.

.
Visualizzazione post con etichetta Feliciano Lopez. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Feliciano Lopez. Mostra tutti i post

domenica 2 settembre 2012

US OPEN 2012 – VERSO IL GRAN DERBY DELLE SORELLE DIVERSE





Day 6 – Dal vostro inviato, lucido quanto una bottiglia di vodka russa


Un poco lo si era previsto già ad inizio torneo, lo spiraglio di tabellone in cui Roberta Vinci e Sara Errani potevano inserirsi egagre e, voglia il cielo, diversissime. In particolare per una Roberta Vinci in gran spolvero, dopo il trionfo nella terra di Geiar Iuing, a Dallas, l’unico drammatico impedimento era rappresentato dal sommo vaticinio di capitan Barazzutti. Con piglio sicuro ad animo sognante, il gran condottiero ipertricotico andava dicendo: “Vorrei che questo fosse il torneo di Roberta”. E giù con scongiuri, avvincenti rosarioni galattici e toccate di palle leggendarie. Roberta quella forma splendida esibita in Texas, tra svitati cowboy novantenni drogati di morfina, l’ha confermata anche sui campi di New York. Il braccio, la mano tennistica di questa ragazza, non si discute. Non si poteva discutere nemmeno quando vagava nelle retrovie, anni fa. In lei il salto di qualità lo fa una condizione fisica finalmente ottimale che rende meno paradossale il controsenso della leggera pesantezza tra colpi e movenze, e l’abitudine mentale alla vittoria acquisita grazie ai continui successi in doppio.
Superato l’ostacolo più arcigno, quello della maschia kazaka bucaniera Shvedova, battuta in sapida rimonta, ieri la tarantina ha disinnescato con soliti sprazzi di classe autentica la piccola pallina atomica Cibulkova, gnometta che spara l’inverosimile. Ed allora ecco i primi ottavi in carriera per la ventinovenne italiana dal tennis tanto prezioso e splendidamente vintage, così lontano dagli attuali canoni stereotipati del tennis al femminile. Ora per lei in ottavi ci sarà Agnieszka Radwanska, numero due al mondo e tennista di gran costanza. Nemmeno la polacca è una di quelle orride picchiatrici dissennate di nuova generazione ma, pur nella noia sgasata di alcuni match in cui vorresti prenderla a selciate, fa dell’intelligenza tattica e (se ne facciano una ragione i miopi ignoranti della racchetta) della tecnica sopraffina, le sue armi. Come una Murray in gonnella e col doppio mento. Ieri ha agevolmente disposto della tremebonda equina serba Jelena Jankovic, trottante sorella di Varenne in calo rispetto al passato, quando nitriva esagitata ai vertici. Roberta nelle attuali condizioni può tranquillamente giocarsela, contro un’avversaria di livello ma con spalla pencolante e che per attitudine tecnico-tattica, le permetterà di giocare. Difficilmente la nostra potrà divertirsi come con la più inesperta e modesta delle sorelle polacche Urzula, ma quello con Agnieszka è un incontro che vedo abbastanza aperto. 
In caso di vittoria per lei si aprirebbe un quarto inebriante, per gli italianisti, probabilmente contro la sua compagna di doppio Sara Errani. Ora qualcuno storcerà il naso, dicendo che continuo ad accanirmi contro “cosetta”, ma è ovvio come il discorso debba ricadere inevitabilmente su di lei. Ed ai quarti, come ampiamente previsto, l’arrotina italica ci può arrivare in carrozza orrendamente cigolante stile carriola arrugginita. Poco importa se ci approderà avendo battuto figure retoriche tennistiche da retrovia e che sarebbero risultate fin troppo facili da battere anche per Romina Oprandi, non in uno slam, ma nel 50mila recentemente vinto nel Bronx (rispettivamente: nr 98, 104 e 143 al mondo). Anzi per l’italiana sarà un vantaggio in più quello di aver speso poco, correndo in difesa contro sgangherate attaccanti ridicole. Al più qualcuno potrebbe sdegnarsi per un tennis così brutto da vedere, o per i continui "vamos" guaiti come un chiwawa affetto da turbe psichiche sugli errori altrui, anche col punteggio di 6-1 5-0. Fosse spagnola (quale pure sembrerebbe, per