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giovedì 29 gennaio 2026

AUSTRALIAN OPEN 2026 - DJOKOVIC, L'OSSESSIONE DEL VECCHIO LEONE






Mesi fa, quando ancora non avevo abbracciato il veganesimo, il mio macellaio di fiducia Luigi la Braciola, mi pose un quesito che dapprima mi sorprese, poi mi turbò un poco: "Mi spieghi perché sto Djokovic ti sta così sul cazzo?". Pur nella sua spartana schiettezza, la domanda aveva un suo fondamento. Farfugliai qualche subumana banalità del tipo "Ma lo sai che l'odio è il più forte dei sentimenti, no?", poi presi le mie salsicce e me ne andai. 
Ad oggi, posso affermare con certezza che il personaggio Novak Djokovic, in questa fase della carriera da ossessionato compulsivo prossimo alla follia senile, mi attrae non poco. Abbinato alla mostruosità insita in un personaggio che potrebbe tranquillamente essere scolpito a Villa Palagonia, questo delirio si rivela per me assai avvincente. Non nego che uno dei motivi per cui ho ripreso a scrivere qui è proprio questo. In attesa della ormai scontata finale Sinner-Alcaraz, potrò mai scrivere di un Taylor Fritz col carisma di un carciofo bollito? Delle mirabolanti evoluzioni d'attacco in arretramento di Alexander Zverev? Nole, che si ami o che si odi, tiene vivo l'interesse, con quella folle e utopica rincorsa allo slam numero 25.
Detto questo, avrò scritto migliaia di volte il perché non riesca a trovare una benchè minima  simpatia per il personaggio. Non l'ho avuta quando era un ragazzino con tanti capelli a spina di riccio su un testone abnorme, fisico gracile e culo basso.  Una gioventù di buon livello, ma costellata da sceneggiate di dubbio gusto da malato immaginario, medical time out scorretti, con Marat Safin (in questi giorni in Australia versione D'Artagnan a far battere i cuori palpitanti delle Safinettes d'un tempo ormai divenute milf) a sculacciarlo.
Non mi piaceva sia per questa finzione, ma anche per un tennis al limite dell'orrido: una versione implementata e ancor più robotizzata rispetto ad Ivan Lendl. Poiché di tennis capisco poco e ancor meno riesco a prevedere il futuro, gli pronosticai una carriera discreta, di vertice, ma giammai da numero uno. Magari occasionale vincitore slam, di certo non seriale. Inavvicinabile, per classe e talento, consideravo Sua Divinità Federer. Altrettanto lontano Rafa Nadal, di cui non possedeva il carattere gladiatorio. Avrei scommesso la mia verginità sul fatto che non sarebbe mai riuscito a violare i (sempre meno) sacri prati di Wimbledon. E invece, lì ci ha messo le tende, senza pietà alcuna per la mia preziosa illibatezza. 
Con gli anni, mi sono dovuto mestamente arrendere all'orrore. Novak è stato fenomenale nel perfezionarsi, da vero scienziato balistico. Centimetro dopo centimetro, è riuscito a diventare una macchina quasi perfetta. Ha prima ridotto le distanze  coi due, poi è riuscito ad agganciarli e batterli. Quando Roger ormai calava e Nadal passava più tempo in infermeria che sul campo, ha messo la freccia. 
Inutile blaterare sul goat ed altre esecrabili minchiate. Se il più grande di tutti è chi ha vinto di più, allora lui è il goat. Io ho una mia personale idea, secondo cui (anche numericamente) il più grande di tutti non è nessuno dei tre, bensì John McEnroe. Un giorno, se avrò tempo, alcol e salute, vi svelerò in base a quale strabiliante algoritmo ho maturato tale (definitiva) convinzione. 
Djokovic comunque, per me è il più vincente, ma non il più grande, non avendo lo stesso carisma di Nadal o l'ineguagliabile talento di Federer. Questo lo ha sofferto, lo ha notato sulla sua pelle, non godendo mai di un sostegno del pubblico paragonabile ai suoi due rivali. Dapprima provò a ingraziarselo con siparietti da finto simpatico. Poi, resosi conto che era perfettamente inutile, decise in vecchiaia di interpretare il personaggio di antipatico con manie di persecuzione. Goffamente finto anche questo. È sempre stata la mancanza di verità, ciò che me lo ha reso intifabile.
Il mio excursus nella vita di Nole, giunge ai nostri giorni. Ascoltavo a inizio Australian Open, con gli occhi sgranati, un'intervista in cui dichiarava, tra i brusii generali e sirene d'ambulanza in sottofondo, che non sarebbe lì a Melbourne senza la convinzione di poter battere ancora Sinner e Alcaraz. Voglio dire, a quasi 39 anni ritiene di poter battere due ventenni fenomeni che equivalgono ai rivali con cui quindici anni prima si divideva slam e titoli? C'è qualcosa di fascinosamente folle in questa ossessione. "Se sto bene fisicamente", conclude fatalista. L'unico problema, e qualcuno dovrebbe provare a spiegarglielo in qualcuna delle decine di lingue che mastica, è che se metti in pista due Ferrari, una del 1983 e l'altra del 2020, il risultato è quasi sempre scontato: se la prima è spinta al massimo per stare in scia dell'altra, a metà gara potrà avere problemi al motore, alla frizione, ai freni. Non è sfortuna. È il normale logorio del tempo, che lui pensa ancora di sconfiggere. L'unica speranza è che il pirla che guida la Ferrari del 2020 vada a schiantarsi da solo. 
Perché queste dichiarazioni? È un pazzo o il solito bugiardo? Siccome in questo 2026 ho deciso di trovare del buono in lui, penso sia adorabile pazzia. Perché un lucido sano di mente lo saprebbe bene, li odierebbe a morte quei due mocciosi, senza i quali avrebbe agilmente superato i 30 slam ridicolizzando le tremolanti mezze tacche di Zverev, Fritz o Shelton. Medvedev, almeno una volta, no. Lo saprebbe bene che gli ultimi successi con Jannik e Alcaraz (che pure ha intortato a Melbourne di recente), risalgono a due o tre anni fa, al Master di Torino e alle Olimpiadi. Confronti che, se fossero stati al meglio dei cinque set, probabilmente avrebbe perso. 
Saprebbe bene, essendo una persona di intelligenza rara, come l'unica possibilità di batterli ora non è più nemmeno giocare al meglio dei tre set, ma negli slam al meglio dei cinque. Paradosso? No. Lucidità estrema, perché solo negli slam può accadere di tutto, un minimo dettaglio può portarli al ritiro, alla Ferrari fiammante che esce di pista da sola per un colpo di calore del pilota, e lui deve solo farsi trovare pronto come un satrapo. Tra gli slam, quello che meglio si presta a quest'ultima zampata da vecchio leone inconsapevole di esserlo, è proprio l'Australian Open dove, a causa delle temperature estreme, alla fine rischiano di arrivare in fondo gli unici capaci di deambulare.
Nei precedenti post, tra il serio e il faceto, ho narrato di nuovi specialisti all'angolo di Novak. Fra tutti, immaginavo uno stregone che, uno ad uno, facesse fuori i suoi avversari grazie a prodigiosi rituali voodoo. Ottavi: Mensik nella notte è colto da lancinanti dolori alla schiena. Quarti: maltrattato per due set da Musetti come un Laslo Djere qualsiasi, l'italiano si blocca. Tempo un game, si ritira per uno strappo. 
Ora, avendo giocato la metà degli altri è in semifinale contro Sinner. Lungi da me fare una, inutile, disamina. Se Nole e quello sbatacchiato come bambola di pezza da Musetti per due set, non ha speranze. Temo un ritiro sul 6-1 3-0. Se invece lo stregone ha ancora qualche cartuccia, vincerà dopo il ritiro di Sinner, colto da visioni mistiche e improvvisamente convinto di essere un ballerino classico, prima di battere in finale Zverev che in precedenza ha battuto Alcaraz colpito dalla "sindrome della mano aliena" sul match point e costretto al ritiro. 

