dimitrov, Murray giochicchia e batte pinnolone Paire, convince Cilic, maratona horror vinta da Querrey, altre maratone vinte come pronosticato (in un raro lampo di lucidità) dai più esperti Berdych e Raonic contro i bamboccioni insipienti Thiem e Zverev, inadeguati anche al ruolo di outsider. Djokovic rinviato, s'incazza.
Tra le donne la quasi finale anticipata tra Kerber e Muguruza è vinta in rimonta dalla spagnola. Kuznetsova regola con maschia fermezza qualche barlume, spasmo incontrollato di tennis di una Radwanska ancora convinta di essere viva. Sempre più convincente Venus, splendidamente a caccia del sesto titolo. Non lascia alcuna chance alla croata Konjuh (una che si farà, comunque). Vandeweghe spazza via il muretto di tufo Wozniacki. Ostapenko non si ferma più. Halep doma una Linda Blair ancora lontana dai suoi livelli.

lunedì 12 giugno 2017

LA DECIMA DI NADAL AL ROLAND GARROS. PAURA E DELIRIO A PARIGI




Ludico pagellame post esistenzialista

Uomini


Rafa Nadal 10 (come i titoli). Capita di vedere qualche scambio dell'esecuzione sommaria ai danni del malcapitato Basilashvili, onesto comprimario georgiano in discreta forma, impegnato allo stremo per vincere un game con ardimento antico, e penso scorato: l'unico a poter fare una parvenza di partita o strappargli un eroico set è Stan Wawrinka. Oscenamente sbugiardato, perché anche lo svizzero è scarnificato da un Nadal versione cannibalesca. Buono ma non al massimo a inizio anno sul cemento, dominante appena messo piede sulla terra. Vittorie in serie e approdo a Parigi nelle migliori condizioni psico-fisiche. Determinato, concentrato, tirato, feroce. Non una distrazione o passaggio a vuoto in sette partite: monstre. Non assistevo a simili mattanze in serie dai tempi di Steffi Graf tra le donne. Storica decima a Parigi e quindicesimo slam, quindi. Qualche sussulto tra gli ultrà di Federer per la perenne, avvincente, masturbatoria corsa al goat, ancora in bilico. Questo Nadal fa paura, ma il resto della stagione sul veloce sarà quasi un altro sport e dubito possa trinciare avversari con la stessa foga. Al limite potrà giocarsela con altri due o tre.
Stan Wawrinka 7. Sgamba per tutta la stagione al piccolo trotto, sovrappeso, sbocconcellando barrette di cioccolato e smarties. Arriva lo slam e si trasforma in Stan The Man. L'esecutore. Una roba da film americano. Partita dopo partita acquisisce forma smagliante diventando quasi imbattibile alla fine. Tre finali vinte su tre valgono più di mille ciance. Percentuale sontuosa quasi quanto quella di Buffon. Stavolta non può nulla contro un Nadal sovrumano. È come in un vortice mortale in cui spirano una decina di venti, centrifuga che ti toglie il respiro. È forse quello che picchia la palla in modo più forte, pieno, quasi liberatorio, ma con Rafa annega in modo inesorabile. È il picchiatore rintronato, preso a sberle dal satanasso iberico.
Andy Murray 6,5. Recuperato. Lontano dalla pietosa ameba "ammirata" a inizio stagione, sbeffeggiato da cani, porci, Ramos e Fognini. Perde dopo cruenta battaglia con Wawrinka. L'impressione è che nel resto della stagione dovranno fare i conti con lui.
Dominic Thiem 6,5. Il ragazzo è pronto, dice chi la sa lunga. Non gli manca nulla per vincere uno slam. L'anno scorso fermato da Djokovic. Quest'anno da Nadal. Il prossimo potrebbe essere Murray o Topo Gigio. Il rischio ricadere nella spirale di novello Berdych è concreto. Intendiamoci, pesta sodo, a tratti è anche piacevole, ma ancora lontano da chi uno slam lo vince sul serio.
