Mentre
al mare nuvole gonfie ornano il mio primo giorno di mare, un ciclone
svizzero-caraibico s'abbatte su Parigi, devastando certezze e
pronostici.
Uomini
Wawrinka-Djokovic.
Quando il finale sembra perfetto, scontato, persino banale, arriva un
pazzo svizzero butterato col fisico da toro, a devastare tutto. Il
tennis è lo sport del demonio che ti punge la chiappa col forcone e
poi, quando ti giri, parte di sberla seguita da risatina satanica, lo
sappiamo. Ma davvero non riuscivo a prevedere quanto avvenuto sulla
coda di questa edizione. Djokovic
(7,5)
in forma perfetta, macchina al suo massimo, capace di gestirsi
maniacalmente e arrivare in finale cedendo sempre qualcosa, un po'
per prudenza e un po' per non morire, cantava quello, con le iniziali
sicurezze sempre più minate e la psiche logorata da un lavorìo
incessante. L'agognato traguardo che si avvicina e il
fiato sempre più grosso. Paure, pensieri, timori. Sempre di più. E
Wawrinka
(9)
alla chetichella, partito dalle retrovie senza alcun favore del
pronostico, che match dopo match ritrova condizione fisica e
proverbiali schiaffoni intimidatori. Negli slam dà l'impressione
allenarsi e arrivare in fondo tirato (finalmente) a lucido, lontano
parente della mozzarella vista nei tornei minori. Djokovic inizia
come lo si conosce, muro impermeabile su cui Stan sbatte. Poi le
cose, come spesso accade, girano per un nulla. Wawrinka prende a
spingere ancora più forte, come un indemoniato. Tutto impettito e
palle quadre (quelle più quadre del circuito), affronta la finale senza paura. Gioca un match
mostruoso. Infierisce, tracotante e spavaldo. Bordate da ogni verso
con cui lentamente sgretola il muro non più solido di Djokovc, che
lentamente si spegne. Il serbo resta lì a remare senza correre rischi, pretendendo che l'altro debba regalargliela, e invece l'altro non regala un cazzo e infierisce come un sicario ispirato. E a quel torneo di Parigi che rischia di
diventare per lui un incubo simile al Wimbledon maledetto per Lendl,
rendendolo pazzo. Sperando non si faccia costruire in villa un campo
con gli stessi graneli d'argilla di quello del Roland Garros.
Jo
Tsonga 7. Il
bisonte che non ti aspetti più, ritorna alla carica. Dopo i malanni,
assalta, anarchico e confusionario, picchia, esalta e si esalta,
battendo Berdych e Nishikori e perdendo in battaglia la semifinale
con Wawrinka. Recuperato in pieno nella palude che racchiude i più
forti dopo le macchine.
Andy
Murray 7.
Murray primavera-estate da terra è solido, essenziale, centrato, con
svolazzi di classe pura. Ma ancora è un gradino sotto la machine
serba, cui cede al quinto set.
Roger
Federer 5,5.
Inuitile negarlo, torneo in sordina e altra scoppola patita dallo
svizzero (non più) minore Stan. Condito da perdita di controllo
inusuale. Il tabellone era buono, una finale appariva alla portata,
ma per uno spunto vincente l'appuntamento più alla portata resta
Wimbledon.
Rafa
Nadal 5.
Inutile sperare in un bluff, o impennata d'orgoglio. E nemmeno tirare
in ballo la sorte che gli ha messo di fronte Djokovic già nei
quarti. L'è proprio s'cioppaa. Fantasma di quello che fu il
dominatore assoluto su quei campi. Il solo orgoglio, senza più
fisico, corse e arrotate di un tempo, lo tiene a galla un set. Poi è
bagno di sangue.
Nicolas
Mahut 7.
Non più giovane, ma ancora capace di prodigi volleanti da Patrimonio
dell'Unesco. Solo l'inopportuno, ammorbante come una flatulenza
silenziosa in ascensore, Simon gli nega la gioia degli ottavi.
Mischa
Younzhy 7,5. Eroe
del torneo. Due set di agonia contro un carneade, poi il guizzo. Si percuote furiosamente in testa con la racchetta. Sanguina e si
ritira. Se è un addio, geniale.
