Ultimo atto della stagione tennistica all’insegna della leggerezza antica e dell’eleganza del vecchio monarca elvetico, dominatore assoluto della scena nella “02 Arena” londinese. Svolazzi, fenomenali rasoiate e ricami come tanti piccoli coriandoli alati che, in un dolce e gradevole paradosso, provano a farci dimenticare una stagione dominata dall’assoluta brutalizzazione di ogni idea tennistica.
Roger Federer: 9. Quando i plebei, rozzi e volgari forzuti cui hanno messo a viva forza una racchetta in mano, umanamente cedono fisicamente un filo dalla terrificante condizione che ha consentito loro di fare razzie di tennis e quant’altro, d’incanto risplende l’antico monarca elvetico dal tennis danzato. Sicuro, centrato e mentalmente sereno come mai nella stagione. A Londra gli erculei dominatori degli ultimi slam arrivano a tocchi, stremati e distrutti da una stagione corsa a livelli mostruosamente esasperati, ed ecco riemergere il tennis naturale di Roger Federer. La loro preistorica clava travestita da racchetta colpisce in modo sordido, se le gambe imballate girano a vuoto. Lo svizzero invece svolazza leggiadro sulle macerie dell’orrido, pallettoni pesanti e lente superfici di caucciù. Voglia il cielo, e per una volta. Quando gli altri si sono fiaccati e stroncati come fiere da soma tennistica mandate al macello, l’altra ed unica soluzione è il tennis reale dello svizzero. Quanto durerà, non si può certo sapere. Ma mentre ventitreenni e venticinquenni tori da monta racchettara giungono in autunno come neanche un ottantenne avanzo di bagina intento a giocare alla bocciofila, il trentenne svizzero torna dominatore assoluto delle scene. Paradossi appunto. Mai più paradosso fu più razionale e linearmente prevedibile. Si prende anche lo sfizio di annichilire ed infliggere una quasi-umiliazione sportiva all’eterno rivale Nadal, dopo una prestazione sontuosa. Solo una regal distrazione nella finale, opposto a Tsonga, e che gli costa il secondo set. Uno di quei divaghi della mente che durante la stagione e contro avversari indemoniati e con bava iridescente che cola dalle labbra, invece gli sono costate diverse sconfitte ed un 2011 senza slam come non avveniva dai tempi di Marat (il pittore). Conferma che il suo è un declino non-declino, ma semplice impossibilità a reggere per tre ore quella soglia di esasperante fisicismo che hanno raggiunto gli altri due, quando sono al massimo. A margine, lo svizzero fa suo il sesto master, accocchia altri record ad una formidabile carriera. Ora, dicono, gli manchi solo la medaglia olimpica.
Jo-Wilfried Tsonga: 7,5. Altro formidabile regalo di fine anno, questo magnifico pugile ballerino. Bellissima finale come corollario di un ottimo 2011, ed un autunno nel quale il suo tennis è emerso come piccolo miracolo. Come a Bercy, anche a Londra si dimostra il numero due di quest’ultima parte di stagione. Stronca Nadal, Fish e Berdych, cedendo solo a Federer. Se sta bene fisicamente, il colosso francese è tranquillamente il numero 5 al mondo, capace anche di tirare degli scherzetti a quei quattro. Danza, pesta sodo e accarezza palline, il bisonte di cristallo. Dritti in sospensione, e bei tocchi. Ganci devastanti e battiti d’ali di farfalla. Lavora e cesella anche di fino, nella finale. Tenta, con incredibile rimonta, di sfruttare il passaggio a vuoto sul traguardo, dell’avversario, ma non c’era niente da fare. Rimane una gioia per gli occhi, Jo Tsonga. Così come positivi e contagiosi sono i suoi supporters, all’angolo. Sempre sorridenti e ridanciani, lontanissimi dal livore invasato degli altri, della famiglia Addams serba, per intenderci. Si può solo sperare che il 2012 ce lo conservi sano e spumeggiante come gli ultimi mesi.