Novak Djokovic 4,5. Prova a uscire dalla crisi curando la psiche grazie a un santone guru che predica pace e amore, e la tattica ingaggiando Agassi, un ex campione pelato con la panza da salumiere, che negli ultimi anni avrà visto due partite, crederà che Connors giochi ancora ed ha fatto parlare di sé solo per un best sellers scritto da un disperato ghost writer che si sarà poi suicidato buttandosi dal ponte di Brooklyn, e nel quale afferma di aver sempre odiato il tennis, che si faceva di polvere d'angelo e giocava indossando un parruccone antologico. La cura ideale, insomma, per passare da una crisi tecnica a un suicidio. Che Novak sia ancora vivo è già un miracolo. Agassi arriva la seconda settimana, prende posto in tribuna dopo due set, sbadiglia, gioca un po' col telefino consultando youporn e se ne va. Scelta imbarazzante. Come imbarazzanti tutte quelle, solo marketing, riguardanti ex campioni. Djokovic è in crisi. Umano, dopo sei/sette anni in cui ha tirato il motore al limite. Tutto sta nel capire se ha ancora riserve fisiche e mentali per ritornare quello di prima. Senza santoni o ex campioni caricaturali, magari.
Pablo Carreno Busta 6. Non fai in tempo a liberarti di un Ferrer, quand'ecco che spunta Carreno, che non sniffa e morsica calzini usati, ma strabuzza gli occhi in risposta come un maniaco che sta per aprire l'impermeabile ai giardinetti. Potenza della Spagna, che non aspetta sotto il pero che sbocci un altro Nadal tra centovent'anni. Qui si attende che nel 2120 nasca sotto un cavolo un altro Panatta. Scatenerò il coro sdegnato delle solite anime buone, amanti di tutto e della tenacia (che pure è talento, eh), ma questo è più noioso di una filippica di Damilano sui bersaniani minorati (da minoranza) Pd, alla sesta ora della Maratona Mentana.
Nex Gen. A furia di provarci, prima o poi si azzeccherà il nome. Prima Quinzi, poi Kyrgios, quindi Screach Kokkinakis, robottino Coric, bimbo d'oro Alexander Zverev. Con Kyrgios (4), cui la terra non piace perché sporca i vestiti, fuori, predestinato Zverev (4) sbertucciato da Nando Verdasco (6,5, proprio lui! Il ritorno di Nando il pistolero): come se un aspirante scienziato perdesse il premio Rubbia, battuto da Sibilia che presenta una tesi sull'allunaggio, a questo giro tocca al russo Kachanov (7). Un russo che tira comodini terrificanti, le cui doti notai già qualche anno fa, quando ancora bambino vinse le resistenze dell'immarcescibile Becuzzi. Io, sommessamente, continuo a tenermi Kozlov e Safiullin. Ma, di questo passo, Nadal e Federer continueranno a giocarsi slam anche col catetere.
Italiani 5,5. Dopo Roma "si intravede l'alba di nuovi trionfi grazie a giovani come Gaio, Napolitano, Caruso (!)...". Parole e musica del nostro Megapresidente Celeste e Santissimo, Binaghi. Entusiasmo contagioso per i grandi risultati del primo turno (Bolelli, Fognini, Seppi, Lorenzi, Napolitano al secondo turno in modo proditorio), con tanto di pernacchie ai francesi in crisi. Poi solo Fognini al terzo turno, grazie a un derby. Qualcuno ancora crede in Fafo, figlio di Fufo e neobabbo di Fefo? I manicomi, come le redazioni di giornali, ne sono pieni. Del resto, se si vaneggia di Dybala pallone d'oro, CR7 panchinaro nell'armada europea Juve, cosa sarà mai un "Fognini top 5, più talentuoso di Murray...ah, se solo la testa, maledetta testa..."?. In realtà vince le partite che deve vincere, complicandosele, ogni tanto batte quelli forti quando non serve e ci perde nei tornei che contano mostrando qualche scampolo di bel gioco, tanto per dimostrare che "la testa, ah, maledetta testa...". A Pietrangeli che fa notare simile verità lapalissiana, risponde per le rime: "Quello di Pietrangeli non era tennis". Amen. Aspettiamo Montolivo dichiarare che quello di Rivera non era calcio. O il centauro Di Battista dire che Togliatti non era un politico. Anzi, forse l'ha già detto.

