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venerdì 27 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 – MURRAY, “IL SOGGIORNO AL VILLINO DEL CAMPIONE” IVAN LENDL



Day 12 – Il caso del giorno. Un operaio grida ad uno degli artefici della distruzione del paese “Tu non devi rompermi i coglioni”, ed il politico se ne va stizzito. Dov’è la stranezza? Ah, già. Nei paesi normali, gli esponenti di un regime che ha causato un disastro simile, non vengono mica attaccati verbalmente. Ma usati come cibo per le mosche


La leggenda narra di come Ivan Lendl, dominatore del tennis di metà anni ’80 (lontano da Wimbledon), vivesse schiavo di maniacali fissazioni, metodiche ed immutabili. Il perfetto “uomo di cemento”, l’antesignano del cambio racchetta con le palline nuove. Durante i pochi giorni di pausa da tornei ed allenamenti, mentre Becker si dava ad improvvisate october fest con birra bevuta in boccali da sei litri assieme a smutandate aborigene, Ivan era solito invitare un tennista nella lussuosa villa ranch in Florida, per qualche giornata di sollazzante vacanza-lavoro sui suoi campi personali. Una specie di riffa in stile fantozziano. Come il duca conte, che sorteggiava il nome di un sottoposto da portare con se al casinò. Ogni volta ne pescava uno, stando ben attento che fosse un over 80 Atp e non avesse grandi potenzialità di vertice. Estratto il nome, il fortunato crollava all’indietro dando una terrificante craniata alla cariatide di marmo raffigurante una mummia egizia. Quei giorni in villa, Ivan ed il fortunato “inferiore”, trovatosi anche a dover disdire una vacanza con moglie e figli alle cure termali, li trascorrevano nella più spensierata e gioviale allegria. Del resto è notorio come il ceco naturalizzato americano fosse un compagnone, quasi un tipo da osteria (funebre, magari).
Tra un drinkino analcolico e l’altro, Ivan si sollazzava nel maciullarlo in estenuanti allenamenti, tanto per non perdere il ritmo. Pare anche usando dei colpi di frusta. Puntualmente, il sottoposto, nelle settimane che seguivano il pernottamento al villino di Ivan il terribile, si trovava ad ottenere risultati sbalorditivi. Le sue prestazioni crescevano in modo impressionante. Il numero 120 finiva per mostrare un livello da ottimo top 30/40. Molti si chiedevano quale fosse il gran segreto del robot nato in Cecoslovacchia, ed allo stesso tempo capivano perché non fossero mai invitati tennisti tra i primi al mondo. Mica sciocco "l'inumano robot", da svelare i grandi segreti del successo a gente potenzialmente perigliosa.
Perché questo orrendo cappello iniziale? Si chiederà, in modo clamoroso, qualcuno. Si torna a qualche mese fa, quando fu ufficiale lo strambo quanto affascinante nuovo binomio lavorativo tra Murray ed Ivan Lendl. Tra gli aspetti positivi, oltre all’indole meticolosa e scrupolosa del nuovo coach, c’era proprio il rimando mitologico a quei “pernottamenti al villino”. In qualche modo, anche secondo me, il nuovo coach avrebbe potuto svelare all’urticante anatroccolo scozzese i trucchi del mestiere e come si fa a vincere uno slam. Lui che ci era riuscito a 24anni, dopo svariate scoppole. Tra gli aspetti negativi o che comunque mi facevano storcere il naso, v’erano i lunghi anni di volontario esilio dalle prime pagine e dal tennis, che Ivan s’era concesso. Perché se è vero che le basilari regole e vecchi trucchi rimangono immutabili, in venticinque anni il tennis s’è evoluto diventando quasi altra cosa, rispetto ai tempi in cui Lendl se la vedeva con Edberg o prima ancora con McEnroe.
Curiosità quindi nel constatare i frutti del connubio, a cominciare dal primo slam stagionale. Murray arrivava alla terrificante semifinale contro l’orco serbo, senza aver dovuto superare insidie particolari. Tutto in un giorno, per lo scozzese apprendista campione. Sarà il 16:9 ma mi sembra aver lavorato per rafforzare un fisico troppo spesso risultato inadeguato alle gran maratone, per via di un ben evidente rachitismo. E lo sappiamo che, se non hai un talento marziano, per battere quei due devi lavorare sulla resistenza e sulla forza.
Murray è straordinario nel portarsi avanti due set ad uno, quasi dando la sensazione che il gap con Nole (versione 2012, mica 2011) sia stato annullato. La lotta deve averli messi a dura prova. Come, immagino, anche le meningi dello spettatore medio, trovatosi per quattro ore a doversi sciroppare i primi piani di uno schivo Lendl e delle due fidanzatine. Due insipide bambolette di plastica che si agitano, zompano, urlano come invasate scimmie del circo Medrano. Sono bonazze (perché se non lo premetto qualcuno assai sagace mi scambierà per Cristiano Malgioglio che imita Aldo Busi), ma santo cielo, che spettacolo indegno. Nel quarto set i due, sul campo, danno proprio l’impressione d’esser reduci da una battaglia cruenta. Due pugili suonati, sembrano. Il meno suonato è quello clamorosamente sotto nel punteggio, Novak Djokovic. D’esperienza e pazienza, senza strafare, il serbo domina il quarto e vola avanti nel quinto. Torna il Murray che conoscevamo, quelle che spalanca l’orrenda fornace zeppa di denti alla rinfusa, smoccola, si trascina come un’ameba, s’inventa infortuni immaginari. Tutto fino a quando Nole, in un inatteso “ciapa no”, vuole farci capire che la benzina l’ha finita anche lui. Esaurita tutta in quel disumano urlo post-break. Sembra possa avvenire l’incresciosamente inatteso, sul 5-5 15-40, quando il serbo mostra quello che ancora manca ad Andy: Un coraggio leonino, nell’annullare la prima delle due opportunità che avrebbero mandato l’avversario a servire per il match. E la vittoria va al serbo, apparso però tutt’altro che invincibile come nell’anno di grazia 2011. 

giovedì 26 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - FEDERER-NADAL, IL BELL'ADDORMENTATO VITTIMA DEL MALATO IMMAGINARIO




Day 11 - Pronto signore kapitahno Barazzutto? Szono Romina, ja? Romina Oprandi. Volere sapere perché nonostante Pennetta e Schiavone non szono venute in Russia foi non afere penzato a me, eh? Tengo la lebbra, forsze? Questa Camerìn è melio di me? Essere numero 60 Wta, io.  La batto anche con la sinistra.
- Guarda Romina io, in qualità di capitano della nazionale tricolore, pensavo tu stessi male…
- Ma scusi Barazzutto, lo sapeva anche Picazzo Peccener che stafo bene, ja! Poteva anche chiamarmi per sapere come stavo, o no?
- Non lo so questo, Romina. Ma lo sai tu che Schiavone ha vinto il Rolando, lo sai? Debbo seguirla con perizia, posso mica ricordarmi di te che giochi a Mendrisio?…Per il resto io penso e medito. Medito e penso. Sono il capitano cogitante.”.
Qualche mese dopo questo dialogo (paradossi a parte, così come l'atleta lo ha riferito), la federazione italiana rinuncia alle prestazioni di Romina Oprandi, che diventa sportivamente svizzera. Vivaiddio. Gli svizzeri hanno garantito a Romina le Olimpiadi, la presenza in Fed Cup e le spese mediche. Soldi che la nostra federazione deve invece garantire al capitano. Per “pensare” ed immaginare con vivida fantasia se un’atleta sta male o è in forma. Soldi ben spesi. Avevte avuto la Gelmini come ministro, ed ora vi lamentate di un capitano che pensa?

