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lunedì 28 novembre 2011

ATP WORLD TOUR FINALS: FEDERER, CORIANDOLI DI TENNIS SULLA CODA DEL 2011


Ultimo atto della stagione tennistica all’insegna della leggerezza antica e dell’eleganza del vecchio monarca elvetico, dominatore assoluto della scena nella “02 Arena” londinese. Svolazzi, fenomenali rasoiate e ricami come tanti piccoli coriandoli alati che, in un dolce e gradevole paradosso, provano a farci dimenticare una stagione dominata dall’assoluta brutalizzazione di ogni idea tennistica.

Roger Federer: 9. Quando i plebei, rozzi e volgari forzuti cui hanno messo a viva forza una racchetta in mano, umanamente cedono fisicamente un filo dalla terrificante condizione che ha consentito loro di fare razzie di tennis e quant’altro, d’incanto risplende l’antico monarca elvetico dal tennis danzato. Sicuro, centrato e mentalmente sereno come mai nella stagione. A Londra gli erculei dominatori degli ultimi slam arrivano a tocchi, stremati e distrutti da una stagione corsa a livelli mostruosamente esasperati, ed ecco riemergere il tennis naturale di Roger Federer. La loro preistorica clava travestita da racchetta colpisce in modo sordido, se le gambe imballate girano a vuoto. Lo svizzero invece svolazza leggiadro sulle macerie dell’orrido, pallettoni pesanti e lente superfici di caucciù. Voglia il cielo, e per una volta. Quando gli altri si sono fiaccati e stroncati come fiere da soma tennistica mandate al macello, l’altra ed unica soluzione è il tennis reale dello svizzero. Quanto durerà, non si può certo sapere. Ma mentre ventitreenni e venticinquenni tori da monta racchettara giungono in autunno come neanche un ottantenne avanzo di bagina intento a giocare alla bocciofila, il trentenne svizzero torna dominatore assoluto delle scene. Paradossi appunto. Mai più paradosso fu più razionale e linearmente prevedibile. Si prende anche lo sfizio di annichilire ed infliggere una quasi-umiliazione sportiva all’eterno rivale Nadal, dopo una prestazione sontuosa. Solo una regal distrazione nella finale, opposto a Tsonga, e che gli costa il secondo set. Uno di quei divaghi della mente che durante la stagione e contro avversari indemoniati e con bava iridescente che cola dalle labbra, invece gli sono costate diverse sconfitte ed un 2011 senza slam come non avveniva dai tempi di Marat (il pittore). Conferma che il suo è un declino non-declino, ma semplice impossibilità a reggere per tre ore quella soglia di esasperante fisicismo che hanno raggiunto gli altri due, quando sono al massimo. A margine, lo svizzero fa suo il sesto master, accocchia altri record ad una formidabile carriera.  Ora, dicono, gli manchi solo la medaglia olimpica.

Jo-Wilfried Tsonga: 7,5. Altro formidabile regalo di fine anno, questo magnifico pugile ballerino. Bellissima finale come corollario di un ottimo 2011, ed un autunno nel quale il suo tennis è emerso come piccolo miracolo. Come a Bercy, anche a Londra si dimostra il numero due di quest’ultima parte di stagione. Stronca Nadal, Fish e Berdych, cedendo solo a Federer. Se sta bene fisicamente, il colosso francese è tranquillamente il numero 5 al mondo, capace anche di tirare degli scherzetti a quei quattro. Danza, pesta sodo e accarezza palline, il bisonte di cristallo. Dritti in sospensione, e bei tocchi. Ganci devastanti e battiti d’ali di farfalla.  Lavora e cesella anche di fino, nella finale. Tenta, con incredibile rimonta, di sfruttare il passaggio a vuoto sul traguardo, dell’avversario, ma non c’era niente da fare. Rimane una gioia per gli occhi, Jo Tsonga. Così come positivi e contagiosi sono i suoi supporters, all’angolo. Sempre sorridenti e ridanciani, lontanissimi dal livore invasato degli altri, della famiglia Addams serba, per intenderci. Si può solo sperare che il 2012 ce lo conservi sano e spumeggiante come gli ultimi mesi.

David Ferrer: 6,5. ‘O zappatore “in mezzo a tutti li signori incruattati”, rischia spesso la sonora e plateale brutta figura. Stroncato in quel pur volenteroso ed ammirevole sport di vanga racchettaro. E invece, un Masters londinese sui generis e le rabberciate condizioni di molti, lo spingono in semifinale. Tritura in modo abominevole il Djokovic versione “normal” e niente “high speed”, dopo aver dominato lo sciancato Murray. Nulla possono quelle gambe formidabili, nella semifinale persa con Federer. Match che a tratti, ed in certi punti, mi ricorda un altro confronto di stili: quello tra McEnroe e Chang (ecchivelo). Con la differenza che quei numeri in recupero, il cinese i faceva su carpet velocissimi, lontani parenti delle attuali stese collose, più lente della terra, e nei quali Ferrer non avrebbe avuto nemmeno la remota possibilità di affacciarsi a grandissimi livelli.

Thomas Berdych: 6. Ah, sì. Indeciso se mi indisponga di più quella faccia da murena o lo schiocco dei suoi colpi pieni. Era chiamato ad aggiustare una stagione altalenante e deludente. Un tira e molla, da top ten e niente più, come un po’ tutta la carriera di questo pennellone ceco, per anni vaticinato come possibile dominatore. A Londra prova a dimenticare i traumi fisici che ne hanno condizionato il 2011, ma perde in modo ripugnante da Djokovic, all’esordio, sfarfallando nel decisivo tie-break come un miope cacciatore di tordi. Riaggiusta il torneo e si guadagna la semifinale battendo Tipsarevic e Ferrer. Niente può contro un magnifico Tsonga nella semifinale. Laddove il fisico regge, al ceco impostato come un Nando Gazzola d’antologia, continuano a difettare intelligenza, variazioni tattiche o imprevedibili soluzioni che vadano al di là della scuola di schioppo.