Donne

Jelena Ostapenko 8. Il più povero torneo che io ricordi, da quando seguo il tennis. Grosso modo da quando il futuro Premier Di Maio prova a conseguire una laurea breve. Logico che a vincerlo sia questa ventenne lettone impertinente, che un futuro ce l'ha. Simpatica quanto una medusa nel costume, che la guardi e ha l'atteggiamento di una Errani con fisico e colpi. Tira sberle a ogni piè sospinto, rovescio naturale, dritto più costruito ma ugualmente letale. Tennista ovviamente moderna, ma con buon carattere e capacità di cambiare tattica e cercare angoli preziosi. Scoperta da un italiano, lo stesso che notò Del Potro. Strano a dirsi, in Italia c'è chi capisce di tennis, fuori dalla federazione.
Tante battaglie prima della finale, in cui è brava a crederci quando Halep pareva avere le mani sulla coppa.
Halep 6,5. Con Serena gestante, Azarenka in fase post parto, Masha indesiderata a Parigi (mentre a Roma è stata accolta come regina madre trascinatrice di folle oceaniche - un centinaio di disperati intirizziti e con sinistre occhiaia -), Kvitova appena recuperata ma non al meglio (7), sembrava il suo momento, sostenuta da un drappello di sobri ultrà. Miracolosa nel recuperare un match già perso con Svitolina (6+. Quando scrissi che era più forte del bluff Bouchard, gli onanisti anonimi chiesero la mia testa da esibire negli studi di Supertennis durante gli Internazionali) sviene a 10 centimetri dal traguardo contro la Ostapenko. Non personaggio e antidiva per eccellenza, dal trottato tennis essenziale, il ragnetto rumeno passa dalla sconfitta in finale con l'affermata Sharapova a quella con la giovane promessa Ostapenko. Insomma, in finale sembra indossare una tragicomica casacca bianconera. Tecnicamente, pare abbia apportato preziosi accorgomenti: un grottesco rantolo-urlo, a metà tra un cane col cimurro e la Sharapova che rutta.
Karolina Pliskova 6,5. Morticia bionda, tennista senz'anima e sangue.
Timea Bacsinzsky 7. Naso acquilino, occhio bovino, la Bridget Jones del tennis, che aveva mollato la racchetta andando a fare la barista in un albergo. Una "signora nessuno", come lei stessa si è definita. Pallonettoni, smorzate, liftoni, racchetta impugnata come clava, top spin che solo a vederla ti si spezza il polso in tre punti e sei colto da horror vacui. Che meraviglia immaginarla trionfatrice, in una fiaba a lieto fine: si sarebbe spogliata nuda e avrebbe corso a perdi fiato per il campo, leggiadra come una mucca pezzata per i verdeggianti campi svizzeri.
Angelique Kerber 3. Provate a guardare la finale in Australia vinta lo scorso anno con Serena e poi la versione attuale a Parigi. Da Hulk ebbra di plutonio a una mozzarella sfatta al sole. Numero uno imbarazzante.
Agnieszka Radwanska 4. Fantasma in gonnellino.
Kristina Mladenovic 6,5. Francese in crescita, gradevolissimo binomio tra modernità e il vintage di pregevoli smorzate. Sue le cose più belle, con un paio di maratone d'altri tempi. I francesi si aspettano l'exploit, ma si ferma "solo" ai quarti. Come ai quarti si arresta la corsa della Garcia (6,5). Agli ottavi Cornet (6). Ma i transalpini "hanno avuto un RG negativo", ascolto nella Eri-iar tennis.
Italiane: "il movimento azzurro è in piena salute grazie a giovani ragazze in crescita come Trevisan e Paolini, che a Roma hanno ben figurato...". Schiavone dignitosa, Vinci ormai con atteggiamento da ex, anche se sull'erba può fare qualcosa di buono, Giorgi (per chi capisce di tennis o cricket) può vincere Wimbledon. Errani passa eroicamente le qualificazioni e cede a Mladenovic, che la schiaccia come un moscerino. Potrebbe bastare, prendere atto di quanto esser rientrata in top 100 sia già traguardo notevole, specie se sbagli, o fingi di sbagliare, il lancio di servizio due volte su tre (per cui ti spernacchierebbero anche al circolo di Abbiategrasso). Ma la nostra eroina, mai doma, non ci sta. Coprirsi di ridicolo è arte raffinata: Lei che da italiana urla "vamos" in faccia a spagnole mute, accusa con sdegno la francese di incitarsi urlando "forza" solo per provocarla (come se ne avesse bisogno). Poi preso atto che la francese lo fa sempre da sei anni buoni e che di provocarla poco gliene calava, chiede scusa. Non lo sapeva. Non avrà mai visto giocare la numero 13 al mondo. "Errani chiede scusa: Gesto da grande campionessa", leggo sulla sezione staccata della Fit, Livetennis. Magnifico. Domani, per esser considerato grande uomo, sputerò in faccia uno sventutato accusandolo di essere un farabutto, per poi scusarmi dicendo d'essermi sbagliato.



