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lunedì 21 agosto 2017

L'ESTIVO DEBOSCIO



L'inizio del degrado va fatto risalire a Mtv, canale del disimpegno che ha abituato i giovani a non pensare. Il drammatico punto di non ritorno nel volto di Camila Raznovich. Ha pienamente ragione il sedicente filosofo marxista rossobruno Fuffaro. Prezioso e puntuale come una cistite e da qualche giorno mio unico punto di riferimento culturale (scalzando proditoriamente Marione e Bracconeri).
Mi permetto di completare la, pur mirabile, analisi socio-psico-filosofica, affermando che l'inizio del deboscio ebbe inizio ancor prima di Mtv, coi capelloni e le minigonne, senza trascurare il grammofono (come giustamente rimarcò Troisi a Robertino).
Sarà colpa di questo degrado, della generazione di egomaniaci sefatori mondialisti della decrescita figli del Mossad, se mi trovo oggidì a commentare le vicende del Masters 1000 di Cincinnati, masturbandomi.

La storia di questo 2017 è abbastanza chiara. Cadono tutti, come pere mature. Djokovic, Wawrinka, Murray, Cilic, Nishikori in officina a farsi riparare le ossa rotte. Nadal e Federer, come due gladiatori rimasti in piedi, hanno dominato la prima parte della stagione, dividendosi più o meno equamente i bottini. In questa estate americana, però, trovatisi a lottare per la prima piazza mondiale, mostrano anche loro il fianco all'umana usura: Nadal francamente impresentabile, Federer ai box.
Montreal, ma soprattutto Cincinnati, diventano due modesti tornei atp 250, allungando la scia dei 250 post Wimbledon con campo partecipanti da Challengers. Vien da dare ragione a chi chiede un calendario meno pressante. Piuttosto che creare nuovi 1000 o quinti slam, toglierne almeno un paio.
Altrimenti si rischia di assistere allo scempio di Cincinnati. Riesce a vincere addirittura l'algido Principe di tutti i perdenti, Grigor Dimotrov. Vittorioso su Kyrgios, re di tutti i tamarri, che ha il dono di saper giocare a tennis, ma odia il tennis e vorrebbe cimentarsi nel basket o fare il pompiere. Che si annoia quando c'è poco pubblico e si esalta nel mezzo di arene infuocate. Tranne poi tradire l'emozione nella finale con tribune stracolme.
Vince Dimitrov, insomma. Che non sarà un NextGen cui vaticinare improbabili domini, ma un Gen di mezzo sommamente perdente, trovatosi lì per caso, dopo anni da inconcludente predestinato. Bravo a vincere un 1000 battendo i coriacei Banzai Sugita, Palo della cuccagna Isner, il giovanotto Ferrer (nuovamente ebbro di nicotina) e il già citato Kyrgios che non sa cosa vuol fare da grande. Forse il carpentiere a Bellinzona a 1000 euri.

Discorso diverso tra le donne. C'erano tutte le rampanti protagoniste della lotta al numero uno nel breve interregno tra la Serena pre e post parto (o un'esplosione definitiva di Camila Giorgi). Tra la pitonessa a sangue freddo Pliskova e l'operaietta Halep, la lotta era elettrizzante. All'ultimo punto. Garbine Muguruza, tornata versione Terminator, finisce per abbattere entrambe con terrificanti colpi di mannaia. Basterà trovare tre mesi con questa continuità, ma anche meno, per diventare numero uno. Di certo più credibile delle varie Kerber, Halep, Pliskova.

Messaggio ai naviganti: presto o tardi, data la particolare macchinosità nel postar frescacce, allegare foto e video (stile Gue Pequeno), codesto diario verrà trasferito su altra piattaforma. Non so ancora se sarà Russò, Fasebuk, Tinder, l'instagram o Badoo. Vi terrò aggiornati.

lunedì 17 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 - PAGELLE SINFONICHE



Uomini

Federer 8 (come i successi a Wimbledon, in undici finali giocate in 18 edizioni. E il ventennio non è ancora finito). Dominio assoluto, successo in perfetto Federer style. Programmato in modo certosino (quasi Lendeliano). Sinfonia maestosa e assolo ispirato. Trionfa senza lasciare un set per strada, in total control, rendendo Raonic, Cilic e Dimitrov autentici pupazzetti inanimati delle giostre. A 36 anni è in una condizione atletica straordinaria, grazie a un fisico integro nato per questo sport, mentre altri, lodevoli e innaturali, si leccano le ferite. Successo molto diverso, rispetto a quello australiano, meno emozionante ma più solenne, come si confà al proscenio reale in adorazione mistica e al suo Tempio. Senza epiche battaglie, ma in assoluto dominio dall'inizio alla fine.   Superiorità quasi imbarazzante. Il resto, chi blatera di Federer bravo a vincere senza avversari, quando Nadal, Murray o Djokovic non ci sono, lo fa per smania di protagonismo, voglia di far uscire la propria voce gracchiante fuori dal coro, per bastiancontrarismo ottuso e subumano grillismo innato. La storia, bontà loro, tra cinquant'anni descriverà Federer come il più grande di sempre (se nel frattempo Quinzi non esploderà, obviously), che vinse tutto, perse da giovani virgulti che per batterlo andarono oltre i loro limiti, impazzendo o sfibrandosi i muscoli, e quando questi giovanotti invecchiarono, lui li rimise in riga. Perché pare immune agli anni, all'umano logorìo. Più dimostrazione di superiorità di così...