le imprecazioni in dialetto della bassa Andalusia) o francese come la nostra adorabilmente orrenda Marion Bartoli, questa qui sarebbe crocifissa in sala mensa dagli stessi che ora la inneggiano. Potere di una bandiera, che annebbia le menti. In guerra e nello sport. E a ben guardare poi, perché sdegnarsi per le esultanze sull’errore altrui e non sui winners? Pensateci: se esultasse solo sui propri colpi vincenti, potrebbe farlo solo due volte in un torneo ed una decina di volte l'anno. Ad andare bene. Poco male, Errani ieri ha battuto nientemeno che Olga Puchkova, russa giunonica numero 143 al mondo. Una che ricordo soprattutto per qualche foto glam, e poco altro. In ottavi se la vedrà con Angelique Kerber, facilmente sbarazzatasi di Govortsova. Anche qui, come per la sua compagna di doppio, confronto non impossibile. La tedesca, già battuta a Parigi, è tennista che può benissimo esaltare le sue attitudini difensive, in quanto incapace di schiacciarla come bacherozzo in modo definitivo, come sanno fare altre. Ad occhi chiusi. 
Vedremo, vedrete. Attendendo questo derby di quarti che, temo, non darebbe scampo a Roberta Vinci. Perché tra due sorelle o amiche, spesso la più bella a vedersi, buona e docile, lascia il campo inconsciamente alla più truce, furibonda ed ovviamente brutta. Mi saprete dire. Sarita nella successiva, ampiamente pronosticata, semifinale darà filo da torcere a Serena Williams. Non so se la batterà, ma ci andrà vicino-vicino. Segnatevelo. E siccome sono solito farlo, ecco un altro voto, ben più cruento degli altri: Se Errani arriva in finale sono disposto ad iscrivermi al fanclub "Vamos Rafito nostro, Vamos!". Nel quale i supporters dell'iberico si riuniscono in quotidiana preghiera collettiva per la guarigione del tendine sacro divelto dalle invidie. E poi cantano: "Per fortuna che Rafinho c'è". Ieri Serena s’è mangiata Makarova. Ora attende di sbocconcellare la sardina ceca Hlavachkova, giustiziera di Maria Kirilenko in un match che come premio allettantissimo aveva proprio la faccia rassicurante di Serena che con l'occhio iniettato di sangue pareva dire: “Vieni, vieni, che tengo un poco di appetito”. Kirilenko declina, avanza questa Hlavachkova, attaccante doppista dal gran servizio che tira l’incresciosamemente impossibile, e per la quale un colpo interlocutorio rappresenta oltraggio al pudore. Per me lo sarebbe già quel musetto da figlia illegittima dell'indimenticato "Dentone" interpretato da Sordi, ma va bene. In nottata finisce la parabola della giovane marcantonia americana Stephens, sotto i colpi accecati della neo rachitica Ivanovic. Buon Dio, così magra ha perso anche l’ultima, parvenza, di attrattiva (fuori dal campo e senza racchetta in mano): l’avvenenza. Può però raggiungere Serena nei quarti, se batterà la bella sottiletta Pironkova. 
Tra gli uomini, e faccio pubblica ammenda, non mi attendevo un Feliciano Lopez così pericoloso per Murray. Anzi, pensavo potesse essere battuto anche dall'attuale Bertolucci in vestaglia. Sarà perché esaltato da mamma Judy Murray tutta eccitata e sognante in tribuna che sospirava “Oh, Deliciano lovely, lovely, lovely…oh!”, ad ogni arabesco slice d’attacco dell’iberico, ma Feliciano mette alle corde un ciancicato Murray che si salva con la proverbiale tigna. O grazie all’attitudine perdente del “Deliciano”, scegliete voi. Ora per lo scozzese la terribile prova violenta rappresentata da Milos Raonic, facilmente impostosi sull’eroico James Blake. Nessun patimento per Federer, che lascia le briciole al gallo cedrone Verdasco, sgonfiatosi come un palloncino montato pieno d’elio. Avanza quel che resta della gioiosa “armada iberica”, con Almagro vincente su Sock (e lo sappiamo che quel posto in ottavi spettava a Petzschner). Un po’ a sorpresa, accedono agli ottavi anche Klizan e Cilic. Fish regola in quattro set Gilles Simon. Nel match tra perticoni, Thomas Berdych prevale in quattro set su Querrey.