lunedì 3 aprile 2017

FEDERER DOUBLE SUNSHINE, HA PRESO IL TORO NADAL PER LE CORNA





Ok, faccio luce citando qualche numero con certosina perizia:
Roger Federer. Non so a quanti titoli è arrivato, slam, 1000, burraco, inizio stagione sfolgorante, sale a non so che posizione nella classifica, numero uno nel mirino.
Può bastare coi numeri, madre di tutte le scienze. Soffermiamoci invece sul vincente mix di leggerezza e incanto espresso dal Divino in questi primi mesi dell'anno di grazia 2017. Alla soglia dei 36 anni.
Dopo il trionfo a Melbourne, il nuovo-vecchio-immortale Roger Federer azzanna anche il "Double Sunshine", ed è lecito domandarsi fin dove possa arrivare. Dopo Indian Wells, ancor più straordinario il trionfo a Miami. Le riserve sono al lumicino ma tira fuori dal taschino magico la consueta classe contro le bombe (dementi) di Berdych e (selvagge) del riottoso scolaretto Kyrgios, ancora rimandato. 
Più complesse queste vittorie della finale in cui verga ancora Nadal, come la settimana prima nel deserto. 
L'impressione netta, tagliente, è che Roger abbia ormai preso le misure all'arrotatore iberico, trasformando quella che una volta era sfida quasi senza via d'uscita in una sadica rivincita punitiva.
Ci è voluto tanto, dieci anni più o meno. Com'è potuto accadere?

Si potrebbe disquisire a lungo su come si sia arrivati a questo punto. Se il braccio di ferro rovescio elvetico-dritto d'Iberia, dopo anni da incubo, ora sia appannaggio di Roger perchè Rafa è meno Rafa o perché Roger è più Roger. O ancora, se Roger è più Roger grazie al lavoro degli ultimi anni (la nuova bacchetta magica, sabrici di Edberg prima, il rovescio made in Ljubicic poi) o se il miglioramento sia più dovuto alla serenità mentale raggiunta. Se è nato prima l'uovo o la gallina. Vacue domande esistenziali, cui non si può che rispondere à la Cirino Pomicino: la verità sta nel mezzo.
Se vogliamo, si è portata a completamento una magia sovrannaturale che ristabilisce l'ordine naturale delle cose.
Preferisco vederla come un'avvincente corrida descritta da Hemingway, in cui si sublima tutta la tragedia della vita e della morte. Roger ha ormai afferrato l'orgoglioso toro sfinito per le corna.