Janko Tipsarevic: 6+. L’intruso. Serbo occhialuto che prova a scombinare i piani a suon di gran colpi e spaventevoli “uohhhh”. Rimpiazza il quasi morente Murray dopo il primo singolare ed onora pienamente il premio premio per una seconda parte di stagione fantastica. Janko ha raggiunto un livello di tennis e solidità mentale davvero inattesi. Perde allo sprint con Berdych, vince un serrato confronto col connazionale Djokovic dimostrandosi di ben altra pasta rispetto ai tremebondi paggetti submentali Verdasco e Troicki. El cabezon spagnolo ed il pupazzetto Viktor (vedasi ultimo, recentissimo confronto a Bercy), coi loro connazionali carnefici, perderebbero anche se fossero barellati su una lettiga. Janko l’abominevole uomo delle nevi, invece, ha pochi timori o riverenze. Da quasi cieco perde con Seppi, quando può vedere la pallina batte Djokovic e se la gioca con tutti. Non si qualifica per la semifinale, ma chissà cosa avrebbe combinato potendo giocare anche il primo match.

Novak Djokovic: 5. Triste, ma anche no, vederlo in queste condizioni. Almeno quanto gli scambi di padellate con Fiorello (Ah? Chi? Sì, quello che fa la più bella satira equidistante, dai tempi del Bagaglino. Laddove equidistanza sta nel poter elegantemente definire un "nano col capoccione deforme", Sarkozy. Mica l’unto, come fanno i criminosi sovversivi. Echecazzo.). Ma, divagazioni a parte, se le gambe non girano in modo forsennato ed il fisico paga qualche acciacco, Nole rimane questo. Tennista normale, e niente più. Non ha la naturalezza di colpi per inventarsi altro. Batte solo il terrifico suicida Berdych, poi si sottopone ad umiliazione con Ferrer e patisce la maggior verve del connazionale Tipsarevic.
Che dire, mi pare niente di così straordinario. Ad un’azione segue una conseguenza. Se per sette/otto mesi giochi a livelli mostre, alzando l’asticella della resistenza fisica oltre l’umanamente concepibile, poi scoppi. Ed il ripugnante serbo “l’è sciupà” dopo quella terrificante finale nuovayorchese, più simile ad una corrida mortale che una partita di tennis, con Nadal. E daje e daje, il risultato finale è questa specie di frittata deambulante vista a Londra. Lui pare seccato. Propone delle modifiche di calendario, troppo lungo e stressante. Eggià. Altra proposta, dopo l’illuminante ed indimenticabile ipotesi dei set al meglio dei quattro games. Ello, il serbo giullare, vorrebbe, magari, giocare solo 4 mesi in un anno. Spremersi al massimo per pochi mesi e tornei, raggiungendo soglie fisiche ultraterrene, e poi basta. Ennesimo passo verso il baratro, dopo il cambiamento di materiali, palline ed appiattente omologazione di superfici, per rendere questo sport sempre più simile alla lotta greco-romana nel guano.

Rafael Nadal : 5. Vedi sopra, ma qui non è nemmeno una grossa novità. Che fosse ridotto ad un colabrodo, si sapeva. Lo si sa da anni, che dopo settembre il nostro Rafito diviene vulnerabile, tennista normale e battibile da tanti nei primi 50. Figurarsi in un Master dove partecipano i migliori otto e che, non a caso, non ha mai vinto. Poca roba, davvero. Per primeggiare o essere competitivo al massimo anche nel finale stagione, dovrebbe cambiare programmazione, ma la cosa non gli conviene. Questo è “el raton” di Manacor, forsennato crivellatore di palline nella stagione su terra, e un ultimo sforzo sui prati londinesi. Poi la stagione americana al risparmio ed un ultimo tentativo a New York. Dopo, è solo agonia tennistica. Corre come un cavallo stanco, le gambe non girano e frulla corto, rimanendo senza difese. Batte soltanto Mardy Fish, complice la crisi da fantozziana tachicardia dell’americano, nel tie-break finale. Poi umiliante stesa patita da Federer, autentica lezione immacolata, e sconfitta alla distanza con Tsonga. Una prece, che tanto, anche in una stagione (a detta di molti) disgraziata, uno slam lo ha pur vinto, e numero due rimane.

Mardy Fish: 5. In dubbio, dopo l’infortunio parigino, doveva essere il “materasso” dell’intero torneo. Alzi la mano chi avrebbe scommesso mezzo copeco su un americano arrembante. Invece Mardy se la gioca con Nadal, cedendo solo dopo una fantozziana o verdaschesca crisi da salivazione azzerata, nel tie-break finale. Si arrende con onore ed in tre set anche a Tsonga e Federer.

Andy Murray: s.v. Ingiudicabile. Già cencio sfatto di suo, figurarsi quando è infortunato. Una maschera di arruffato dolore strascicato come un'orecchietta. Perde nettamente da Ferrer, e si ritira. Inutile trascinarsi negli altri due match, rischiando di aggravare l’infortunio. Mentre Nole e Rafa giungono a tocchi dopo otto mesi corsi da indemoniati, lui si spegne come una fiammella a seguito della trionfale mesata asiatica. Ogni cosa ha la sua tragica proporzione.

martedì 6 settembre 2011

US OPEN 2011 - SCHIAVONE, CHE PECCATO (NO, MA VERAMENTE)

Day 8 – Dal vostro integerrimo conta-cantastorie, che ieri attorno alle 20, 11 ha messo a palla questa storica canzone celebrativa (di cosa? Immaginate, immaginate…).