lunedì 17 ottobre 2011

L'ORA (D'ARIA) DI MURRAY


In diretta da un luogo di massima sicurezza, ove sto imparando "di scrivere" col prestigioso strumento "smartphonico" che finirò di pagare a rate nel 2016. Se le urlanti scimmie che avranno invaso la terra concepiranno ancora lo strumento rateale. Su di una panca, baciato da un languido sole autunnale, che rende meno malvagio il freddo della rigida stagione allo annizzo. E con qualche foglia che svolazza irridente, simile ad un neurone che se va.

Murray in libera uscita. Reduce dalla visione del deludentissimo videotape di Belen assieme ad un ginecologo esibizionista e perso nei meandri un delirio spirituale, che in questa settimana mi ha fatto stracciare una (immaginaria) tessera di partito “apartitico” rispettoso delle inesistenti istituzioni nell’ambito di una lotta politica fatta di disubbidienza civile, di tennis ce n’è poco. Poco spazio per immani profluvi d’inarrestabili vaneggiamenti scilipoteschi applicati al tennis, dunque. Ma come, c’era il Master 1000 di Shanghai, dirà qualcuno. Ebbene sì, visto poco o niente. Qualche mattutino scorcio tra la prima e la seconda sigaretta, un set mentre deglutivo un ottimo risotto surgelato ai funghi prataioli e poco altro.
In Cina s’impone Andy Murray, a completamento di una trionfale tournée asiatica. Tre tornei vinti, quindici vittorie di fila e terza piazza mondiale sottratta niente meno che a Roger Federer. Trionfa dopo un cammino meno insidioso di quello sostenuto nel più piccolo torneo Atp500 di Tokyo e senza il simbolico scalpo di Nadal in finale. Piccolo paradosso lontanamente paragonabile a quello della chierica pulzelletta Rosy Bindi nuovo baluardo delle sinistre contro i Radicali biechi sostenitori dello sfascismo imperante. Ci sono paradossi ovunque, cari miei. Diventare sostenitori del regime votandogli coerentemente no. Candidare gente che poi vota sì, e rimanere i simboli dell’antiregime. L'insensatezza si annida ovunque come un serpe, state accorti. Il figlio di Scozia adottato dall’Inghilterra chiude senza sbavature, domando un sempre arrembante Ferrer in finale. Andy è ormai diventato il primo degli altri. O il migliore quando non c’è nessuno. Nessuno scatto in avanti, alcuna folgorazione sulla via di Damasco. Ha semplicemente fatto il suo, Andy. L’effettiva maturazione da talentuoso ragazzaccio dal tennis raffinatamente e geneticamente anaorgasmico a campione reale, esige ben altre platee. Quel maledetto slam, ad esempio, che fino ad ora si è dimostrato incapace di azzannare con quella dentatura d’antologia. Chi è assente ha sempre torto, ed allora celebriamo un successo che poco aggiunge alle ambizioni dello scozzese, visto che di Masters 1000 ne aveva vinti ed a tabelloni completi, battendo (sporadicamente, in vero) anche i tre dominatori mondiali.
A proposito degli altri "fab tre". Djokovic e Federer, riposati e guariti da piccoli acciacchi, saranno pronti per contendersi il successo a Parigi e Londra. L’altro in Asia c’era: Rafael Nadal. Poco più che una smunta ed afflosciata sagoma di quel terribile satanasso arrotatore del recente passato. Anche qui, poche novità. Si è abituati al Nadal modello Giuditta-autunnale. Scarico, spento, inefficace e vulnerabile come una gomma lisa che va per bucarsi. E puntualmente si buca al primo infingardo sassolino smussato. Bastano le sontuose geometrie di un Florian Mayer in versione ispirata, per mettere a nudo le falle maiorchine di fine anno. Il tedesco, sempre con quell’aria dimessa di chi sta cogliendo un mazzolin di fiori di lillà ma con un formidabile talento da pianista nelle dita, addormenta il match e parte con rasoiate “gattonesche”. Nadal rema, annaspa ed arrota troppo corto. Inquietantemente corto. Se le gambe non girano e non v’è la necessaria forza per sostenere un tennis così dispendioso, diventa un agonizzante sorcio in gabbia. Il neo gattone teutonico segue anche il servizio a rete, azzanna sapidamente lo spagnolo grazie ad una prestazione tatticamente inappuntabile. Manca solo che gli dipinga qualcosa in faccia con un penello e scappi, ma è così garbato Florian. Alla fine vince in due set, e quasi si scusa con Rafa, stringendogli la mano.
