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venerdì 18 maggio 2012

PANDEMONIUM SEPPI: UNA GLADIATORIA ALLODOLA NEL COLOSSEO




DAL VOSTRO INVIATO ADDETTO ALLA DEMAZZATURA DEL “SERCIO”


Torno a casa stravolto dalla calura e da una giornata di stressante lavoro come vice “demazzatore”. Trinciare fine-fine il “sercio” su cui verrà gettata una colata di bitume, tribola le mie meningi.
Il tempo di levare le scarpe e dare sollievo ai calcagni, che scorgo l’epocale notizia. Qualcosa da stropicciarsi gli occhi obnubilati. Richard Gasquet ha battuto in rimonta Andy Murray. Decido di stappare una bottiglia di vinaccia per festeggiare, mentre provo a rinvenire qualche filmato della storica impresa. Due secondi di numero, che vedo un’altra notizia folle: Seppi, l’Andreas nostro, è ingarellato da quasi tre ore con l’orrendo butterato di Svizzera Stanislas Wawrinka. Privo del canonico buscopan per farmi passare le convulsioni allo stomaco e gli incipienti conati di vomito, accetto la sfida di guardare uno dei due/tre tennisti più noiosi della storia tennistica dall’epoca dei pantaloni alla zuava. Solo casualmente, italiano.
L’immagine che mi trovo innanzi agli occhi è di folle delirio surreale. Il “Pietrangeli” freme, chiassoso e ribollente, per l’impavido eroe al centro dell’arena. Il combattente bolzanino ha la faccia tipica del brucante gladiatore morto. Di un pallore lunare, e con sguardo completamente assente a se stesso. Sono al tiebreak decisivo, il terzo di un match che presumo orrendamente tirato. Pare, voci che mi giungono frammentarie, che il felino caldarense sia stato capace di un ritorno furente, da 2-5 sotto ed annullando addirittura tre match point. Azzardo sfarfallati dall’avversario, ma si sa, il pregiudizio è duro a morire. Attorno urlano, sbraitano e fischiano come a richiamare riottosi ovini fuggiaschi dal gregge, con gli occhi striati di sangue marcio. Manca il must “devi morire”, ma il senso è quello. Lo svizzero non è mai stato fulgido esempio di simpatia o correttezza, ma gli fanno scontare anche una malsana voglia di voler vincere. Addirittura. E lui, il nostro guerrigliero tirolese inneggiato dalla folla impazzita, scruta i pini come a vedere le rondinelle amoreggianti inebriarsi in sconci rapporti sodomitici.
L’elvetico sembra in preda a mortali convulsioni, con l’occhio appallato ed i brufoli divenuti d’un rosso accesso. L'italico soldatino deve averlo mandato al manicomio, nel solito schema da funambolo: Dementi palle morte, piatte e smunte, a ribattere lemme-lemme ogni belluino fendente dello svizzerotto arrembante. Un tragico muro specchiato che rimanda al destinatario la qualsivoglia. Andreas inizia bene nel tiebreak decisivo, poi per un attimo torna quel canonico regolarista falloso che il mondo ha imparato ad apprezzare. Due o tre colpi sbilenchi che lanciano Stan sul 6-3, con altri tre match point. Ovviamente li divora col fare dell’allocco in calore facendo rientrare l'italiano sul 6-6.
L’atmosfera del “Pietrangeli” diviene incandescente. Una bolgia dantesca. O, visto che siamo in loco, un Colosseo che anela sangue e morte, col pollice verso. Guardo il gladiatore che sta per squartare a morte la tigre. E’ bianco come un lenzuolo lavato con la varechina. Si guarda attorno. Osserva le fiere selvatiche sugli spalti che con la bava alla bocca gli domandano un solo altro punto. Lui con l’espressione di un Troisi bolzanino pare faccia “sì-sì, ho capito…mo’ me lo scrivo”. Ed intimamente si domanderà cosa diavolo vogliano da lui. Eccolo lo storico match point, in uno schema che, azzardo, sarà stato il canovaccio di tre ore. Wawrinka alla disperata ricerca di sfondare lo strenuo muro dei monti atesini, e l'altro in virtuosa e soprifera difesa senza peso. Stan va fuori giri anche nell’ultimo e decisivo punto consegnando il trionfo dell’atesino istrione, sregolato genio al lexotan che seppe trovare temperanza e rinnovata solidità. Ha ammirevolmente lavorato, e si vede. In primis sul servizio, colpo fondamentale nel tennis moderno. Perché se hai un servizio che funziona, giochi anche più tranquillo. Forse è questo il clamoroso salto di qualità: non spegnersi più come candela al vento, ma riuscire ad essere solida macchinetta da tennis. Noiosa come la morte, ma solida. Tanto può bastare per avvicinare i top 20, e magari batterne qualcuno.
Per il resto, il torneo allinea dei quarti di finale maschile di grandissimo livello. Tutti i protagonisti vanno avanti senza problemi. Qualche dubbio lo lascia Djokovic, sbiadita copia dell’invasato mostro della laguna dello scorso anno. Bei quarti anche tra le donne, con una Flavia Pennetta in grandissimo spolvero chiamata alla grande impresa contro Serena Williams. Impresa? Ma quando mai. Ascolti il tricologicamente ribelle Barazzutto nella tv federale e quello ci confida quanto “Flavia se la giocherà alla pari. Anche perché la terra è la sua superficie preferita.”. Sentito questo, uno torna fieramente alla sua attività di demazzatore.


