Ho seguito con un'attenzione maniacale e vibrante coinvolgimento, i primi turni del Masters 1000 di Miami. Minuti visti in diretta della prima settimana: zero.
Ho però recuperato on demand, per mera curiosità scientifica, alcune cose. In primis, Alcaraz-Fonseca. Ci eravamo lasciati la scorsa volta, prima che un'infermiera in guepiere mi portasse le goccine, con una sontuosa analisi di Sinner-Fonseca. Avevo concluso in modo perentorio che il ragazzo brasiliano si farà, anche se ha le spalle strette, il triplo mento e un fisico da arancina coi piedi. Il braccio c'è, la testa e il fisico diranno il resto. Era bastato un Sinner mediamente settato per mandarlo a casa in due set tirati. Al cospetto del numero uno iberico, il risultato non cambia. Due set, all'apparenza meno tirati, e a casa. La sottile differenza non sta nella diversa "caratura" dell'avversario, quanto alle caratteristiche dei due, il campo, il vento, l'atmosfera, il peso specifico della salsedine sull'attrito della palla ed altre esecrabili minchiate lette, sparse qui e là nei siti specializzati (che fino a ieri si occupavano di uncinetto). Banalmente, ogni partita fa storia a sé. E non ci sono più le mezze stagioni.
Si è però usato il povero e inerme Joao per fare l'ennesimo paragone tra i due dominatori del tennis, all'insegna del chi ce l'ha più lungo, con le solite sciagurate conclusioni pseudo freudiane per soddisfare folli complessi d'inferiorità.
A corredo, la domanda in conferenza stampa, sulla differenza nell'affrontare i due leader mondiali, impressioni, sensazioni, lividi subiti. Il brasiliano, risponde con sincera banalità: Sinner è un robot, ha colpi letali e sbaglia poco. Alcaraz invece è più imprevedibile, perché ha più varietà di colpi e non sai mai cosa aspettarti. Cosa che tutti, dal barista sotto casa all'editorialista di punta sul New York Times, va ripetendo da anni. Una verità così diffusa che verrebbe voglia di confutarla, ma si può fare solo dichiarandosi incapaci d'intendere e volere.
Eppure, "apriti cielo". Agli stupidi che snocciolano cifre nei punteggi di due partite diverse per delineare un Sinner più debole di Alcaraz, fanno da contraltare i talebani supporter del nostro tennista, che in quel "robot" vedono una grave ingiuria, offesa da lavare col sangue. Non se ne esce vivi. L'idolatria sta raggiungendo vette inesplorate e, quasi sempre, da parte di chi il tennis lo segue dopo l'esplosione dell'incolpevole Carota. Se un tifoso di Lendl o Djokovic avesse protestato per quel "robot" riferito ai loro beniamini, sostenendo che avessero lo stesso "talento naturale" di McEnroe o Federer, se lo sarebbero portato in ambulanza. Tanto più, che alla fine i robot hanno vinto più dei funamboli, in barba all'estetica.
Faccio una categorizzazione lampo, sulla tazza del cesso: L'osservatore gode delle partite, magari apprezza di più l'estetica rispetto al risultato. Il tifoso se ne sbatte dell'estetica, per lui è più importante vincere. L'idolatra invece è convinto che il suo idolo bruno non solo sia più forte, ma anche più biondo dell'avversario (arcinemico) albino.
Differente discorso è quello relativo alla difficoltà nell'affrontare Alcaraz o Sinner. Anche qui, tutto è relativo e dipende dalle caratteristiche di chi li affronta. Fonseca può avere più confidenza nel tirare a pallate con Sinner, mentre va in bambola contro le variazioni di Alcaraz. Uno come Tien invece riterrà più ingiocabile l'italiano, perché i suoi colpi sono così pesanti da strapparti la racchetta di mano. Io stesso, nelle furibonde battaglie al circolo come un leggiadro Gasquet, un paio di lustri fa, tra due avversari dello stesso livello, uno regolarista e l'altro giocatore a tutto campo, avevo più chance di vittoria col secondo, perché in genere ero incapace di abbattere il muro dei difensori più solidi.
Non faccio fatica a credere che anche Sebastian Korda figlio di Petr, preferisca misurarsi con il murciano, rispetto all'altoatesino. Lo dimostra ieri, giocando un match sensazionale, che raccoglie la summa del suo essere inutilmente bello (per una volta, non inutilmente). Intendiamoci, del padre non c'è nulla, se non una vaga somiglianza fisica. Sul campo sembra invece il figlio illegittimo di Chris Evert e Miloslav Mecir (non il gattone padre, ma il gattino figlio Miloslav jr.).
Bellissimo giocatore Sebastian, gradevole da vedere sorseggiando un mojito e nella consapevolezza che tanto, prima o poi, un modo per perdere lo troverà sempre. Uno col cerchietto non potrà mai diventare un campione, ma non voglio addentrarmi in gineprai tecnicistici. È un carillon aggraziato, che però ha sempre difettato di due infinitesimali dettagli per diventare un top: il fisico e la testa. Anche ieri, dopo due set memorabili, s'incarta quando va a vincere il set. Un epilogo che potrebbe fargli vincere per il quarto anno di fila il "Gasquet d'oro". Invece, per magia, nel terzo set il bell’addormentato riprende a macinare tennis e la vince. Ecco, forse contro un tennista meno naif, l'avrebbe persa. Perché tutto è relativo.
Due parole su Alcaraz. Pacifico che non si stia esprimendo ai livelli di solidità dei mesi finali del 2025, perché tutto scorre, niente è scontato e lui è umano. Spiace però, il suo atteggiamento da perseguitato: "contro di me tutti giocano al massimo", con la strana convinzione che, siccome sei il numero uno al mondo tutti gli altri debbano entrare in campo rassegnati a perdere. Qualcuno gli spieghi che invece è l'esatto contrario.
Ma poi, tornando al preambolo iniziale, e al dualismo Sinner-Alcaraz che sta degenerando sempre più, ci terrei a fare una considerazione. Tra qualche anno, tutto potrebbe risultare inutile, perché sta sbocciando un piccolo mostro che in sé racchiude la solidità di Sinner, l'estro di Carlos Alcaraz, con in più il grugno incarognito di Nadal e la mentalità di Djokovic. Si chiama sempre Alcaraz, ma di nome fa Jaime ed ha 14 anni. Uno così forte a quell'età l'ho visto una sola volta, si chiamava Kozlov (non so se gioca ancora). Di Jaime parlo con cognizione di causa, avendo visto un minuto e venti di immagini laterali della sua finale nell'under 15 di Murcia.

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