Il tennis è materia facile, per chi non lo capisce. Di sicuro molto più comprensibile e logica della fisica quantistica. Semplicemente perché te lo puoi inventare, o far finta di capirlo guardando due mezzi scambi. Ecco dunque che dell’attesissima semifinale tra Federer e Nadal, inizio a vedere un lungo scambio, a metà del quarto set. Lo svizzero in punta di piedi partorisce radenti attacchi dal fondo, guizzi che lo spagnolo arpiona furiosamente. Recupera, rantola ed uncina  in allungo quei fendenti per altri inarrivabili. Colpi irraggiungibili per l’uomo, non certo per lui, tutto verde come un rettile che ha subito una mutazione genetica, o vissuto per anni tra le scorie radioattive. Roger piazza l’ennesimo dritto vincente, il mutante geco d’iberia glielo rimanda nei piedi, e quello s’inventa una delirante e bellissima mezzavolata mostre.
Tutto in ordine. Tutto regolare. Ogni cosa è al suo posto, come negli altri precedenti tra i due. Il canovaccio è quello, non occorre nemmeno guardare il punteggio per capire come Roger sia sotto ed insegua Nadal, un set a due. Una normalità mascherata e venata d’irrazionale. Federer ha il volto sofferto, per una volta si riesce a leggere l’inquietitudine in quei tratti gelidamente distaccati. Tira altri cinque fendenti monstre che l’altro agguanta in disperata scivolata dopo una serie di sgambate che davvero niente, ma proprio niente, hanno a che vedere con l’uomo. La sesta, sconcertata, stoccata finisce due metri di frustrazione fuori dal campo. Ma non stava male, il nostro Rafito? Non soffriva le pene degli inferi per un persistente dolore al martoriato ginocchio? Non lo aveva, quel malessere, quasi costretto al ritiro al primo turno contro un agnello sacrificale? Ovvio che si, Rafaelito è stoico. Un eroe moderno ed antico al contempo, come i mitologici guerriglieri che soffrono solo dell'orgoglio ferito. L’eroe per eccellenza che convive col dolore, quasi amandolo visceralmente. Se non della menzogna più classica, diverrà lo spot ideale per il sadomasochismo acrobatico. Lui in abbigliamento di latex nero, con tanto di borchie puntute, pronto ad essere frustato e ricoperto di cera bollente. E già mi vedo anche i titoloni che domani troneggeranno sulla carta stampata straccia ove gente che, non vedendo nemmeno quei due scambi e non capendo niente di questo misterioso sport, partorirà mirabolanti e sofisticati titoloni: “Stoico Nadal, batte anche il dolore!” mi sembrerebbe buono. Ottimo per ogni stagione.
Il resto è solo onanistica, melensa e disgustata frustrazione fatalista, su un tennis indegnamente avvinghiato a fisicità esasperanti, spinte sempre più in là, oltre ogni immaginifica soglia. Federer rimane vittima della solita trappola. Tagliola che non è psicologica o meglio, non solo. Patisce in modo indecente le incredibili risorse difensive dello spagnolo. Tecnicamente è costretto a congegnare sei/sette/otto colpi vincenti, per fare il punto. Laddove con tutti gli altri ne basta uno, due al limite. Ed è li che la frustrazione, impadronendosi delle sue aristocratiche meningi, fa il resto, lasciando che si spiaggi mestamente, vittima del fiocinatore iberico. Nadal va a servire per il match e quando sulla palla dell’incredibile 5-5 un suo straccio arpionato va a morire lemme lemme all’incrocio, viene davvero da chiosare che dalla sua, il malato immaginario spagnolo abbia il sostegno del Demonio in persona. Via, chiude 6-4 e giubila torcendo ancora quel viso da ratto di gomma. Felice lui, per un giorno. Malgrado un calendario troppo fitto che non gli consente questi sforzi disumani per dodici mesi l’anno. Proprio non ci sta che in autunno arrivi sempre con giunture dolenti e fiato corto. Presto provvederanno a venirgli incontro, ovvio. Per il bene della lotta greco romana praticata con una racchetta in mano.

mercoledì 25 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE



Day 10 – Dal vostro inviato conscio che la crisi non esiste e la vedono solo i menagramo, pessimisti ed invidiosi comunisti (i ristoranti di Cortina infatti sono sempre pienissimi, ed i voli per le isole Kayman sempre zeppi), ma per puro scrupolo di coscienza ha appena fatto approvvigionamenti pre bellici: Pane, pompelmi e birra. Sia mai che si accaniscano contro i consumatori di luppolo e non con quelli di cocaina

Eccovele sul piatto, le due semifinali maschili: Federer-Nadal e Djokovic-Ferrer. Serviti quelli che pensavano a possibili sorprese ed inserimenti. I più forti restano quelli. Gli altri, i vari Tsonga, Berdych o Del Potro, possono ancora poco, se non approfittare di loro estemporanei cali dei quattro cavalieri dell'apocalisse. Se al meglio, quelli lì davanti rimangono di un altro pianeta tennistico. Murray nella notte passeggia contro Nishikori. Il ragazzo con gli occhi a mandorla nulla può, reduce da tre battaglie consecutive al quinto set. Lo scozzese giunge in semifinale dopo un torneo condotto senza grossi intoppi, causa anche l’autoeliminzazione dei rivali più pericolosi, e ancora senza la prova di un match tirato contro un avversario di livello. E forse nemmeno ce ne sarà uno, visto il serio rischio di un truculento impatto contro Djokovic. Nole ha condotto il torneo australiano con la solita attitudine cannibalesca senza dover (svalvolamento finale con Hewitt e qualche commedia dell'arte su fantomatici acciacchi, a parte) nemmeno troppo serrare la mascella scucchiata. Oggi ha agevolmente disposto del volenteroso vangatore Ferrer, chiudendo in tre set il suo quarto di finale. Poco, davvero poco, può questo ingobbito spagnolo re dell’ineleganza, numero 5 al mondo grazie a grande costanza, ma che per qualità e picchi di tennis risulta essere molto meno pericoloso rispetto ad un Berdych, uno Tsonga o un numero 20 in gran giornata d’ispirazione.
Delineate anche le due semifinali femminili. Anche qui, ci giungono forse le quattro più forti attualmente. Serena Williams (sforzandosi di considerarla ancora un’atleta) e Wozniacki (sforzandosi di ritenerla davvero una tennista, se non la numero uno di un computer commodore 64), a parte. Già detto di una Kim Clijsters che, ormai assuefatta al dolore, proverà l’impresa di arginare Victoria Azarenka, nella notte italiana si sono facilmente appaiate nell’altra semifinale, Maria Sharapova e Petra Kvitova. Niente, ma proprio niente, potevano le due intruse: Makarova ed Errani. Grande attenzione, in Italia, per le gesta del piccolo, rumoroso e tozzo trattorino arrotatore, Sara Errani. Onesta lavoratrice formatasi nelle dure palestre d’Iberia, volenterosa, straordinaria ad issarsi fino ai quarti di uno slam senza aver in decimo dei colpi di altre, iper allenata, ammirevole e chi più ne ha più ne metta. Aggettivi che non possono impedirmi di considerare il risultato finale di questa sbalorditiva abnegazione come inguardabile scempio tennistico, condito da urla triviali. Pazienza se è italiana, svizzera, spagnola o esquimese.

martedì 24 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - ATTENTI A QUEI DUE




Day 9 – Dal vostro inviato in camporella, accampato sulle rive del fiume Yarra

Tanto tuonò, che piovve. L’alba, cinica e brutale iniziava a chiavare i nostri  cisposi occhi, mentre Roger Federer era già lì ad addolcirli con sontuose parabole e guizzi di decennale candore. L’ex numero uno appare davvero in palla, centrato come non mai. Un orologio svizzero, preciso ed impeccabile. Taglia il campo con una lama. Assisto solo ai titoli di coda, sorseggiando un buon caffè, ma davvero nulla sembra potere Juan Martin Del Potro. L’argentino fuciliere della Pampa, in grande ripresa e pur autore di un buon torneo australiano dopo le traversie fisiche, appare ancora lontano dal poter infastidire un avversario in simili condizioni. Smagliante e tirato a lucido. Federer raggiunge l’ennesima semifinale di major della carriera, e lo fa senza cedere un set, trattando Del Potro come aveva fatto con un Kudryavtsev qualsiasi.
Lo svizzero si appollaia nella tanto attesa semifinale, attendendo il suo avversario. Lo storico ed indemoniato rivale di mille battaglie Rafa Nadal, o lo sparecchiante Nando Gazzola imprestato al tennis, Thomas Berdych? Rafa soffre e annaspa tre metri dietro la riga di fondo a riprendere i fendenti del rigido pennellone ceco. Quando per miserabile ventura, quelli rimangono in campo. Avete presente quella simpatica scritta “Melbourne” che campeggia dietro la riga di fondo del rettangolo? Beh, Rafito, ed un’inquadratura lo testimonia chiaramente, è ben dietro. Rifrulla stampato sui tabelloni dei magli di passante incredibili, dopo corse lontane dal'idea di uomo. Perde il primo set, soffre nel secondo, come al solito viene fuori alla distanza. Bene ma non abbastanza, Berdych, il tennista più sopravvalutato degli ultimi quarant’anni, che altri non è se non un buon top ten. Uno con colpi e trame così prevedibili ed impostate che persino un tennista-figura retorica come Philipp Picasso Petzschner riesce a mandare al manicomio appena può. Tre su cinque, tranne rarissime e casuali occasioni in cui l’altro si suicida, Berdych non è in grado di reggere il livello dei migliori quattro al mondo. Nadal rema, soffre, lotta ed alla fine la spunta. Nei secoli dei secoli.
Vuoi mettere la replica di un colossal (Nadal-Berdych) con un film scontato e senza appeal (Berdych-Federer o Nadal-Del Potro)? Ragionando da non tifosi o da tifosi con grande orgoglio antico, è la soluzione migliore. Ecco dunque l’accoppiamento di semifinale tanto atteso, dopo i due quarti di finale più interessanti (Djokovic-Ferrer e Nishikori-Murray, non reggono il minimo confronto). Federer e Nadal ci arrivano secondo pronostico, superando alla loro maniera i due virulenti outsider. Roger con una prestazione al limite della danzata ed imbiancata perfezione svizzera e dopo un torneo condotto in leggiadra punta di piedi. Nadal a seguito di una gran battaglia rusticana, chiusa sfinendo il suo avversario, ed un torneo al solito farcito di mezzi annunci, sventati ritiri falsi come una banconota da tre euro, bende da Lazzaro e tutto ciò che già sappiamo. Non straordinario come in altre occasioni, ma sempre il consueto diesel che, stucchevoli bugie bianche a parte, carbura strada facendo. L’ennesima sfida tra i due, stavolta, è condita anche dalla ridicola polemica iniziale innescata da uno spagnolo che pretende tutti giochino meno, per venire incontro alla sue ginocchia, torturate dal suo tennis. Ed il continuo ripetere di “suo”, non è casuale. Curiosità quindi, oltre alle ormai note disamine tecniche e psicologiche da Freudiani imprestati all’uncinetto, nel vedere come la questione sia stata assorbita dai due. Se sarà stato un miserabile autogolol dello spagnolo nel disperato tentativo di recuperare un gap apparso evidente negli ultimi mesi, o se Federer accuserà mentalmente il colpo. Ai posteri.
Tra le donne desta scalpore (ma anche e proprio, no) la vittoria di Kim Clijsters su Caroline Wozniacki. Tra le due scorrono almeno due categorie tennistiche. Pur in condizioni rabberciate e con ossi, muscoli e giunture tenuti clamorosamente assieme per un prodigio della natura, la belga doma l’insipida numero uno per caso in due set. Gaudemus. Ora per Kim semifinale durissima contro l’indemoniata Victoria Azarenka che, perso il primo set, sembrava poter impazzire e dare di matto come i bei tempi, contro le irriducibili difese di Agnieszka Radwanska. Invece finisce per dominare gli altri due e raggiungere la Clijsters in semifinale. Legati alle ossa di Kim, preghiamo tutti insieme.