Cilic 7. La mattanza finale non fa testo. Mancava un asciugamani gettato in campo per interrompere il martirio. Pronosticato almeno in semifinale, complice un tabellone apertosi magicamente, fa di più ancora. Su erba (non chiedetemi perché), il gigante di Big Fish si trova a meraviglia.

Sam Querrey 6,5. Bravo ad approfittare di un Murray malconcio. Per il resto, quello è. Mostruosità rassicurante. Faccia da mostro di Milwaukee travestito da Joker, cappellino da baseball, spalle spioventi e incedere compassato da battitore maldestro della major league, che spara cannoni in modo rigido, senza quasi piegarsi sulle ginocchia di legno. La morte del tennis, o quasi.

Thomas Berdych 6,5. Forse quello che maggiormente impensierisce (parolone) Federer in missione Divina. L'usato sicuro che prevale sul giovane ancora impacciato, Thiem (5,5). Anche come perdenti d'alto borgo, il ricambio generazionale tarda sulla ruota dell'Atp.

Milos Raonic 6. Vedi sopra, ancora meglio lui del bambinone presestinato Zverev. Quarti di finale che dovrebbero essere la regola per lui a Wimbledon, poi di fronte a Federer diventa un bambinone impacciato e maldestro, impotente.

Andy Murray 5. Claudicante, si salva con mestiere contro Fognini&Paire, troppo tonti tennisticamente per approfittarne. Niente può contro Querrey, che a differenza del duo Cochi&Renato francoitalico, è un tennista. Ancorché inguardabile. Per lo scozzese guai all'anca e futuro quanto mai incerto.

Gilles Muller 7. L'eroe alternativo del torneo. Nel trionfo da maratoneta volleante con Nadal, complice un cocktai di lsd, oppio, sciroppo di menta e spruzzatina di zenzero, ci vedo un po' di McErnroe vs Borg sinistro, a velocità tripla, con materiali moderni. È un aborigeno che lancia boomerang avvelenati per colpire noci di cocco o quaglie svolazzanti. Nella fattispecie, Nadal tra capo e collo, spalmato sui teloni. Dopo l'epica battaglia, cede in cinque set a Cilic. Perché, malgrado Federer abbia fatto passare la cosa in secondo piano, 34 anni sono comunque tanti. Senza stanchezza, la finale era alla portata.

Rafa Nadal 5,5. Non si può dire che stavolta, a differenza degli scorsi anni, non ci abbia provato con coraggio. Perde solo da un grandioso Muller per un centimetro, remando tre metri dietro la riga e provando a rispondere con magli arrotati ai servizi velenosi del lussemburghese. Pazzia. Ne escono traiettorie folli, la pallina è una libellula gigante percossa dai due. Passando quell'ostacolo avrebbe tranquillamente potuto raggiungere la finale in cui sarebbe stato scorticato da questo Federer monstre. Accontentando anche i detrattori.

Novak Djokovic 4,5. Cede a Berdych per un problema all'avambraccio. Eppure fino ai quarti era sembrato in crescita. Sta male fisicamente, come se mentalmente stesse meglio. Urge un santone indù. O una birra.

Ernests Gulbis 7+. Anche il folto numero di sminchiati tifosi del nulla, stavolta ha il loro eroe in pagella: sior siori, ecco a voi il gran ritorno del Lazzaro lazzarone Ernesto Gulbis. Direttamente dalla casa di cura in cui era ospite e ove si dilettava a giocare a golf in vestaglia trapuntata e occhiali da sole, fracassando vetrate, sgargarozzando dom perignon e fumando sigari cubani in piscina. Ormai numero 500 e rotti, decide di tornare tanto per ammazzare il tempo tra un party e un viaggio. Fortunato a trovare il nano maligno stravecchio de vecchionis Estrella (6) al primo turno, schianta il povero Del Potro a mezzo servizio (e senza rovescio). Poi sparacchia alla carlona l'impossibile contro Djokovic, perché aveva una partita di telesina in clinica. Dice di divertirsi nel vedere se riuscirà a rientrare nei 100, ma che si sente top 5 dentro. Come i pazzi, appunto.

Stan Wawrinka 4. Da Stan the Man a Stan the Dog. A suo agio sull'erba come un grillino in una libreria.

Fabio Fognini 6. Passa due turni alla portata. Perde dal top player di turno (Murray azzoppato) con solita girandola di occasioni perse. Niente di strano per quello che è: un (prevedibile fino alla noia) top 30/40. Lui però, non contento, fa parlare di sé. Invettive sui commentatori che osano nominarlo durante una telecronaca (per paragonarlo a Gulbis, tra l'altro, che a talento gli dà 6-0 6-1 in pantofole e ubriaco), poi sui social si lascia andare a battutine demenziali sui ritiri di Murray e Djokovic. Cretine e anche insensate, perché contro il menomato Murray ci aveva perso anche. Perché, diosanto? Come se il Cesena mettesse becco nelle questioni champions tra Barca e Real. Che qualcuno gli levi i social, almeno.

