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domenica 4 novembre 2012

LA MAGIA DI PARIGI, E GLI IMPROVVISATI EROI









Se non avete mai baciato una donna sotto la pioggia di Parigi (citando Woody Allen), cosa potete capire dalla vita? Niente. Io la baciai nelle fratte di Fiano Romano durante un acquazzone torrenziale, ma non è la stessa cosa.
La città dell’amore per eccellenza, romantica e suadente, non poteva certo permettere che si svolgesse un ridicolo torneo, senza big e privo di appeal. Parigi s’inventa eroi inesistenti, sbucati dal nulla, o riemersi da gorghi dimenticati. Storie simili a fiabe moderne, che quasi fanno scordare l’assenza dei grandi dominatori. Ricamatori consunti agli ultimi inebrianti fuochi, o giganti polacchi esplosi dalle retrovie, deflagranti come virulente supernova.
Basta vedere l’attempato mancino volleante Michael Llodra, che si riscopre ancora competitivo a trentadue anni. Dopo una stagione costellata da sconfitte in serie che lo fanno sprofondare negli abissi delle classifiche, e il doppio come ancora di salvezza consolatoria. Innanzi ai tifosi di casa avanza, tra un guizzo e un ricamo, sempre con quello schema fisso, obsoleto ma ancora splendido del servizio seguito a rete. Anche nell’era dei compulsivi arrotamenti di palle e giunture, con bombarde che spesso gli ritornano nei piedi o sul gozzo mentre ancora prova a schizzare in avanti. Il tennista di serve&volley oggi è come un centometrista freddato dallo sparo dello starter. Ancor più ammirevole il francese vintage a prodigarsi in quell’arte dimenticata, e consapevolmente suicida. Il suo folle disegno merlettato, m’entusiasma. Pochi cazzi. Forse al canto del cigno, Michael s’issa fino alla semifinale. E per un’ora buona lotta alla pari con l’orrido vangatore Ferrer, sempre presente. “Con ‘sta pioggia e con ‘sto vento”, lui vanga. Incurante dell’orrore generato. Storia vecchia come il cucco, il confronto tra il bene e il male. Il lirismo insito nel tennis del francese, contro le orripilanze antiestetiche del volenteroso Ferrer. Il primo è numero 121 al mondo, il secondo numero 5. La bellezza di schemi d’attacco che sfioriscono mestamente, e bruta essenza di modernità clavatoria che sboccia come fiore di cemento. Vi sorprende che abbia vinto il primo in due set? Questo è il tennis, bellezza (immaginate la faccia di Formigoni, che lo dice), non è una commedia americana col lieto fine zuccheroso.
Parigi riesce ad inventare dal nulla i suoi eroi, crea spartiti folli, dipinge situazioni inattese e al limite della follia. Ecco allora che all’implacabile muratore iberico in finale si appaia un lungagnone polacco che supera i due metri, Jerzy Janowicz. Faccia da Marat il matto versione implume degli esordi, ciondolanti movenze di gigante timido che diventano sguardi da gaggio compiaciuto al suo angolo, appena dopo un punto pazzesco. L’effetto è irresistibile, da istrione in erba. Sbuca dal nulla, o quasi. Buon prospetto da junior, poi fino ai quasi 22 anni solo challenger e qualche capatina nei tornei major con scalpo di Gulbis a Wimbledon (per quanto il lettone sia ancora metro di giudizio). Passa con disinvoltura e l’incoscienza di un tennis spavaldo, dal challenger di Stettino in cui fatica ad arginare un ronzino iberico, alla finale di un Masters 1000. Tutto in una settimana di delirante disvelamento (“annunciazione-annunciazione”, gridava Troisi). Potere di Parigi, la vie en rose, la baguette e le acque lussureggianti della Senna scosse da una brezza di notturno venticello autunnale. E illuminate da luci commoventi.