Ferrer e quell’incresciosa costanza podistica che procura orchite alle meningi. Per il resto, il torneo cinese ha detto poco o niente, tra assenze e parecchie seconde linee a tocchi che han fatto la stessa fine dei tacchini la vigilia di natale. Emerge chi ha ancora birra e chi ha fatto della costanza operaia una ragione di vita. David Ferrer acchiappa un’altra finale. Tra ingobbite corse, colpi d’ineleganza mortale e forza di volontà impressionante, c’è sempre. Linguetta tra i denti, passo da rottweiler squilibrato e ciuffo da shining, somiglia ad un sensoriale scotennamento del bello. Ma è sempre lì, zappando allegramente grazie a quelle gambe poderose, ai piedi del podio. Battere quei quattro o solo provarci è altro mestiere però.
Agghiacciante vedere la semifinale tutta iberica tra Ferrer e Feliciano Lopez. Pare una crudele trasposizione di “Angeli e Demoni” (immortale romanzo che mai leggerò, ma mi piaceva l’accostamento coi due). Feliciano elegante e bello come il nazareno in croce, ed un feroce soldato con la frusta di frassino a passargli l’aceto sulle ferite. Forse troppo cruenta come immagine, lo ammetto. Soprattutto per uno che ha abbandonato la visione di “The passion of christ” dopo ventidue secondi netti. Sarà per questo che l’esaltazione feroce poco mi attrae. Ma la fine è la stessa.
Si rivede anche il pokemon nippo Kei Nishikori che giunge fino alle semifinali. Uno che, si può sempre sbagliare, ma ha talento da vendere e buona maturità mentale. A ventidue anni è rientrato per la seconda volta nei primi 50, dopo un grave infortunio al polso. La stessa età, per dire, in cui i cocchi d’Italia assai talentuosi veleggiano garruli tra i primi 450. Ussignur, ho usato il termine “cocchi”, ma niente ha a che vedere coi “cocchi di sinistra” riferito ai black-bloc, titolone di un giornale di satira involontaria delle proprie servili demenze.
Bolelli perde l’aereo. No, non è mica una barzelletta sciocca. Di quelle submentali che racconta il lucidissimo premier in occasioni solenni per far ridere due invertebrati servi della gleba visibilmente imbarazzati. E’ proprio così. Reduce dalla fatiche della prestigiosissima competizione a squadre (la serie A italiana di tennis, dove ben figurano Santopadre, Pescosolido ed un drappello di under14), l’eroe dei due mondi italico perde l’aereo che lo avrebbe condotto ad Orleans. Già lo si prefigurava come novello pulzelletto addormentato, capace di sciorinare schioccanti colpi puliti e vincere di slancio. Invece ha perduto l’aviogetto. Voglio dire, può succede a tutti, per carità. Ma dona perfettamente l’idea dell’essenza intima del bell’addormentato di Budrio. Forse è un geniale ed inconsapevole pittore di se stesso, e non lo sapevamo. Fa anche molta tenerezza immaginarlo assonnato e scocciato, che non ha sentito la sveglia. “Sochmel” avrà sibilato a mezza voce, prima di rigirarsi e dormire ancora. Il piccolo Federer.
Il resto della settimanale rubrica “Italia e dintorni”, ha poca carne al fuoco. Seppi si riposa meritatamente dopo il trionfo di Mons. Oggi, come ardimentoso gladiatore ibernato da sei anni, proverà a battere anche il pubblico moscovita, prima di Andreev. In ultimo, ma non per ultimo, Fognini. Il ligure si separa dallo storico allenatore Pablo Martin. Aperte le selezioni per scegliere il nuovo martire affetto da incurabile sadomasochismo. Una selezione simile a quelle di x-factor o amicidimariadefilippi. Già molte le ipotesi sui papabili: Un domatore pazzo di foche epilettiche, uno strizzacervelli sadico e violento, un medico della mutua in pensione, un radiatorista con la gotta, fino alle meno improbabili e fantasiose: Un frigorifero guasto, Lele Mora (a distanza perché attualmente, smagrito ed afflitto, dimora a San Vittore), una bicicletta a tre ruote, una mela cotogna, etc…