sabato 24 gennaio 2026

AUSTRALIAN OPEN 2026 - SINNER ALLA GRIGLIA, SI SALVA. ANALISI E SAPIENTI PRONOSTICI OTTAVI








Nella infuocata notte australiana, e mentre dormivo beato, si è corso il grosso rischio: Jannik Sinner, cotto e rosolato a fuoco vivo come un salmone norvegese, sotto di un un break nel terzo set (un set pari) contro il volenteroso semi carneade e oriundo italiano Spizzirri. 
Sembra che il nuovo santone assoldato da Djokovic per mettere k.o. i due mostri Sinner e Alcaraz, stia facendo il suo lavoro alla grande. Poi la gran botta di culo con la chiusura del tetto, a causa delle condizioni estreme, salva il nostro eroe, che prima dell'interruzione si trascinava tragicamente sciancato. 
Il rigido protocollo australiano vuole così, che si attui con qualsiasi punteggio. In campi senza tetto si sospende. In quelli muniti di tetto, si aspetta la chiusura. Resto convinto che anche ad interruzione avvenuta a fine terzo set, presumibilmente perso, Jannik l'avrebbe chiusa in cinque con la pipa in bocca. Certo, fosse successo ad Alcaraz o Djokovic, qualcuno da queste parti avrebbe chiesto l'intervento dell'Onu, ma questa è un’altra storia. Occhio domani allo squaraus di Alcaraz. Il santone serbo è in agguato, con macumbe e spilloni.
Per il resto, ennesima giornata interlocutoria, con il solito Stan Wawrinka sugli scudi. Lo svizzero è l’autentico protagonista di una prima settimana senza sussulti. Oggi saluta la compagnia con un’altra, eroica, battaglia contro Taylor Fritz. Quattro set di grande intensità, ma l’americano è troppo più giovane e fresco di lui. Un decennio fa, credo Stan se lo sarebbe bevuto e ruttato con discreto godimento. Chiude, saluta il pubblico, e beve una birra in compagnia del direttore. 
Oltre a Sinner, è sempre più grand'Italia. Lorenzo Musetti, come di consueto, la spunta alla distanza contro il ceco Machac. La violenza bruta e muscolare di cechia, alla lunga, cede il passo all'arte italica di Lorenzo, di fioretto, smoccolo da guinnes e intelligenza tennistica sopraffina. Se a questo abbini anche un fisico da maratoneta, beh hai un gran top 5 al mondo. Sorprende Luciano Darderi che, ancora ebbro di imodium, fa fuori anche il falegname russo Khachanov in quattro set. Dio mi fulmini se ne ho visto un solo quindici, ma l'italo argentino è uno che picchia sodo e ha carattere per stare fisso nei primi 25-30.
Veniamo dunque ad una breve analisi degli ottavi, in stile Tipster per caso: come perdere i vostri soldi piacevolmente, senza acrimonie. Anche perché, viste la previsioni di 44 gradi per dopodomani, questo torneo rischia di vincerlo  Kyrgios con una wild card postuma, in finale col 106enne Rod Laver (che pure è più in forma di lui).


Alcaraz-Paul. Lo spagnolo fino ad ora ha scherzato. Si è divertito. Specie contro la carogna Moutet sembrava volersi sollazzare. Dava la netta impressione di non voler chiudere subito il punto per regalare show e highlights in stile esibizione. E non ha perso un set. Non credo lo perderà contro il pur lodevole  uomo cubico Tommy Paul.
Bublik-De Minaur. Forse l'ottavo più interessante. Bublik tirato a lucido e ispirato dal dio del tennis vincente. L'australiano è la solita lepre scaltra con le orecchie da Dumbo, e in più gioca in casa. Il kazako ha più tennis e colpi definitivi nel braccio santo, ma se il match (come temo) andrà per le lunghe, l'aussie diventa favorito. Over games e/o set e andate sereni tifando Sasha.
Medvedev-Tien. Altra ipotetica maratona, specialità di cui i due sono specialisti. Magari non come quella folle dello scorso anno, ma difficile credere ad una soluzione rapida ed indolore. Il loro tennis si sposa a meraviglia per interminabili scambi, strettini e rutilanti altalene di punteggio. Medvedev ha più esperienza, ma l’americanino vietcong ha bella mano, intelligenza e carattere per salire ancora in rampa top 10. Over sicuro, si può provare ad abbinarlo a Tien. Ma adoro il surreale che è in Medvedev.
Zverev-Cerundolo. Cerundolo mi annoia più della sala d'attesa di un dentista, ma è in palla, nonché ideale figuro per testare la forma dei big, o presunti tali. E carnefice dei middle gen perdenti. Ha già fatto fuori senza pietà quel che resta di Rublev (un cespuglio di capelli che vagano senza un perché). Se Zverev non alza la soglia del suo tennis rispetto ai primi turni, ci lascia le penne. A buona quota prendo Cerundolo.
Musetti-Fritz.  Il tennis dice Musetti, ma vedo un confronto 50-50. La banalità di Fritz contro le trame diaboliche di Musetti. Tranne l'ultimo confronto a Torino, il nostro sembrava aver preso le misure al baywatch yankee. Dico Musetti, anche perché l'idea di rivedere l'ennesimo Fritz-Djokovic, con l'americano tremolante come pallida verginella al cospetto del vampiro (per la dodicesima volta), non è spettacolo per cuori deboli come il mio. 
Mensik-Djokovic. L'obiettivo di Nole (risparmiare ogni energia per arrivare a giocarsela in condizioni decenti in una eventuale semifinale), è a buon punto. A tratti sembra che voglia lesinare anche sui respiri. Arriva agli ottavi senza perdere un set, e contro il panda olandese oggi mette in scena molti punti forti del repertorio: rischio di squalifica bis per una pallata ad altezza ball boy, mezzo infortunio (ma dai?), alla caviglia, consueta solidità, deliri da ossessionato compulsivo in conferenza stampa. Del resto si sa, solo un problema fisico può fermarlo e impedirgli di palleggiare col pianeta terra. Vien quasi da tifare per lui. Batterà il lungagnone Mensik, malgrado il precedente di Miami, forse lasciando un set.
Shelton-Ruud. Quasi non mi ero accorto che fossero in tabellone. Se c'è un Dio nel tennis, dovrebbe prevalere l'americano. Ma siccome questo è lo sport di Satana, direi Ruud al quinto set, paonazzo, con 50 gradi.
Sinner-Darderi. Derby scontato ma, come visto oggi, basta poco per scombinare tutto. In condizioni umane, credo che il buon Darderi abbia poche armi per impensierire Sinner. Andrei sul 3-0.