Certo è che questo lungagnone polacco ha fatto cose folli. Passa le qualificazioni, si prende beffe di Kohli e Cilic. Gioca con sfrontatezza imbarazzante contro Murray. Ed è lì che avviene la deflagrazione e le divinità prendono i suoi duecentotre centimetri per mano. Stende il vincitore degli Us Open sciorinando colpi irriverenti: prima di servizio devastante, seconde diaboliche, dritti al fulmicotone, bei rovesci radenti e lungolinea. Bombarde, lampi e smorzate malate. Se ne contano 15, o 20. Probabilmente quante su un tappeto indoor non se ne vedevano da trent’anni. Col carico di provenire da quel grattacielo. Sgomento Murray, quasi irriso e col grugno disgustato nella rete. Vince Janowicz, ed il suo torneo (forse anche la carriera) si riveste di una luce nuova. Aura abbagliante.
“Nessuno può uccidermi, sono benedetto. Sono un fottuto cattolico”, sembra dirsi il gigante. E infatti dopo Murray mica si accontenta. Sorretto da un pubblico che lo elegge beniamino, continua a menare con quel tennis bizzarro, a tratti avvincente. Un mix che diverte anche per la sua estemporaneità. Mezzo tennista da nuova generazione da cacciabombardieri pivot, e molto naif proveniente dal passato, avvezzo a ricami e foglie morte in bianco e nero. Semovente e con picchi di tentacolari recuperi inattesi. Sostenuto dagli dei, adottato dai parigini, adorato dai polacchi, sostenuto da chi in questo tennis brama una qualsiasi novità che arricchisca il piatto a tratti più noioso di un comizio di Tabacci. Tutti con lui, affamati ed in crisi d’astinenza sa personaggi nuovo. Anche al costo di prendere un abbaglio e di considerare fenomeno chi potrebbe rivelarsi solo una meteora. Una, splendida, meteora che fa fuori come birilli anche Tipsarevic (ormai i ritiri a match già perso del filosofo-tamarro non fanno più notizia) e pupazzo pallettino Simon in semifinale. Sempre tra tuoni, lampi, saette e ricami. Concedendosi anche colpi in salto (come non bastasse), anacronistici drittoni in slice tentacolare dall’alto, facce d’antologia regalate all’estasiato allenatore che non crede alle sue fosche pupille. Fa bene al movimento intero, Jerzy. Parigi riesce nel miracolo, passando sopra alla programmazione ridicola a ridosso del Master, all’assenza dei big e coi semi-big a tranci, rendendolo una splendida fiaba d’altri tempi. O forse è solo l’inizio di una buonissima carriera. Il tempo è spesso galantuomo. Su questi lidi se ne sono presi tanti d’abbagli per cascare ancora ed accodarsi allo stuolo di neo veneratori del gigante polacco. Il tennis c’è, la personalità anche. Tanto basterebbe. Occorrerà vederlo altrove, quando le divinità e l’atmosfera di una plumbea e magica Parigi d’autunno non ci saranno più.
Quasi dimenticavo il contorno: la finale ha finito per vincerla Ferrer. Splendido nel suo orrore regolare. Simbolo lampante della bruttezza resistente a tutto Ridicolizzato dai tiranni, quando ci sono. Oscurato dalle favole di giganti polacchi, anche quando gli aguzzini non ci sono. Il tragico destino di un onestissimo lavoratore. Inarginabile per tutti, succube paggio con ciuffo da rottweiler dei primi quattro.
In coda, le giovani picchiatrici folli ceche hanno il sopravvento sulla coppia retrò d’inguardabili starlette diverse serbe. Pronostico rispettato. Non riesce nemmeno a vincere il “Masterino” bulgaro Caroline Wozniacki, battuta Nadia Petrova. Masterino d’importanza più o meno pari alla sagra delle olive giganti che si tiene a Sezze.

