Day 12 – Il caso del giorno. Un operaio
grida ad uno degli artefici della distruzione del paese “Tu non devi rompermi i
coglioni”, ed il politico se ne va stizzito. Dov’è la stranezza? Ah, già. Nei
paesi normali, gli esponenti di un regime che ha causato un disastro simile, non vengono mica attaccati verbalmente. Ma usati come cibo per le mosche
La leggenda narra di come Ivan Lendl, dominatore del tennis di metà
anni ’80 (lontano da Wimbledon), vivesse schiavo di maniacali fissazioni, metodiche ed
immutabili. Il perfetto “uomo di cemento”, l’antesignano del cambio racchetta
con le palline nuove. Durante i pochi giorni di pausa da tornei ed allenamenti,
mentre Becker si dava ad improvvisate october fest con birra bevuta in boccali da sei litri assieme a
smutandate aborigene, Ivan era solito invitare un tennista nella lussuosa villa
ranch in Florida, per qualche giornata di sollazzante vacanza-lavoro sui suoi
campi personali. Una specie di riffa in stile fantozziano. Come il duca conte, che sorteggiava il nome di un sottoposto da portare con se al casinò. Ogni volta ne
pescava uno, stando ben attento che fosse un over 80 Atp e non avesse grandi
potenzialità di vertice. Estratto il nome, il fortunato crollava all’indietro
dando una terrificante craniata alla cariatide di marmo raffigurante una mummia
egizia. Quei giorni in villa, Ivan ed il fortunato
“inferiore”, trovatosi anche a dover disdire una vacanza con moglie e figli
alle cure termali, li trascorrevano nella più spensierata e gioviale allegria.
Del resto è notorio come il ceco naturalizzato americano fosse un compagnone,
quasi un tipo da osteria (funebre, magari).
Tra un drinkino analcolico e l’altro, Ivan si sollazzava nel
maciullarlo in estenuanti allenamenti, tanto per non perdere il ritmo. Pare
anche usando dei colpi di frusta. Puntualmente, il sottoposto, nelle settimane
che seguivano il pernottamento al villino di Ivan il terribile, si trovava ad
ottenere risultati sbalorditivi. Le sue prestazioni crescevano in modo
impressionante. Il numero 120 finiva per mostrare un livello da ottimo top 30/40.
Molti si chiedevano quale fosse il gran segreto del robot nato in
Cecoslovacchia, ed allo stesso tempo capivano perché non fossero mai invitati
tennisti tra i primi al mondo. Mica sciocco "l'inumano robot", da svelare i grandi segreti
del successo a gente potenzialmente perigliosa.
Perché questo orrendo cappello iniziale? Si chiederà, in modo
clamoroso, qualcuno. Si torna a qualche mese fa, quando fu ufficiale lo strambo
quanto affascinante nuovo binomio lavorativo tra Murray ed Ivan Lendl. Tra gli
aspetti positivi, oltre all’indole meticolosa e scrupolosa del nuovo coach,
c’era proprio il rimando mitologico a quei “pernottamenti al villino”. In
qualche modo, anche secondo me, il nuovo coach avrebbe potuto svelare all’urticante
anatroccolo scozzese i trucchi del mestiere e come si fa a vincere uno slam.
Lui che ci era riuscito a 24anni, dopo svariate scoppole. Tra gli aspetti
negativi o che comunque mi facevano storcere il naso, v’erano i lunghi anni di
volontario esilio dalle prime pagine e dal tennis, che Ivan s’era concesso.
Perché se è vero che le basilari regole e vecchi trucchi rimangono immutabili, in venticinque anni il tennis s’è evoluto diventando quasi altra cosa,
rispetto ai tempi in cui Lendl se la vedeva con Edberg o prima ancora con
McEnroe.