martedì 15 maggio 2012

DUE ANNI DOPO...



DAL VOSTRO INVIATO. NELLA TOMBA DI DE PEDIS

“….le silohuettes consuete di parvenze…e i desideri di fragili esistenze”, cantava il poeta Guccini tra una sorsata al rosso saggio e l’altra. Nell’iniziale scorcio degli Internazionali d’Italia in una Roma avvolta dall’orrenda spirale di freddo invernale e vento antartico, sono quei versi a saltare alla mente. Vedi immagini e parvenze di tenniste ormai ridotte ad impalpabili spettri di quello che fu. Mica quarant’anni fa, tra racchette di legno, merlettati gonnellini svolazzati ed immagini in bianco e nero, ma solo due stagioni orsono. In quella estate del 2010 che nel tennis al femminile vide una inspiegabile esplosione di catartica genialità. Vincente, per una volta. 
Ne scrissi per un giornale che probabilmente nemmeno esiste più, o forse non è mai esistito. Come dimenticare i volleanti guizzi e le alate palombelle di Maria José Martinez Sanchez in un Foro incredulo ed estasiato. O la prodigiosa cavalcata parigina di Schiavone, esaltata trionfatrice sui Campi Elisi. A completare quella triade d’inattese epifanie, pur senza la stessa dose di genio imprevedibile, le scoppiettanti tracas della franco-iraniana Aravane Rezai, dominatrice assoluta sulla ancora rossa terra madrilena. Pensare a quei tempi vicini e così tremendamente lontani, mette una gelida tristezza interiore, che nemmeno le giubbe a vento degli spettatori intirizziti riusciranno a riscaldare.