lunedì 23 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - IL DOPPIO TONFO



Day 7 e 8 – Che poi è troppo facile fare i froci cor culo dell’artri (chi vuol capire, capisca)

Un doppio stonfio nell’acqua, fragoroso e zampillante. E il rumore sordo e terrificante, lo avranno udito anche gli abitanti di Auckland e quelli della Nuova Papua Guinea settentrionale. Il richiamo a morta metafora marittima viene spontaneo, e non è certo dovuto a reminiscenze marchiate Hemingway, tanto meno a ricordi di Moby Dick o Titanic andati. E’ ormai inevitabile, vista la spietata caccia agli schettini e a quell’umana pavidità in un mondo di inumani eroi a parole. Noi tutti, gli eroi.
Fuori dai giochi, come in un doppio carpiato in una gara di tuffi, Serena Williams e Jo Tsonga. Tragica, la dipartita del francese contro il giapponese Kei Nishikori. Si sapeva, per precedenti e caratteristiche tecniche del sapido tennista del sol levante, che non si sarebbe trattato di un match facile, per l’espolosivo bisonte d’oltralpe. Jo proprio lo soffre e non riesce a trovare ritmo contro le palle radenti ed angolate del talentuoso samurai. Piè veloce, braccio facile e testa salda, ora per il giapponese approdato ai quarti (non avveniva dai tempi di Shuzo Matsuoka) ci sarà Andy Murray. Lo scozzese va a spasso con Kukushkin, kazako che ancora non si capisce cosa ci possa fare nella seconda settimana di uno slam. Sembra un uomo onesto capitato nella Pdl. O un appestato in un ambiente asettico. Vince due giochi in due set e si ritira, per decenza, l’intruso kazako. Poco può Gasquet, stroncato dalla malvagità imperante e da Ferrer, in tre rapidi set. Il mondo non è ancora pronto per la pavida bellezza.
Troppo credere che “Rocchio” Balboa Hewitt potesse contrastare un Djokovic con le fauci spalancate come drago scucchiato. Ma nemmeno che possa vincere un set. Invece quello, impavido e rischiando di lasciarci le penne come i combattenti antichi, recupera da 6-1 6-3 3-0, e vince il terzo set 6-4. Non vedevo una simile esplosione di agonismo ed ardimento da rimonta, dai tempi dell’ultimo Jimmy Connors. Tutto paonazzo ed al limite dello schianto coronario, l'esperto aussie reduce da mille infortuni e con un bacino semovente, lotta come un leone irriducibile anche all’inizio del quarto set. Quasi lascia sperare che una volta tanto possa trionfare l’irrazionale, come in una favola antica da tramandare nei decenni a venire. Invece, alla fine, prevale il mostro di Serbia. E’ stato comunque bello digerire il pranzo assieme a Rocchio, illudendosi.
Nella nottata italiana, v'era stata l’altra onda anomala, dopo la fragorosa spanciata. Crolla Serena Williams, una della principali favorite del tabellone femminile, fino ad ora senza grossi scossoni. La più giovane delle due sorellone multivitaminiche, è stesa nettamente da Ekaterina Makarova. La russa con quell’espressione un po’ così, che riconoscevo solo alla sciapa biondina del primo banco, quella bruttina e piena di complessi adolescenziali che non mi faceva copiare i compiti di matematica e cantilenava la lezione su Socrate come si fa con l’Ave Maria in latino. Un martello mancino che in Australia trova sempre buona costanza di ritmo martellato (a memoria di essere subumano, la ricordo battere Ivanovic. Di gran pugna). Quest’anno le avevo concesso una stentata fiducia, pronosticandola vincente contro il giurassico rudere vintage, Tamarinda Tanasugarn. Ma proprio a stento, perché di queste tenniste mai ti puoi fidare. Imbroccano la giornata buona e sembrano delle top 30. Il giorno dopo non ne mettono mezza in campo e perdono anche contro uno scopetto per spazzare i cammini. L’afflizionata russa vinse quel primo turno, non senza lasciare un set a Tamarinda, per poi mettere in fila una serie impressionante: Kanepi, Zvonareva ed ora Serena. Per lei adesso un quarto di finale difficile, ma nemmeno impossibile, contro Masha Sharapova, uscita vittoriosa ed in rimonta, nel derby di biondi tornadi con la tedesca Sabine Lisicki. Per una volta transigo sulla disumana ugola. Perché non ho assistito allo scempio lacera timpani, e per i soldini messi in tasca pronosticandola vincente, quand'era sotto di un set. Bene inteso che la speranza per una futura e cruenta recisione dell’ugola, con tanto di barellato trasporto negli spogliatoi dell’imbavagliata paziente, rimane vivida ed imperitura. Preghiamo. Due parole finali e nette (come una sentenza) le merita la grande sconfitta: Serena. L’americana continua a dare l’impressione d’essere la più forte di tutte, se lo vuole. Quando vuole. Qualora decida di partecipare o financo allenarsi, dedicando al tennis almeno due mesi l’anno. Ora quella convinzione comincia a vacillare. Perché forse a trent'anni, per rimanere sulla breccia non bastano più due svogliate mazzuolate ogni tanto.
Giacché ci siamo, chiudiamo il discorso sulle donne. L’uscita dell’americana rafforza il ruolo di favorita di Petra Kvitova. Ieri il donnone ceco con i languidi occhioni d’assassina, ha trafitto senza pietà la sempre più patetica sagoma emaciata di quella che fu mai fu una campionessa: Ana Ivanovic. Fa quasi tenerezza, la serba, non avesse quel protervico atteggiamento da numero 30 che si sente ancora numero uno, solo perché ha vinto a Bali. Potenziamenti muscolari, ingrassamenti, poi rinsecchimenti per migliorarne i movimenti, autocastrante limitazione (vivaiddio) di pugnetti ed anacronistici “ajde”, allenatori cambiati che manco Zamparini e Cellino a braccetto che cantano il dadaumpa…tutto inutile. A questa bisogna solo piazzare i morsetti sulle meningi e provare a constatare se un cervello esista realmente. Dopo di che provare a farle capire che per vincere a tennis occorre tirarla nel rettangolo di gioco, insegnarle come si lancia la pallina pallina sul servizio, qualche cambio di ritmo con parvenze di alienante tattica, etc…Per ora invece, continua nel suo insensato progetto da numero trenta che si sente numero uno. Risultato: Ridicolizzata da Petra Kvitova, e moria di pesci nel fiume Yarra, letteralmente bersagliato dai violenti fuori campo della serba.
Ultima, ma non ultima Sara Errani, che vince contro pronostico, ed in maniera nettissima contro l’esperta cinese Jiè Zheng, cui lascia tre games a suon di “héééé”. Gli arrotoni trerrificanti dell’italiana avranno prevalso sui piatti anticipi della cinese. Almeno azzardo, perché voglia Zeus fulminarmi se ho assistito ad un solo quindici di questo curioso confronto da emiparesi scrotale. Quarti di finale per la tennista italiana, e qualora vincesse un set contro Kvitova, sono pronto all'insano gesto: sfidare l'acre odore di sterco che promana dallo schermo, e guardare Ferrara in una puntata di "Radio Londra". Tornando ad Errani, già si parla di nouvellle vague dell’italtennis. Andiamo bene, di lusso direi. Una cosa corta, tozza e grossa, che esala urla triviali ed arrota come in preda a piorrea fulminante all’ipotalamo. Quasi riesce a redermi piacevole la vecchia generazione ormai al tramonto, quando almeno si vedeva qualche bel colpo. Poi penso allo sguardo modesto della Schiavone e ribadisco il “quasi”.