Dovrei analizzare anche il tabellone delle donne, ma si è fatto tardi e poi, visto che l'attenzione del lettore medio di questo blog (dati alla mano) è 8 secondi, credo di essere andato leggermente lungo. Forse ne farò un TikTok, col balletto.



giovedì 22 gennaio 2026

AUSTRALIAN OPEN 2026 - QUEI ROSSASTRI TRAMONTI ALLA WAWRINKA




C'è ancora spazio per l'emozione, in questo fottutissimo sport ormai sempre più anestetizzato ed appiattito verso meccaniche senz'anima. Uno squarcio di eroismo antico, generosamente offerto da Stan Wawrinka, che a 40 anni compiuti si è concesso un ultimo struggente, sublime, giro di valzer nel rossastro tramonto australiano. 
Saputo che gli organizzatori gli avevano concesso un invito, avevo grandi aspettative su di lui. Qualcosa di più di una passerella, un commiato fine a sé stesso. Reduce da un lungo stop, Stan lo scorso anno aveva provato a rimettersi in piedi, ripartire dal basso. Senza l'alterigia del pluri vincitore slam, ma con l'umiltà di chi vuole testare il suo corpo, le emozioni, respirare ancora tennis. Qualche vittoria, tante sconfitte in improbabili tornei minori, challengers desolanti, contro avversari altrettanto improbabili. A qualcuno era parso un controsenso, inutile appendice ad una gloriosa carriera che lo ha visto vincere di prepotenza tre slam nel periodo dei tre cannibali (più uno). Perché lo fai, si domandavano i poveretti. Cos'altro hai da dimostrare, a quarant'anni? Qualcuno protestò nel vederlo al challenger di Napoli, perché, pensate l’umana idiozia fin dove si spinge, toglieva posto a qualche promettente italiano. Che ne so, il diciottenne Pippo Santonastaso o Giandomenico Pierantozzi da Crevalcore. 
A sbagliare erano loro, perché lo svizzero aveva la faccia di chi è convinto ancora di poter dare qualcosa a questo sport e, magari, prendersi qualcosa di quello che gli ha tolto, a causa dei tanti infortuni. Che non è necessariamente una coppa, un trofeo importante, ma soprattutto un commiato all’altezza, da gladiatore e combattente, come voleva lui. Un finale, non me ne vogliano i loro ammiratori, ben più emozionante delle uscite di scena sterili ed annacquate di Nadal, Federer e, probabilmente, di Djokovic (quando avverrà nel 2056). Una chiosa che è un miscuglio di sfavillanti colpi da pugile prestato al tennis, agonismo, tragedia ed eroismo. È proprio quello che io, misero sognatore, intendo per canto del cigno e che, per certi versi, ricorda da vicino quanto messo in scena oltre trent'anni fa da Jimbo Connors: il campione ormai scivolato nelle retrovie, zoppo, annaspante e pieno di acciacchi, che riesce a trovare risorse agonistiche nascoste chissà dove, per vincere qualche battaglia di primo turno. Che non sarà una vittoria di slam, ma regala ugualmente emozioni uniche. 
Nessuno nell'informazione mainstream, impegnata a disquisire animatamente dello smanicato di Alcaraz o del colore sbocco partorito da Nike per la divisa di Sinner, si aspettava più di tanto da Wawrinka, se non una decorosa passerella finale. Se la vittoria di primo turno contro Djere aveva già sorpreso i più, di certo oggi non ci si aspettava un'altra senile impresa.  
Il match inizia quando a Melbourne c’è ancora il sole ed Italia inizia ad albeggiare. Stan tiene bene, sciorina qualcuno dei suoi proverbiali sberloni violenti e clamorosamente belli, ma si ritrova sotto due set ad uno contro un giovane avversario francese che mostra buone geometrie e calma olimpica, tale Arthur Gea. Sotto due set a uno, anch'io sono sul punto di arrendermi  all’evidenza, all’amara constatazione che non si possa andare contro il tempo. Ma lui è “Stan the man” non a caso. Resta lì, punto a punto anche nel quarto. Mette in campo tutta l'esperienza ultraventennale maturata sui campi. Arpiona colpi in difesa, spesso semovente e in ritardo, e riparte con cross magistrali, sciabolate sublimi di quel rovescio che può servirti in ogni salsa, pieno, lavorato, taglio da sotto, sopra, di lato. Ricamato come un colpo di uncinetto o più violento di un cazzotto di Bud Spencer in un bar del Far West dopo aver mangiato una padellata di fagioli. Uno spettacolo che culmina col passante in corsa di rovescio che gli vale il break e il quarto set.
Sul cemento di Melbourne ormai non c'è più il sole ma è calata un'ombra placida . Nel tramonto vermiglio australiano, “Stanimal” aizza la folla, prosegue in trance agonistica andando avanti 2-0 anche nel quinto set. E lì, quando pensi che davvero possa farcela a regalarsi e regalarci un'ultima gioia, che si fa risucchiare. L'altro, il giovin Arturo d'oltralpe, che è pure un bravo cristo, educato e calmo, rinviene. Non avrà esperienza, ma ha dalla sua quella giovinezza e freschezza fisica che, dopo quattro ore di scazzottate, può essere determinante. L'elvetico rischia di crollare. Sudato, paonazzo, sfinito, mette sul campo l’orgoglio assieme a quel poco che gli concede un corpo vecchio e ferito da mille battaglie. 
Mentre lottano sul 4-4 al quinto, mi viene alla mente un Djokovic-Wawrinka, finale slam dello scorso decennio. È come rivedere quel match, ma alla moviola. Ma è proprio lì che mi pervade la certezza che, in un modo o nell'altro, Stan lo porterà a casa. Il paradosso di un incontro tanto avvincente quanto surreale, è che è proprio il ragazzo di vent'anni a pagare la fatica, la scarsa abitudine a un match così logorante, fisicamente e mentalmente, finendo per restare vittima dei crampi. Spostato come un tergicristallo e cucinato a fuoco lento dallo svizzero. Il super tiebreak è l'apoteosi del vecchio Stan, che libera le ultime sberle a due mani, dritto e rovescio, di un match epico, concluso braccia al cielo e con l'espressione finalmente soddisfatta di chi si ha dimostrato di poter dare ancora qualcosa a questo fottuto, magnifico e maledetto sport.