Italians 6. Bolelli, Seppi, Lorenzi passano un turno. Di più non si poteva certo sperare. Del resto, un po' d'Italia era presente grazie allo sponsor di Cilic. Giuro, l'ho sentita davvero.

Nextgen (o carta da culo soffigen). Kyrgios rotto. Zverev inadatto all'erba smontato da Raonic, Khachanov sminuzzato finemente da Nadal, Coric non pervenuto. Benino Medvedev, giustiziere di Wawrinka. Nella Nextgen italica, Travaglia passa le qualificazioni e, incredulo, dice di trovarsi molto bene sull'erba. A 26 anni, ci metteva piede per la prima volta.



Donne

Garbine Muguruza 8. Il suo torneo lo vince battendo in cruenta lotta Kerber. In finale nitrisce e doma con sapida freddezza le sfuriate iniziali di Venus. Ok. Una così, con simili mezzi fisici e atletici, sarebbe finalmente credibile numero uno Wta per un decennio. Se solo giocasse non dico metà, ma almeno un quarto di stagione a questo livello. Invece fino ad ora ci ha regalato un torneo all'anno da marziana e altri venti da mediocre top 100. Cambieranno le cose? La carica di plutonio durerà almeno un mesetto? Giacobbo nicchia. Del resto, non ci sono certezze, ma solo ragionevoli probabilità, diceva quello lì.

Venus 9. Sulle sue spalle l'obbligo di portare avanti il nome della famiglia. Inizia scossa dall'incidente d'auto, poi sempre più decisa. 37 anni e non sentirli. Tutta classe, orgoglio ed eleganza, la nera Venere. Doma le rampanti Ostapenko e Konta. In finale dà tutto quello che le è rimasto in serbatoio nel primo set. Persi i set point, si spegne la spia di riserva e pure il motore.

Johanna Konta 7. La sventurata che ancora faticava a riaversi per gli insulti sessisti in Fed Cup del vecchio mascalzone Nastase e per la schienata tremenda alla vigilia del torneo, pian piano diventa l'eroina locale, spinta all'impresa da tutto il Regno. La guardi servire con quel movimento anchilosato di un quarto d'ora e rischi di addormentarti non vedendo quanto il resto sia quasi peggio. Sarà una tattica diabolica. Si spinge fino alle semifinali, ma Venus la riporta a scuola. Tennista anche lodevole, costruitasi col lavoro un'efficacia da top 10 (attuale), le manca lo spunto per vincere uno slam.

Magdalena Rybarikova 7,5. Una delle mie protette, smilza giraffina con denti da roditore, dal gradevole tennis vintage nato per i prati. Davvero nessuno però, nemmeno parenti stretti ed estimatori, sperava in un simile exploit da semifinale, specie dopo l'infortunio e il ritorno negli Itf poche settimane fa.

Jelena Ostapenko 6,5. Dopo il boom parigino sembra camminare sulle nuvole, sicura e convinta. Venus le fa tornare qualche dubbio.

Simona Halep 5,5. Tennista regolare. Nel senso che arriva regolarmente alla fine e regolarmente trova qualcuna con più spunto nella volata.

Petra Martic 6+. Dopo Parigi, altro bel torneo della volleante croata. L'erba si adatta molto meglio al suo tennis leggero e sbarazzino. Ottavi e sogno che si infrange contro la più navigata Rybarikova.

Vika Azarenka 5. Non si poteva pretendere di più dopo il ritorno lampo post parto. Padre Amorth dovrà imbracciare il crocifisso a New York, temo.

Angelique Kerber 5,5. Perde il numero uno nell'infuocata sfida con Muguruza. Vederla difendere pervicacemente a denti stretti, doppio mento tremolante e gambe prosciuttoni piegate nell'erba, spezza il cuore e frantuma le palle.

Karolina Plyskova 4-. Hip hip hurrà. La Wta ha una nuova regina. La cadaverica sorella di Nosferatu Karolina, che perde al secondo turno, affettata a suon di slice dalla Rybarikova, e agguanta il primato. Cioè, mi spiego: questa ha giocato 18 slam in carriera, facendo una sola semifinale. Ed è numero uno. O i conti alla Wta li fa l'assessore al bilancio della Raggi o è l'emblema del nulla che regna nel tennis femminile.

Agnieszka Radwanska 6. Segnali di vita dall'aldilà. Svetonia Kuznetsova (6,5) con virile nerbo, la rispedisce nell'oltretomba.

Italiane 5. Giorgi è la migliore su questa superficie, passa due turni e perde onorevolmente contro Ostapenko. Poi, per vincere i championships c'è tempo. Se ha vinto Muguruza, che è mooooolto inferiore alla nostra (cit. il babbo), le speranze sono più che fondate. Schiavone a 37 anni è ancora la migliore delle nostre, di gran lunga. Errani e Vinci ormai paiono sbiadite ex. Non resta che sperare in un ritorno di Pennetta dopo il parto. Continuano nel mantra. Lei, neanche fosse Serena e avesse vinto 32 slam, raccoglie sibillina "visto quello che c'è in giro...". Che poi, imbecille come sono, non capisco: le speranze azzurre sarebbero riposte nel ritorno della 36enne Pennetta pochi mesi dopo il parto, mentre a 37 anni Schiavone che fa due finali di fila Wta è considerata un rottame indegno di WildCard a Roma. Boh, io non ci capisco niente.