David Ferrer: 6,5. ‘O zappatore “in mezzo a tutti li signori incruattati”, rischia spesso la sonora e plateale brutta figura. Stroncato in quel pur volenteroso ed ammirevole sport di vanga racchettaro. E invece, un Masters londinese sui generis e le rabberciate condizioni di molti, lo spingono in semifinale. Tritura in modo abominevole il Djokovic versione “normal” e niente “high speed”, dopo aver dominato lo sciancato Murray. Nulla possono quelle gambe formidabili, nella semifinale persa con Federer. Match che a tratti, ed in certi punti, mi ricorda un altro confronto di stili: quello tra McEnroe e Chang (ecchivelo). Con la differenza che quei numeri in recupero, il cinese i faceva su carpet velocissimi, lontani parenti delle attuali stese collose, più lente della terra, e nei quali Ferrer non avrebbe avuto nemmeno la remota possibilità di affacciarsi a grandissimi livelli.
Thomas Berdych: 6. Ah, sì. Indeciso se mi indisponga di più quella faccia da murena o lo schiocco dei suoi colpi pieni. Era chiamato ad aggiustare una stagione altalenante e deludente. Un tira e molla, da top ten e niente più, come un po’ tutta la carriera di questo pennellone ceco, per anni vaticinato come possibile dominatore. A Londra prova a dimenticare i traumi fisici che ne hanno condizionato il 2011, ma perde in modo ripugnante da Djokovic, all’esordio, sfarfallando nel decisivo tie-break come un miope cacciatore di tordi. Riaggiusta il torneo e si guadagna la semifinale battendo Tipsarevic e Ferrer. Niente può contro un magnifico Tsonga nella semifinale. Laddove il fisico regge, al ceco impostato come un Nando Gazzola d’antologia, continuano a difettare intelligenza, variazioni tattiche o imprevedibili soluzioni che vadano al di là della scuola di schioppo.
Janko Tipsarevic: 6+. L’intruso. Serbo occhialuto che prova a scombinare i piani a suon di gran colpi e spaventevoli “uohhhh”. Rimpiazza il quasi morente Murray dopo il primo singolare ed onora pienamente il premio premio per una seconda parte di stagione fantastica. Janko ha raggiunto un livello di tennis e solidità mentale davvero inattesi. Perde allo sprint con Berdych, vince un serrato confronto col connazionale Djokovic dimostrandosi di ben altra pasta rispetto ai tremebondi paggetti submentali Verdasco e Troicki. El cabezon spagnolo ed il pupazzetto Viktor (vedasi ultimo, recentissimo confronto a Bercy), coi loro connazionali carnefici, perderebbero anche se fossero barellati su una lettiga. Janko l’abominevole uomo delle nevi, invece, ha pochi timori o riverenze. Da quasi cieco perde con Seppi, quando può vedere la pallina batte Djokovic e se la gioca con tutti. Non si qualifica per la semifinale, ma chissà cosa avrebbe combinato potendo giocare anche il primo match.
Novak Djokovic: 5. Triste, ma anche no, vederlo in queste condizioni. Almeno quanto gli scambi di padellate con Fiorello (Ah? Chi? Sì, quello che fa la più bella satira equidistante, dai tempi del Bagaglino. Laddove equidistanza sta nel poter elegantemente definire un "nano col capoccione deforme", Sarkozy. Mica l’unto, come fanno i criminosi sovversivi. Echecazzo.). Ma, divagazioni a parte, se le gambe non girano in modo forsennato ed il fisico paga qualche acciacco, Nole rimane questo. Tennista normale, e niente più. Non ha la naturalezza di colpi per inventarsi altro. Batte solo il terrifico suicida Berdych, poi si sottopone ad umiliazione con Ferrer e patisce la maggior verve del connazionale Tipsarevic.