Eccovi i quarti maschili:

Djokovic-Fererr (80/20). A scanso di equivoci, se sete cardiopatici o incinte, evitate d’imbattervi in questo spettacolo raccapricciante. Il serbo non dovrebbe perdere nemmeno se piombato di 12 chili per gamba.
Murray-Nishikori (75/25). Doveva essere un tabellone irto e pieno d’insidie per lo scozzese. Ma non è colpa sua se Monfils e Tsonga si sono capottati goffamente. Nishikori può comunque dargli fastidio. Vincere è più complicato: Perché il nippo potrebbe essere satollo e perché Murray è tatticamente più avveduto di Tsonga. Quando se ne ricorda.
Federer-Del Potro (65/35). Del Potro è tornato a buoni livelli, per battere Federer  sembrato sicuro e centralissimo, deve arrivare ai livelli d’esaltazione stile NY 2009. Non facile, forse impossibile. Match piacevole da vedere, comunque.
Nadal-Berdych (60/40). L’orbata mina vagante ceca, sulla strada di Nadal. Berdych dato in buone condizioni e parecchio costante. Viste le fatiche e la sciocca polemica con l’altro idiota (tennisticamente parlando) Almagro, cui nemmeno occorre ritornare, un Nadal all’80% forma potrebbe farcela lo stesso.

sabato 21 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 – OTTAVI DI FINALE MASCHILI E FEMMINILI: SACCENTI ED INFALLIBILI PRONOSTICI DELL’ASTROLOGO


Day 6 - Mi sai citare i classici a memoria, ma non distingui il ramo dalla foglia (Ivan Graziani)

Uomini

Djokovic-Hewitt 99%/1%. Serbo versione carnefice degli infanti, fino ad ora: due game al povero Paolino Lorenzi. Altri due al volleante Mahut, impallinato con immotivata crudeltà. Qualcuno in più al colombiano Giraldo.  Hewitt è l’eroe, quasi cinematografico, del torneo. Lui, e Tony Roche (uno che allenava Lendl trent’anni fa), arzilla ed ottuagenaria leggenda del tennis che mi fa gran simpatia per quelle smorfie e l’agonismo esaltato, che fa il paio con quello del suo pupillo. Come Rocky Balboa e l’anziano coach col secchio in mano. Rocky, o meglio, l’indimenticato “Rocchio”. Non una grande impressione lasciata all’esordio con Stebe, poi il ritiro di Roddick e la meritata vittoria da irriducibile combattente contro la giovane promessa Raonic, alla grande prova d’immaturità ad alti livelli. Ora per l’idolo di casa c’è Djokovic. Missione impossibile, rischio concreto di immeritata carneficina serba. Obiettivo di Rocchio: una decina di dignitosi games in fienile e poter esalare un paio di “c’mon” a pieni polmoni.
Ferrer-Gasquet 101%/-1%. Ottavo che rimanda a filosofeggianti dilemmi sullo sport e sulla vita in generale. Val più una catastale costanza ed abnegazione antiestetica o la geniale ed imprevedibile essenza di un talento naturale, tendente al masochismo? Centouno su cento, prevale il primo. Mettete un povero cristo che scrive banalità che piacciono a tutti, in quanto banali come la banale gente che lo legge su un banale giornale a confronto con uno geniale, vagamente blasfemo ed in perenne rischio querela. Chi sarà assunto? Il primo, ovvio. Non suoni come discorso autoreferenziale (in realtà stamattina ho mandato il cv a Via Solferino, allegando un articolo illuminante: “La trista storia di un eunuco con la piorrea che pisciava petali di rose”). Cazzate a parte, Ferrer ha avuto gran problemi contro l’americano Sweeting. Gasquet ha divelto le velleità del tigro assassino Seppi, e annichilito Tipsarevic. Io a quel -1% ci credo fermamente.
Murray-Kukhushkin 99,99%/0,01%. Impossibile fino ad ora giudicare il nuovo Murray curato da Lendl, per assenza di credibili avversari. E perché proprio non l’ho visto. Gioco forza, non potrà esserlo Kukhushkin, uno che deve accendere un cero a Sant’Eufemio protettore dei tennisti ripugnanti, che scioperando non ha protetto Troicki e Monfils (sue due imprevedibili e scarnificate vittime in incontri drammaticamente osceni). Tennista non meno raccapricciante, questo kazako. E suadente nelle sue composte esultanze da cavernicolo. Davvero non vedo come possa dare fastidio ad un Murray normale. Più di dodici games vinti dallo lo yeti e m’imbarco sulla costa crociere, capitanata da un orso delle giostre.
Tsonga-Nishikori 70%/30%. Ecco finalmente un ottavo interessante e, almeno nelle previsioni, divertente. Tsonga non potrà prendere sottogamba il giovane nippo dal bel talento. E non solo per il recente precedente a Kooyong, ma perché Nishikori viene da un buon torneo ed ha le armi per dare fastidio al francese. Al limite, dovesse andare male, al buon Kei rimarrebbe il doppio misto con Kimiko Date Krumm. Stile la nonna ed il nipotino.
Del Potro-Kohlschreiber 60%/40%. Ottavo orfano di Fish, che ha fatto la fine del pesce-pollo in barile, contro il colombiano Falla (non proprio Connors). Incapace di niente, l’americano. Non me ne farei un cruccio, anzi. Perché quello tra l’allampanato argentino ed il dormiente “Kohli” rischia di rivelarsi un confronto bellissimo, di stili e caratteri. Equilibrio ma, semplice sensazione sottopelle dettata anche da un Del Potro che non riesce a darmi più quella fiducia di due anni fa: il tedesco rischia il colpaccio. Se solo si sveglia con la ruota dei criceti nel cervello, che gira in senso orario.
Federer-Tomic 70%/30%. Interessante scontro generazionale tra il dominatore dell’ultimo decennio e la fulgida promessa australiana (canguri in crisi, ma hanno portato alla seconda settimana una vecchia lenza come Hewitt ed un giovanotto promettente). Federer approdato alla seconda settimana senza grossi patemi, eccezion fatta per qualche servizio del gigante Karlovic. Tomic ha invece mandato in delirio i tifosi di casa con maratone avvincenti (va beh, tocca enfatizzare ogni tanto). Due set recuperati a Verdasco (il cappone senza piume) e cinque set per battere anche Dolgopolov. Se ha ancora energie, un set può anche vincerlo. Di più sarebbe oggettivamente troppo.
Nadal-F.Lopez 75%/25%. Dalle patetiche dichiarazioni, al campo. Con tanto di fasciatura al ginocchio malandato. Essendo anche masochista conclamato, Rafito ha provato a spezzarselo in due ricadendovi sopra dopo ripetuti balzoni d’entusiasmo. Contro Tommy Haas (inchino a lui, e degnissima resistenza, visto quello che han fatto gli altri, giovani e sani, avversari dello spagnolo), avanti di due set. Per dire. Lopez è sempre il solito bel tennista d’attacco. Tra la folta chioma di Feliciano ed il cespuglio spelacchiato del diavolaccio di Manacor, poca gara. Nemmeno tra le leziose volée mancine del primo e le agricole evoluzioni a volo (non voglio chiamarle volée) del secondo. Tutto il resto, dice Nadal. Annesso quel luogo comune travestito da tragica realtà che, tranne rarissimi ed involontari episodi, vede gli spagnoli rassegnati al ruolo di accondiscendenti paggetti verso la loro guida.
Berdych-Almagro 70%/30%. Siamo seri. Volete solo immaginarvelo, dopo l’ottavo con Feliciano, un altro derby nei quarti, per Nadal? Allora, tra i due terribili mali, preferiamo il primo. Che pure ha più armi al suo miope arco. Almagro dovrebbe aver esaurito le sue mine dense d’insostenibile protervia invasata battendo Dimitrov (silenzio stampa, fino a quando non gli regalano un cervello) e Wawrinka. Ceco favorito, se non si spara nei piedi, come ogni tanto gli accade.