La palpitazione è a mille. I budelli fibrillano di patriottica emozione. Vuoi mettere? Francesca Schiavone si gioca l’accesso ai quarti. Peccato solo non poter beneficiare del commento tecnico di Fabretti. Innanzi a lei nuovamente quell’allegra lonza russa di Anastasia Pavlyuchenkova. Prevarrà ancora la “classe immensa” di Francesca o la violenza di Anastasia? Anche stavolta la spunterà la comprovata esperienza dell’italiana sulla freschezza spregiudicata della russa cicciottina?
Il primo fotogramma che vedo riguarda l’azzurra. Si sta allegramente mungendo il pacco di gusto, come un cowboy avvinazzato. Un lieve imbarazzo mi percorre la schiena, ma va beh. L’incontro è abbastanza equilibrato e di agile lettura brail: Schiavone avrebbe tante soluzioni da mettere in campo, ma non capisce quale adottare. Alla fine, sceglie la solita mezza. Niente “uiahhhh” e moltissimi, troppi “ahuihhhhhh” accomodanti, centrali e corti, buoni per aggiustare la biglia sul dritto della russa. Il piccolo pachiderma possiede invece meno soluzioni, e le sbaglia quasi tutte. Ha un viso simpatico, questa ragazzotta dal doppio mento e coi rivoli di ciccia attorno alla ventrazza da birra. Infonde simpatia. Bene educata, senza eccessi o picchi di bizzosa ed altera attitudine divistica. Si piazza in mezzo al campo e sciorina i suoi lodevoli tentativi di accelerazione. Buoni, talvolta. Rotola goffamente, la piccola e basculante tennista dell’est che, ancora acerba e zavorrata da quegli spostamenti pachidermici, non ha ancora espresso tutto il suo potenziale. Ci vorrebbe poco all’italiana, per primeggiare: Spostarla. Vuoi che la “più talentuosa tennista in circolazione” non ci riesca? No, non gliela fa proprio. Capita. Facile cianciare seduti su una poltrona, col condizionatore che ti rinfresca le meningi. Ti domandi anche a cosa servano quei laceranti ragli con cui accompagna i colpi. Cosa aggiungano ai suoi schemi. Niente. Se già quella visita a corte con sperticate lodi ad un pazzo satiriaco non l’avesse portata ai minimi termini, contribuisce solo a rendermela meno simpatica di Gasparri e Santanchè che ballano una mazurca.
Normale che appena la mortazza di Russia alzi la soglia del suo gioco, prevalga. La tecnica, la solidità mentale e l’esperienza della combattente italiana soccombono innanzi alle spartane soluzioni di questa immatura ed ancora mentalmente fragile ragazzona coi cosciotti simili a prosciutti di Parma. Strana conclusione, bizzarra. O forse tremendamente falsa e fuorviante, è solo la premessa. L’assioma principale, che è ormai diventato un luogo comune. Fotografia sono gli ultimi tre punti: Anastasiona si abbatte goffamente su una volèe alta, la affossa in rete, cannando il match point. I fantasmi iniziano a ronzare nel suo povero cervelletto. E’ bianca come un cencio bianco. “Ha perso”, mi dico. All’esperta leonessa di mille battaglie, basterà rimettere la palla dall’altro lato. Che ci vuole. Invece ecco l’istantanea lampante: Doppio fallo. Amen. “ahuiiiiiiiiih” strillo dalla gran disperazione, nel più profondo scoramento.
Serena poi divora quel che rimane delle rinsecchite carni di Ana Ivanovic, senza versare nemmeno una goccia di sudore. Tragica, la “serbiatta”. Smagrita e come un chiodo, forse per migliorarne gli spostamenti, a scapito della potenza. La coperta è sempre corta, ma è lampante come bisognerebbe solo lavorare su quel cervello atrofizzato, altro che fisico. Buona prova di carattere di Caroline Wozniacki che la spunta in rimonta sul maggior tennis di Sveta Kuznetsova (se possibile, più femminile di “Ahuiiiihh”, coi suoi baritonali “uhhhhooohhhhh” da scaricatore portuale). Altro subnormale passo di danza dell’asfissiante Andrea Petkovic, che passeggia su Carla Suarez Navarro.

Federer in camporella, Djokovic vede la strega Dolgopolov, Tsonga giganteggia. Il tempo è tiranno, ma due parole le si devono spendere anche per gli ottavi maschili. Alexander Dolgopolov regala un set di quasi leggenda, opposto all’immane mostro Djokovic. Una libellula pazza e schizoide che svolazza sull’Arthur Ashe. Tennista magnifico questo ucraino, di imprevedibile genio atipico. Affettuzza, corre e poi parte con una fiammata accecante. Frenetico, leggero, naturalmente incontrollabile. Djokovic sembra ammattito, reso pazzo da quel tennis che non puoi prevedere. Ci vuole tutta l’esperienza del serbo per chiudere un delirante ed infinito tie-break (16-14). Non a caso, compreso il pericolo che poteva scaturirne, esulta come se avesse completato il grande slam 2012 (bene augurante per lui, questa). Gli altri due set, fanno poca storia. Se Dolgopolov avesse retto tre ore a qui livelli, sarebbe un top 3. Con l’aggiunta d’esser divertente come un top 30 perdente.
Nei quarti sarà derby serbo contro  Tipsarevic, che vince alla distanza sull’encomiabile “mosquito” Ferrero. Janko dopo la sconfitta patita da Seppi nello stokeriano paesaggio di Eastbourne, deve essersi detto con decisione: “O smetto o così non posso andare avanti, ho toccato il fondo. Devo inziare a fare il serio, dopo questa…”. Nella notte, Federer passeggia e lascia tre noccioline a Juan Monaco, argentino miracolato da un sorteggio benevolo. Per lo svizzero ottavo che rimanda a recenti e virulenti naufragi, contro Jo Tsonga. Il francese la spunta al quinto set, dopo una fantastica maratona, sull’idolo di casa Mardy Fish, alla fine un po’ malfermo. Match che riconcilia con quel che rimane del tennis. Completezza tecnica, attacchi, rasoiate piatte, ricami e quella rete che, per una volta, non è vista come qualcosa di retrò da osservare con sgomento sdegnoso, ma da aggredire con volèe ora morbide ora radenti. Poderoso, divertente ed esplosivamente geniale, l’istrione di Francia. E contro Federer sarà altro gran match.