giovedì 30 giugno 2011

WIMBLEDON 2011 – LA CONTAGIOSA CARICA DEL BISONTE JO


Giornata 10 - Dal vostro inviato. Il più grande esperto di tennis in Italia e nel mondo. La cosa bella è che alcuni ci credono. Nell’ironia ed autoironia v’è molto dell’intelligenza umana. In chi non ne è capace e nemmeno la comprende, il dipinto della mediocrità più estrema.

Scusate il ritardo, sembra aver dipinto su quel bel faccione da adorabile canaglia, mentre al centro del campo festeggia l’impresa. Genuine gesta da istrione gentile e guascone, che sono l’essenza di Jo-Wilfried Tsonga. Oltre tre anni dopo quell’estate australe, mentre dalle nostre parti si pativano i rigori dell’inverno, fummo rapiti dalle imprese di quel ragazzone tutto muscoli, personalità e carisma antico. Una roccia imponente ed esplosiva. Potente ed inusitatamente, d’improvviso, aggraziata. Un bisonte lezioso, che balla al Bolshoi, si disse-scrisse. Alla faccia dei tanti gran sacerdoti del tecnicismo amorfo e morto nelle loro menti labili, che lo dipingevano tennista solo fisico dal gran servizio, dirittone e poco altro. La meteora impazzita e virulenta, invece, mi spinse all’insano voto da scommettitore folle. Pronto ad iscrivermi ad uno di quei circoli delle libertà (condizionate) se quel rigoglioso fenomeno della natura entro il 2012…
Invece, se si eccettua una breve settimana di grazia parigina, sono seguiti anni di disgrazia, insofferenza, patimento e sinistri cigolii. Quasi sprofondava goffo nell'argilla, remissivo in risposta sui prati, isolate fiammate e grandi crack sul duro. Non se ne usciva. Il debordante fascio di muscoli, nascondeva una fragilità di fondo: La quasi impossibilità a reggere un tennis così meravigliosamente esplosivo. Jo appare un poderoso bisonte di cristallo. La spalla, il braccio, il ginocchio, poi caviglia, polso, rotula e ancora spalla. Sempre qualche giuntura ad impedire l’alchimia. Quasi sconcertati per quel carisma avvilito dal fisico, si arriva addirittura a misconoscere l’alchimia stessa, a rassegnarsi alla tragica iscrizione ai circoli dell’orrore, come pegno mortale per quella evidente crapuloneria tecnica nell’avergli vaticinato un posto nel gotha.
Che Jo stesse finalmente bene, come poche altre volte, lo si era già capito al Queens, storico e rituale torneo di preparazione ai Championships. Una gran vittoria sul solito Nadal alle prime, un filo imbarazzanti, prese di contatto con l’infida erba e la finale persa in volata con Murray. Anche a Wimbledon, partita dopo partita, lasciava sensazioni di crescente speranza ai soliti creduloni, meno insofferenti ma più guardinghi. David Ferrer steso senza troppi preamboli, ed ancor prima quel giovane e purissimo talento bulgaro, Dimitrov, domato alla distanza e d’esperienza. Ieri però, nel suo match di quarti, non aveva di fronte la giovane copia dell'est, ma il Roger Federer vero. Tsonga si conferma in palla. Regge, sbuffa, attacca senza soluzione di sosta. Tutto inutile al cospetto dell’ex numero uno svizzero, quasi perfetto nella sua danza abbagliante. Jo sembra aver ammainato ogni speranza dopo un tie-break del secondo set, perso in modo quasi increscioso.
Ma, tra novità francesi e piccole conferme di Svizzera, il match prende un inatteso viatico, deraglia. Il francese continua a spingere, in quel folle progetto tattico d’asfissiante attacco. Avanti ad ogni occasione, all’ultimo respiro. Federer ne rimane intrappolato, forse sconfitto dalla stessa idea superiore d’aver già vinto. Si rilassa inconsapevolmente, abbassa un filo il ritmo, mentre l’altro riprende a caricare come un bisonte, ora furioso, ora aggraziato  Mai così smagliante sui prati, Jo. Migliorato in risposta, devastante al servizio, implacabile negli uppercut di dritto dal fondo, coraggioso e virtuoso portiere nei pressi della rete, aggredita con una veemenza che non si vedeva dai tempi dell’altro tuffatore da prati, Boris Becker. Si assiste persino a qualche disperato rovescio in recupero, staccando la mano. Il pugilatore transalpino ha il gran merito di prender subito un piccolo vantaggio nel terzo, rimettendosi nella partita dalla quale, lentamente e passivamente, esce gradualmente Federer. Poi è un grande spettacolo giganteggiante, fino al completamento della rimonta. Lungi dall’intonare il duecentoventiseiesimo stucchevole “de profundis” per lo svizzero, rimane comunque l’ennesima sensazione di passivo abbandono a se stesso, malgrado uno Tsonga versione gigante. Due set di sfolgorante dominio antico, ed altri di tre di etereo sonno.
Semifinale terribile ora per il francese, che svegliandosi, si renderà conto di aver fatto qualcosa di grande, ma ancora nulla. Ad attenderlo c’è quella poco rassicurante espressione vagamente strabica appartenente a Novak Djokovic. Il serbo regola d’esperienza il teenager australiano Bernard Tomic, che perde la grande occasione spegnendosi una volta avanti di un break nel terzo set. Avanti due ad uno, chissà come sarebbe finita. Rimane l’impressione di gran consistenza serba, irriducibile anche sui prati, e di un radioso futuro per il ragazzetto australiano, simpatico come acuminato aculeo conficcato in un occhio, ma dal tennis intelligente, completo e qualche imprevedibile guizzo “gattonesco”.
Poco può Feliciano “Deliciano” Lopez, battuto in tre rapidi set da Andy Murray. Rimane il buon torneo dello spagnolo atipico, e la consapevolezza di avere una conturbata fan in più: Judy Murray in love. Sarà per questo che l’hanno visto fuggire, notte tempo, da Londra. Semifinale attesa tra Murray e Nadal, l’eroico Nadal. Quasi tumulato contro Del Potro, persino in dubbio ieri (la risonanza magnetica ha individuato qualcosa, certo: il marchio della Metro Goldwyn Mayer). Ecco quindi le solite sgroppate alienanti e magli arrotati per ridurre a miti consigli le belle geometrie di Mardy Fish. Ma se l’americano fosse andato in fuga ad inizio quarto set, ecco che per magilla, il marchio della Metro Goldwyn Mayers sarebbe riapparso in un nano secondo. Murray per domare lo spagnolo, al meglio cinque set, dovrà trovare il match quasi perfetto.