Donne

Wozniacki-Jankovic 60%/40%. Ottavo al tavor. La sola idea fa irrimediabilmente calare le pudenda ad altezza calcagno. Più che la vincente, si potrebbe pronosticare il numero di colpi vincenti nell’arco del match: Io dico due, massimo tre.
Clijsters-Na Li 55%/45%. Ottavo travestito da semifinale. Se non da finale, visto che solo dodici mesi fa le due si giocavano il titolo. La belga sembra tenere, fisicamente. Già tanto. Na Li si conferma tra le più in forma e concede poco o nulla. Ad avversarie e spettacolo. Concedo una leggera preferenza alla prima, per censo e riconoscenza.
Azarenka-Benesova 80%/20%. Bielorussa spaventosa, per la furia accecata con cui si è accanita sulle avversarie, come fossero povere, impaurite e belanti pecorelle. Qualche fastidio potrebbero procurargli le accelerazioni ed angoli mancini della Benesova. Se in giornata, la Melzer in gonnella può dare dei fastidi all’indemoniata. Si spera, almeno.
Radwanska-Goerges 65%/35%. Polacca salvatasi per miracolo e con grande pazienza dal primo turno contro la truzza Mattek in giornata d’esaltazione attaccante. Ora per lei c’è la Goerges, che ha spezzato il sogno di Romina Oprandi. Solito, stucchevole dilemma che imperversa nella Wta: Prevarranno le roncole (possibili) dell’insensata e rudimentale picchiatrice di turno (Goerges) o la sapida difesa ordinata e senza colpi vincenti dell’altra (Radwanska)? Prendo la polacca, perché la tedesca con quelle esultanze scomposte, truci sguardi all’angolo e pugnetti a go-go sugli errori dell’avversaria sciorinati contro Romina, merita solida craniata contro un acuminato spigolo. Che insegnassero a queste starlette travestite da ridicole killer, l’agonismo sano. Ed un po’ di tennis.
Makarova-Serena Williams 10%/90%. Serena appare di un altro pianeta, rispetto a tutte. Forse solo Kvitova potrebbe qualcosa. Poco, niente potrà la mancina russa Makarova, tipetta incostante con una faccia da afflitta adolescente bruttina, che a suon di dementi roncole mancine ha steso Kanepi e Zvonareva. Mica poco.
Sharapova-Lisicki 70%/30%. Altra prova di tedesco per la russa. Dopo Briegel Kerber, ecco Rummenigge Lisicki. Quest’ultima però sembra essere resuscitata come Lazzaro, recuperando tutti gli acciacchi di inizio torneo e che quasi la facevano soccombere alla modesta svizzera Voegle. Possibile match equilibrato, ma l’urlante siberiana (speranze di recisioni della glottide a parte) rimane favorita, per esperienza.
Jie Zheng-Errani 65%/35%. Ottavo delle sorprese. Tra le varie Stosur e Bartoli, emergono invece la tascabile e tignosissima cinese Jie Zheng, in perenne e forsennato anticipo piatto e la terrificante arrotatrice emiliana (héééééé). Assolutamente inguardabile l’italiana, per il mio particolare modo d’intendere il tennis. Ma col grande merito di non mollare mai e di voler migliorare un tennis che definire limitato sarebbe puro esercizio d’eufemismo acrobatico e pieno di patriottica finzione. Ora, grazie anche ad un tabellone da epifania, può addirittura sperare di arrivare ai quarti di finale di uno slam. Leggermente favorita la cinese che s’è sbarazzata del primate transalpino Marion Bartoli. Mica un male, in fondo.
Kvitova-Ivanovic 85%/15%. Siamo seri, la giunonica ceca sembra di un altro pianeta. Alla serba, rinsecchita come un'acciuga continua a fare difetto una cosa importante: il cervello. Qualche possibilità però gliela concedo perché potrebbe anche, per puro caso, tirare qualche bomba anche nel campo. Per caso eh, ribadisco.

venerdì 20 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012, GLI ORFANI DI COCCIOLONE


Day 5 – “Ungi l’assi, ca la rota camina…” (Zu Binnu Provenzano o l’on. Casentino. Non ricordo)

Cede di schianto Romina Oprandi, nel suo terzo turno degli Australian Open, alla tettuta valchiria teutonica, Julia Goerges. Si arrende, non prima d’aver illuso per un set e mezzo. Tedesca sotto tono, e quasi ridicolizzata da ricami e svolazzi. Non bastano le dita di una mano per contare i vincenti drop alati della nostra paffuta eroina dei monti. Circa dodici nel vincente primo set. Che diventano quasi venti, dopo un inizio di secondo set semplicemente delirante, infarcito di tocchetti da adepta del dio maramaldo, ed ancora smorzate. Anche quando non riesce alla perfezione, e l’altra la riacciuffa tirandole una roncola spaventevole che le rimbalza nei piedi, quella che fa? Partorisce un suadente pallonetto in controbalzo da funambola (difficoltà 2386 su 100).
Tutto magnifico, perfetto, fino al 6-3 3-2. Poi si rompe l’incantesimo. Ancora il fisico che cigola, con tanto di intervento della fisioterapista. L’altra sera il piede, oggi la schiena che ne limita servizio e smash, tirati solo in appoggio. Bisognerebbe davvero capire come mai ogni volta ne abbia una. Come possa il fisico di una sportiva subire sempre questi piccoli grandi traumi. Innegabile quanto la svizzerotta abbia avuto poca voglia di lavorare e costruirsi una macchina sportiva resistente e valida. Probabile che dopo i tanti, grossi ed enormi traumi patiti nel corso degli anni, paghi mentalmente ogni situazione rischiosa, al minimo accenno di dolore. Innegabile invece, come il terrificante infortunio al braccio non sia stato causato da scarso allenamento, ma da miserabile, malvagia cattiva sorte.
Poco cambia, la nostra cede di schianto, mentre l’imponente tedesca, tutta piegata su se stessa, tra pugnetti ad ogni pie’ sospinto ed insostenibili urla di minacciosa soddisfazione al suo angolo, vola via. Più ridicola di una Ivanovic applicata alla Sharapova. E ce ne vuole. Mazzate vincenti di servizio, e roncole come fosse tramontana di virulenza. Parziale di 10-1 e Goerges che approda agli ottavi in carrozza. Con l’uscita di Oprandi, è rimasta solo Sara Errani  a difendere i colori azzurri. Anzi, questione assai dibattuta, pare che Errani fosse l’unica italiana in corsa già da due giorni. Da quel fatidico dì in cui la pingue tortorella ebbe l’ardire di punire l’Italia racchettara battendo Schiavone. Forse per lavarsi qualche sassolino dalla bende di Tutankamon, Romina ha dichiarato che sta seriamente pensando di accettare la proposta della federazione svizzera (che di tennis qualcosa ne capisce…). Visto anche il silenzio di quella italiana, da anni. Sorpresa, condanna, costernazione, disgusto, aberrazione generale per la mancanza d’amor patrio della tennista. Dimenticando che, questa marrana manigolda sta riflettendo solo se tornare a difendere i colori di una nazione nella quale è nata, vissuta e pasciuta. Mica chiede asilo politico alla Birmania (come pure potrebbe fare qualsiasi tennista dignitoso e disgustato all’idea di rappresentare simili dirigenti italiani). Una nazione, quella scudocrociata, che sente comunque sua come l’Italia, e che a differenza di quella tricolore (listata a lutto dopo il successo con la leonessa), sta dimostrando attenzione per le sue prestazioni. Magari garantendole la partecipazione alle Olimpiadi. Che c’è di così mostruoso o inaccettabile? Niente, per chi non ha nel dna ancora quei rigurgiti di fascismo imperante e che pretende ogni volta frasi simili anche nello sport: “ve lo faccio vedere io come vince (spesso perde) un italiano”.
Tra le altre, passeggiano sul velluto Azarenka, Na Li, Radwanska, Clijsters, Wozniacki. Continua il suo percorso netto la ceca Benesova, mancina gradevolissima, che batte nettamente la qualificata che ha giustiziato Pennetta a suon di deliziose accelerazioni macine ed angoli pregevolissimi. Una specie di Melzer in gonnella, questa Iveta. Non a caso l’austriaco pare avesse approfondito questa comunanza con sedute extra, tra un doppio misto e l’altro.
Tra gli uomini, a passeggio Nadal, Berdych e Del Potro. Bene anche Federer col sempre pericoloso Frankenstein Karlovic. Dello svizzero si rimarca un miracoloso salvataggio a rete, sulla palla che gli sarebbe costata primo set e fatica ulteriore. Mezza sorpresa la vittoria del rospo Almagro contro Wawrinka, nella norma quella di Lopez contro il fromboliere gigante Isner, forse stanco dopo la maratona con Nalbandian. Mentre continua il sogno australiano incarnato da Bernard Tomic che si impone a suon di affilate difese sulla libellula pazza Dolgopolov, ucraino che fino ad ora ha vinto il mio oscar di tennista più divertente di quest’edizione degli Australian Open. Pazienza se è già fuori.

giovedì 19 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012, L'INUTILE SGORBIO DADAISTA


Day 4 – Dal vostro inviato, pagato nella moneta nazionale. Il “padanetto”, credo

Se uno dopo aver visto la faccia di quella comparsa lassù, degna di un film muto degli anni ’20, ancora non s’è rassegnato all’idea di dover assistere ad una mirabolante girandola di emozioni già scritte, lo capisce dopo il primo gioco e servizio buttato via.
Il funambolo tedesco Philipp Petzschner affrontava forse l’outsider più in forma, uno di quei due o tre che potrebbero anche dare qualche piccolo fastidio ai quattro grandi: Milos Raonic. Niente da fare per quel Picasso inconsciamente deambulante su di un campo da tennis, conciato in modo improponibile agli umani. Surreale nel suo tennis anacronistico, naif ed alieno. 
Sembra davvero lì per caso, trotterella con le tragicomiche ed auto ironiche calze che gli arrivano al ginocchio, parla con se stesso, fa qualche smorfia con lo sguardo perso nel vuoto ancestrale. Affetta uno slice che bacia l’incrocio, sfodera un siluro di dritto nell’angolo opposto, poi deliziosa smorzatela languida e…a campo aperto, uno sgorbio ripugnante. Sta tutta lì, l’essenza di questo strambo pittore della racchetta, ormai parodia di una macchietta. Ha il braccio baciato da astri avvinazzati e farneticanti, ed una mente inadeguata alle umane gesta. Cosa vuoi attenderti? Niente, per chi cerca soltanto qualche attimo d’intrattenimento, sganciato da risultati e coppe. E’ piacevole, divertente anche così, anagonistico giullare di se stesso, ma con il tennis più divertente del circuito. Laddove circ-uito sta per circo. Per il resto, per chi non s'accontenta, c’è Djokovic che sta crivellando qualcuno, sul centrale. Tiene addirittura quattro set il tedesco, prima di cedere. Ora il fromboliere canadese Raonic troverà Lleyton Hewitt come ultimo, esperto ed orgoglioso, baluardo prima dell’ottavo col fagocitante Novak Djokovic. L’australiano vince per ritiro l’incontro dal sapore antico tra ossi vecchi ex numeri uno, con Andy Roddick.
Il resto della giornata vede poche, quasi nessuna sorpresa. Viaggiano veloci e senza sprecare tempo o energie, i favoriti Djokovic, Murray e Tsonga. Balbetta, ma si salva il vangatore Ferrer. Sorprese di giornate, ma anche no, le eliminazioni di Gilles Simon e Viktor Troicki. Il primo cede al quinto al Cesare Cremonini di Francia, Julien Benneteau, fresco di sesta finale atp persa. L’altro, la carta carbone (lacerata in sei/sette punti) di Djokovic, perde male dall’orripilante uomo delle nevi Mikail Kukushkin. Alzi la mano chi, in piena coscienza e senza anestesia locale all’ipotalamo, abbia voluto vedere due minuti di questo agghiacciante confronto.
Donne, donnine, donnone: tutta avanti, le favorite. Serena e Sharapova lasciano le briciole alle malcapitate avversarie: l’isterico tappo Zahlavova Strycova ed il giovane botolo Hampton. Un set lo lascia per strada Kvitova all’allegro paperotto Suarez Navarro. Cede Roberta Vinci alla coriacea cinese Jie Zeng (gnè). Due le italiane ancora in corso. Dopo Oprandi, e voglia il cielo perdonarmi per l’irriverente accostamento, anche Errani s’affaccia al terzo turno. La bolognese, encomiabile per quanto rumorosa ed insostenibile, batte una ex tennista, tale Nadia Petrova (ma come ha fatto ad essere numero 3 al mondo quella cosa informe?). A  proposito di cose informi, eliminazione “eccellenti” quelle di Kaia Kanepi e Anastasia Pavlyuchenkova, buttata fuori da Vania King, in una prevedibile sorpresa. 