Il resto, di fronte al dominante spettacolo di leggerezza elvetica, è contorno. Nadal, sufficiente, ci prova, sbuffa, urla ancora più forte come a voler spingere una palla che non viaggia, abbassa il capo e dichiara che deve lavorare sodo per cambiare le cose. Amen. Nole e Murray sono a fare il tagliando in qualche officina. Wawrinka buono a Indian Wells, ma niente più. i giovani crescono ma non abbastanza per la consacrazione.
Posto che la "Next Gen Race" sembra un'altra, inutile, cazzata dell'Atp. Lo sanno da anni anche gli orbi (e forse pure i grillini): in rampa ci sono Kyrgios e Zverev, col primo che a Miami la spunta di misura in un bel quarto. Il primo più solido e (in prospettiva) continuo, il secondo più selvaggio e carismatico, enormemente più divertente da vedere (e spesso ingiustamente demonizzato). Per ora, avendo due anni in più, prevale l'aussie. Una cosa però, colpisce per la sua paradossalità: rispetto a due anni fa, quando Nick il truzzo batteva Federer a Madrid, l'ultratrentenne svizzero si è migliorato, il giovanotto sembra ancora al palo, mostrando più o meno gli stessi pregi/difetti.

Due parole sulle donne? Anche no. Titoli a Vesnina e Konta. Basterebbe questo. Senza Serena e in attesa che Masha risorga dalle sue ceneri (di Meldonium), la Wta è ad un livello di quasi non ritorno: würstel Kerber alla sagra del crauto, Radwanska fantasma impalpabile, Pliskova zombie senz'anima, Halep a pedali.

Capitolo italiani. Al palo tutti, sarà l'aria di Miami fra trucidi e Bobi Vieri sboccianti unita a tabellone da Pasqua epifania, spunta un ottimo Fognini che afferra la semifinale in California. Tabellone facile, ok. Sushi Nishikori a tocchi, ok. Ma spesso queste partite le perdeva, quindi bravo a sfruttare l'occasione. Ridicoli solo i trionfali commenti nella banana republic italiana. "Storia", "Miracolo", "Leggenda". Cristopietà. Per non parlare della provinciale ridicolaggine nello specificare "prima semifinale di un italiano in un mille sul veloce". Mai vista tanta enfasi da quando l'uomo è sbarcato sulla luna.
Peggio tra le donne. Vinci presa a sberloni da Taribo Townsend, qualche spasmo vitale di Errani pronta a tornare nei posti che le competono (top 100, forse 80). Giorgi ai box, ma Lele Mora è fiducioso: il fidanzato, presto o tardi, arriverà.