lunedì 23 aprile 2012

FED CUP, E I DANNI DELLA GRANDINE



Pare che i responsabili del palazzetto di Ostrava, abbiano chiesto gentilmente al nostro capitano di levare, alla svelta, il disturbo. Temevano procurasse un terremoto, un incendio, o l’invasione delle locuste assassine. In partenza per Hong Kong, ove tenterò la difficile vittoria nell’internazionale torneo di “insulto acrobatico con scappellamento a destra, come fosse Antani”, ne approfitto per fare un breve sunto dell’elettrizzante settimana tennistica. Inizio con le donne, sia mai che qualcuno osi scambiare la mia fiera misantropia per vile misoginia. Un bravo politico pensa sempre alle future generazioni, più che alla sua. Allo stesso modo, anche un bravo tecnico sportivo, penso.

Capitani coraggiosi, con chiome scosse dal vento. Che le azzurre avessero ben poche chances di battere la Rep. Ceca sul veloce di Ostrava, lo sapevano anche in Tasmania. Una ed obbligatoria, era la via per il miracolo: portare a casa i due punti di Safarova e giocarsi tutto nel doppio. Perché contro Petra Kvitova, pur ferma da tempo, tutte e quattro messe assieme, le nostre avrebbero solo potuto recitare qualche pietosa Ave (oh) Maria a fior di labbra. L’ipertricotico e ciarliero condottiero azzurro (ai secoli, il Barazzutto) però, tra una rutilante battuta e l’altra, spreme le meningi studiando come evitare anche la minima speranziella. Ed alla fine opta per Errani e Schiavone. Per carità, se ne sono viste di peggiori. Il trattorino bolognese è di una pochezza tecnica smarrente ma, tuttavia, visto anche il momento di coma (poco) vigile delle altre, la sua scelta non mi è sembrata clamorosa. Pregare per pregare, tanto vale puntare sulla sua regolarità, accettando il rischio che le ceche in normale giornata violenta, la infilzassero come un totano arrotato. Un po’ di dubbi lascia l’ennesima presenza di Schiavone al posto di Pennetta. Entrambe reduci da un periodo di epocale catastrofe, ed entrambe acciaccate. La maggiore attitudine al veloce, e lo score della brindisina in Fed Cup sul veloce, facevano propendere nettamente per lei. Ma si sa, il capitano coraggioso metterebbe Schiavone in campo anche barellata e con maschera d’ossigeno. Tale e tanta è la devota ammirazione, che qualcuno (un pettegolo di Novella2000) pare lo abbia visto intento in onanistiche evoluzioni ed ululati fantozziani, pensando al tennis della Francy. Ma va bene, la scelta c’è.
Pronti, via, ciao-ciao bambinaaa.  Eri-eiar è la solita. Grande/Fabretti. Pare si vogliano contenere, per precise direttive aziendali o improvvisa folgorazione sulla via della decenza. I latrati della Schiavone mi risultano fastidiosi almeno quanto le somme cappellate del duo-cabaret e, previgentemente, abbasso il volume. In realtà, l’intero confronto si chiude dopo il primo match. Schiavone regge discretamente, ma finisce per soccombere alle mancine e pulite schioppette di Miss Berdych allo specchio, Lucie Safarova. Meglio delle catacombali previsioni, l’italiana, ma increscioso come con tutta la sua (stimata) classe ed esperienza, non sia stata capace di far girare il match quando all’avversaria ha iniziato a tremare il braccio. Anzi, nel successivo tie-break il suo braccino tremolava di più.
Poco altro si poteva sperare per riaggiustare le sorti del confronto. Un suicidio di Kvitova, ad esempio. Ma Petra, pur lontana dalla forma ottimale, è tennista di altra categoria. Chiaro come il sole di mezzodì. Ovvio, paga qualche pausa o errore di troppo, a causa di un tennis rischiosissimo. Ma quello è il suo mestiere. Il modo in cui sgomina le resistenza di Errani, rasenta l’imbarazzo vero. Il nostro garibaldino criceto urla, corre e sbraita, e sbuffa. Ma finisce per essere sbranata in un sol boccone dalla paciosa belva mancina. Il resto, è solo accademia. Nemmeno le (potenziali e sempre più rare) maggiori capacità di variazione di Schiavone, possono niente contro la numero uno ceca. Petronia gioca al gatto col topo, lascia scappare l’avversaria poi, quando e come vuole, sciorina tutto il suo campionario di folli accelerazioni, e le riagguanta con parziali imbarazzanti. Gioca quasi un altro sport, questa ragazzona. 