mercoledì 18 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012, IL GRAFFIO DI ROMINA


Day 3- Dal vostro inviato sulla baracca che affonda. “Rimanghi sulla pescaccina, perdio, rimanghi!”

Dev’esserci qualche strana deviazione, una distorsione della mente, nel voler attendere, fiducioso, l’alba, in attesa di questo strambo derby di tennis. Poco meno di una crudele carneficina, dicevano i bene informati. Vuoi mettere la Nostra “leonessa” Francesca Schiavone? La celebratissima campionessa del Roland Garros dal tennis completo e talento sovrumano, che ti ottunde le meningi e si dipana in un profluvio di “ahuiiiiii” ad accompagnare i rifrulli da carpenteria. Matura, ma giammai anziana, la nostra, con le sue quasi 32 primavere sulle spalle rachitiche. Avrebbe fatto un sol boccone (sempre i bene informati di cui sopra) della malferma e svogliata tennista da circo, Romina Oprandi. Una giocoliera senza fisico. Per giunta mezza svizzera, questa, con un accento che rimanda ai tempi di Peter Runggaldier.
Sarà perché “morrò pecora nera e non mi lego a quella schiera”, ma arrivo anche a promettere un carosello, ignudo bruco, all'ora di punta, per le vie della fremente città che pullula di bacherozzi con sembianze umane, se solo va come deve andare nel mio sogno di melassa.
E il campo, a volte, tramuta anche le utopie in dolcissima e smielata realtà. Regge Romina, regge. Altro che miserabili cazzi. Gioca in maniera divina questa ragazzotta basculante, che riesce a volare in modo vezzosamente leggiadro, pur rimanendo pesantemente piantata in terra. Il corpo soffre maledettamente, il braccio dipinge e la pallina vola: Eccone l’essenza finale. Inizia come meglio non potrebbe, sempre sospesa tra  antiche memorie da viaggio della speranza a Lourdes ed un magnifico dipinto di Monet. Tiene bene lo scambio da fondo, con ardimento. E poi piazza la stoccata, come puntellata lama che affonda nel burro. Ora un sontuoso rovescio lungolinea, ora un angolo stretto. Meglio ancora la proverbiale foglia morta che l’altra riprende, dando luogo ad un ricamato scontro a fuoco a rete. E ne esce vincente la tortorella. Ciò che più conta è lo sguardo e l’atteggiamento di Romina. Lo capisci subito che si sente bene, è ispirata ed ha voglia di giocarsela.
Schiavone inizialmente ha l’espressione convinta. Serena, sicura che tanto la partita la gira facilmente. Quando e come vuole. E’ campionessa, del resto. Ce lo sa, soprattutto lei, ce lo sa. Ne è convinta proprio. Malgrado il 3-1, il 5-3 la riprende in un baleno, oh sì. Tutta elettrica e con quel mascolino incedere a gambe larghe da maniscalco nell’antico far west, ricca di una spocchiosa baldanza che me la fa tanto simile ad un Nadal un po’ più maschile. La milanese si fa un più tesa solo quando Romina scappa anche ad inizio del secondo set. E’ fisicamente pompata a mille, la leonessa, corre e zompa su ogni palombella colorata dell’avversaria, ma sono i colpi a tradirla. Stecche raccapriccianti appena prova un rovescio a tutto braccio, doppi falli in serie, marchiane palline trucidamente sgozzate. Un po’ di preoccupazione mi coglie quando vedo la fisioterapista che ad ogni cambio campo maneggia il piede della Oprandi. Quasi non ci credi che il suo fisico dica nuovamente "basta", sul più bello. Inizi a pensare, con fatalismo, che a questa ragazza ne capitano più di Bertoldo.
Dalle tribune si odono grotteschi e commoventi “Vai Francieskia” con accento di Melbourne alta. Romina, malgrado il problema al piede, continua a il dolce martellamento, non lasciando niente per strada. Non concede all’avversaria appigli per rientrare nel match. Nessuno sfarzo inutile, alcun orpello scenicamente lezioso. E’ centrata e concreta. Via di immacolata accelerazione lungolinea chiusa a rete, e ancora smorzatine in sicurezza. Arma letale, usata con gran discernimento, stavolta. Un arcobaleno nel cielo azzurro, questa Heidi della racchetta.
L’altra, la vincitrice del Roland Garros, seguita nel suo spettacolo raccapricciante. Alza il sopracciglio, stizzita. Trotta e riprende palombelle che altre tenniste meno atletiche accompagnerebbero solo con lo sguardo, prima che Romina la uccelli con un beffardo tocco a campo aperto. Il match è tutto lì, in quel punto. Poi sgozza altre due palline, e per Romina è il meritatissimo trionfo. Elargisce sorrisi ed una entusiastica chiamata in diretta, col cellulare,  mentre è ancora in campo. Ci sarebbe da commuoversi, non avessi così tanto sonno e dovessi mettere il caffè nella moca. Cosa vuoi che sia per uno che ha visto, con un po’ di amara rassegnazione, le gesta dell’italo-svizzera, solo un paio d’anni fa (mica dieci) in un 10mila? Ferma, pesante, quasi dedita al tennis amatoriale, dopo un’invereconda serie d’infortuni degna di un treno bianco. Cosa vuoi che sia, allora? Niente. Un po’ di soddisfazione, e la convinzione che forse, ogni tanto, le sorti umane possano anche avere sbocchi inattesi, col talento che passa sopra le ingiurie della sorte.
Sarà anche per questo che, ascoltando poco fa le parole della Schiavone, per un po’ provo a chiedermi se sia una sua missione, quella di rendersi così scostante e supponente, fino all’estremo. Ha giocato male, lo abbiamo visto. Ma l’altra, un’italiana, ha portato a termine un incontro perfetto, non consentendole mai di entrare in partita. Bastava una palla, un miserabile, delicatissimo, 15 e sul 3-3 nel secondo, e tutto si sarebbe complicato, vista la diversa esperienza a gestire le situazioni complicate. Invece no. Anzi, la milanese ha dimostrato una volta di più quanto sia sopravvalutata la sua capacità tecnica, e soprattutto tattica. Dopo le prime battute, più nessuna smorzata, che pure la lenta avversaria avrebbe patito, nessun cambio di tattica in corsa, visto che nello scambio lungo, paradossalmente, la vittima era lei. Solo inutili frulloni che l’altra tramuta in dolci bignè alla crema.
Schiavone e tutta la schiera di stolti patrioti invece, commentano mestamente, come fosse una sconfitta dell’italia tutta, non capendo come a livello di classe e talento puro, Oprandi si è bevuta Schiavone. Lo vedo anche al tg, poco fa: “Male l’Italia, Schiavone perde da Romina Oprandi”. Non si sa se incazzarsi, o farsi una risata, per tanta, imbarazzante, idiozia.
C'è da sorprendersi se, come riportano, Romina, corteggiata dalla federazione Svizzera stia pensando seriamente a cambiare nazionalità? (ma che vada, e velocemente, anche). Certamente, da queste parti, non sprecheranno troppe energie per trattenerla. Dopo le non eterne Schiavone e Pennetta (32 e 30 anni), ci saranno le varie Errani, simil-Errani e Dentoni,  a tenerci in alto.
“Il peggior match della mia vita”, chiude la milanese dalla simpatia contagiosa. E se provassimo a girare la questione domandandole (magari un giornalista, lì, avrebbe anche potuto farlo, in termini un po’ più professionali dei miei): "Na domanda eh, Francè…non è che siamo stati traviati dai tuoi due ultimi Roland Garros? Per carità, due tornei giocati benissimo, una vittoria e una finale, ma senza battere grossi nomi. Tolte quelle due o tre occasioni, in due anni, il tuo livello è stato lo stesso pre-Parigi 2010, chiaramente. Una normale top 20, e basta. Di partite 'più brutte della tua carriera' come quella di oggi, io ne avrò viste almeno dodici. Le epifanie, restano epifanie, o no? Magari ce ne sarà una terza, ma sempre epifania rimane. Sentiamme, prova a vincere un torneo minore, almeno: Linz? Palma de Maiorca? Acapulco? Piccoli passi, modestia e pedalare, che altri due anni da top 20 li puoi fare. Con stima.”.