Quarti femminili:

Wozniacki-Petkovic (45%/55%). Grande equilibrio. Costretto, mi giocherei la tedescona che, pur macchinosa come nessuno, ha più soluzioni.
Serena-Pavlyuchenkova (85%/15%). Confronto senza storie. Un po’ sono in apprensione per le sorti dell’adorabile bisontino russo. Sei games vinti e sarebbe già trionfo. Quantunque anche il solo uscirne incolume fisicamente, sarebbe tanto.
Zvonareva-Stosur (60%/40%). Ah, si. Le due perdenti per definizione, si ritrovano faccia a faccia. La maggior potenza dell’australiana, contro la squilibrata regolarità di Vera. Vincerà la più fresca e chi avrà meno paura. Forse la russa, anche perché l’altra è reduce da due durissime battaglie.
Pennetta-Kerber (70%-30%). Occasione della vita per la brindisina. Se non si farà travolgere dall’emozione (ma ha già dato prova di quanto sia solida di testa), può  prendersi la prima semifinale in uno slam.

lunedì 1 agosto 2011

ERNESTS GULBIS (ANCORA TU? MA NON DOVEVAMO VEDERCI PIU'?) IN UNA FOLLE NOTTE DI MEZZA ESTATE


I chiari presagi del gran disvelamento ennesimo di Lettonia, v’erano stati già nel meriggio. Tuoni, lampi, fulmini e grandine. Un temporale come se ne vedono solo nella stagione dei monsoni caraibici o nell’Africa abissina avvolge il mio eremo, rovinando la giornata dei cicaleggianti natanti. Per lo più, unti leghisti camuffati. Uno in particolare, nel corso della tarda mattinata, prendeva il sole leggendo con nordico distacco sdegnato “La Padania”. L’ho vista come una chiara provocazione. Volevo assestargli due calci in bocca indirizzandolo nella ridente Brugherio a farsi inculare all’unisono da Borghezio, lo sbiascicante neuroleso Bossi ed un mulo ungherese, lui e quel giornale di merdosi razzisti xenofobi. Ho desistito. Essendo una persona civile, gli ho solo sputato addosso e consigliato di spostarsi perché rendeva l’aria irrespirabile col suo puzzo nauseabondo.
Ma tornando alle cose serie, gran tennis in quest’ultima settimana dell’afoso luglio. In serata ho una gran voglia di assistere alla splendida finale dello Slam “cementaro” fatto in casa, a Recanati. Faccio in tempo ad aprire un link sovversivo, che noto una scena agghiacciante: I tennisti stanno seduti, mentre un capannello di gente è attorno a qualcuno steso in terra. Inquietante. Portano via lo sventurato giudice di linea (o raccattapalle, non posso saperlo) a braccia, barellato, accompagnato da tiepidi e raggelanti applausi. Terrificante, ma si spera non sia niente di grave. E i due ricominciano. Finale tutta transalpina (ancora). Kenny De Schepper, già noto ai più attenti per aver umiliato Bolelli a Wimbledon e gradevole lungagnone volleante, di fronte alla gran rivelazione del torneo, tal Fabrice Martin. Un ventiquattrenne giunto in finale dopo un sontuoso torneo, partendo dalla qualificazioni. Numero 500 e rotti delle classifiche, sei/sette tornei negli ultimi due anni. Ci si chiede dove l’avessero tenuto nascosto. Serve&volley a tutto spiano, sulla prima e sulla seconda, un chip&charge compulsivamente folle via l’altro, ha steso tutti, manco fosse un Edberg anchilosato o un Cash con la gotta. Godimento pieno nel vederlo avventarsi a rete, scucchiaiare l’arrangiato dritto d’approccio o tirare il classicissimo rovescio a tutto braccio. C’è vita ed ancora servizio e volèe in questo tennis del 2011. Nella finale di un challenger, ed oltre la cinquecentesima posizione. Fabrice vince, come completamento di una gran settimana. Se il fisico reggerà, divertirà avvicinando addirittura i primi duecento. Nel torneo che vide i natali del gran poeta onanista, si dissolvono come inquietanti ghiaccioli inspidi, gli alfieri minori della Italia “racchettara” dalle spalle strette. I francesi giocano come dei piccoli Llodra, i nostri giovani si dimenano arroganti, manco fossero un tragicomico mix tecnico/comportamentale tra Bolelli e Fognini. In miniatura. E’ tutta lì la differenza.
Gli italiani d’élite invece, ai monti di Gstaad hanno preferito tutti il mare di Umago ed un tabellone ampiamente più abbordabile. Basta però un Cilic pur in fase di confusionale smarrimento tecnico e mentale, per mandare a casa Seppi e Fognini (entrambi con quattro games sulla groppa). Starace? Ah beh, era stanco e malconcio. Un affaticato mix tra Isner e Mahut nel match dei record. Quelli alla ventesima ora di match, il nostro dopo un’ora e venti.
Faccio rapido zapping, in tempo per vedere una Serena Williams tornata furiosa come un tempo, a Stanford. Tutta fasciata in un aderente verde ramarro, inizia sonnecchiando come il felino svogliato. Talmente annoiata che non riesce nemmeno a lanciarsi la palla per il servizio. Poi dilania il balzellante marsupiale Marion Bartoli (ma nessuno le riferirà l’effetto grottesco delle sue gesta?). La tapina, già sconfitta, millanta il solito mezzo infortunio. Forse solo per limitare le nerbate del babbo, uno scienziato-domatore pazzo che pare scappato dalla Germania anni ’30. Levateceli di torno.
E’ però in nottata che va in scena il domenicale must tennistico. Il sorprendente genio scapigliato di Ernests Gulbis alla clamorosa ribalta, dopo mesi di torpore neurocerebrale. A Los Angeles, vicino a Malibù o nei sobborghi violenti e dimenticati da Dio narrati da Bukowski. Quale palcoscenico migliore per un ritorno in grande stile? Al suo angolo, agghindato come un sedicenne discotecaro, il nuovo coach Canas. Cosa può uscire di buono dal connubio col viziato ragazzotto bohemienne che qualche anno fa venne pizzicato con delle escort? Poco o niente, ho pensato. Ma quello è nato per stupire, sovvertire pronostici e credenze. Nel bene o nel male. Allora eccolo superare in volata il gran talento misantropo Malisse, disintegrare il Del Potro lanciato verso ritorno, e poi Bogomolov. La finale con Mardy Fish si presentava ricca di spunti ed interesse. Vuoi fidarti ancora di questo giovane lettone snob, naif ed intimamente votato al suicidio, in una malata notte di mezza estate? Decido di farlo, gettando pure qualche euro su una quota invitante, se cucita addosso a Gulbis (2,75).
Regge bene, il lettone con la nitroglicerina nel braccio benedetto. Barbetta incolta, cespuglio di capelli ribelli ed occhi pazzi rivolti al niente. Tira a mente spenta, e può giocarsela contro il più avveduto ed affidabile americano. Un vincente terrificante, o un deliziosa palombella. Un ace di seconda, o un doppio fallo. Irrazionale, imprevedibile, illeggibile. Cosa vuoi decifrare sotto quei boccoli? Niente. Fenomeno o povero lazzarone inetto. Sciagura autentica è il modo in cui getta via il primo set, con la ciliegina del doppio fallo finale. Contro un americano che pure sembra spremuto dalle due settimane d'attività continua. Sarà l’ennesima occasione persa di Ernests? O un altro ingannevole innalzamento agli altari delle gran promesse?
Nel secondo set però non molla la presa sul match, ed è il chiaro segno. Ci metto persino degli altri euri sopra, forte di quella sorprendente tenuta mentale. Tanto perché la disgrazia sia totale. Vince il secondo, scappa nel terzo. Mardy Fish, che pure gode di qualche mia simpatia per quella ingobbita e goffa attitudine buona ed il sibilante rovescio bimane piatto (e per la moglie, di gran lunga più bella del rovescio), sembra proprio non averne più. Ha finito la benzina. Il lettone lo ha tramortito a suon di intermittenti vincenti, spezzandogli le gambe con fluttuanti smorzate. E’ avanti 5-1 ora. Vuoi che possa riuscire a perderci? Ci prova anche, mica no. L’avversario è fermo e paralizzato, ed Ernests tenta di rianimarlo sparando colpi in piccionaia. Disgrazia autentica. Riuscisse a perdere un match simile batterebbe ogni record nella classifica dei mirabolanti “gasquettismi” carpiati. Qualcosa di osceno, che ti lascia senza fiato. Da 5-1 eccolo, nel giro di due minuti, col braccio benedetto improvvisamente rattrappito, che concede una palla del 5-5 all’avversario bollito. Il tempo di due palombelle di dritto, quasi adagiate col palmo della mano ed un dritto devastante, che si va a prendere la vittoria. Breve e distaccato cenno di contentezza, alzando la mano. Cosa vuoi che sia il torneo di Los Angeles, per uno che potrebbe essere top 5 da tre anni. Lo sa bene, ed è coerente in questo. Che sia l’ennesimo bluff o il rilancio per una carriera finalmente di vertice, chi può dirlo. Provate voi, a leggere la sua mente. O a scommetterci sopra, convinti di vincere.