lunedì 27 marzo 2017

KOHLI, NADAL, BAGEL, SBERLEFFI E SCONFITTE



Sarà stato il 2010 o il 2011, a una certa età la memoria si fa labile. Ricordi sbiaditi di un epico suicidio/turpe omidio del "Picasso" Petzschner sul Centre Court di Wimbledon. Il tempio del tennis.
Intendiamoci, di fronte aveva il miglior Nadal, non certo quello che su quei prati sarà poi ghigliottinato da testa di lampadina Darcis o Dustin rasta Brown. Quel giorno il diavolo di Manacor fu leziosamente ischerzato per tre set dal surreale pittore imbianchino tedesco. Ispirato come non mai, il Pecce, nello scrivergli "marameo" sul volto tirato, prima di un back radente o smorzata d'invereconda bellezza. Meglio fermarsi a quei tre set, perché il resto (gaglioffo abuso di potere e medical time out di Rafa e tradizionale resa del funambolo di Bayreuth) somiglia a una strage degli infanti, alla classica, funambolica, fatale sconfitta in salsa picassesca.
Eppure, terminato l'eccidio, con immaginario imbuto in testa, rivelai ai discepoli: "Arriverà il tempo, presto o tardi, in cui Richard Benson farà più spettatori di Fedez, che a Miami o Margherita di Pula, un Picasso o un Kohli, stenderà Nadal rifilandogli un simbolico doppio bagel".
Ci sono voluti anni, non è l'ormai ei fu Picasso, ma eccoci. Sul centrale di Miami Beach immagino il Kohli in camicia hawaiana e short mare fucsia catarifrangenti, sviolinare sapienti rovesci che lasciano Rafa di sasso. Il maiorchino, poche ciance, non è certo quello orridamente fenomenale di qualche anno addietro. Copia sbiadita, che prova (e ci riesce) a rimanere a galla con tutto quello che gli resta. Non sarà il prodigioso braccio di Federer ma è l'indomito coraggio.
Eppure il Kohli passeggia a testa alta, con quella faccia un po' così di chi non sa nemmeno dove si trovi. Sguaina rieposte e colpi al fulmicotone, con occhiali a cuore da Lolita, sorseggia un mojito al cambio campo. Poi chiede al garzone se ha un panino con crauti, würstel e papaia. Rafa è incredulo, schiaffeggiato, sulle gambe. Impotente, frustato e frustrato.
Che meraviglia, il Kohli. Bombe di servizio e ravesci a una mano come una lama che taglia il campo burroso. E via, una smorfia surreale di compiacimento, tra gli "ohhhh" del pubblico, ammirato o preoccupato dal Rafa alle corde, spaesato.
Il papero teutonico completa l'opera per un prodigioso bagel. 6-0 che rimarrà nella storia come simbolico trionfo dei perdenti fini a se stessi. Che vale più di 12 slam. 
Sin troppo banale, sciocco, credere che potesse finire con un altro 6-0 o 6-4. Niente. Lo spiaggiante Kohli inizia financo a pensare di essere un tennista vero. È quello l'errore fatale. Arretra, mentre Rafa prende campo in modo animalesco e chiude 6-2 6-3.
Tutto tragicamente, meravigliosamente, orrendo.

lunedì 2 maggio 2016

AL VIA GLI INTERNAZIONALI DI TENNIS 2016: LA CAGATA PAZZESCA DELLEPREQUALI






Spumeggiante start-up degli Internazionali al Foro. Capita, ieri, mentre sgargarozzo un buon caffè, di imbattermi sulla tv federale in qualcosa che è a metà tra l'inquietante e il patetico. Con venature di surreale. Il solerte cronista, affiancato anche da un mortifero opinionista, descrive con perizia certosina le gesta di due muggenti seconda categoria italici impegnati a pallonettare in modo tremebondo nel suggestivo scenario di un Pietrangeli maestosamente vuoto.
Che diavolo è quella roba? Cerco di capirci qualcosa, malgrado l'atmosfera soporifera creata dai gerarchi al microfono che verosimilmente provano a mostrarsi estasiati, nascondendo il desiderio di darsi la morte percuotendosi col microfono. Oppure, mi suggerisce il gatto, sono realmente eccitati dallo spettacolo lacerante, perché pazzi.  "È uno che sa giocare a tennis" dice uno dei due, come se stesse recitando un ora pronobis, riguardo a un maestro atesino che raccatta un gioco contro un allampanato diciottenne italiano di 22 kg. E grazie, non sapesse giocare al tennis, farebbe il pizzaiolo. Poi passeranno a magnificare le geometrie di una nota ventitreenne grande promessa, che fatica a regolare una volenterosa ragazzotta sovrappeso.
Cristo pietà.
Sempre il mio gatto mi suggerisce che si tratta delle pre-qualificazioni agli internazionali di Roma, di scena al Foro da lunedì. Torneo che darà ai due finalisti un posto in tabellone e ad altri quattro un'opportunità nelle qualificazioni. In diretta tv. Terribile. Quasi preferibili le dirette dei match di Gene Gnocchi, perché erano dichiaratamente comiche. Questo spettacolo fantozziano invece non ha alcun senso. Gente fuori dai trecento e incapace di giocare nei challenger opposta ad attempati maestri di circolo. Dagli open al tabellone di un Masters 1000 ci provano un po' tutti, anche allettati da un montepremi molto ricco.
Ma all'inquietante spettacolo tecnico offerto in diretta tv che neanche i parenti più stretti sarebbero capaci di seguire più di cinque minuti, si abbina il solito pasticciaccio italico con due Wild card già date a Bolelli e Lorenzi, il primo rotto e in dubbio, l'altro che può entrare senza invito, e i due posti assegnati a chi sta giocando inutilmente le pre qualificazioni. Che quindi sono falsate, oltre che inutili. Con l'unico, straordinario, risultato di aver precluso ad alcuni dei nostri la possibilità di giocare a Madrid. Invece di una cervellotica formula da burocrati parruconi, era tanto difficile dare i quattro inviti a 4 tennisti che si reputano meritevoli (per classifica o stato di forma) lasciando decidere al torneo semi parrocchiale solo i 4 inviti nelle qualificazioni? Magari lontani dal Foro e dalle tv. O, perché no, in base ai risultati in alcuni challenger italiani? No, troppo semplice. Siamo mica gli americani, che sparano agli indiani (cit.). Qui (in ogni ambito, mica solo nel tennis) vige la meritocrazia, che diventa buffonocrazia se attuata con strumenti cretini e burocratici.