martedì 17 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - COME PERDE UN ITALIANO




Day 2 - Tennisti italiani dalle spalle strette...e un giorno il vento, l'altro troppo caldo...non vincono mai

Un falso storico, bassezza autentica, solo pensare ch’io sia contro i tennisti tricolori. Voglia il cielo fulminarmi entro mezz’ora, se non scrivo il vero. Al limite fu Moretti, e non un Picasso qualsiasi, a creare il comune modo di sentire, terrorizzato all’idea che il suo futuro figlio da grande diventasse “simile ad uno di quei tennisti italiani con le spalle strette, che non vincono mai e ne hanno sempre una…ora il vento, ora troppo caldo…”. Io mi limito a guardare la tragica realtà e constatare come quella geniale affermazione sia ormai solida ed immutabile come uno dei tanti imperiosi ed incrollabili monumenti del nostro belpaese. Abbiamo il Colosseo e tennisti scarsi (oltre che poco divertenti).
Paolo Lorenzi vive la soddisfazione di una vita, giocando sulla Rod Laver Arena contro il numero uno al mondo. Merita cinque minuti della mia attenzione, il buon Paolo. Se non altro per quell’espressione emozionata e fanciullesca. Tornando al discorso di cui sopra, assieme a Cipolla, uno che non si può mai criticare o ridicolizzare, a prescindere, per via di palle quadre ed impegno. Djokovic comincia lento ed il nostro eroe riesce ad andare addirittura avanti, raggranellando due eroici games e strappando qualche applauso. Poi l’altro alza il livello d’allenamento e fa 17 games di fila (6-2 6-0 6-0). Non poteva sperare troppo Filippo Volandri, che un malvagio (fino al sadismo) sorteggio aveva accoppiato al bombardiere Milos Raonic. Fa qualche games, tiene con dignità (6-4 6-0 6-1). Ma anche lui è italiano. Malgrado l’ultima sfolgorante presa di coscienza delle Fit per bocca di Pietrangeli nel leggendario spot e di Nadal con la bua alle ginocchia (si gioca tanto sul cemento, eh), Pippo da anni conosce solo la terra battuta. Fosse nato in Francia o in Germania avrebbe imparato a servire e giocare sul rapido, costruendosi una carriera da continuo top 30. Invece è uno di quegli italiani tipici con la racchetta. Quasi uno spiaggiante a Gabicce mare. Che un campo veloce lo vede solo se costretto, non prima dei 18 anni (prima si corre il rischio di malattie infettive). Ci si muove come pensionato anchilosato e serve delle fiatelle impresentabili. Cosa può inventarsi contro questi bombaroli? Niente. Partecipare, se la classifica costruita certosinamente sui campi in terra gli consente di arraffare il lauto premio di partecipazione. Chiamatelo fesso. Non è colpa sua, ma dell’istituzione tennis italiano nell'acme della sua inettitudine secolare. E a niente gli serve l'epocale e tardiva svolta: “la terra battuta è superficie per vecchi…gioca sul veloce, ragazzo!”. Che fregherà a Pippo nostro? Lui è ricco, ha 31 anni una bella figheira come fidanzata (nel vero senso del cognome) e riesce a difendersi solo sulla terra. Troppo tardi.
Ma come dimenticare Potito Starace. Esempio classico di tennista italiano all'estero. Fortunato il napoletano, a trovare uno dei giapponesi di ultima generazione (nemmeno il più forte), tale Tatsuma Ito. Match alla portata, malgrado il nostro giochi sul cemento come se stesse attento a non rompere le uova di struzzo, correndo come una marionetta anchilosata. Imbarazzante. Poi per carità, c’è troppo caldo…e quelle fastidiose mosche australi. Meglio la terra, ed il nostro bel clima temperato. Anzi, addirittura preferibile la neve ed un bel caminetto innanzi a cui sorseggiare una bella “vecchia romagna”. Finisce per lagnarsi, sbattere racchette in terra, comportarsi da fratello grande del rospo stufoso Almagro. E perdere, ovviamente, da Ito. Ito, ito. Pietrangeli commissionato dalla sempre tempestiva Fit, continua a martellare (“gioca sul cemento, e gioca sul cemento ragazzo, daje”), ma a Potone che importa? Ha ormai trent’anni, mica può imparare adesso. Via, con tutta la simpatia, aspettando di vincere il challenger di Fuorigrotta o l’atp di Umago se stavolta  gareggeranno solo over 80 della classifica.
Chi, nei modi almeno, sfugge a questa tragica regola dell’italiano (tennista) all’estero, è Andreas Seppi. Sarà perché forgiatosi sui monti, vicino al regno asburgico, ma questo gioca meglio sui campi veloci. Il risultato però non cambia. Il tigro montanaro finisce per soccombere nettamente a Richard Gasquet. Abbinamento comico e tendente all’anagonismo suicida (Gasquet) o mortifero (Seppi). M come tennis, i due provengono da pianeti diversi. Diametralmente opposti.  Autentico fenomeno dal braccio divino Richard, normale impiegato del catasto Andreas. Il tennis è uno dei pochi anfratti di sport e arte minore in cui l’italia, per colpa di numerose generazioni di dirigenti incapaci, è inferiore alla Francia. E lo sarà fino a quando i danni causati da questi (attuali compresi) non si saranno affievoliti. Al francese basta accelerare in punta di racchetta, che il nostro felino albino cede, smarrito. (6-3 3-6 6-3 6-1). Fuori tutti gli italiani, tranne Cipolla. Quello limitato e senza talento. Lo hanno appena detto al tg-studio aperto. Un giornalista esperto di ippica, forse
Italia a parte, vince e convince Philipp Picasso Petzschner, che travolge 6-0 6-0 6-2 Lukas Rosol. Sorprende, perché non lo ritenevo capace di rifilare un doppio sei-zero nemmeno ad una belante capra di montagna. Peccato che ora trovi Raonic. Inizia male, recupera da 2-5, issandosi fino al tie-break, Xavier Malisse. Ha un set point, poi perde il primo set a favore di Roger de Vasselin. Amen, mette le racchette nel borsone e se ne va. Soffrono un po’ Andy Murray e Jo Tsonga, ma alla fine vengono a capo rispettivamente del giovane Harrison e dell’armadio Istomin. Avanti anche gli outsiders Ferrer, Monfils e Simon. Continua a coprirsi di ridicolo il lettone senza testa, Ernests Gulbis. Vince il primo, e poi raccoglie cinque games nel resto del match contro Llodra.
Nel tabellone femminile, un trionfo di glamour e bellezze patinate, che si dimenano nella torrida estate australiana. Tra una Masha Sharapova che cede le briciole (un game) alla velina Dulko, senza nemmeno dover urlare al massimo, e Maria Kirileno che demolisce la ragazza di casa Jarmila Gajdosova. Soffre, azzoppata e semovente Sabine Lisicki, ma trova qualche tramontana di colpi per prevalere sulla giovane e spaurita Voegle, cui si atrofizza il braccio sul traguardo. Passeggia in sourplace violento, la favorita Petra Kvitova. Passano anche Vinci ed Errani, oltre alla sempre bella e languida Vera Zvonareva, russa dai magnetici occhi di ghiaccio. Resiste e la spunta dopo terrificante maratona con la rumena Dulgheru.

lunedì 16 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012, NADAL CALA L'ASSO (A BASTONI)