mercoledì 21 gennaio 2026

AUSTRALIAN OPEN 2026 - DRAMMA SINNER, QUEL VERDE RAMARRO CHE SBATTE




Un sadico piacere mi accompagna nella visione delle dirette da Melbourne, sotto un piumone termoelettrico e sorseggiando una tisana bollente, mentre nella terra dei canguri giovani virgulti (fatta eccezione per Hugo Gaston), stramazzano stravolti dalla calura asfissiante e dolori di stomaco. 
Dopo Carlos Alcaraz, che si diverte contro l'enfant du pays Walton, passeggia nel suo primo turno anche Jannik Sinner opposto allo gnomo transalpino Hugo Gaston, un mancino atipico, (appena) meno isterico di Moutet, convinto che al tennis si debbano giocare almeno quattro smorzate a game, altrimenti si incorre in gravi sanzioni e scomuniche dall'associazione dell'uncinetto francese. Vedo solo il primo set di una mattanza quasi malvagia. Scoprirò che il tricotatore francese ha abbandonato ad inizio terzo set, causa squaraus. O per sottrarsi al supplizio.
I problemi per Jannik sono però tanti e gravi. Almeno a leggere le discussioni che infiammano social e giornali. È di pochi giorni fa la polemica sulla sua tenuta da gioco. Dopo il giallino smunto, ora un verde ramarro che sbatte. Non gli rende onore e lo fa sembrare un barattolo di senape scaduta. Non se ne dà pace una nota influencer (non ricordo il nome, ma è una che conta), sottolineando nella sua invettiva come il nostro non sia molto valorizzato dagli stilisti. L’indignazione è montata e stenta a placarsi. Qualche esponente vorrebbe proporre una sobria tenuta nero littorio, magari con un fez al posto del cappellino. Zuffa in parlamento, con la sinistra finalmente unita nel chiedere a gran voce una tenuta arcobaleno del nostro. Tutto questo bailamme, senza pensare a Bruno Vespa, ancora incazzato come una jena per il gran rifiuto e che ancora non riesce a rivendere il plastico di Wimbledon che aveva preparato per lui.
Bando alle quisquilie,gli Australian Open iniziano all'insegna di quello che è stato il dilemma del 2025 e che ci accompagnerà, presumibilmente, per tutta la stagione: chi potrà impedire ai due mostri dominanti di giocare altre quattro finali slam? Chi sarà il famigerato Mister X, capace dell'exploit? Ad occhio e croce, nessuno. O qualcuno che vincerà alla lotteria. Tanta curiosità c'era per il giovane Joao Fonseca, teenager brasileiro con la dinamite nel braccio e predestinato a grandi successi. Il ragazzo però, arrivato a Melbourne con gravi problemi alla schiena, si arrende al modesto Spizzirri senza quasi mai entrare in partita. Il tempo è dalla parte di Joao meravigliao, che a me pare avere gli stessi problemi, al contrario, del Sinner bambino: il nostro era magro come un chiodo, questo mostra ancora un fisico adolescenziale da scamorza silana e una goffaggine scomposta nei movimenti. Ne beneficeranno i nostri timpani, liberi dalle belluine urla della torcida brasiliana. 
Nella smidollata esigenza di dover trovare per forza un terzo incomodo, punterei deciso sul Sasha Bublik 2.0. Più solido e senza fronzoli, il kazako mi pare l'unico con i colpi, la personalità e la scintilla di follia negli occhi da poter provare il grande scalpo, alternando orpelli misurati a solide fiammate dal fondo. Vincere? No, arraffare almeno un set e rendere il confronto una partita, invece che una carneficina.
Possibilità prossime allo zero (perché a zero non ci arrivano), quelle dei vari Fritz, Zverev e De Minaur che, malgrado dichiarazioni roboanti al limite del patetico (per i ben noti limiti fisici, tecnici e mentali), possono solo fare il solletico ai due dominatori. Osservo con interesse la crescita del tarzan yankee Ben Shelton, che se il fisico sorreggerà un tennis tanto esplosivo quanto divertente, ha la spavalderia per provarci. Passano tutti senza troppi problemi al secondo turno, con l'unica eccezione del Ken nero Auger-Aliassime, tennista di una noia rara e violenza soporifera.
Gira che ti rigira, resta sempre lui, Matusalemme Novak Djokovic. Nettamente e incontrovertibilmente, nei fatti il numero tre al mondo. Il primo dei normali. Assisto a qualche scambio del sul esordio contro il rassegnato Pedro Martinez, sceso in campo tremolante. Il serbo mi sembra davvero tirato a lucido e con un servizio ben calibrato. Pare, ma sono solo illazioni, che per provare a colmare il gap con Sinner e Alcaraz, abbia assoldato un chinesiatra, due cecchini ceceni e uno stregone haitiano. Il serbo arriverà in fondo come al solito, ma se ai due non succederà nulla, prevedo altra stesa con annesso infortunio. Perché, ricordiamolo ai distratti, Nole non perde mai da sano. Cede solo al malanno, stoicamente sopportato (tradotto, la vecchiaia).
Passa non senza problemi Lorenzo Musetti, che alle sofferenze ci ha abituati. Il suo non è un tennis dominante, ma ragionato, fatto di fioretto e tattica, con la quale alla lunga rimonta e sfinisce il poderoso belga Collignon, che chiude coi crampi e la lingua penzoloni.
Come sempre poi, grande curiosità nei primi turni per i vecchi rottami, gente sull'orlo del ritiro o che ha annunciato l'ultimo ballo stagionale. Gaël Monfils non riesce a trasformare il suo primo turno contro il locale Sweeney (non Todd) nella consueta maratona psico drammatica e lacera giunture. Cede in quattro dignitosi set e saluta la compagnia. Mancherà, persino a un cuore arido come il mio. Si concede invece un altro match, Stan Wawrinka. Autentico e inatteso regalo, alla soglia dei 41 anni, dopo un anno a tirare sberloni nelle retrovie dei challenger, ritrova il guizzo violento e la furia agonistica per regolare il serbo Laslo Djere a suon di meravigliosi manrovesci. E lo fa in rimonta, quando, dopo aver perduto il primo set, ben pochi avrebbero scommesso un copeco su di lui. Ora sotto col francese Gea: difficile, ma non impossibile.
Capitolo a parte per Venus Williams, perché Venere non è di questo mondo. Non è mica un ultimo ballo il suo, ma un pieno ritorno all'attività, lei che quest'anno compirà 46 primavere. Ammirevole, lotta come una leonessa contro la giraffa serba Danilovic, figlia d'arte del celebre cestista Sasha e che ha pure dei buoni colpi mancini. Tre ore di battaglia furibonda, con Venus che va ad un passo dalla vittoria (4-0 al terzo), prima di arrendersi all'anagrafe. Continuerà, forse. Di sicuro esprime un tennis da top 50, e chi siamo noi per impedirle di sentirsi viva, superare i problemi di salute, tirando colpi a una pallina. Lunga vita a Venere.