sabato 15 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 DAY 12 - MUGURUZA SPEGNE VENUS WILLIAMS



Tutto è male quel che finisce peggio. Una finale al femminile molto attesa, ricca di incroci, potenzialmente esplosiva ed equilibrata tra la giovane iberica e la vecchia Venere d'ebano.
Il match ha però deluso le attese. Le due iniziano contratte, aggrappate al servizio. Garbine nitrisce come cavalla del Palio di Siena, Venus risponde con ruggiti di pantera ferita. Io alla stalla tendo a preferire la savana. Gran battaglia abortita, perennemente sul punto di esplodere.
Il momento, e che momento, sembra arrivare sul 5-4 Venus, quando Muguruza al servizio si trova a dover annullare due set point. Sul primo Venus spinge, non abbastanza, per niente bene, e finisce per sbarellare col suo colpo meno sicuro, il dritto. L'altro lo salva col servizio, una fredda Garbine.
5-5 e convinzione che finalmente il match decolli. Niente di più sbagliato, perché da lì in poi è un autentico supplizio. Venere sembra non averne più, aver lasciato le residue energie che le restavano su quei due set point. Il servizio non la sorregge più, lontana dalla palla, sempre in ritardo e nello strenuo, vano, tentativo di compensare col braccio. L'altra invece è indemoniata, non molla niente. Cosa sia successo per trasformare l'anonima tennista che negli ultimi mesi (forse anni) aveva perso da tutte, e solo una settimana prima veniva ridicolizzata da Barbora Strycova a Eastburne (con la gnappetta ceca sin troppo generosa a lasciarle un gioco di mera pietà), per trasformarla in questa belva assolutamente invulnerabile, resta un mistero buono per Adam Kadmon, massimi esperti di scie chimiche o Piero Angela. Al limite Luciano Onder.
Parziale impietoso di 9-0 e invece del decollo il match si affloscia definitivamente.
Brava lo stesso Venus, a 37 anni ancora capace di sfiorare la vittoria in uno slam. Finché ha retto. Brava Muguruza. Dopo il successo a Parigi scrissi che, tenendo quel livello non avrebbe avuto problemi a diventare numero uno indiscussa. Da allora, due fiammate nel nulla. Per carità, non mi fa simpatia, e non me ne fanno tutte quelle capaci di exploit improvvisi e mesi del nulla più enigmatico. Come tutte, dirà qualcuno. Infatti mi stanno sulle balle tutte, meno due o tre.


venerdì 3 giugno 2016

ROLAND GARROS 2016 - Pioggia, l'arca di Noè, pagelle bagnate





La pioggia incessante trasforma il Roland Garros in un evento biblico, epico. Epicamente rompi cazzo. Pioggia mai vista, scrosci improvvisi, poi acqua a secchiate e ancora pioggia senza fine. Si teme l'inondazione, straripamento della Senna con la Gioconda che galleggia sulle acque del fiume nero pece e una zattera di patrioti italiani che la riporta in Italia esposta ad Amici di Maria De Filippi. Ritornano alla mente immagini di ciclisti coperti di terra e fango dopo la Parigi-Roubaix. In quest'atmosfera da tregenda e imminente fine del mondo, quale finale più giusto di un Gasquet che alza la coppa (e la fa cadere a terra, svenendo)? Inzaccherato dopo una furibonda lotta di sei ore e mezza sotto l'acqua, per  11-9 al quinto con Djokovic che si suicida sbattendosi la racchetta sulla carotide.
Niente di tutto questo, peccato.
Veniamo allora ad una carrellata finale, con fluttuanti pagelle umide e fulminati giudizi.