Consuete farneticazioni di stato, targate Eri-eiar. Si fa in tempo solo ad ascoltare qualche frescaccia dei due inviati in cabina (di casa propria, ovvio). Puntuale, ecco il colpo di classe, come la stop-volley di Supermac. Il ghigno di contrita e spetazzante emozione sull’intenso primo piano di Barazzutti. “E guardate Corrado!!! (che grinta!)”. Ma come diavolo deve sembrare, ai suoi occhi? Non si capisce, ma è ormai leggenda. Quindi altre gemme elargite con sufficienza. Il confronto tra Errani e l’imponente ceca rasenta la brutalizzazione tecnica. Io sono imbarazzato. Quelli invece ci credono. Arrivano ad abbeverare la nostra ignoranza col concetto di talento mentale. “La ceca sarà un talento tennistico, ma Sara ha talento mentale invece.”. O ancora, instancabile: “Giocatrice di gran tocco Saraaa!! Capace anche di molte soluzioni di fino a rete…Kvitova invece non è proprio a suo agio nei pressi delle rete, eh Rita(h) che dici?”. Errani ai loro occhietti cisposi è una specie di Navratilova destra. Appena il tempo di finire la frase, che la nostra stupra, indecorosamente, una volée che avrebbe chiuso anche il mio gatto. Col manico della racchetta. Di destro, lui che è sinistro. E l’altra, la sprovveduta ceca, chiude il match con una spaventosa ed esemplificativa stop volley.
Qualcuno che trovi un mestiere serio a quei due, si trova?
L’ascetico vaneggiar viaggiante di Schiavone. Intanto si può godere dell’ennesima intervista di una Schiavone sulla via dell’ascesi ultraterrena. A mezza voce, senza muovere nemmeno il labbro e col consueto “occhio della madre” rivolto verso mondi sommersi, ci regala una fiammata degna di nota: “Devo capire perché questa benedetta palla non viaggia…”. Ebbè, chiamiamo anche Mago Zurlì o il Divino Otelma, per farci spiegare come mai non viaggia sta pallina. Nell’estate del 2003 spiegai ad un submentale ragazzino di 8 anni che non si può mica tirare una palla arrotata, alta, in sicurezza, e che allo steso tempo viaggi come un siluro. Gli ossimori si studiano alla scuola dell'obbligo. Quello capì, la nostra si fa delle domande mistiche.
Ceche 3-0 ed inutili match restanti d’esibizione. A completare questa fantozziana Caporetto, il nostro Capitano Ragioniere dell’ufficio sinistri completa l’opera. Vuoi forse mettere Vinci-Errani in doppio? Le ceche sono forti, eh. E se perdiamo? Robertina Vinci rischia di perdere anche il suo prestigiosissimo record di imbattibilità in doppio. Voglio dire: record, d’imbattibilità, in doppio, di Fed Cup. Ci tiene davvero la tarantina a questo insulso record da guinness? La vedremo in una trasmissione della D’Urso assieme a Pin Ping? Può essere. Il ragioniere, come altre volte, lascia astutamente in panca Vinci. Errani/Pennetta, coppia inedita. E la brindisina s’infortuna al polso. Abbastanza seriamente. Uno spera che finisca alla svelta, almeno tornano in Italia vive.
Il Cassandro drogato. Ad elargire vaneggianti vaticini, spesso si sbaglia, ma qualche volta ci si azzecca. Due anni fa, dopo il sontuoso 5-0 che al Foro le italiane inflissero alla Rep.Ceca, dissi che era bene entusiasmarsi. Ma non troppo. Perché le ceche tra due/tre anni potranno batterci. Contano su almeno 6/7 ragazze tecnicamente validissime, ottime doppiste e due giovanissime potenziali top 10. Mi presero per pazzo, o per quel tristo figuro che vuol sempre sminuire i trionfi azzurri. Ma va bene. Ciò che mi appare inquietante, è come l’Italia sia l’unica nazione che da anni vive esclusivamente su quelle quattro (pur grandi) tenniste. Senza mai, neppure negli impegni più facili, azzardare l’inserimento di qualche giovanotta. Anche per evitare che qualcuna di esse (potenzialmente fortissima, se le insegneranno la temperanza di un colpo a ¾ una tantum) possa snobbarci in futuro, facendo una pernacchietta e preferendo giocare per la Birmania. Basta guardare altrove: Francia, Belgio, Germania, Spagna, Turkmenistan...Hanno sempre dato spazio al giovanissime tenniste, anche over 200. In Italia è proprio il legame con le senatrici, a poterci dare l’abbraccio mortale. Grandi risultati nel presente, nessuna attenzione rivolta al futuro. 
Masters 1000 Montecarlo: Lutti, noia, sbadigli, nel bel mezzo di una parvenza di tennis agonizzante.
Vince Rafael Nadal alla fine, dominando nettamente un Novak Djokovic incapace di infliggere l'ulteriore uppercut al già minato ego del maiorchino. Nole vuoto come un fantoccio sgonfio, niente ha potuto. Amen, il resto è vuoto ripugnante. Quando tra i due non c’è nemmeno quella vis di feroce combattività da Colosseo, i loro match si risolvono in passerelle avvilenti. Nadal, parso pimpante ed in palla, ha dominato anche perché giunto più fresco alla finale, senza nessuna fatica sul groppone. Djokovic ci è invece arrivato dopo battaglie tirate e rimonte, nei match con Dolgopolov e Berdych. Settimana invero assai difficile per il numero uno al mondo, in lutto per la scomparsa del nonno. Non ci nega però qualche scenetta da commedia dell’arte, dopo il successo con Dolgopolov. Annesse preghiere, sguardi al cielo, e lacrime inconsolabili. Anch’io giocai uno scolastico match di pallamano, il giorno dopo la dipartita di mia nonna. In nessuna delle mie marcature feci plateali sceneggiate di commemorazione, al cielo. Sarà perché invece del pubblico, c’erano dei blocchi di cemento armato.