lunedì 25 luglio 2011

ELUCUBRAZIONI TENNISTICHE SUL MICROCOSMO E SU VOLTEGGIANTI CINGHIALI ALATI


Mi avevano invitato per un fine settimana toscano all’insegna della bucolica meditazione, in una villetta immersa nel verde. Una specie di ostello porto di mare del viandante, oasi rigenerante e casa di cura per menti tribolate. Consapevole della mia nota passione per la Toscana, i mezzi week end da non abbiente in nostalgiche lagune e l’ancor flebile attrazione per le racchette, la tizia mi ha prospettato financo una possibile capatina ad Ortebello. Tanto per vedere un po’ di tennis, assistendo con palpitazione al challenger nostrano. Ho meditato una mezza giornata, poi ho preso una decisione densa di retorico rifiuto: “Se Paire arriva in semifinale, forse faccio un salto a vedere il magnifico torneo…per il resto tu stai col tuo compagno, e le tue ospiti sono quasi tutte aspiranti poetesse suicide o impasticcate. Spesso ambedue le cose. Io ho bisogno di accoppiarmi con gente sana…”. Ha riso, pensando ad una battuta. Invece ero serissimo.
Alla fine sono rimasto a bere dalle mie parti perché Benoit Paire, prevedibilmente, ha preso gran paga da Filippo Volandri nei quarti. Il bohemienne transalpino aveva però cosparso di melassa e un po’ di ridicolo Matteo Trevisan. Qualcuno se ne è anche meravigliato. La meraviglia non meraviglia di certo, perché spesso chi non è capace di vedere i problemi, continuerà ad averli, i problemi. E meravigliarsi, meritando simili tennisti. Questo risultato, e qualche stralcio di match che riesco a carpire, mi impone una dotta riflessione filosoficamente retorica. E’ pura crudeltà, accanimento vero per chi ancora si ostina a tifare la “nazione” e non il semplice bel tennis. Senza voler tirare in ballo il fatto che uno ha già passato le qualificazioni e vinto gran match negli slam e l’altro si dibatte bizzosamente nei futures, è altro quello che mi interessa. Come possono i nostri odiati cugini avere un classe ’89 così divertente, elegante, ricco di geniale talento sregolato, mentre il nostro pari età è una “cosa simile”, agricola, macchinosa e rudimentale? Di tipi simili, con un ipotetico buon dritto, ce ne saranno almeno 200. Un centinaio si migliorano con abnegazione e riescono anche a vedere temporaneamente i primi cento o più, per gli altri svogliati entrare tra i 300 rappresenta già un miracoloso traguardo da tenersi ben stretto. Perché oltr’alpe devono avere una giovane terza linea così brillante, mentre i nostri sembrano dei mezzi fabbri ineleganti, incapaci, viziati e pieni di sé (senza alcun motivo plausibile)? E’ orribile tutto ciò, noi che siamo noti nel mondo per le arti e la geniale fantasia. Poi il discorso, come sovente mi accade, è debordato in un distonico confronto assai malvagio. Loro hanno Tsonga e noi Seppi. Da quelle parti si tengono strette le paturnie di un Gasquet, mentre qui fibrillano per quelle di un impettito Fognini. Da un lato c’è Simon, dall’altro Starace. E’ come paragonare una tazza di merda ad una tazza di cioccolato (citando il sommo Faber). Cos’altro vuoi pretendere, in Francia v’è il contestato, ma ancora democratico, governo delle destre, in Italia vige una stramba monarchia degna di uno spettacolo del Bagaglino trasferitosi a San Vittore, retta da un povero satiriaco pazzo e pluri imputato.
La situazione è molto triste, ho concluso. Tempi duri, si abbattono su di noi. Ci sta la crisi anche dei bloggers. Proprio giovedì mi è arrivata una proposta di collaborazione assai allettante. Ma senza benefits (una cassa di beck’s e due escort polacche al giorno, chiedo) non consento a nessuno di godere dei miei servigi intellettuali. Gioco forza scrivo meno, perché la mezz’ora mattutina e quella post pranzo, le utilizzo per scommettere. Ci vogliono pochi minuti, un po’ di lungimiranza e minima conoscenza delle situazioni tennistiche. Volete esempi? Bene. Lars Uebel è l’allenatore sparring niente-di meno-che del Picasso Petzschner. Modesto ex top 300, ritiratosi da tre anni buoni. Giocava ad Astana solo per riempire il tabellone, un primo turno col mediocre (ma pur sempre tennista) Dustov. I pazzi lo davano ad 1,44 (follia reale), peccato solo che non fosse quotato il 2-0. Piazzo venti euro sull’armadio uzbeko di Bolzano. Quello vince 6-0 6-1, ed io due bei pacchetti di sigarette americane. La crisi si sconfigge così, col genio e la fantasia italici sventrati di cui sopra. Certo. Ora poi le bionde sono anche aumentate, come anche la benzina, al seguito di quella geniale manovra delle libertà che ci vede tutti uguali nel