lunedì 14 luglio 2025

JANNIK SINNER, UN ITALIANO SUL TRONO DI WIMBLEDON


 


Il sogno più improbabile e irrealizzabile, quello di Fantozzi che riceve la coppa di Wimbledon dalla Duchessa di Kent in un centrale di Wimbledon impazzito di gioia. Anni ad immaginare una scena così eccitante, accontentandoci qualche fiammata nei primi turni. Un Paolino Canè che porta Ivan Lendl al quinto, le sibilanti bordate a due allora di Seppi, qualche istrionismo di Fognini che si diverte perdendo con Federer. E, aspettando il miracolo dal cielo, la duchessa di Kent, se viva, sarà arrivata a 106 anni, mentre la Regina madre ha regalmente tirato le cuoia. Tocca quindi alla giovane principessa del Galles Kate premiare il primo italiano a trionfare sui sacri prati: al secolo, Jannik Sinner (voto 9,5. Il 10 è vietato).
È il numero uno da mesi, è alla quarta finale consecutiva di slam, ne ha già vinti tre e deve ancora compiere 24 anni. Eppure, siamo un paese che non riesce a godere e meritarsi i propri rari fenomeni. I soliti pallonari e influencer strappati al calcio già si mostravano perplessi dopo la rocambolesca sconfitta di Parigi “Questo non tiene carattere! È un perdente! Come si fa a perdere avanti di due goal a zero? E poi, come li ha tirati i rigori nel super coso lì del break super?”).  Sulla rosea carta da culo poi, dopo i primi turni dominati a Wimbledon, si auspicava che il nostro non le vincesse tutte così facilmente, per non annoiare il pubblico. Che facesse un po’ di wrestling alla Hulk Hogan, insomma. Il livello è questo. Ma è un orrore a tutto tondo, questo tennis divenuto nazional popolare: Feroci polemiche social sul duo di commentatori Sky (Pero e Bertolucci, bravi), rei di non tifare troppo, non metterci quello spirito patriottico di cui si ha bisogno. Auspicano, i subumani, anche nel tennis quella tragica e patetica telecronaca partigiana in stile Bergomi/Caressa (con tanto di enfatica introduzione cringe) quando giuoca e perde le finali la loro beneamata. Sospiri, urla, silenzi tombali sui gol dell’avversaria (quasi tutti in fuorigioco o fortunosi). Questi due invece, si esaltano quando Alcaraz fa un punto da fenomeno: incoscienti, anti italiani, quasi disertori. 
Questa è l’unica colpa di Sinner: aver portato il tennis sulla bocca dei cretini, che ne devono cianciare per forza col cipiglio di chi ne sa a pacchi. Tifare questo tale vecchio (come si chiama, Fognini?) perché ci levi dalle balle Alcaraz.
Cretini a parte, la finale di Parigi avrebbe ammazzato un toro. McEnroe, non l’ultimo degli arrivati, praticamente smise di vincere dopo la maledetta finale del Roland Garros persa con Lendl. Ancora prima, Borg scoppiò di testa dopo aver perso a Wimbledon dallo stesso Mac.
Quello che di Sinner colpisce, al di là di un tennis devastante, è una forza mentale non di questo mondo. Perde da Djokovic tre anni fa. Il serbo lo bolla con sufficienza come uno che sì tira forte, ma non fa male, gioca sempre uguale, in modo prevedibile. Lui che fa? Inutile rispondere, dar da mangiare a giornali che non legge. Lavora, arricchisce il suo tennis e tre anni dopo sullo stesso campo gli infligge una sconfitta che rasenta l’umiliazione tennistica. Come da due anni a questa parte. Ti aspetti che si levi un sassolino dalla scarpa, invece quasi si scusa per l’ennesimo infortunio tattico del serbo quando il match è perso. E ci sarebbe sempre il caso Costebol. Un essere umano avrebbe accusato il colpo, sceso di rendimento, giocato con tensione. Lui gioca, vince slam e diventa numero uno con la spada di damocle di una squalifica sulla testa. Lo stop arriva e lui riprende a giocare e vincere come nulla fosse. 
Già sappiamo dell’epopea parigina e di una delle partite di tennis più belle che mi sia dato di vedere. Il merdoso pubblico francese fa un tifo indecente per lo spagnolo, senza dargli merito delle oltre 5 ore di spettacolo sovrumano di cui è co-protagonista. E lui cosa fa? Li ringrazia. Non è il tipico italiano, dicono. No, non è il tipico essere umano. È questa la sua forza. Vince due set imperiosi contro un gigantesco Alcaraz. Finale prima quasi vinta, tre match point svaniti, poi complicata, persa, rimessa in piedi, rivinta, ripersa, riacciuffata per i capelli, prima di un super tie-break in cui può solo fare da spettatore allo show metafisico di Alcaraz.
Si arrivava dunque a Londra con i normali dubbi e incertezze di noi mortali. Avrà accusato il colpo, pensa lo sprovveduto spettatore. Niente di più sbagliato. È come non fosse successo nulla. Invece di stare lì a pensarci giorno e notte, maledire se stesso, il mondo e il tennis, annegare la delusione guardando Temptation Island o drogandosi, si dice: ok, ora vediamo cosa fare per battere questo satanasso sull’erba. A Londra domina avversari, è baciato dalla fortuna contro Dimitrov, demolisce i recalcitranti resti di Djokovic in semifinale.
Ma anche in finale, accade qualcosa che avrebbe spento in molti. L’incubo che ritorna: Carlitos il satanasso, sotto 2-4, si produce nei soliti 4 games di delirante follia tennistica e vince il primo set 6-4. Vuoi vedere che l'imperturbabile alieno rosso accuserà il colpo? Anche qui, previsioni cannate. Sinner si mette lì a testa bassa, prende il centro del campo e inizia a martellare, senza strafare, ma non arretrarando di un centimetro. Comanda il gioco e non dà modo allo spagnolo di orchestrare le sue mirabilie irrazionali. Nemmeno quelle tre o quattro fiammate di creatività inarrestabile che di solito gli servono per vincere i match in volata. Non gliene dà modo. Sinner vince di testa e di tennis, gioca da campione i punti importanti e finisce per trionfare laddove non era riuscito nessun italiano. Questo è. Tutto il resto è fuffa.