Due ciance anche sulle semifinali femminili, allineatesi ieri e di scena oggi. Sharapova-Lisicki, derby russo-tedesco di valchirie bionde, nella parte alta. La siberiana è quasi nella forma che la rese tragicamente celebre e non ha avuto alcuna pietà nell’infierire sulla gnoma assassina (di Wozniacki e qualche altra) Cibulkova. Sabine Lisicki, gran rivelazione del torneo, pur provando ad esibire ancora la sua indole di gran perdente auto-capottante, ci ha alla fine liberato dell’inquietante presenza di Marion Bartoli, inestinguibile e straziante combattente esagitata e con la svolazzante coda di cavallo unta di sugna. Più esperta e navigata la siberiana, più intelligente la tedesca. Se quest’ultima, oltre al repertorio di virulenze varie, riesce a mettere in atto le stesse variazioni e smorzate utili a debellare l’incubo francese, può giocarsela. 
Parte bassa occupata dal confronto Kvitova-Azarenka. Entrambe alla ricerca del salto di qualità di una ancor giovane carriera. Match che più equilibrato non potrebbe esserci. La gigantessa ceca dal ventre tipico di chi abusa di bevande al luppolo, sapida e con la calma dipinta nel viso sciapo, è stata autrice di un gran torneo. Per lei ora la prova del nove, contro l’orrenda furia satanica di Vika Azarenka. La nipotina di belzebù, se il match dovesse complicarsi, potrebbe impazzire, emettere urla e bestemmioni da saloon. Il prete esorcista Milingo è i preallarme. Cinquanta e cinquanta, credo.