Uomini

Murray/Djokovic. (La Corazzata Potempkin versione Scarie movie). Li metto insieme, per risparmiare spazio. Non nella stessa gabbia, però, perché tra macaco col ciclo mestruale e murena visibilmente affetta da esaurimento nervoso, non c'è spazio in nessun manicomio zoofilo. Capirete come debba soffermarmi su insopportabili dati caratteriali, perché sull'insostenibile noia tecnica già si è detto e rischierei di concludere che mi manca Nadal (consegnandomi poi alle autorità competenti per un pronto ricovero nel manicomio criminale di Aversa). 
Gemelli autentitici, sin dall'esordio. Arrivano in finale tra urlacci, smorfie, frasi insensate, occhi appallati, stucchevoli piagnistei, bocche atrocemente aperte, racchette maldestramente sbattute in terra (macchinosi e innaturali anche in quello) col rischio di centrare giudici di linea ed essere squalificati (no, anzi, quello avviene solo se ti chiami Koellerer, stai fuori dai cento e sei l'anticristo). 
A un certo punto anche basta.
Li guardi e ti viene in mente un perverso parallelo con le finali tra Connors e McEnroe, forse i due più irascibili e maleducati dell'era open, nel quasi Mesozoico. Cosa manca a Murray e Djokovic? L'autenticità. C'è la stessa differenza che corre tra l'andare nel Bronx di notte o in un pub per fighetta finti teppisti chiamato "bronx". Nessuna sfuriata dettata dal momento, ma stucchevoli, compulsivi, piagnistei. Djokovic passa anche per simpatico, perché a finte scenate irose abbina patetiche scenette ilari, altrettanto plastificate. Murray almeno ce le risparmia.
Ovvio, la posta era altissima, il traguardo ormai un tarlo maniacale, il tutto ingigantito da condizioni al limite dell'Isola dei famosi durante un uragano, ma il serbo davvero è parso sopra le righe. Anche in considerazione di un tabellone da atp 250 fino alla finale. Murray si è salvato fortunosamente da primi turni trappola e, se ne hai viste abbastanza di questo sport, la conseguenza naturale è che alla fine possa vincerlo, o almeno andarci vicinissimo. Ma veniamo al dato tecnico in senso stretto: tra i due che giocano quasi a specchio, vince chi è più in palla fisicamente, quindi Djokovic. È facile da decifrare il tennis attuale. Djokovic vince meritando, alzando il livello nel torneo che più gli interessava. È il più forte di tutti. Forse completerà il Grande Slam, magari diventerà il goat (qualsiasi cosa questa minchiata significhi).
Richard Gasquet 7. "L'allocco dalle piume dorate" (dal titolo del mio imminente romanzo in lingua francese, sicuro caposaldo del nuovo esistenzialismo demenziale post-pop d'oltralpe) che fluttua e danza, magnificamente storto, a fil di pioggia ai bordi della Senna che si ribella ed esonda. Uno Charlot nel mezzo del film "armageddon". Tutto portava ad un suo auccesso finale, eroico, commovente. E infatti pareva ispirato, con l'occhio furbo da mariuolo. Per due set dà lezioni di dritto, rovescio e punto croce anche a Murray nei quarti, poi saluta, con passo da Charlot sotto la pioggia.
Stan Wawrinka 6. L'unico a poterci risparmiare l'atrocità di un Murray-Djokovic. Stavolta però gli manca il sublime piglio da canaro della Magliana, giustiziere di tutti i vessati dalla prepotente noia serbo-scizzese.
Dominic Thiem 7. Volto nuovo nei quartieri nobili, da oggi "sberla" Thiem. L'austriaco tira infatti sberloni da ogni lato che è un piacere. Ormai top ten a tutti gli effetti. Peccato solo per la resa/stesa in semifinale con Djokovic.
Ernests Gulbis 6+. A leggerlo negli ottavi, dopo aver battuto due alla sua portata e sfruttando l'infortunio di Tsonga, uno pensa che dal cielo più che acqua piova vodka. Poi dopo un set da lotta nel fango si lascia irretire come un cefalo dal nano Goffin, e tutto torna nella normalità. Prima o poi esploderà. Se non in questa, in una delle prossime due o tre vite.
David Goffin 6,5. Piglio da spocchioso collegiale inglese con gilet a quadri e riga di lato durante il funerale del suo cane, però ha mano, tennis e carattere per stare nei quartieri nobili. Per impensierire quelli lassù avrebbe bisogno di un po' di fisico. Per divertirmi, di un po' di brio e follia. Perché gioca bene, ma mi provoca letali botte di sonno. 
Tomas Berdych 5,5. Più inutile di Fassina candidato sindaco di Roma.
Ciurma italica. I soliti disertori e detrattori della patria non credevano al verbo di chi, dalle pagine di siti specializzati (in cazzate) strombazzava: Fognini su terra è inferiore solo a Djokovic e Nadal. Forse. Nadal l'ha già battuto, Con Djokovic s'è fatto un selfie e pare brutto batterlo. Quindi, cosa volete ancora? Perde da Young, che su terra non è buono nemmeno a mangiare un sandwich. Per il resto, ecatombe senza eguali. Mai disfatta simile dai tempi di Narducci e Pistolesi. Ma il movimento è in salute. I traditori della patria di cui sopra si saranno commossi un po' vedendo il reietto Adriano Panatta, trionfatore quarant'anni fa a Parigi, premiare il vincitore. Finalmente uno che rende orgogliosi (i disertori). Non a caso, è stato epurato. Da quel 1976 nessun italiano ha vinto su quei campi, ma nemmeno si è lontanamente avvicinato all'idea di poterci provare. Tranne Fognini, che sempre secondo quei siti specializzati in cazzate è inferiore solo...(risata).