Che dire, mi pare niente di così straordinario. Ad un’azione segue una conseguenza. Se per sette/otto mesi giochi a livelli mostre, alzando l’asticella della resistenza fisica oltre l’umanamente concepibile, poi scoppi. Ed il ripugnante serbo “l’è sciupà” dopo quella terrificante finale nuovayorchese, più simile ad una corrida mortale che una partita di tennis, con Nadal. E daje e daje, il risultato finale è questa specie di frittata deambulante vista a Londra. Lui pare seccato. Propone delle modifiche di calendario, troppo lungo e stressante. Eggià. Altra proposta, dopo l’illuminante ed indimenticabile ipotesi dei set al meglio dei quattro games. Ello, il serbo giullare, vorrebbe, magari, giocare solo 4 mesi in un anno. Spremersi al massimo per pochi mesi e tornei, raggiungendo soglie fisiche ultraterrene, e poi basta. Ennesimo passo verso il baratro, dopo il cambiamento di materiali, palline ed appiattente omologazione di superfici, per rendere questo sport sempre più simile alla lotta greco-romana nel guano.
Che dire, mi pare niente di così straordinario. Ad un’azione segue una conseguenza. Se per sette/otto mesi giochi a livelli mostre, alzando l’asticella della resistenza fisica oltre l’umanamente concepibile, poi scoppi. Ed il ripugnante serbo “l’è sciupà” dopo quella terrificante finale nuovayorchese, più simile ad una corrida mortale che una partita di tennis, con Nadal. E daje e daje, il risultato finale è questa specie di frittata deambulante vista a Londra. Lui pare seccato. Propone delle modifiche di calendario, troppo lungo e stressante. Eggià. Altra proposta, dopo l’illuminante ed indimenticabile ipotesi dei set al meglio dei quattro games. Ello, il serbo giullare, vorrebbe, magari, giocare solo 4 mesi in un anno. Spremersi al massimo per pochi mesi e tornei, raggiungendo soglie fisiche ultraterrene, e poi basta. Ennesimo passo verso il baratro, dopo il cambiamento di materiali, palline ed appiattente omologazione di superfici, per rendere questo sport sempre più simile alla lotta greco-romana nel guano.
Rafael Nadal : 5. Vedi sopra, ma qui non è nemmeno una grossa novità. Che fosse ridotto ad un colabrodo, si sapeva. Lo si sa da anni, che dopo settembre il nostro Rafito diviene vulnerabile, tennista normale e battibile da tanti nei primi 50. Figurarsi in un Master dove partecipano i migliori otto e che, non a caso, non ha mai vinto. Poca roba, davvero. Per primeggiare o essere competitivo al massimo anche nel finale stagione, dovrebbe cambiare programmazione, ma la cosa non gli conviene. Questo è “el raton” di Manacor, forsennato crivellatore di palline nella stagione su terra, e un ultimo sforzo sui prati londinesi. Poi la stagione americana al risparmio ed un ultimo tentativo a New York. Dopo, è solo agonia tennistica. Corre come un cavallo stanco, le gambe non girano e frulla corto, rimanendo senza difese. Batte soltanto Mardy Fish, complice la crisi da fantozziana tachicardia dell’americano, nel tie-break finale. Poi umiliante stesa patita da Federer, autentica lezione immacolata, e sconfitta alla distanza con Tsonga. Una prece, che tanto, anche in una stagione (a detta di molti) disgraziata, uno slam lo ha pur vinto, e numero due rimane.
Mardy Fish: 5. In dubbio, dopo l’infortunio parigino, doveva essere il “materasso” dell’intero torneo. Alzi la mano chi avrebbe scommesso mezzo copeco su un americano arrembante. Invece Mardy se la gioca con Nadal, cedendo solo dopo una fantozziana o verdaschesca crisi da salivazione azzerata, nel tie-break finale. Si arrende con onore ed in tre set anche a Tsonga e Federer.
Andy Murray: s.v. Ingiudicabile. Già cencio sfatto di suo, figurarsi quando è infortunato. Una maschera di arruffato dolore strascicato come un'orecchietta. Perde nettamente da Ferrer, e si ritira. Inutile trascinarsi negli altri due match, rischiando di aggravare l’infortunio. Mentre Nole e Rafa giungono a tocchi dopo otto mesi corsi da indemoniati, lui si spegne come una fiammella a seguito della trionfale mesata asiatica. Ogni cosa ha la sua tragica proporzione.