Scenari Rossi. Bando alle ridicolaggini del regime italico, così ben decantate da gerarchi e cantori dell'Istituto Luce, la stagione sul rosso entra nel vivo col trittico Madrid-Roma-Parigi. Vediamo come arrivano i big, pronostici e aspettative.
Tra gli uomini, difficile sfuggire dal dominio (o nightmare) serbo. Djokovic s'è inceppato a Montecarlo contro Vasely, ma è solo un incidente di percorso. Capita anche alle macchine. Il suo obiettivo è Parigi, normale che qualcosa (specie nel massacrante tour terricolo) debba lasciare per strada. Delle briciole concesse dal carnefice serbo ha approfittato quello che un tempo era il cannibale della terra, Rafa Nadal. L'iberico mette prontamente in saccoccia Montecarlo e Barcellona. Leggo da più parti enfatiche celebrazioni di rinascita. Io ci andrei più cauto. È il solito Nadal depotenziato degli ultimi mesi, solo agevolato dalla superficie che rende il suo tennis più proficuo (e le magagne meno evidenti) e avversari in menopausa. Tanto basta però per farne l'antagonista principale di Djokovic, pronto ad approfittare di eventuali inciampi serbi. Poca cosa gli altri. Federer avrebbe voluto saltare la stagione sul rosso, concentrando le sue preziose energie per Wimbledon e le Olimpiadi, ma sarà a Roma per onor di firma. Murray lontano dalla forma migliore. Wawrinka sbarellato. Giovani ancora incapaci di fare il salto di qualità.

Tra le donne regna l'incertezza più assoluta, causa atroce livellamento verso il basso, con almeno una ventina di possibili vincitrici a Parigi. Serena ferma ai box, Sharapova stoppata dal caso spermonium (pronta alla sacra riabilitazione, perché gli sponsor e case produttrici di sirene antifurto la recalamano). Radwanska su terra non riesce proprio ad esprimersi, sembrando un geco che si dibatte su un lastrone di ghiaccio. Kerber dipende dalla carica di plutonio settimanale. Chi resta? Potrebbe fare bingo Vika Azarenka, la più in forma di tutte. Eventuali outsider l'equina bombarola Muguruza e Petra Kvitova, se in settimana di grazia. A meno che Barbora Zahalova Strycova non impazzisca e ammazzi tutte a suon di impuniti ricami. O Laura Siegemund trovi giorni di ispirazione divina e spennelli il campo con tocchi vellutati e carezze di kashmir. Fantascienza. Ma se c'è chi parla di Giorgi futura numero uno (di cricket), perché non crederci noi nelle utopie. Anche più piacevoli.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.