dover pagare i generi di prima sussistenza. Figli di Onassis come il cencioso, tutti vittime degli aumenti in modo paritario. E’ meravigliosa questa delinquenziale economia politica delle libertà vigilate. Ma aspettando che li impalino tutti in piazza con affilate mazze di frassino (“dove non lo saprete, dove non si saprà…”), faccio altri esempi di come la crisi può essere aggirata. Gorge Bastl, 36enne svizzero dal discreto passato e famoso agli annali per aver messo fine alla carriera di Pete Sampras a Wimbledon. Sfrattato e con problemi economici, continua a girare il mondo, giocare qualificazioni e perdere, assestato attorno al numero 800 al mondo. Ora, guardatelo un attimo nella foto in alto. Vuoi che uno ormai ridotto in quel modo possa meritare fiducia contro l’australiano Luczak? Bene, altre sigarette gratis alla faccia degli aumenti.
Ieri poi, giungo a casa in sul calar del sole. Mi sintonizzo sulla finale dello slam di Ortebello (ancora, direte. Sì, ancora). In quella oscena disfida Italia-Francia già sviscerata, le prime e le seconde linee italiane hanno poi avuto il sopravvento sulle quarte e quinte linee d’oltralpe. Volete che possa minimamente interessarmi l’epica battaglia tra Volandri e Matteo Viola? Manco per il cazzo. E’ in ballo invece la vincita di un doppio pieno di benzina per la mia fiammante utilitaria. Ho ovviamente piazzato il buon Pippo in una scheda con altri quattro match (già presi). Fremo per il nostro eroe al caciucco, che però ha già perduto il primo set. M’incupisco un poco. Tutto ciò dovrebbe farne aumentare l’ammirazione, ma come diavolo può un tennista come Viola essere nel circuito e persino tra i primi 200? Senza colpi e con un servizio che al confronto quello di Volandri pare una fucilata in stile Sampras. Una cosa surreale. Forse esiste, ma io non ho mai visto un servizio peggiore, tra i primi millecinquecento al mondo. Non ne sono al corrente, ma l’unica spiegazione sarebbe un problema fisico alla schiena. Sorge però un’altra acuta riflessione, che si porrebbe anche il fruttarolo di mestiere: “Perché i tennisti italiani (mica solo Viola) servono in maniera così indecente? Inostri luminari tecnici delle scuole sono stati avvertiti che senza servizio non vai da nessuna parte? Che la battuta è un colpo che si allena e si migliora? Che nessuno nasce tirando servizi come Muller nella culla? Cosa vuoi pretendere da chi alza le spalle e ti  risponde: “nascerà anche in Italia un Federer…”. Davvero sembra d’esser ai titoli di coda di una comica di Ridolini. Alla fine il livornese riesce a riacciuffarla e farmi vincere il doppio pieno. Può piacere o meno, ma Volandri resta quanto di meglio c’è stato nel tennis italiano degli ultimi dieci anni. Senza servizio. E dopo ieri mi è anche più simpatico. Si è ricostruito una classifica per qualche sparuta apparizione nei tornei Atp, e continuare a mietere successi inferiori.
Altrove, nel mondo, v’erano stanchi tornei senza molto senso. Ad Amburgo si ritrovavano quelli tra la decime a la ventesima posizione, alla ricerca di punti ed una vittoria. Almagro, Youzhny, Simon, Monfils, Melzer, Verdasco. La spunta il mellifluo pallettarismo trasparente di Simon. Ma dove ci sono le seconde linee, poca vita per gli italiani. Pronti-via-fuori. Per la triade Seppi-Fognini-Starace verranno tempi migliori, quando anche le seconde linee non ci saranno (e magari nemmeno le terze). Nessuno dei nostri eroi, gente che pure i soldi dell’aereo dovrebbe averli, s’è invece sobbarcato la tremenda trasferta negli Usa. Vi andranno solo per gli obbligatori Masters 1000 e per un’allegra gita remunerata con macchina fotografica a tracolla. Seppi l’erbivoro non avrebbe fatto bene a Newport? E Cipolla? Altra delusione incredibile. Dopo essersi guadagnato stima e punti in sperduti challengers oceanici, avvicinati i cento, invece che cimentarsi a Newport o Atlanta dove pure era iscritto e sarebbe entrato, che fa? Gioca le qualificazioni a Recanati, un bel 30mila nei ridenti e natii luoghi del Leopardi. In Italia non abbiamo tornei Atp oltre a Roma,  ma almeno una trentina di questi tornei, nell'arco dei 12 mesi. Si potrebbe vivacchiare solo con quelli, magari anelando un invito al posto del sordido usurpatore Muster. Siamo italiani, del resto. Tiriamo a campare. Chi per vincere le sigarette con le scommesse, chi giocando a Recanati. “Tanto prima o poi nascerà anche qui un Federer…”. Per la cronaca, Mardy Fish si impone in finale su John Isner dopo aver annullato due match point. Laddove Rajeev Ram fa addirittura quarti di finale.