martedì 28 giugno 2011

WIMBLEDON 2011 - OH, DELICIANO




Giornata 8 – Dal vostro inviato che “ho visto per la prima volta il matrimonio di William e Kate: Bellissimo.”. (Dagli aforismi apocrifi del mostro di Avetrana, Misseri)

Si attendeva il grande botto, la sorpresa in almeno uno dei match di ottavi che vedevano impegnati “i magnifici quattro”. Invece, niente o quasi. I frizzi e lazzi si hanno soprattutto nel tabellone femminile, ormai divenuto terra di conquista per il niente. Rimane sono Masha la siberiana, tra quelle in corsa, ad aver già vinto uno Slam. Ieri ha regolato agevolmente la cinese Peng, senza dover nemmeno sfoderare le urla più ricercate. Scotennano le rispettive, e malcapitate, avversarie anche Azarenka, Lisicki e Kvitova. Mandate al creatore tennistico in un baleno, rispettivamente: Petrova, Cetkovska e Wickmayer. Nella giornata delle grandi sorprese femminili, torna a casa la numero uno al mondo Caroline Wozniacki (ormai sempre più tragedia e personificazione del fallimento dei numeri), regolata alla distanza dalle sfrontate "carocchie" della gnoma da combattimento, Dominika Cibulkova. Fuori entrambe le sorelle Williams, allo unisono, presentatesi a Wimbledon con un paio di allenamenti defatiganti nelle gambe. Serenona, ferma e furente, si vede bloccata da Marion Bartoli. Per questa mitologica cosa quadrumane, le parole paiono ormai inutili. Come storpio primate pizzicato da una taranta, imbraccia il suo scaccia mosche e via (“alllleeeezzzz”). Un inno all’orrore. Mestamente battuta anche Venus. Tsvetana Pironkova, sottile bulgara che esalta i sui bei colpi semplici, la doma in due set senza farsi troppo intimorire dal suo paletot brilluccicante da casta diva. Entrambe tornano a Malibù. Pronte a dedicarsi alle loro innumerevoli attivita. L’allenamento? No. La pubblicità. Questa settimana sponsorizzeranno le barrette multivitaminiche contro l’aerofagia, al mirtillo, lampone e fragoline di bosco.
Tra gli uomini, tutti avanti i quattro favoriti. Sorpresa relativa è l’eliminazione dell’uscente finalista Thomas Berdych, estromesso in tre set da Mardy Fish. Perché, alle volte, l’intelligenza tennistica fa fuori la demenza. A casa il ceco, per la felicità dei sindacati dei "bibbitari" locali, colpiti a morte e falcidiati dai suoi “homerun”. Bernard Tomic mi manda di traverso due infingardi tramezzini, stendendo Xavier Malisse. Prestazione perfetta (ed irripetibile) dell’australiano, il più giovane ad entrare nei quarti dei championshisp, dai tempi di Becker. Tennis completo, buon carattere e faccia calamita sberle. Notte tempo, due organizzatori avvertono Malisse che il match è già finito. Lui, che non è seguito da nessuno in questa fase di vita vagamente misantropa, ha però bisogno d’esser avvertito delle cose. Almeno.
Passa di slancio Jo Tsonga, tre mirabili set a zero all'aratro Ferrer ed una esplosiva sensazione di gran splendore tecnico-atletico come in tre anni gli è forse successo due volte. Soffre, ma rimane in vita il bel volleatore di Toledo Feliciano Lopez. Recupera due set al polacco Kubot, ed è ancorà lì a sguainare volèe e magistrali colpi mancini. Spiace, occorre dirlo, per questo marcantonio polacco che interpreta il tennis erbivoro alla vecchia maniera degli eroi. Pazzo, letteralmente. Un kamikaze che azzanna la rete con un coraggio leonino. Indomito combattente che “arravoglia” qualsiasi straccio per gettarsi avanti ed inventarsi persino volèe pregevoli.