lunedì 6 febbraio 2012

SAI BABA SCHIAVONE SIMULACRO DI UN'ITALTENNIS AL TRAMONTO



“Na-na…na-na-na-na, he-he-hè! Cuore-batticuore, mi è sembrato di sentire un rumore” partivano a palla le immortali note di un capolavoro di Raffaella Carrà, durante il cambio campo. Binaghi in tribuna sorride col piglio del monarca bonario, dona alla plebe un ammaliante sorriso ed abbraccia con lo sguardo quelle deserte tribune bardate a festa. Pare, a livello di pettegolezzo, sia stato lo stesso poliedrico sultano durante una notte insonne ed in vena di eccentrica ispirazione musicale, a scegliere la scaletta musicale. Suadenti ed indimenticabili note che allieteranno gli spettatori assenti, durante i cambi campo, e faranno conoscere allo straniero avversario la magniloquenza musicale del nostro paese. Prima Raffa, poi i Ricchi e Poveri, Pupo e, in un brioso crescendo d’entusiasmo, Lorella Cuccarini nell’acme della pugna. Uno sente quelle canzoni, e già capisce tutto. Altrove, dove manca la nostra tradizione, ti sparano nelle orecchie Lady Gaga, i Muse e Bob Sinclair. Non c’è che dire, la Fed Cup è appuntamento immancabile, col contorno del commento di mamma Rai a rendere tutto più tragicomico e surreale. L’effetto d’involontaria comicità, mentre si prova a fare le capriole all’incontrario per risultare goffamente credibili, è ciò che più mi fa sorridere e pensare alle miserie della vita. Una telecronaca di Fabretti è meglio di un film di Woody Allen.
Nella calda cornice di una Biella innevata, giungono le ragazze della nazionale italiana, impegnata nel primo turno di Fed Cup contro le modeste ucraine. Per spezzare le reni a queste smunte ragazzotte bionde dell’est abituate alle modernità dei campi veloci, la nostra federazione ha fatto predisporre un vasto strato argilloso nell’impianto coperto. Un esperto di caccia&pesca potrebbe domandarsi sbigottito: “Abbiamo quattro tenniste top 20/30 in grado di giocare benissimo sul veloce indoor, affrontiamo una squadra troppo scarsa per essere vera e con una sola giocatrice capace di entrare, per caso, tra le prime cento, e ci abbassiamo ad una scelta così provinciale? Cos’è il nostro, innato desiderio di rendersi ridicoli?”. Certo che sì, ci abbassiamo, ci abbassiamo. Siamo italiani veri, ed affrontiamo Nadal o le ucraine sulla terra. E via con “mamma-ma…mamma-maria…ma-ma-ma-ma-mà!” dei tonanti Ricchi e Poveri, a darci la carica.
Ecco dunque che si gioca sulla terra. Ahi voglia che facciano dire a Pietrangeli quanto la terra battuta sia superficie per vecchi, qui dobbiamo solo pensare a battere le nemiche bolsceviche e sfruttare il gran tennis terricolo del nostro fenomeno ragliante, Francesca Schiavone. Tutti proni e genuflessi verso questa quasi lattante tennista di 32 anni, ancora all’inizio di una carriera splendida. Federazione, capitano, giornalisti, spettatori, appassionati, tutti. Occorre abbandonarsi col corpo e colla mente nelle mani della nostra immensa eroina giovane, la leonessa d’Italia. La campionessa del mondo della terra battuta. Colei che detiene il tennis nel palmo della mano e che due anni fa vinse il Roland Garros, a Parigi (Ah…Parigi!). Devo mica ricordarvi cosa significhi un pomeriggio di pioggia a Parigi, magari baciando la donna che amate?