Donne

Garbine Muguruza 8. Mentre riceve la coppa del Roland Garros con occhio lucido, la mia mente (malata) vola ad un uomo dai capelli argentati ed elettrizzati, che in una grigia stanza, al riparo dal resto della popolazione, ripete: "Chi, Muguruza?...via, basta con queste domande, Camila è mooooolto più forte". E ora continua a ripeterselo, con un imbuto in testa, occhio sbarrato a palla, mentre emette strani versi e prende a schiaffi il muro per quella domanda impertinente. La sua creatura, tre anni più grande di Garbine, stenta a restare nelle 50. Ma non diteglielo, o entreranno gli infermieri per un'iniezione e camicia di forza.
Puttanate a parte, questa cavallona iberica gioca un torneo perfetto, condito da finale super. Picchia e rintuzza i colpi di Serena a volto scoperto. Se riuscirà a tenere questi ritmi (difficile), abbiamo trovato una numero uno.
Serena Williams 7. Più che la finale, persa contro una Muguruza che le è stata semplicemente superiore, mi colpisce un'altra cosa. In semifinale arranca contro la pestifera Putintseva, sotto la pioggia e in un clima autunnale. Lei ha 35 anni, vinto 21 slam, 70 tornei, oro alle olimpiadi, non so quanti doppi, quasi 300 o 3000 settimane da numero uno e 100 milioni in premi (sponsor esclusi), eppure sta lì, soffre, cerca soluzioni mai viste, alza palle difensive, s'inventa smorzate inedite, rudimentali non meno che brutte, ma alla fine la spunta. Ecco la differenza tra una campionessa e l'autismo tennistico di chi, dall'alto del numero 50, dice candidamente: "il mio gioco è questo, non ho piani b. L'avversaria? Non mi interessa". Ma questa è un'altra, triste, storia.
Kiki Bartens 7. Vista anni fa, catalogata come una delle tante picchiatrici sovrappeso, simili a turiste nordiche che giocano a tamburello sulle spiagge della riviera. Smagrita e maturata tecnicamente, pronta a unirsi alla ciurma di 20/30 possibili vincitrici di uno slam.
Julia Putintseva 7. "Somiglia alla nostra Errani", ho letto. Concordo. Certo, l'ucraina con la faccia da rana pescatrice però ha un servizio molto buono, fondamentali equilibrati e capacità di disegnare tutto il campo che la nostra si sogna, ma per il resto sembrano separate alla nascita: Stesse gote rosse e contagiosa simpatia che trabocca in ogni loro gesto, simile a una colica renale
Sara Errani (senzavoto). Finita benzina agricola, sorteggi fortunati e fiducia. Stese a ripetizione anche su terra. Malgrado la propaganda Istituto Luce che ne ha fatto una Martina Navrtilova destra, è chiaro ai più: Errani è solo corsa, grinta e due smorzate in croce. Senza corsa, diventa poca cosa. Perde quindi partite e fiducia, e viene meno la grinta. Amen.
Agnieszka Radwanska 5,5. Buona per una settimana, come non mai su terra, poi affonda nelle sabbie mobili post nubifragio.
Angelique Kerber 3. Quattro mesi dopo il trionfo a Melbourne, resta un tetro e asciutto messaggio letto a "Chi l'ha visto": "Scomparsa in Baviera una ragazzona tedesca. L'ultimo avvistamento in una birreria, poi le ultime parole: vado a farmi un doppio hot-dog coi crauti. Fate presto, la ragazzona non ha con sé le medicine e ha finito le scorte di plutonio".
Camila Giorgi (senzavotobis). Perde nettamente dalla Bartens, dandole (bontà sua) via libera per la semifinale. Ma solo perché la nostra bambola suicida ha altre mire: la vittoria a Wimbledon (Buckingham Palace ha già adottato scudi antimissile) e all'Olimpiade. Secondo alcune indiscrezioni potrebbe giocare per il Nicaragua.
Karin Knapp 6. Migliore italiana (fatevi due conti), arriva al terzo turno, dopo aver rischiato di perdere da una Azarenka senza l'uso di due gambe, una spalla, un braccio e tre falangi.
Roberta Vinci (senzavoto tris). "Allora Roberta, brutta sconfitta al primo turno. Cosa è mancato?". "E insomma, quando ho battuto Sereeeena...". Ciao Roby, è stato bello.

lunedì 2 novembre 2015

AGA LA MAGA MAESTRA. Agnieszka Radwanska trionfa a Singapore







Ci sono momenti, situazioni, eventi, che proprio non puoi fare a meno di commentare. Ecco, che ne so: Petzschner che vince Wimbledon nudo. Adelchi Virgili trionfatore a Kuala Lumpur in tutù, Romina Oprandi capace di schiantare dopo sei ore e venti Sara Errani. Ormai rischiava di entrare tra queste chimere pseudo surreal patetiche anche Agnieszka Radwanska. Tennista sublime, dal variopinto tennis, leggero e brioso. Intelligente architetta della racchetta, con guizzi di magia da lasciarti di stucco.
Sette o otto anni fa la vidi giocare un game e pensai: ecco una pallettara insulsa, asfittica. Dove vuole andare questa? Mi bastò vedere un match intero per comprendere la finissima arte delle sue trame. La più grande tennista d'attacco esistente, sempre se non si consideri “l'attacco” ad esclusivo appannaggio di automatiche generatrici di sedie, comodini alla cazzo di quadrupede che non miagola. Perché si sa, nel comune sentire dell'anno di disgrazia 25 D.M. (Dopo Mandlikova): E' attaccante Ana “neurone morto” Ivanovic o Camila Giorgi che tira pallettoni a quaglie immaginarie, difensiva Agnese. Oppure, spesso, non ci si vuole arrendere all'evidenza e ammettere d'essersi sbagliati nel considerare la polacca (solo) una tennista di contenimento. 
Tagli, smorzate, improvvisi magheggi e conigli invisibili tirati dal cilindro, difese prodigiose trasformate in attacchi contro tempo, splendide volée giocate con mano vellutata, fanno invece della dolce Agnese dal puntuto ginocchio, una tennista unica. Almeno in questi tempi di baldracca e abominevole deriva trash-bump-crash (vetrata al sesto piano). Resta però leggera e mentalmente fragile nelle occasioni clou, per vincere uno slam (si diceva, non senza scaramanzia). Occasioni scappate via per poco. Finali giocate bene ma perse con Serena, inciampo col wurstel Lisicki nell'annus horribilis del trionfo di Bartoli a Wimbledon.
Tutto vero, le è sempre mancato qualcosa. Anche un briciolo di fortuna, quella che invece l'ha baciata (alla francese) a Singapore. Che non sarà uno slam, ma ne è parente prossimo. Complice la serata di Halloween, ambiente macabro e kitsch che si mescolano orrendamente, zucche illuminate e streghe fattucchiere ispirate, Agnese rinasce dopo due sconfitte e, ormai sull'orlo del baratro, artiglia la semifinale. Situazione discutibile, ma è la bellezza della formula dei gironi all'italiana, con buona pace di chi con una vittoria torna a casa a mangiar crauti. Da lì, disinnesca in battaglia l'iberica orca Muguruza ed è magnifica in finale a svelare la demenza tennistica di Petra Kvitova, che a sua volta aveva irriso la demenza ancor più lacerante e urlata (e senza la stessa mano) della siberiana Maria Sharapova. Che al mercato mio padre comprò.
Dolcetto o scherzetto? Vince la non attaccante Agnieska Radwanska, più intelligente e offensiva delle attaccanti con due neuroni miopi e urlanti nella zucca. Non di Halloween. Voto: 9.