Le abortite foglie di Maria Josè. Atrocemente ammazzate. Inutile anche parlare della povera Aravane Rezai, nemmeno presente a Roma e ormai sprofondata negli abissi delle classifiche per i soliti, vigliacchi, problemi familiari. Il catacombale revival è iniziato dalla mancina spagnola Maria Josè Martinez Sanchez, su un campo circondato da tribune oscenamente vuote, tra folate di vento e rumori di tralicci metallici sul punto d’esser divelti dalla furia del vento. Quali possibilità avrebbe una Maria José ancora fisicamente malconcia, di far prevalere le sue delicate parabole ancestrali contro i comodini volanti della bruna orca di Svezia, Arvidsson? Poche. E quante ne ha, nel centro di quella tormenta raggelante? Nessuna. Qualche piccolo spiraglio legato ad un vento che drogato di bellezza, si decida a dirigere dall’alto i colpi della spagnola, madre badessa del serve&volley e della compulsiva smorzata in risposta.
Inferma e perennemente acciaccata, l’iberica s’affloscia come un fantoccio svuotato. Qualche utopico tentativo, tra boccoli che il vento malvagio spinge lontano, o annega nella rete. Assisto agli ultimi games, simili a brutale via crucis. La mancina farfalletta volleante pare uno spelacchiato cigno che rischia di annegare. Si dibatte ferita nelle agitate acque di uno stagno violentato da orrende folate. E poi colpito a morte dalle clamorose roncole del donnone svedese, una curiosa virago che imbraccia la mortale mannaia. Badilate, sulle quali si infrangono mestamente i riccioli di quella che una volta fu una meravigliosa ancora di bellezza tennistica.

Schiavone cede mestamente, tra le pacchianerie partigiane. Pochi scambi, quelli che bastano ad una mente chiaramente superiore come la mia, per capire come l’italiana difficilmente metterà in cascina più di sei games. Alla fine ne porterà a casa sette, ma poco cambia. Al centro dell'artica tormenta, è la solita Schiavone degli ultimi tempi. Ancorata dietro la riga e costretta ad urlate corse strappa tonsille, da un lato all’altro del rettangolo. Tutto inutile se il martello di turno non perde la trebisonda cammin facendo, ma conclude con lucidità. E la mancina russa Makarova mena le danze di gran lena, senza patire smarrimenti. Scenario classico, ormai stucchevole. La nostra che alza il solito frullone carico di presunta malignità, e l’altra beneficia del giusto assist per il piatto fendente. Pesta, ringrazia e se ne va. Nessuno leverà a Schiavone quel memorabile titolo parigino, ma l’attuale controfigura somiglia ad una tennistica tregenda che cammina, rassegnata a crudele mattanza nella tonnara argillosa per mano di avversarie assassine. Le stesse che una volta imbrigliava come fossero tonte mosche, violente ed accecate, nella sua arzigogolata rete di colpi vari, ricchi premi e cotillons a sorpresa.

E i pietosi portantini, con la loro lettiga di farneticanti bugie bianche, ci rasserenano. Innegabile.  I cronisti della tv federale sembrano composti portantini del “fatebenefratelli” improvvisatisi al commento tecnico. Encomiabili, paterni e fantasiosi nel provare a tirarci su di morale. Francesca, per loro, ha giocato assai bene. Meglio addirittura della russa. E mica hanno tutti i torti, a ben vedere. Pensate a quel 48enne quintale di divino talento tennistico rispondente al nome di Henri Leconte. Immaginatelo opposto a Djokovic. Giocherebbe meglio, senza alcun dubbio. Ma da lì a vincere un game, ce ne passerebbe.  O, se vogliamo tornare nel terreno dei non ancora ufficialmente pustumi, guardatevi l'immenso talento (in)fermo di Malisse. Darebbe al serbo o a Rafinho, dotte lezioni di tennistico genio, come al primo giorno di una fantomatica scuola di creatività "racchettara". Ma difficilmente eviterebbe truculente badilate nelle gengive, o nel pingue ventre. 
Quindi uno dei portantini, in previsione di un crollo in classifica delle nostra tennista, tende a drammatizzare con un guizzo degno di nota. E che sarà mai. Essere numero 4 o numero 35, cambia poco. Quasi quasi vien da dargli ragione, non fosse una bieca imitazione di Emilio Fede in salsa tennistica, nell’atto di piantare le bandierine elettorali. Poco male. Laddove vi è potere, ci sarà sempre un Minzolini o un Ferrara, incurante delle becere evidenze. Nella politica, come nello sport.



Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.