Il nostro condottiero capellone e ciarliero più che mai, ha regalato qualche gemma muta, nel pre partita. E’ ancora tutto eccitato per gli esorbitanti successi burocratici del nostro tennis ed aver “incentivato” (suo illuminato verbo) Romina Oprandi ad andarsene, accompagnandola alla porta.  Rea, la povera ignara, di avere talento e di aver battuto Francy. C’è sempre Francy, la sua Francy, nel cuore e nell’anima. Quella di cui, in un bizzarro conflitto d’interessi, è (è stato? boh!) anche allenatore. Mentore, factotum, consigliori o non-si-sa-ben-cosa. Nessuno lo capisce. E’ emozionantissimo, il capitano di ventura, nell’accompagnare la sua leonessa in campo. Talmente contrito che, nel sedersi sulla seggiola emana una scorreggina trattenuta. Dietro a lui Sergio Palmieri ha un attimo di mancamento.
Il match è tragedia vera. Lesia Tsurenko, giovane ucraina numero 120 al mondo, mette alla frusta la rumorosa icona avvolta da un’aura messianica. Uno due, via. Servizio e gran fendente, di dritto, come di rovescio. Persino qualche bliz contro tempo a rete. Schiavone piallata, come insignificante marionetta frullante. Spenta, scarica, vuota, irritante, distaccata. E’ fatta così la gran campionessa combattente. Quando si accorge che l’altra la sta annichilendo in modo imbarazzante, impedendole anche di giocare, quella si assenta a se stessa. Prende il vestito dell’istrionica pianista smemorata, volendo farci capire d’essere in giornata di poca ispirazione, che altrimenti non c’e n’era proprio per nessuna, ma proprio. Mica è l’altra che sta ridicolizzando i suoi orripilanti frulloni (uno corto e l’altro fuori).  Il fulgido esempio di varietà (dimenticata) allora si lancia in uno spettacolo insostenibile, fatto di sopraccigli alti, sufficienza, derisione. Ad un certo punto sghignazza e scherza con quelli della panchina, rifiutandosi persino di rincorrere palline sulle quali a Parigi (ah, Parigi…) ma anche a Sydney o Mumbasa ci si sarebbe fiondata come stessero scuoiandola. E’ questa l’eroina della patria? Se aveva questa motivazione, perché non schierare Karin Knapp? Lì ci vorrebbe coraggio, a perdere (ma quando mai, bastava ed avanzava) con Karin Knapp o Annalisa Bona (simpatica per il nome). Meglio questa “cosa” inguardabile.

Raccapricciante e disgustoso scenario, addolcito dall’ironia inconsapevole del duo-cabaret ai microfoni. Mentre l’ucraina fa a fettine l’arrotante ragnetto comatoso, i cantori sembrano smarriti. Sbigottiti. Fabretti glissa. Vorrebbe inventarsi le caratteristiche tecniche di Tsurenko, ma si contiene. In un refolo di sincerità di rimando, Rita Grande confida di non conoscere questa ragazza dell’est (ovvio, non è umiliante ammettere di non sapere chi sia una over 100). “Una tennista semplice, dal tennis banale”, pare sia stata la sentenza (accompagnata da un “pfui” di sufficienza) del capitano coraggioso, alla ignara commentatrice. Qualcuno poteva avvertirlo che siamo nel 2012. Che le tenniste “banali” stanno dominando il tennis femminile, e che una simile sempliciotta, se in buona giornata, può tranquillamente piallare l’urlante campionessa variopinta in condizioni psicofisiche da oltretomba. Un altro invece (se non un Picasso, almeno uno che ha visto appena 5 minuti Tsurenko a Melbourne), potrebbe financo rivelargli di come questa smunta biondina dai fianchi larghi, due settimane fa (mica due anni fa), col suo ordinato tennis piatto e geometrico, condito da intelligenti attacchi, aveva messo alla frusta Daniela Hantuchova andando avanti un set ed un break, prima che la slovacca la domasse d’esperienza ed umiltà. “Umiltè” che invece l’italiana che danza sulle acque, non sa nemmeno cosa possa significare. Continua infatti nel suo snervante spettacolo, e vince in tutto tre games d’accatto.