La spunta Feliciano, o meglio “Deliciano”, come direbbe mamma Judy, assai conturbata dall’iberico. Ecco, mamma Jude sta diventando sempre più idolo incontrastato. Protagonista della storia più bella di questo Wimbledon inventato. Il gossip inglese si è scatenato su presunti sms di accaldato apprezzamento inviati dalla bacucca mamma Murray all’iberico. Ed io me la immagino serrare il labbro, tutta accaldata e fremente, violacea e paonazza, mentre gode di una demivolèe mancina di quell’aitante giovanotto barbuto e bello come un Dio greco. Arde di senile amore, Judy. Poi irrompe nella stanza il figlio, si accorge dell’orrenda scena, mentre era già pronto un materno messaggino d’amor struggente: “Oh, Deliciano, palpito, fremo e vibro come una foglia scossa dal libeccio d’amore, ad ogni tua volèe. Sento di diventare pazza. Sono pazza d’amore, forse.”. Andy scuote la testa, le ruba il telefonino e la manda in camera sua senza cena. E si ode in lontananza un pianto irrefrenabile. Giochi della vita, nei quarti “Deliciano” affronterà proprio Andy Murray. Ed oltre alle volèe melliflue, lo spadaccino di Toledo ha un motivo in più per poterci provare. L’inglese si disfa in te set di Richard Gasquet. Mezza delusione per chi si attendeva un match, almeno, più combattuto.
Periodico 6-3 che vale più di mille parole, quello che infligge Novak Djokovic a Llodra. Poco meno che un cacciatore disturbato e con fattezze orrendamente esagitate, che si accanisce a pallettoni su uno svolazzante cardellino. Regala un set di indomito e languido ardore, Mikhail Youzhy, prima d’esser ricondotto a miti consigli da Roger Federer. Poi ci sarebbe Rafael Nadal, ah sì, Rafaelito il lazzaro moderno. Quasi vien voglia di lasciar perdere, di non trattarne più. Uno ci prova anche, ma niente. A Wimbledon si sublima la sua arte melodrammatica. Altra recita da guitto della commedia dell'arte patologia, nel bel mezzo di una battaglia violenta con Juan Martin Del Potro. Ancora stop medico "personale", e partita interrotta per sua regale volontà prima di un tie-break. Zoppica, torce il labbro leporino, fa smorfie di dolore estremo e rassegnato. Pare il cristo in croce. Persino le telecamere indugiano sul piede ferito, che tanto lo fa patire. Zio Toni e la sua ciurma, se la ridacchiano sotto i baffi. Il buon Juan Martin, che pure non è un pusillanime Picasso dalle labili meningi, inizia a pensare. Si modera, non rischia più la magnifica fucilata vincente, cambia schema pensando che tanto quello è fermo, basta meno. Ed è lì il guizzo del “campione”: cinque o sei sgambatone da olimpionico del 400mt piani e passante implacabile condito da un zompo di felicità con ricaduta sul tallone divelto a morte. Lo stesso che trenta secondi prima gli impediva di camminare come un uomo normale, rendendolo uno sciancato prossimo all'abbandono. Che roba ragazzi, meglio glissare per umana decenza, facendo finta di non leggere un titolone del giornale che va per la maggiore tra i tifosi di pallone: "Nadal più forte del dolore". Un titolo che si ricicla, di anno in anno, di commedia in commedia. Un bel film, senz'altro. Basta crederci anche all'ennesimo sequel. La realtà è che vince il tie-break incriminato, poi la spunta al quarto set correndo come nemmeno un alieno del pianeta Zaros, il gravemente ferito "più forte del dolore". Nel mezzo, scivolone dell'argentino che però non ha certo il tempismo del "campione", negli stop finto-medicali. Un must, ormai. Chiamatela essenza d’iberia svegliata dall’ambiente british. Essenza vagamente depurata da Feliciano. Anzi, "Deliciano", immaginando l’estatica Judy in amore.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.