Day
8 – Pasteggiando il the coi biscotti, in
compagnia dei Maya
La
sconcertante banalità del tennis. Quella frase continua a rimbombarmi nel
cervello, mentre il quasi moderno Armageddon, in un’afosa giornata d’inizio
giugno, sembra clamorosamente realizzarsi. Banale ovvietà e miserande
considerazioni elementari che rendono tutto semplice, in barba ad arzigogoli di
retro pensiero cui freudiani imprestati al tennis si abbandonano allo stesso
inarrestabile ritmo con cui il sottoscritto spara minchiate e stappa birre.
Andreas Seppi mi apre la mente, e rende tutto “cristallino come acqua di sorgente” (pagherò i diritti a Formigoni, sotto forma di inconsapevole vacanza alle Seychelles in yatch d’oro zecchino). L’eroe caldarense sta tenendo alla grande, al cospetto del numero uno al mondo Novak Djokovic. Quando mi rivelarono di sue intensissime sedute di allenamento, proprio col serbo ed altri, per migliorare la tenuta fisico/atletica ed abituarsi ai ritmi forsennati dei top, pensai a leggenda metropolitana. E sicuramente non a questi questi benefici metafisici. Il funambolico felino tiene il ritmo di un Djokovic non eccezionale, ed anzi, finisce per uscire vincitore dagli atroci scambi prolungati, a specchio. Il tennis moderno è divenuto materia di submentale questione balistico/anaerobica, e Seppi lo dimostra in modo implacabile. Per competere con gli orrendi mostri (sacri) del moderno tennis, non occorre mica scervellarsi lanciandosi in mirabolanti analisi tecniche, provare virtuosismi, cercare nuove e fantasmagoriche tattiche innovative, usare la volée, tentare variazioni o smorzate, cambi di ritmo, magici rituali di fertilità tennistica del Divino Otelma.
Nella più strenua banalità di questo tennis allora, basta che il più forte giochi ad un ritmo più basso del solito, e che l’outsiders mediamente dotato di buon talento alzi la soglia del suo tennis a specchio retrovisore “rear vu mirror”, ed il gioco è fatto. Seppi non solo tiene, ma nello sconcerto generale, vola avanti di un set e di un break. E quando dopo aver perso il vantaggio vince ugualmente il tiebreak del secondo, diviene impossibile non fare riferimento alle profezie dei Maya. Immaginare tsunami che inghiottiranno la terra, fuoco e fiamme che devasteranno tutto. Proprio il tiebreak, marchio di fabbrica perdente di una buona carriera da perdente, stavolta lo azzanna con la furia del combattente. Lui che solo qualche mese fa tribolava contro i mai abbastanza compianto "Crazy Dani" Koellerer. Al limite uno pensa che ad un tratto sbuchi un demente col sorriso stampato e srotoli il cartello “scherzi a parte”. Invece è pura e semplice realtà. Banale, appunto.
L’atesino guerriero albino regge anche negli altri set, ma Djokovic alza un po’ quella soglia di cui prima. Seppi invece cala un po’ nel servizio, proprio il colpo dove più sono evidenti i miglioramenti, e di conseguenza perde serenità. Fa più fatica e mena le sue specchiate danze un filo sotto il ritmo precedentemente imposto e come la malvagia strega di una favola dal finale alternativo che s'accanisce sulla indifesa eroina, si salva e la spunta Djokovic. Ma gli applausi suoi, del pubblico e, per una volta senza ironia, miei vanno alla tigre anestetizzata di Caldaro, novella cenerentola non a lieto fine.
Non sarà mai un tennista che diverta o un combattente col feroce killer istinct, ma la solidità acquisita nei fondamentali e nella tenuta atletica, lo rende più sicuro e meno esposto a clamorosi cali. Era quello che si voleva da anni, in fondo: Visto che non è possibile avere un top 50 che faccia divertire, ben venga qualcuno capace di sostare tra i primi venti, che vinca tornei e se in buona giornata riesca a giocarsela coi top negli slam. Se riuscirà a dare continuità ai risultati degli ultimi mesi. E sempre che il 2012 non sia l'ultimo anno delle nostre tristi esistenze.
Nel tabellone maschile, il belga col volto da undicenne Goffin mette per due set alla frusta un deludente Federer. Poi lo svizzero, vinto il secondo, prende il largo. Sospesi gli altri match con Tsonga avanti di un break nel quinto contro Wawrinka, e Del Potro che conduce due set ad uno su Berdych.
Terremoto nel tabellone femminile. La durissima lezione inflitta dalla gnoma assassina Cibulkova alla numero uno Azarenka, rende la parte alta del tabellone aperta ad ogni soluzione. Favorita per guadagnarsi la finale sembra diventare Samantha Stosur, vincente sulla Stephens. Si batte con elegante e leggiadro ardore la giovane Petra Martic, che muore in modo assai brioso contro l’orripilante carrarmato tedesco Kerber. Ma occhio, perché si alzano le percentuali di successo finale per Sara Errani, uscita vittoriosa sulla sconcertanta/sconcertante Sveta Kuznetsova. E in un periodo di bruttissimo tennis, non sarebbe nemmeno una stranezza che l’inesistente tennis della nostra finisse per prevalere nello slam parigino.