Ma è nella conferenza stampa che la messianica aura saibabesca della Schiavone si sublima. Con un fil di voce e parlando senza muovere le mandibole, abbaglia lo scribacchino adorante, obnubilandoci le meningi. Col piglio da stregona rapita dagli dei che inventarono il tennis superiormente talentuoso, insegna alla suburra il mondo tennistico. Narra le sensazioni intrinseche del gesto poeticamente sportivo, con afflato di demenza insostenibile. Descrive cosa ella prova nel colpire la pallina, l’impulso divino e palpitizio sanguigno che le consente di muovere quel budello che diviene un tutt’uno col braccio, provocandole spasmi rettali e godimenti ascetici che nemmeno una dedica al dio Onan al chiaror della luna di maggio. In sintesi: "Ma che cazzo potete capire voi?". Ogni giorno, in questo viaggio incredibile, ella conosce cose nuove e sbalorditive del suo prodigioso fisico e sul tennis. E continua, in un profluvio di somme minchiate. Roba che se John Lennon le avesse dette nel periodo di delirio acido, lo avrebbero arrestato. Poi ad una coraggiosissima domanda sulla clamorosa sconfitta, si rabbuia un poco. Stavolta ci risparmia il canonico “la più brutta partita della mia carriera”, ma dona altre gemme. “Mi spiace perché nella Fed Cup si gioca anche per la squadra….”. Ovazione e commozione dell’uditorio. Qualcuno si inginocchia. Altri la scongiurano di giocare anche l’altro match, perché perdere con lei è sempre dolce.

Se dobbiamo sprofondare o salvarci, meglio che sia la reincarnazione di Sai Baba a deciderlo. E infatti, l’impavido capitano la ripresenta, perché proprio vuole una eroica Caporetto. Questa Bondarenko capace di raccattare tre games contro Errani (che si limitava a tenere la pallina carica ed in campo), è tennista improponibile. Ma nonostante un tennis al limite dell’indecenza reale, è capace di menare le danze. Schiavone conferma una condizione imbarazzante, ma sembra decisa a lottare. Addirittura, lei. Chiaro, quando capisce che l’altra è abbordabile e la lascia giocare, lotta, pugna, spalanca la fornace, si prodiga in balzelli d’eccitazione. Ma la condizione ed il suo tennis, infarcito di un’arroganza senza eguali, sono ai minimi infinitesimali. Ecco come una, anche gradevole, tennista, dopo ultradecennale carriera da top venti/trenta che stenta a vincere tornei minori e vanta appena due quarti di finale come miglior risultato negli slam, per colpa di due settimane di tennistica irrazionalità, diventa un supponente ed insostenibile sabba nero, guru del tennis. Tutta colpa di Vespa, di quel disgustoso “porta a porta” ove fu leccata anche dall’untuoso lustrascarpe, per poi concludere l’affossamento con la visita alla corte dello stimatissimo despota satiriaco. Così, è finita, senza mai essere iniziata. Ieri non riusciva a battere nemmeno quella cosa irrealmente scarsa che sta dall’altra parte della rete (Bondarenko Kateryna). Perde il primo, annaspa nel secondo, in un mare di rifrulli esasperatamente fuori misura.

In cabina il duo arriva al delirio mistico. Il vate Fabretti, nel suo particolare mondo fatto di topi-ragno con la sinusite che danzano una “capoeira”, riesce a vedere un servizio in chop della Schiavone. Poi si spinge al dotto consiglio tecnico-tattico. Quasi si costerna e non si capacita di come la nostra non riesca a mettere in atto la “tattica variopinta”. Quale? Secondo il sommo: “Un colpo in top ed uno in back, uno in top ed uno in back…”. E via, verso orizzonti ed arcobaleni d’insipienza assoluta. Così la immagina lui, l'imprevedibilità. Amen. Si delineano i contorni di una tragedia sportiva, sul 7-6 5-1 Ucraina, con tanto di meritata pomodorata ad accogliere la squadra in aeroporto. E l’ardimentoso capitano che fa? Guarda la sua eroina. Sbadiglia, si stropiccia gli occhi cisposi ed abbottati di sonno. Quindi il picco geniale: “Vai Francy”, accompagnando l’ordine supremo con svogliato rovescio mimato nell’aere.
Il match Schiavone lo avrebbe praticamente perso. Contro chiunque. Non contro questa ucraina indecente, che inizia l’agghiacciate danza della codardìa: Servizi a venti all’ora come nemmeno la sora Cesira al circolo ultranovantenni di Cinsello, doppi falli con palla che non raggiunge la rete, obbrobriosi pallonettoni senza peso stile “quattro anni e primo giorno con una racchetta in mano”, spesso anche fuori misura. Non ne mette più una dentro. Da 7-6 5-1 a 7-6 5-7. Il capitano, muto fino ad allora, diventa un guerriero appena le cose si raddrizzano. Agita rabbiosamente i pugni al cielo. In cabina si arriva al delirio incontenibile. “QUESTA E’ FRANCESCA SCHIAVONE, PER CHI NON LA CONOSCESSE!” afferma il cantore italico, con tono solenne, rotto dall'emozione. Dopo circa mezz’ora, anche in lui, s’insinua il dubbio (temo abbia un  gobbo, o un suggeritore): “Che dici Rita, l’ucraina ha pagato un pochetto di tensione?”, “Può anche essere…” chiosa, appena dubbiosa, Rita Grande. Talmente fuori di senno, il maramaldo, dall'autonominarsi esperto degli aspetti mentali, mentre la sua compagna lo è della tecnica pura. Ecco allora che lo psicologo sportivo si eccita per un belluino raglio dell'italiana. "Hai visto Rita, eh? Che urlaccio! Bellissimo!". 