Curiosità quindi nel constatare i frutti del connubio, a cominciare
dal primo slam stagionale. Murray arrivava alla terrificante semifinale contro
l’orco serbo, senza aver dovuto superare insidie particolari. Tutto in un giorno,
per lo scozzese apprendista campione. Sarà il 16:9 ma mi sembra aver lavorato
per rafforzare un fisico troppo spesso risultato inadeguato alle gran maratone,
per via di un ben evidente rachitismo. E lo sappiamo che, se non hai un talento
marziano, per battere quei due devi lavorare sulla resistenza e sulla forza.
Murray è straordinario nel portarsi avanti due set ad uno, quasi dando la sensazione che il gap con Nole (versione 2012, mica 2011) sia stato annullato. La lotta deve averli messi a dura prova. Come, immagino, anche le meningi dello spettatore medio, trovatosi per quattro ore a doversi sciroppare i primi piani di uno schivo Lendl e delle due fidanzatine. Due insipide bambolette di plastica che si agitano, zompano, urlano come invasate scimmie del circo Medrano. Sono bonazze (perché se non lo premetto qualcuno assai sagace mi scambierà per Cristiano Malgioglio che imita Aldo Busi), ma santo cielo, che spettacolo indegno. Nel quarto set i due, sul campo, danno proprio l’impressione d’esser reduci da una battaglia cruenta. Due pugili suonati, sembrano. Il meno suonato è quello clamorosamente sotto nel punteggio, Novak Djokovic. D’esperienza e pazienza, senza strafare, il serbo domina il quarto e vola avanti nel quinto. Torna il Murray che conoscevamo, quelle che spalanca l’orrenda fornace zeppa di denti alla rinfusa, smoccola, si trascina come un’ameba, s’inventa infortuni immaginari. Tutto fino a quando Nole, in un inatteso “ciapa no”, vuole farci capire che la benzina l’ha finita anche lui. Esaurita tutta in quel disumano urlo post-break. Sembra possa avvenire l’incresciosamente inatteso, sul 5-5 15-40, quando il serbo mostra quello che ancora manca ad Andy: Un coraggio leonino, nell’annullare la prima delle due opportunità che avrebbero mandato l’avversario a servire per il match. E la vittoria va al serbo, apparso però tutt’altro che invincibile come nell’anno di grazia 2011.
Murray è straordinario nel portarsi avanti due set ad uno, quasi dando la sensazione che il gap con Nole (versione 2012, mica 2011) sia stato annullato. La lotta deve averli messi a dura prova. Come, immagino, anche le meningi dello spettatore medio, trovatosi per quattro ore a doversi sciroppare i primi piani di uno schivo Lendl e delle due fidanzatine. Due insipide bambolette di plastica che si agitano, zompano, urlano come invasate scimmie del circo Medrano. Sono bonazze (perché se non lo premetto qualcuno assai sagace mi scambierà per Cristiano Malgioglio che imita Aldo Busi), ma santo cielo, che spettacolo indegno. Nel quarto set i due, sul campo, danno proprio l’impressione d’esser reduci da una battaglia cruenta. Due pugili suonati, sembrano. Il meno suonato è quello clamorosamente sotto nel punteggio, Novak Djokovic. D’esperienza e pazienza, senza strafare, il serbo domina il quarto e vola avanti nel quinto. Torna il Murray che conoscevamo, quelle che spalanca l’orrenda fornace zeppa di denti alla rinfusa, smoccola, si trascina come un’ameba, s’inventa infortuni immaginari. Tutto fino a quando Nole, in un inatteso “ciapa no”, vuole farci capire che la benzina l’ha finita anche lui. Esaurita tutta in quel disumano urlo post-break. Sembra possa avvenire l’incresciosamente inatteso, sul 5-5 15-40, quando il serbo mostra quello che ancora manca ad Andy: Un coraggio leonino, nell’annullare la prima delle due opportunità che avrebbero mandato l’avversario a servire per il match. E la vittoria va al serbo, apparso però tutt’altro che invincibile come nell’anno di grazia 2011.