Andreas Seppi mi apre la mente, e rende tutto “cristallino come acqua di sorgente” (pagherò i diritti a Formigoni, sotto forma di inconsapevole vacanza alle Seychelles in yatch d’oro zecchino). L’eroe caldarense sta tenendo alla grande, al cospetto del numero uno al mondo Novak Djokovic. Quando mi rivelarono di sue intensissime sedute di allenamento, proprio col serbo ed altri, per migliorare la tenuta fisico/atletica ed abituarsi ai ritmi forsennati dei top, pensai a leggenda metropolitana. E sicuramente non a questi questi benefici metafisici. Il funambolico felino tiene il ritmo di un Djokovic non eccezionale, ed anzi, finisce per uscire vincitore dagli atroci scambi prolungati, a specchio. Il tennis moderno è divenuto materia di submentale questione balistico/anaerobica, e Seppi lo dimostra in modo implacabile. Per competere con gli orrendi mostri (sacri) del moderno tennis, non occorre mica scervellarsi lanciandosi in mirabolanti analisi tecniche, provare virtuosismi, cercare nuove e fantasmagoriche tattiche innovative, usare la volée, tentare variazioni o smorzate, cambi di ritmo, magici rituali di fertilità tennistica del Divino Otelma.
Nella più strenua banalità di questo tennis allora, basta che il più forte giochi ad un ritmo più basso del solito, e che l’outsiders mediamente dotato di buon talento alzi la soglia del suo tennis a specchio retrovisore “rear vu mirror”, ed il gioco è fatto. Seppi non solo tiene, ma nello sconcerto generale, vola avanti di un set e di un break. E quando dopo aver perso il vantaggio vince ugualmente il tiebreak del secondo, diviene impossibile non fare riferimento alle profezie dei Maya. Immaginare tsunami che inghiottiranno la terra, fuoco e fiamme che devasteranno tutto. Proprio il tiebreak, marchio di fabbrica perdente di una buona carriera da perdente, stavolta lo azzanna con la furia del combattente. Lui che solo qualche mese fa tribolava contro i mai abbastanza compianto "Crazy Dani" Koellerer. Al limite uno pensa che ad un tratto sbuchi un demente col sorriso stampato e srotoli il cartello “scherzi a parte”. Invece è pura e semplice realtà. Banale, appunto.
L’atesino guerriero albino regge anche negli altri set, ma Djokovic alza un po’ quella soglia di cui prima. Seppi invece cala un po’ nel servizio, proprio il colpo dove più sono evidenti i miglioramenti, e di conseguenza perde serenità. Fa più fatica e mena le sue specchiate danze un filo sotto il ritmo precedentemente imposto e come la malvagia strega di una favola dal finale alternativo che s'accanisce sulla indifesa eroina, si salva e la spunta Djokovic. Ma gli applausi suoi, del pubblico e, per una volta senza ironia, miei vanno alla tigre anestetizzata di Caldaro, novella cenerentola non a lieto fine.
Non sarà mai un tennista che diverta o un combattente col feroce killer istinct, ma la solidità acquisita nei fondamentali e nella tenuta atletica, lo rende più sicuro e meno esposto a clamorosi cali. Era quello che si voleva da anni, in fondo: Visto che non è possibile avere un top 50 che faccia divertire, ben venga qualcuno capace di sostare tra i primi venti, che vinca tornei e se in buona giornata riesca a giocarsela coi top negli slam. Se riuscirà a dare continuità ai risultati degli ultimi mesi. E sempre che il 2012 non sia l'ultimo anno delle nostre tristi esistenze.
Nel tabellone maschile, il belga col volto da undicenne Goffin mette per due set alla frusta un deludente Federer. Poi lo svizzero, vinto il secondo, prende il largo. Sospesi gli altri match con Tsonga avanti di un break nel quinto contro Wawrinka, e Del Potro che conduce due set ad uno su Berdych.
Terremoto nel tabellone femminile. La durissima lezione inflitta dalla gnoma assassina Cibulkova alla numero uno Azarenka, rende la parte alta del tabellone aperta ad ogni soluzione. Favorita per guadagnarsi la finale sembra diventare Samantha Stosur, vincente sulla Stephens. Si batte con elegante e leggiadro ardore la giovane Petra Martic, che muore in modo assai brioso contro l’orripilante carrarmato tedesco Kerber. Ma occhio, perché si alzano le percentuali di successo finale per Sara Errani, uscita vittoriosa sulla sconcertanta/sconcertante Sveta Kuznetsova. E in un periodo di bruttissimo tennis, non sarebbe nemmeno una stranezza che l’inesistente tennis della nostra finisse per prevalere nello slam parigino.