Petra Kvitova. Anche lei in finale malgrado due sconfitte nel girone è salvata dalla connazionale Safarova. Lei e Serena hanno potenza e mano per non consentire a Sharapova di pestare da ferma, e la abbatte in semifinale. Poi Aga fa lo stesso con lei, in modo lezioso. Voto: 7

Maria Sharapova. Urlante furia cieca nel girone. Afona e goffa in semifinale, con le corde vocali avvilite e lesionate. Voto: sciò

Garbine Muguruza. Mi piace ripetere (all'infinito) le parole di un seccato papà Giorgi, nel maggio 2015. Scolpite nella pietra, come le Tavole di Hammurabi: “Cosa penso di Giorgi-Muguruza? Camila è mooooolto più forte”. Qualcuno continua a crederci, sbraitando in un manicomio navale. Voto: 6,5

Flavia Pennetta. Onora al meglio la (possibile, ormai è una telenovelas e Binaghi continua nell'attività di quasi stalker) finale passerella di una carriera splendida. Toppa solo l'incontro iniziale con Halep, altrimenti la semifinale l'avrebbe raggiunta. Voto: 8 (alla carriera)

Angelique Kerber. Rinoceronte molle. Voto 4,5.

Simona Halep. Motorino senza benzina. Voto: 5

Lucie Safarova. Spiritata e non al meglio, serve solo a far passare Kvitova. Voto: 6


lunedì 13 luglio 2015

WIMBLEDON 2015 - FEDERER INCANTA, MA TRIONFA DJOKOVIC. SCHIUMOSE PAGELLE








Un po' per abitudine, e un po' per non morire (cantava quello), eccovi servite le pagelle dell'ultima spumeggiante edizione dei Championships. Mentre faccio colazione a base di caffè allungato con flebo.



Uomini

Novak Djokovic 9. Per poco non ci lascia le penne col tremebondo palo della luce Anderson, poi è la solita inumana macchina impermeabile, emblema di uno sport sempre più forsennato atletismo balistico e meno fioretto. Torce la scucchia, appalla gli occhi e snoda le gambe di caucciù arrivando ovunque, difende e (se strettamente necessario) rintuzza. Manda ancora fuori giri gli attacchi fluttuanti di Federer, facendolo ripiombare tra gli umani.

Roger Federer 8. Cos'altro vuoi dirgli? 34 primavere a giorni e ancora capace di esprimere il miglior tennis di sempre contro Murray, in una semifinale da fantascienza poetica. Plastica perfezione che danza, spennella, vibra, percuote pallina e avversario con una facilità disarmante-devastante. Gli altri sudano, paonazzi e stravolti, lui danza leggiadro come Nureyev nel suo giardino, tempio d'erba romanticamente spelacchiata, fresco come un alieno dall'immutabile volto di cera sceso tra gli umani. In finale contro Djokovic non riesce a esprimere lo stesso tennis sublime, e scardinare il fortino serbo. Storia già vista, e match perso sul 4-2 del primo set.

Richard Gasquet 7. Il piccolo Mozart eunuco rifiorisce con concerti e acuti da soprano (non è un refuso) dall'inconsulta grazia, sui prati londinesi. Fisico da tornellista in pensione, meningi costipate sotto calvizie incipiente, palle notoriamente assenti, ma quando il braccio canta e si scolla dai teloni, perde solo contro i mostri. Sovrasta l'impostato talentino sopravvalutato Dimitrov, manda dietro la lavagna l'irriverente bombarolo Kyrgios e trafigge col fioretto gli schiaffoni di Wawrinka. Djokovic è di un altro pianeta. E a nulla serve pensare che nel '92, quando il braccio ancora prevaleva sul fisico, gli avrebbe rifilato un triplice 6-2.

Murray 6,5. Niente da rimproverarsi. Deve sentirsi un Pippo Civati scozzese avvilito, numero uno di qualcosa quando gli altri non ci sono o dormono. Gioca al suo massimo ma può solo a opporre tre set di dignitosa resistenza al marziano Federer.