lunedì 11 luglio 2011

DAVIS BALNEARE



Chi pensa io sia solo un dannunziano esteta dedito all’autoerotismo cerebrale, è chiaramente fuori strada. Attraggo in modo inconsciamente volontario tutto ciò che è mostruosità surreale. O forse, essendo pazzo, quella mostruosa irrealtà la vedo dove gli altri non se ne accorgono. Sarà mica un caso se gli unici due minuti visti di Italia-Slovenia, match valido per l’ingresso nei playoff di tennis, coincidono con qualcosa che supera la fantasia. Si gioca ad Arzachena, in un clima da vacanze al mare e cicaleggiante villaggio marittimo. Tutto rimanda alla spiaggia e la finissima rena bollente appiccicata a corpi semi ingnudi. Racchettoni ed una partitina a beach volley tra due coppie scarse e miopi, al più. Le due squadre si danno battaglia su un campo che è pura caricatura di ogni cosa. Una specie di cumulo argilloso simile ad uno stagno seccato o ad un campo di cipolle arato di fresco. Una cosa mai vista, nemmeno nei tornei della parrocchia a Torricella Peligna (leggasi, per chi non lo ha ancora fatto, “Un anno terribile”). Le cicale cantano in un concerto pazzo, e quando vanno a riposarsi, col tramonto incombente, tocca ai grilli squilibrati venare quell’incontro di bucolica gioia rumoreggiante. Ed ecco il cambio di campo, con l’orizzonte come una sfuocata palla incandescente e le immaginarie acque in lontananza che ribolliscono placidamente.
E’ qualcosa di meraviglioso. Sugli spalti degli svitati seminudi ed aspiranti veline in pareo, appena uscite dalle acque cristalline del mar sardo. Nemmeno lontanamente immaginabile, tutto ciò che avviene. Starace con un asciugamano in spalla, come un bagnate stanco sta servendo nel secondo set, dopo aver perso il primo. Ha la faccia triste di chi tanto la vince lo stesso, e procede mesto, avvolto nel tramonto estivo. Salgono alla mente i ricordi di battaglie all’ultimo sangue al circolo di Fregene, e quell’odore salmastro e di alghe marce che giungeva sospinto da un venticello caldo. Assai arduo venire a capo di un sessantaduenne immobiliarista arricchito con la pancia a forma d’anguria che ad ogni scambio gridava "ci vorrebbe 'na bibbita fresca, co st'arsura...".
Poi all’improvviso arriva l’acme del gioiosamente surreale, l’altoparlante che spara a mille delle melodie in stile balera anni ’80, con la mente che va ad anziani ammiccanti, ancheggianti e languidamente danzerecci. Qualcosa di monumentale. Un inno ai miei ricordi più tristemente infantili. Un abile psichiatra, mi proibirebbe di ascoltarle a vita. Ma la musica sovrasta nettamente le parole del “muto” Barazzutti e quelle dei telecronisti che pare stiano commentando l’elegia funebre di un mozzo in alto mare. E quelle note rimbombano, con la commovente voce assente di Claudia Mori d’annata. “Quando ho bisogno di te, succede che tu non ci sei…Troppa fiducia rovina l’amore! E non, succederà più, che torni alle 3, ed io m’addomento senza teeee…”. Sono rapito da quelle parole, e quella melodia senza tempo che richiama attimi di senile brio in una discoteca d’ospizio. E quasi non m’accorgo del piglio del gran condottiero Barazzutti in bermuda-mare. “Frulla e vai” pare dica, pensando di essere ancora sul centrale di Parigi. Qui prova invece a tenere a bada i rampolli d’italica stirpe racchettara che si dibattono nel concerto di grilli. Quand’ecco che parte un’altra melodia immortale. Voglio dire, una dietro l'altra, col dj ormai in un vaneggiante crescendo: “Ha, ha, ha, ha-haaa…sto perdendo-sto perdendo, sto perdendo-sto perdendo, tempo! Ma una sera incontrò un ragazzo gentile, lui quella sera era un lampo e guardarlo era quasi uno sho-ok! Sembra un angelo caduto dal cielo… Ha, ha, ha, ha-haaa…”. Ora è delirio vero. Nada, l’immortale Nada. Uno dei mie primi sogni erotici, per ripicca. Quella canzone mi riporta ai momenti più bui dell’esistenza. Settembre inoltrato, ed io al mio primo giorno di scuola, fuori dall’edificio scolastico color del cemento. Tutti i bimbi olezzanti ed infiocchettati tornavano a casa a bordo delle loro auto di lusso. E del 128 verde oliva di mio padre, nessuna notizia. Probabilmente dormivano della grossa. Mia madre era ingrassata per colpa mia. Mio padre malediceva quei secondi di avvinazzata disattenzione estiva. I miei occhi divennero dei passerotti bagnati, la maestra mi teneva la mano e scuoteva il capo, mentre dal chiosco di bibite fresche con l’insegna verde “7up”, quelle note malvagie e melancoliche continuavano a rimbombare implacabili, “ha, ha, ha, ha-haaaa”. Il mio psichiatra ne è convinto, quell’episodio ha minato la mia esistenza rendendola meno serena. Almeno quanto la visione di un match di Perez-Roldan o la risoluzione di un problema geometrico con seni, coseni e tangenti. Ovviamente lasciato in bianco.
Ora quelle note surreali, durante un match irreale. I nostri eroi poi, vincono in modo agevole contro i volenterosi  e macchinosi sloveni, continuando la marcia verso quella serie A che manca dai tempi degli Intillimani. L’unico picco d’estrosità lo offre, ovviamente, Fognini. Il ligure, ebbro di una contagiosa simpatia debordante da ogni poro, si rifiuta di rispondere alle domande di Scanagatta, facendo delle smorfiette d’antologia. Niente di strano. Ogni sultanato che si rispetti ha il suo Santoro. Scanagatta sarà per la Fit fumo negli occhi, come Santoro lo è per il governo del fare. Come il premierissimo non riesce a “fare” a causa di un giornalista lazzarone, anche l’italtennis non può vincere la Davis per colpa di Scanagatta. Contenti loro...