Il resto dello svogliato pagellame:

Alcaraz 7,5. Prima ancora che venissero fuori le storie sui party, la bella vita notturna e le donne, vi avevo rivelato in anteprima la causa del suo intoppo momentaneo: la figa. Come conosco i miei polli io, nessuno mai. L’altro problema poi è la noia che gli procurano tornei di basso livello e avversari mediocri. Non è spocchia o arroganza, la sua. È fatto così. Insopportabili ditini all’orecchio da spezzarglieli come un togo, urla da montone di Pamplona alla carica, smanicati da tamarro a Ibiza e un fisico da atleta di lotta greco romana, porterebbero chiunque a tifargli contro. È disarmonia pura verso il tennis. Poi vedi quello che fa con la racchetta, e non puoi non adorarlo. Sinner è un fuoriclasse, fa cose che altri non riescono a fare. Lui invece vede e fa magie
 che nessun altro riesce nemmeno a pensare, figuriamoci a fare. Sinner si è costruito negli anni. Lui era così già a 18, anche fisicamente. Inutile, dannoso, cercare di inquadrarlo in schemi fissi. Deve essere libero di creare, fare quello che gli dice il capoccione brachicefalo un'istante prima. Non sarà mai un cannibale dominatore assoluto ma il più forte di tutti, se ispirato. A Londra paga la troppa sicurezza datagli dal successo parigino. Pensava di aver dato forse la spallata decisiva all’avversario. Di sicuro non si aspettava un Sinner così aggressivo, capace di togliergli fiato e spazio, impedendogli anche le proverbiali folate di tennis ingiocabile.

Djokovic 7. Ha fatto cento in un torneo dopolavoristico (deo gratias), resta l’ossessione per lo slam 25. Lo ha capito e detto a che lui (hurrà): invecchia, come tutti. Con Sinner ormai non vincerebbe più nemmeno a tamburello su una spiaggia caraibica col nostro bendato e ubriaco, tantomeno fingendo il solito infortunio da vecchiaia. Idem con Alcaraz. È però ancora il più forte tra tutti gli altri. In semifinale slam ci arriva. Ed ha intenzione di continuare, hai visto mai che a Sinner venga un raffreddore da fieno o Alcaraz faccia un mega festino fino alle 7 di mattina con 25 donne, prima della finale. Non si sa mai. Lui si chiude in un sarcofago e almeno fino all’anno prossimo ci riproverà. Non si può però trascurare il suo box, che è pura avanguardia. Alla sempre composta moglie si sono aggiunti i due pargoli, tra cui uno che fa semplicemente terrore. Sembra Nole biondo in miniatura, già invasato e con gli occhi iniettati di sangue fuori dalle orbite. Ma creare nei campi da tennis, come nei centri commerciali, un angolo dove lasciare i bambini a giocare tra i palloncini, no?

Dimitrov 8. Vincitore morale, un titolo che fa ancora più tristezza di questo magnifico tennista malinconicamente perdente. Gioca meglio ora a 35 anni che a 25, ma il fisico non regge. Vecchio, rattoppato, deliziosamente vintage, sciorina due set da lustrarsi gli occhi contro un Sinner depotenziato dal dolore al gomito dopo una rovinosa caduta. Poi il pettorale si strappa. Consolatoria per i suoi tifosi e chi lo conosce bene, è la consapevolezza che l’avrebbe comunque persa al quinto, con grande eroismo.

Taylor Fritz 6,5. Una delle tante vittime finite in analisi, per colpa di Sinner. Dopo dieci mesi dalla sconfitta in finale a New York, sembra dare segnali di ripresa mentale. Arriva in semifinale, poi lo senti straparlare e prendi atto che no, ancora non si è riavuto. Si dice convinto di poter battere Alcaraz, tra lo sgomento generale di chi lo guarda temendo abbia dimenticato di prendere le goccine. Non contento, rincara la dose, tutto serio: se gioco come oggi nei primi due set, non vedo cosa possa fare Alcaraz. E qui qualcuno chiama un’ambulanza d’urgenza. Perde con onore dallo spagnolo, dice di preferire Sinner perché è più prevedibile. Cioè, ci perde in modo prevedibile. Mentre Alcaraz gli dà fastidio perché lo batte in modo imprevedibile. L’abuso di siliconi nel suo box plastificato, deve avergli danneggiato i neuroni, soffocato le sinapsi.

Flavio Cobolli 7+. Lo vidi qualche anno fa al Foro. Mi sembrò uno dei tanti. Poco appariscente, nessun colpo, servizio da challenger. Solo un buon carattere, gambe eccellenti e una tigna che, azzardai con gran sicurezza, potrà permettergli financo di entrare negli slam. Se qualcuno mi avesse detto che dopo tre anni avrebbe giocato quasi alla pari un quarto a Wimbledon contro Djokovic, avrei chiesto un Tso immediato per lui. È bravo ed encomiabile, migliorato in tutto, ha l’atteggiamento giusto. La cosa che più mi colpisce è la consapevolezza dei suoi limiti e la conseguente capacità di giocare senza pressione. L’erba, tra tutte, sembrava la superficie meno congeniale al suo tennis, ma partita dopo partita impara a muoversi come un leprotto. Un tempo per essere competitivi sull’erba bisognava saper giocare le volée come Edberg, oggi basta “sapersi muovere bene”. Bravo, comunque.

Alexander Zverev 5. Altro flop fragoroso. Non deve essere facile capire di aver perso il treno e che ora ci sono due marziani inarrivabili. Se non sei Djokovic, vai fuori di testa e non riesci nemmeno ad arrivare ai quarti/semi per vedere cosa succede. Si mette a nudo, ammette di sentirsi solo. Come suggerito da Becker, urge una vacanza per tornare quello di prima. Che, comunque, non sarà mai abbastanza per vincere uno slam.

Stefanos Tsitsipas 4. Ormai andato. Mollato anche da Badosa. A pezzi mentalmente e fisicamente. Ivanisevic ha capito di essersi imbarcato in una causa senza speranze e prova il metodo d’urto, dicendo di essere più in forma lui a 50 anni e senza un ginocchio. Basterà? Non credo, avrà già messo il broncio.

Danil Medvedev 4. La finale di Halle è stata illusoria. Perde, male, da un Bonzi qualsiasi al primo turno. Senza nemmeno riuscire a litigare con qualcuno, tranne un moscone. Perso, almeno a grandi livelli.

Jack Draper 4-. Doveva essere il suo torneo. Il principale antagonista dei due mostri lì davanti. Mandato a scuola dal redivivo Frankenstein Cilic (7). Rimandato.

Ben Shelton 6,5. Tarzan Boy sta studiando da grande. Scolaretto applicato, perché la potenza senza controllo è nulla. Prova a moderare la sua esplosività istintiva, e sembra portare buoni frutti. Poi arriva Sinner e la frustrazione di non poter fare nulla, lo rende simile a uno Tsonga d’annata contro Djokovic. Lui, però, ha limiti meno invalidanti e il tempo è dalla sua.