Ma sul campo la più brutta partita femminile degli ultimi 232 anni, si dipana in tutta la sua bruttura. Bondarenko piange disperata. Schiavone riesce nell’impresa di far scappare nuovamente via sul 4-2 un’avversaria già morta, che frignando scrutava il vuoto con sguardo assente. Impressionante. Il Barazza le prova tutte per scuoterla. Le fa leggere un foglio (forse una poesia di Flavia Vento recensita da Sandro Bondi), poi si fa toccare la pelata. Fabretti è proprio commosso, non si tiene nelle mutande. Quasi piangente esclama: “Guardate, come un papà con la figliola…”. Silenzio agghiacciante. Francesca pare rinfrancata. E’ stata dura ma ora lo sa come vincere una simile battaglia contro una che non ne tiene mezza in campo: “Provare a tenere la pallina nel rettangolo, che tanto l’altra è ormai paralizzata dal terrore”. E ce la fa, nel tripudio generale. L’anchorman ha la vista annebbiata, dopo due servizi vincenti ed una risposta cannata dell’ucraina, invoca un personalissimo “game perfetto”. “Si dice così, in gergo…”, ribadisce, nel caso l'immane stronzata fosse sfuggita.
Simbolo della gran fortuna e del pericolo scampato, è la successiva sconfitta di Sara Errani, letteralmente asfaltata per un set e mezzo da Tsurenko. Ancora lei, sontuosa, che mi fa invocare e pregare San Shevchenko cerbiatto di Ucraina, affinché il miracolo si avveri. Poi all'italiana si gira un ginocchio e deve abbandonare, col cotechino ferito. Tutto rimandato al decisivo doppio. Esito scontato, ma in cabina si arriva all’apoteosi. Avete idea di cosa possano partorire dopo 7 ore di diretta, se già da lucidi vaneggiano nel loro mare di frescacce? Oltre ogni confine. Le due azzurre finiscono per dominare al terzo set, ed il maramaldo con la voce da topo Gigio castrato e con le adenoidi, dopo aver, invano, tentato di mascherare per due giorni la faziosità, esplode in una giubilante risata: “hahahah…Così, così, così si fa….però poverina, proprio in faccia l’ha presa…hahaha”, a commentare un siluro di Pennetta che colpisce l’ucraina in piena bocca. Quindi, ormai rilassati, all’ultimo cambio campo: “Guardate, guardate, Roberta sta addirittura cantando…” (sulla canzone sparata dagli altoparlanti, l’indimenticabile capolavoro della Cuccarini “Vola, con tutto il fiato in gola…la notte volaaaa…”). In un sussulto di pietà, la sua partner lo ferma…”Ha solo detto: forza…”.
Impagabile. Già aspetto la semifinale contro la Rep. Ceca. Quando queste tizie saranno presumibilmente squartate dalla sola Kvitova. Sicuramente descritta come modesta, sempliciotta e ridicola, al cospetto del guru Schiavone. Peccato che la leonessa forse non ci sarà nemmeno. Come ogni anno, pur essendo giovane, potrebbero risparmiarla per Parigi (ah, Parigi…).

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.