“Gasquet, le guerrier!”
















Ma altrove si giocavano anche i quarti di finale del tabellone principale. Match di cartello ad Austin, Texas. Usa-Spagna. Voglio dire, 60 gradi all’ombra di un torrido luglio texano, e quelli giocano in un palazzetto coperto. Ci saranno anche i condizionatori, ma la cosa mi provoca ugualmente una sensazione di soffocamento. Il capitano Usa, Jim Courier il rosso, vestito di tutto punto come un becchino, svita bottigliette e le serve ai suoi giocatori. Poi osserva l’andazzo con lo stato d’animo della vacca che attende il prossimo treno. Mezzo suicidio americano contro gli spagnoli privi di Nadal. Avevano provato la genialata di costruire un campo veloce come un lastrone di ghiaccio dell’Alaska per mettere in trappola Ferrer. Ma quello vanga ogni cosa, incurante di tutto. Ed in un orripilante e codardesco match al “ciapa no” si dimostra meno perdente (ma solo un po’) di Mardy Fish. Titubante, l’americano, confusionario e goffo come ai tempi in cui era obeso ed atrocemente sfarfallante di dritto come quando non è sereno. Il resto lo fa un Feliciano Lopez in gran spolvero. E se gli Usa avessero giocato all’aperto, magari su erba, con Isner (fresco dominatore, con un solo piede, a Newport) invece del Roddick ormai ridotto al lumicino e di un Fish più spaurito di un cerbiatto gobbo nelle fauci di un leone sdentato? Chi lo sa, non sono mica indovino.
Approda in semifinale anche la Francia, grazie ai suoi quattro moschettieri. Illumina il proscenio Richard Gasquet, che come un gladiatore moderno rimonta due set a Florian Mayer e dà il primo punto ai galletti. “Le guerrier”, titola L’Equipe, con un pizzico di sadica autoironia involontaria. Certo è che, in tempi non sospetti, Richard cuore di drago forse i due set li avrebbe anche rimontati. Ma avrebbe finito per soccombere 13-11 al quinto, dopo aver recuperato miracolosamente dal 2-5 ed aver servito anche per il match due volte, terreo in volto. Insomma, visto che l’abbiam buttata in musica, "Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette (ed un testone abnorme)….Riccardino cammina che sembra un uomo...col cuore pieno di paura...quest’anno salirà alla classifica numero 7. Eh, Riccardino non aver paura di sbagliare un dritto a campo aperto, non è mica da questi particolari, che si giudica un tennista. Un tennista lo vedi dal coraggio (e come no), dall’altruismo, dalla fantasia…”, come diceva De Gregori scrivendo questa canzone con Gasquet nella mente, pur non essendo nato. Da rimarcare il confronto, a risultato acquisito, tra Petzschner e Llodra. Il match più bello dell’anno. Col Picasso improvvisatosi istrione ad aizzare gli spettatori, sorridendo delle sue disgrazie come nel giardino di un centro d’igiene mentale. L’autoironia è la virtù dei grandi, del resto. Impagabile, come si fa a non adorare una simile “cosa”? Tra l’altro vince 6-3 6-4. Nei match inutili è top ten vero.
Passeggia anche l’Argentina di Del potro sui resti delle truppe mercenarie Kazake, e la Serbia sulla Svezia priva di Soderling, che forse avrebbe fatto miglior figura a schierare in singolo il 50enne Mikael Pernfors, magari qualche smorzata e chi lo sa…

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.