Fabio Fognini 7.
Il destino fa strani scherzi. Chi non ricorda il Fabio bizzoso terricolo che auspicava una bomba sui campi di Wimbledon, rei di offrirgli rimbalzi irregolari? In età senile invece, scopre di poterci giocare, e anche molto bene. Che con la sua mano quei rimbalzi può domarli meglio di tanti altri. Dopo il bel torneo dello scorso anno, avrebbe potuto passare qualche turno anche quest’anno, ma il sorteggio ha in serbo per lui il più bel regalo: un magnifico primo turno da circo Togni con Alcaraz, le foche, i nani e le ballerine. Cinque set di tennis gradevole, in punta di fioretto, con la platea del centre court in estasi e un match di commiato al tennis che nemmeno nei sogni più arditi. Giusto premio per chi, quando gli attuali tempi di pantagruelismo sinnerista erano jn miraggio, ha portato la croce nei tempi di vacche magre.

Wta 2. In passato ho seguito con molto interesse il tennis femminile, quasi lo stesso con cui seguivo il maschile. Talvolta anche maggiore. Ma cosa vuoi dire di un torneo come quello appena concluso? Davvero qualcuno pensa ancora che una finale Swiatek-Anisimova con doppio bagel in 58 minuti, valga quattro set di Sinner–Alcaraz? Che qualcuno paghi lo stesso prezzo per entrambe le finali e che sia giusto che i protagonisti guadagnino le stesse somme? Ormai la differenza tra tennis maschile e femminile è avviata a diventare tragicamente simile a quella che intercorre tra calcio maschile e femminile. La differenza la fa giocare in contemporanea, sugli stessi campi. Per questa posizione potrei essere fucilato in pubblica piazza da due erinni ed Elodie, con l’accusa di maschilismo patriarcale, ma poco importa. 
Non ci sono personalità importanti, tenniste talentuose e dal tennis piacevole, nemmeno qualche pin up buona per intrattenere l’onanista spettatore estemporaneo. Niente, nulla. Invano provano a venderci la numero uno Sabalenka (3) come un gran personaggio. Bella (!), simpatica (!!), determinata e super agonista (!!!), perché esala urlacci da rinoceronte in calore. Pazienza che la tigre combattente negli ultimi 12 mesi abbia perso cinque volte di fila in tre set nelle battute finali di slam o 1000. Che grinta Aryna! Alla fine vince Swiatek (8), che ad inizio torneo sembrava sull’orlo di un ricovero in clinica psichiatrica, indecisa se giocare o meno sulla detestata erba dopo la tragica stagione sull’adorata terra battuta. Per dire come siamo messi. Invece gioca, le si apparecchia un tabellone da itf e vince passando sui resti ormai svuotati di Bencic (7) e Anisimova (7,5) in semifinale e finale. Proprio l'americana di Russia è l’unica storia da raccontare. Già grande promessa, prima che la morte del padre non la facesse crollare. La crisi, il body shaming social e una pausa da tennis che pareva pietra tombale per una carriera a grandi livelli. Ora sembra essersi ritrovata. La speranza è che il doppio bagel subito in finale non la faccia ricadere nel baratro.




martedì 3 giugno 2025

Bublik, un istrione a Parigi

 






Avevo deciso di pubblicare una cosetta strappa storia lagrime su Gasquet ma, travolto dagli inquietanti eventi d'attualità, mi trovo costretto a cambiare argomento. Che fosse la giornata dei fenomeni paranormali lo avevo iniziato ad intuire guardando qualche scampolo di tale Lois Boisson opposta a Jessica Pegula, sullo Chatrier. La ventiduenne e muscolata francese numero 361 al mondo (una che faticherebbe a superare due turni a Pula) coi gamboni da Sebino Nela e cromosomi xyzs che sembrano mischiati a caso, sta facendo impazzire la maestrina numero 3 delle classifiche. Come ci riesce? Non credo sia per il terrificante afrore che (pare) emani, e che qualche settimana fa spinse una sua avversaria debole di stomaco a chiedere all'arbitro l'utilizzo di un deodorante. Non ha il rovescio, si sposta come una marionetta sul dritto, scentrando malamente. Poi stecca persino un servizio. Cose che si possono vedere solo in un circolo tra anziane signore. Ha solo il servizio ad uscire da sinistra, il drittone carico e una discreta smorzata. Come può la numero tre al mondo, pur invereconda, non chiudere 6-1 6-2, semplicemente tenedola sul lato del rovescio? Invece finisce per perdere 6-4 al terzo, dopo una serie di inenarrabili obbrobri tennistici. Brava/o Lois, ma contro una giocatrice di tennis vera come Mirra Andreeva non raccatterà più di tre games. Buttateci la casa su under 15,5 games. Sotto i ponti c'è posto.

Un sincero plauso ai commentatori Wta, che (temo) assumano massicce dosi di stimolanti equini per tenersi svegli durante il 99% dei match, ma c'è anche del buono nel tennis femminile. Resto folgorato, colto da innamoramento improvviso, osservando Hailey Baptiste opposta alla campionessa degli Australian Open Medison Keys. Questa corpulenta americanona simile a una gettatrice del peso haitiana, con la catena al collo da rapper di Harleem, esplode colpi inusitati. Gioca come un uomo (che gioca bene - si omette sempre tale infinitesimale dettaglio nel citare questa orrida frase fatta -). Con flemma, facilità disarmante e classe cristallina. Anche lei come Boisson ha cromosomi buttati a caso e che fanno a cazzotti, ma che spettacolo sior siori: Accelerazioni, attacchi controtempo, voleé, demivoleé. Prodigi e ingenuità da ventenne (anche se ne dimostra 47).  Perde in due set, perché l'altra è più solida.

Giusto in tempo per il clou di giornata: Aleksandr Bublik opposto a Jack Draper. Il funambolo russo kazako, arrivato sorprendentemente alla seconda settimana, godeva di pochissimi considerazione da parte di esperti e book (a 9,50, manco fosse Carballes contro Sinner). Miscredenti che non avevano annusato nell'aere parigina questo stordente profumo di fiori marci e droghe sintetiche. Non avevano visto due settimane fa Sasha aizzare le folle romane come un gladiatore anemico, vincere poi in scioltezza il challenger di Torino. Sarà sfuggita ai più anche la sua prodigiosa (e oscenamente concreta) prima settimana parigina, condita da rimonta e vittoria al quinto contro De Minaur. A molti mancherà anche un piccolo dettaglio: Sasha non è come gli altri, è atipico, spesso gigioneggia, schiavo del bel punto più che della vittoria. Lo sappiamo. Vincere è quasi un dettaglio trascurabile, contorno di uno spettacolo da offrire al pubblico, che ogni volta lo ripaga eleggendolo beniamino assoluto. Gode per quello, mica per la vittoria. Ha il talento per essere un top, ma non è un top, non pensa come un top, non si allena come un top. Metti Djokovic con lo stile di vita e filosofia naif di Sasha e lo ritroveresti ubriaco di vodka in un circolo di Belgrado, che racconta agli avvinazzati al suo tavolo di quando fece il best ranking: 372. Tutto vero, è così. Ma lui pensa di essere normale. Sono gli altri, gli anormali. Quelli che si allenano come muli da soma, muggiscono come montoni, esultano e agitano i pugni invasati, tipo Zapata Miralles, disse una volta. Ogni tanto però, trova la sua settimana bianca di ispirazione ancestrale. Stavolta lo fa in grande stile, in uno slam. Ha la faccia della tigre, ispirato, si è allenato giocando partite  (match in sequenza tra Roma, Torino e Parigi), concentratissimo. 