Day 1 – Mentre dormivo, ascoltando le voci nel cervello

“Ullapeppa”, vien da esclamare strabuzzando le fosche e dilatate pupille. Lo aspettavamo da anni, vittime di quell’edulcorato, finto e patinato rispetto tra i due dominatori delle scene. “Oh ma quanto è bravo lui…io devo ancora farne di strada.” Diceva uno, stringendo le spallucce come all’asilo degli infanti. “Massì dai, ho vinto, però lui è un campione vero…”, rispondeva l’altro con gli occhi gonfi di modesta ritrosia virginale. E il primo quasi baciandolo con gli occhi finti, chiosava: “Io non arriverò mai ai suoi livelli, rimane lui il vero numero uno…”. Eravamo ormai rassegnati ad una rivalità più fintamente smielata di quella tra Agassi e Sampras, piena di baci, abbracci, risate posticce da sit-com all’esterno, marcia e ricca di velenosi rancori covati all’interno, palesatisi vent’anni dopo, in un match d’esibizione. Ad Haiti. Nadal e Federer sono andati avanti così, per anni. Senza che nessuno osasse proferir verbo sgarbato verso l’altro. Ma com’è possibile, tra due dominatori assoluti con un ego che si rispetti, e che si dividono  proscenio e tornei dello slam? Avremmo finito per vedere anche loro vomitarsi tutto, vent’anni dopo, magari a Manila, durante un’esibizione benefica, con lo svizzero brizzolato ed elegantissimo nella sua tuta RF anche a 50 anni, ed il diavolaccio di Manacor senza capelli e con due protesi di cartongesso al posto delle ginocchia divelte nel masochistico desiderio di essere numero uno di tennis, invece che normale mescolatore di palta in un qualsiasi cantiere d’Iberia.
Ahssì. Invece eccola lì, la miccia. Improvvisa e deflagrante. Qualcuno avrà guardato in modo torvo l’altro e dopo una raffica di parolacce, avrà coniato l'ormai leggendario epiteto di "inumano robot!” come fece Johnny Mac ad Ivan Lendl? Non proprio. Rafito Nadal prende il coraggio a due mani, e piazza la stoccata, orrida come uno di quei magli arrotati che fanno zigo-zago nell’aere. Si lamenta, il terrificante crivellatore di palline: “Si gioca troppo, troppe-troppe partite, troppi tornei sul cemento e pochi sulla terra battuta…rischiamo di farci male, per giocare a tennis. Solo a Federer non interessa, va bene che lui ha un fisico eccezionale…”. Ammetto, dopo averla letta, di aver pensato ad uno scherzo. Perché è davvero difficile che uno sportivo si possa rendere così ridicolo, e volutamente patetico. Invece è vera, una gran bella provocazione, rivestita di sana ed insostenibile idiozia. Oltre che menzogna per esseri submentali. Rafa mette sotto processo l’attuale tennis e la programmazione, che ha portato il suo fisico e le sue ginocchia allo stremo. Colpevoli gli altri, se lui rischia di farsi male ogni volta. Mica il suo personalissimo modo di interpretare questo sport. Figuratevelo Moccia che si lamenta: “Basta ora con questa letteratura per quattordicenni, altrimenti rischio di far vedere a tutti che ho dei gravi disturbi mentali a scrivere in prima persona i tribolati amori di una dodicenne.”. Oppure un muratore che afferma d’esser più dotato di Picasso e Monet. Ma solo in una gara di cazzuola. Una gara che deve durare quanto e come dice lui, però. L'epopea del guerrigliero impavido e senza macchia che si scaglia contro il potente, pur non avendone le stesse regali stimmate da campione, può anche risultare fascinosa, avvincente. Ma quando lo stesso assaltatore finisce per scarnificarsi con la sua spada e le sue stesse armi, addirittura invocando la proibizione di quella spada o, peggio ancora, un supponente cambio delle regole del gioco solo per meriti di censo e perché non è più un grado di assaltare la diligenza...beh, il tutto risulta solo un paradosso comico, rivestito di patetico ridicolo. Neppure sorprendente, per chi ne avesse capito da anni l'effettivo spessore.
Ed ancor più surreale è il monito, vagamente allusivo. Quasi una minaccia sottintesa: “occhio, che se non cambiate la programmazione io, rompendomi, inevitabilmente rischio di non esserci più e perderete tanto spettacolo, eh!”. E quelli della federazione internazionale, assai sensibili alla salvaguardia del baraccone, dai tempi di Agassi drogato come un cammello di polvere d'angelo, non rimarranno insensibili.
Se polemica doveva essere, bisognava almeno basarla su qualcosa di sensato, e non su una ridicola pretesa da frustrato mezzo campione al declino. A 25 anni. Dopo tanta attesa ci si aspettava qualcosa di mirabolante, e invece… Sarà, ma la degna risposta di Federer non si fa attendere. Ognuno ha il suo bel carattere. Fin troppo educato e schivo lo svizzero, per inveire e dire ciò che oltre a lui, pensano tutti quelli dotati di pensiero e conoscenza del tennis: “Saranno anche cazzi suoi, se si fa male. Ognuno ha il suo modo di giocare. Se lui fa del fisico la sua forza e lo porta allo stremo (magari anche in modo lecito, in ipotesi) per stare al vertice, se la strafottano lui e quel pirla di suo zio, ad inventarsi un tennis meno sadico. Che mi sta proprio sulla minchia, pure suo zio. Ah, e vale anche per quel mezzo giullare supponente, Djokovic. Quelli stanno riducendo questo sport ad una corrida immonda.”. Poteva essere questa, la risposta. Se non nei modi, chiunque avrebbe esposto il lapalissiano concetto. Invece lo svizzero si conferma fuori dalle umane gazzarre. Contento lui. Sibillinamente rimarca come lui, ma nemmeno Nadal o Djokovic, possono avere voce in capitolo più del numero 120 al mondo. Amen. Polemica chiusa, andate in pace.
L’imbecille sostanza rimane. Rafito, ormai divelto da Djokovic ed in vista di una possibile semifinale contro Federer in cui rischia di soccombere nettamente, ha piazzato la stoccata “mourinhana”. Non ha niente da perdere, in fondo. La speranza è che lo svizzero, per carattere, paghi psicologicamente la battaglia fuori dal campo. Se invece Federer dovesse trovare ancora maggiori motivazioni, infliggendogli una sonora lezione, per lui cambia poco. Ecco perché ha scientemente lanciato questo sasso. Ridicolo e penoso, alla fine.

Sul campo, invece, i due hanno esordito nella nostra nottata. Nessun problema contro i qualificati e modesti Kuznetsov e Kudryavtsev. Lo spagnolo, tanto per aumentare l’aura della vittima di un circuito crudele, si presenta con vistosa fasciatura al ginocchio, da reduce della guerra d’indipendenza. E le solite, stucchevoli, insostenibili, frasi sulla sua salute. Il miracolo di non essersi ritirato. Tra gli altri favoriti, sonnecchia un set Del Potro contro l’estroso talento surreale di Francia, Mannarino. L’argentino poi si sveglia e mazzuola della grossa. Al mancino francese restano un gran bel braccio veloce, il carattere da ermellino ebbro di valeriana ed una capigliatura contraria ad ogni legge fisico-balistica. Ancora di più rischia Dolgopolov, contro una wild card australiana. Ci mette due set prima di destarsi e  dominare al quinto. Avanti anche Wawrinka su un infermo (fisico, oltre che di mente) Paire, ed il leonino Kohlschreiber che, paradosso dei paradossi, la spunta alla distanza su Juan Monaco. Sorpresa, ma neanche tanto, la dipartita di Davydenko contro il bravo Flavio Cipolla, in cinque set. Chiaramente il migliore degli italiani, il romano. Il russo invece è ormai pronto per la baggina sportiva. E’ miliardario, ha una bella donna, ed ha vinto tanti tornei. Se la passerà bene, la terza età. Vincono facile anche Fish e Feliciano Lopez. In rimonta ce la fa il rospo Almagro contro il gladiatorio attaccante polacco Kubot, che vende cara la pelle.
Match di cartello e di giornata, quello tra il giovane teenager aussie Tomic e Fernando Verdasco. Il ragazzo di casa mostra la solita facilità di tennis difensivo, e qualche bella fiammata gattonesca di rovescio, il tutto condito dalla solita spocchia da guinnes dei primati. Nandone, bardato come un operaio anas in catarifrangente giallo-arancio, va avanti di due set a suon di sberloni. Regolare. Ovvio. Chiunque, anche io, potendo, si sarebbe giocato la casa immaginaria o un rene sull’australiano (quotato a 19,00 o 26,00). Ed infatti, puntuale come una cambiale scaduta, lo spagnolo finisce per capottarsi, cedendo al quinto. Via, questo è il Gasquet dei poveri di spirito. "Anvedi come perde Nando, è proprio la fine der monno..."-
Vincono tutte le maggiori favorite anche le donne. Faccio in tempo a vedere qualcosa della spaventevole Vika Azarenka in shorts anni ’70, abbattersi come un uragano su Heather Watson e la 41enne Kimiko Date cedere tristemente, di schianto, alla modesta Danilidou. Soffre le pene degli inferi Agnieszka Radwanska (una delle possibili outsiders, se capiteranno epocali ecatombi) contro l’americana Mattek-Sands, al solito agghindata come un albero di natale, con le calze che arrivano alle ginocchia ed il grasso sulle guance da quarter-back di football americano. Alla fine è l’unico match che vedo con maggiore curiosità. Una maratona nella quale la fosforescente americana ipertatuata si esibisce in attacchi continui ed asfissianti, e smorzate taglia gambe, quante forse non ne ha mai giocate in un decennio di carriera. Specie con simili percentuali di successo. Bastano due foglie morte sbagliate di fila, a cambiare l’inerzia del match ed alla fine prevale la più regolare e preparata Radwanska. Facili vittorie per Clijsters, Li, Schiavone e Oprandi (già pregusto il secondo turno tra di loro. Obiettivo per Romina: spingerla a vincere più quattro games. Voliamo bassi.), Jankovic e Wozniacki.
(svogliato) capitolo a parte quello di Flavia Pennetta. Perde da una semisconosciuta qualificata russa (voglia i cielo se mi ricordi come si scrive il nome). Troppo facile ricondurre tutto all’infortunio patito nella finale di Auckland. Altrettanto facile accanirsi con lei per l’ostinata voglia di giocare il doppio (anche la scorsa settimana, dopo l’infortunio) e la strana idea di voler guadagnare soldi. Delle due l’una. O tutt’e due, meglio.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.