Italiani:
Bolelli
6,
a cura Galimberti funziona già. A trent'anni sembra essersi convinto
che deve picchiare, ma anche chiudere a rete. Un passo alla volta, la
prossima sarà scoprire che Babbo Natale è un imbroglio. Fognini
(s.v.)
un velenoso purè lo debilita (senza parlare delle zanzare
fastidiose, il caldo, le cavallette, la moria delle vacche e
quant'altro) e perde da Paire. Arnaboldi
(6,5),
passa le quaificazioni dopo eroiche maratone e batte pure Duckworth
al primo turno. Un Feliciano Lopez alla cassoela.
Donne
Serena
Williams: 8.
Stampa il ventesimo slam, al culmine di una cavalcata condita da
pseudo tragedie greche, emozionali saliscendi, rimonte, influenza,
sbarellamenti, principi di svenimento in una sindrome quasi
ipocondriaca. Serena è forse la più forte della storia, con umane
debolezze di cui però nessuna è stata capace di approfittare.
Lucie
Safarova: 7.5.
Fa fuori Sharapova e Ivanovic, guadagnandosi un pezzettino del mio
cuore. Sorpresa a questi livelli, l'acciughina spiritata di Cechia,
spesso vittima del suo braccino e collassi tennistici sul filo,
quando invece di partorire dinamitardi missili mancini, inizia a
pensare. Stavolta potrebbe essere lei ad approfittare del black out
di Serena, ma l'americana fa in tempo a riprendersi.
Timea
Bacsinszky: 7,5. Dal
bar di un hotel in cui curava una depressione da rigetto per il
tennis servendo bourbon agli avvinazzati, alla semifinale a Parigi.
Vivente esempio di quanto sia fragile il filo che lega un atleta allo
sport, come un uomo alla vita. Bella favola, trionfo della normalità.
Francesca
Schiavone: 7.
Le nubi gonfie, cielo grigio, spruzzi leggeri di pioggia, e un
rovescio a tutto braccio e cuore, quasi sospeso nell'aria per un
interminabile istante, con cui annulla il match point alla
Kuznetsova. Vive di queste piccole, enormi, cose. E si vede. Match di
rarissima intensità tecnica (due delle poche che ancora sanno dare
rotazione alla pallina) e agonistica. Si esalta in questi momenti,
nella sua Parigi. Un po' ricorda l'ultimo eroico Connors quarantenne.
La spunta, ma vorresti quasi avesse perso, perché lo scenario era
ideale, condito da comparse all'altezza e cornice di pubblico, per
chiudere lì la sua carriera.
Maria
Sharapova: 4. Claudicante
per l'ugola menomata (suo colpo più devastante, per timpani e
palle), è davvero poca cosa. Schiaffeggiata dalla Safarova. Grazie
Maria (Madonna dell'Incoronata).
Ana
Ivanovic 6,5.
Torna a buoni livelli e vince (perdendo) il confronto tra mononeuri
aspiranti al suicidio con Safarova. E ce ne vuole.
Vika
Azarenka 0,5. Padre
Amorth si sarebbe impiccato gridando pietà. Ottavo “Premio er
monnezza” consecutivo. Rutti, calci, urla raggelanti tutta pesta in
viso, bestemmioni leggendari dopo un punto discusso. Perde, la
multano pure. Per indecenza.
Alison
Van Uytivank: 6,5. Da
dove sala fuori questa giovane belga rossa, dal passo e volto
maschio, allampanata e bianca come un fantasma? Riportatecela,
ovunque sia.
Italiane:
Sara
Errani (6),
i quarti sono ormai cosa sua. Con Serena, ennesima stesa
cementificata. McEnroe dice che, con quel servizio, potrebbe batterla
ancora oggi a 56 anni. Mi spingo oltre: non le concederebbe più di
quattro giochi, facendo chip & charge con sigaretta in bocca.
Pennetta
(5,5)
senza infamia. Giorgi
(4).
Babbo Sergio sbuffa, quasi infastidito dall'insipienza del
giornalista. “Muguruza?
Ma Camila è forte, moooolto più forte...”.
I bookmakers davano la spagnola, due anni più giovane, favorita
1,20. Infatti vince facilmente. E fa quarti. Riportate i Giorgi su
Marte.