Nick Kyrgios 6. Guascone, spocchioso e ciondolante come un rapper americano (di quelli veri, mica come latte & Nesquik Fedez), anche nelle interviste. Ma avrebbe colpi e carattere per vincerlo nei prossimi anni, questo torneo. Ma domani potrebbe decidere di dedicarsi al basket di srada.

Dustin Brown 7. Lo vidi battere Giannessi al challenger di Barletta. Ora batte Nadal (il Giannessi spagnolo) sul sacro tempio di Wimbledon. La sua tattica è sempre la stessa: folle anarchia insensata. Ma che spettacolo tennistico. E non solo folklore, come l'hanno descritto i media generalisti.

Rafael Nadal 5. Spia della benzina in rosso, motore fuso, sospensioni a terra, gomme sgonfie. Jimbo Connors a 40 anni battagliava con Agassi, lui a 29 è ribaltato da Dustin Brown.

Philipp Petzschner 7+. Toh chi si rivede, cinque anni dopo, sul centrale di Wimbledon: il Picasso neuroleso del tennis. Irrompe alla sua maniera. Surreale coppia da "fatebenefratelli" con l'israeliano Erlich, a metà tra manicomio e nosocomio. L'israeliano con una gamba sola, lui con una gamba, mezza spalla e due neuroni. Semifinale e solito campionario di funambolici guizzi e spennellate d'autore (con disagi mentali).

Berdych 4,5. Pertica rotta.

Gilles Simon 5. Ok, fa quarti, ma resta avvincente quanto un telefilm tedesco in un pomeriggio di luglio a 42°, quando hai mal di denti e cazzo moscio.

Leader Paes 8. Il più divertente in assoluto. 42 anni, triplo mento, clamorosa panza da allegro kebabbaro e manina di fata magica. In coppia (fenomenale) con la Hingis incamera un altro slam, tra carezze, tocchi e maramaldeggi da illusionista.

Italiani 4,5. Seppi fa il suo compitino (picco il siparietto da simpatica canaglia con Murray, sul Mto). Bolelli perde con Nishikori incapace anche di salire su un autobus. Fognini va a farsi un pic nic sull'erba londinese, sui prati anche Montanes ha più armi.



Donne

Serena Williams 9. 34 anni, 21 slam, 3/4 quarti di slam 2015 in cascina. Mai stata così forte. Unici avversari: la narcolessia e gli infortuni. In finale sbrana furiosamente Muguruza, come una tigre che s'avventa su un prosciutto pata negra, tranne soliti (ormai noiosi e prevedibili come la novantaduesima replica de "Il tenente Colombo") pisolini iniziali e finali. 

Garbine Muguruza 7,5. La giovane puledra iberica pialla Wozniacki e Radwanska con badilate cruente. Serena è fuori categoria. A 22 anni fa finale a Wimbledon ed entra in top ten. Ma io continuo a credere in Sergio Giorgi (mio mentore assoluto): "Camila è più forte, mooooolto più forte.". A freesbee.

Agnieszka Radwanska 7. Alla chetichella, reduce da una stagione da tragico martirio, azzecca un bel torneo. E perde l'ennesima occasione. Il suo lezioso tennis in punta di fioretto e colmo di magheggi da fattucchiera, spesso soccombe di fronte alle trucide vanghe. Uno slam lo vincerà nel '96.

Maria Sharapova 3. Altre, goduriose, mazzate sul grugno da Serena. L'americana sa come ridicolizzare il suo demenziale, sempre uguale, picchiare urlato a occhi chiusi.

CoCo Vandeweghe 7+. Oh-là. Finalmente una con le palle quadre. Dopo le estenuanti scorrettezze della divina urlatrice Masha Dallara tra la sua prima e la seconda, si rivolge all'arbitro: "Se hai paura a parlarle tu, lo faccio io". Eroina impavida. Simpatica ragazzona dal gran servizio, che su erba si fa valere e fa quarti.

Vika Azarenka 6,5. Ancora Serena, versione monsignor Milingo a esorcizzarla. Stavolta senza (troppi) teatrini da trivio in un bar guatemalteco zeppo di camionisti ubriachi. Detestabile, ma ha più mobilità e intelligenza di Masha, e Serena la soffre di più.

Martina Hingis 8. Accoppiata di doppio e doppio misto. La terza vita sportiva della svizzera è sempre più vincente e piacevole.

Italiane: 4,5 Errani su erba è un geco nell'acqua. Vinci trasparente. Pennetta incolore. Giorgi, più che le statistiche tradizionali, tocca analizzarne altre: numero di tordi, quaglie e aquile reali sterminate nel Regno Unito. Farnesina avvertita, l'italia dovrà anche pagare i danni della mattanza ornitologica. Si teme vicenda simile a quella dei "duemarò".


IMPORTANTE: Per misteriose ragioni, mi hanno inserito tra i blog dell'anno 2015. Chi volesse votarmi può farlo qui.
Chi non lo farà verrà: espulso, bannato con ignominia, esposto al pubblico ludibrio in piazza dopo aver assistito a una elettrizzante convention di Italia Unica, con folla aizzata da Guido Passera e reindirizzato automaticamente al rutilante blog di Fabretti sulla mountain bike.




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.