Gioca un primo set di grande intensità, ma cede 7-5. Draper scappa avanti di un break anche nel secondo. E adesso nessuno, nemmeno il più accecato tra gli svitati adepti fan del russo kazako, si sarebbe aspettato più di un 3-0, magari condito da qualche giochino di prestigio fine a se stesso per compiacere il pubblico, espressioni stralunate, sorrisetti da Jack Torrance. Invece, ecco la magia: Bublik si è messo in quella testa matta di giocare a tennis per vincere. Nessun servizio da sotto, ma rasoiate di dritto e rovescio, lampi e saette, bordate e carezze, graniuole di vincenti e melliflue smorzate, improvvise e non compulsivamente fini a se stesse. Draper, che pure è un bel cavallone da corsa e merita di stare in top 5, scompare. Il suo pur buon talento appare pochissima cosa rispetto al genio abbagliante di questo fenomeno sceso da Marte, con gli occhi da pazzo e barbetta caprina. In un lampo si ritrova 6/3 6/2 5/4. Solo a Parigi poteva trovare una simile ispirazione, sulle note de "L'Istrione" di Aznavour. C'è solo il tempo per il thrilling finale. Giusto per ricordarci che è sempre Bublik, e che potrebbe tranquillamente perderla alla sua maniera. Serve per il match. Game infinito, miracolo di Draper, voleé che gli muore sulle corde. Palle break, seconde tirate più forte della prima, doppi falli. Lo guardi bianco come un cencio, spiritato, e temi possa tornare il Bublik di sempre, quello delle sconfitte romantiche, un po' ironiche e tragiche. Invece la fiaba surreale ha un lieto fine. Ace, voleé a campo aperto e dritto vincente. "La più bella giornata della mia vita", dirà commosso. Pubblico in estasi. Ovazioni come se avesse vinto il torneo. Lacrime. Prima di riprendersi e darsi un contegno: "Ho ancora un'altra partita". Sinner è avvisato.



venerdì 9 maggio 2025

Il ritorno di Papa Sinner II, lampi di Bublik, l'ultimo Fognini









Si respira un clima di mistica attesa a Roma, ore di trepidazione e flatulenze all'incenso per l'esito del Conclave e il ritorno sui campi del Foro di Jannik Sinner. Un bel sole accompagna l'inaccessibile sgambata dell'italiano contro Casper Ruud. Gridolini, urla, schiamazzi, cori da stadio. Che la situazione sia leggermente sfuggita di mano lo capisco guardando due svitati sulla settantina con parrucca rossa che saltellano garruli. Una simile isteria collettiva la ricordo solo da ragazzo, quando il pazzo del quartiere vestito da sciatore provava a fare uno slalom gigante tra gli ulivi a Rocca Cannuccia imitando Alberto Tomba.
Ma c'è anche il tennis, e un po' di smarrimento mi coglie nel constatare come nei campi di periferia 1 e 2, l'Alcaraz di Wish Munar e gamba corta Giron siano diventati i beniamini assoluti del pubblico, che li tifa in modo infernale. "Ale, ale ale ale, Munar, alè". È il degrado dei tempi: una volta i cazzoni qui avevano come idoli cazzari autentici come Paire o Kohli. Vedo qualcosina del giovane fenomeno predestinato Fonseca, affettuzzato in due set da Marozsan, gradevole violino tzigano. Il teenager brasiliano ha facilità di sparo disarmante, ma ancora un fisico da wurstel di pollo e una normale confusione tattica. 
Match di giornata, almeno per me, Bublik-Safiullin. Lo scenario è quello epico del Pietrangeli, violentato dalle due orride tribunette. Da anni questa storica struttura, una specie di tana in marmo circondata dalle statue è un vanto che riesce persino a far dimenticare la proverbiale disorganizzazione, campi di patate, servizi quasi inesistenti. "Eh, ma noi abbiamo il Pietrangeli!!!". Ebbene, per due biglietti in più, sono riusciti a rovinare anche quello, con quest'abominio. Bublik però ci fa poco caso ed eletto a beniamino assoluto, dà spettacolo. Gladiatorio e arrembante, Sasha regola in due set il buon Safiullin, soldatino di piombo russo della scuola Youzhny. Un mix di follia e insolito pragmatismo, fanno gridare al miracolo: sarà una di quelle due/tre settimane l'anno che il cavallo pazzo kazako ha deciso di giocare a tennis per vincere le partite mettendo parzialmente da parte l'ortodossia giocolieristica? Ai posteri l'ardua sentenza.
Poi spazio al canto del cigno di Fabio Fognini, reso ancor più malinconico dal rossastro tramonto romano. Il ligure malconcio e reduce da tormentati mesi di problemi fisici, può poco contro il britannico Fearnley. Due set di agonia, vissuti in attesa di qualche lampo. Un guizzo, una sfuriata epica, un coniglio dal cilindro. Resta solo lo storico annuncio del nuovo Papa che irrompe sul maxischermo con tanto di bacio di Fognini, che prova ad affidarsi a lui. Il massimo sarebbe stato accompagnarlo con un epico bestemmione. Il match però, non c'è. Lui che in carriera ha ingarbugliato Nadal e mandato al manicomio Murray, oggi non riesce a fare partita contro un avversario che è un normale impiegato della racchetta, almeno due categorie sotto il livello del Fognini prime. Poco male, non è questa partita a dover indirizzare i bilanci su una carriera comunque ottima. Genio e follia, grandi gambe oggi stanche, che compensavano limiti mentali e un servizio non adeguato al tennis di vertice comunque accarezzato con la top 10 e la vittoria a Montecarlo. Fognini ha tirato la carretta del tennis italiano per oltre un decennio, prima dell'attuale boom, e forse meritava di chiudere in modo diverso e romantico, vincendo quella Davis onorata negli anni bui del tennis italiano.




martedì 1 aprile 2025

Masters 1000 Miami, Djokovic 99 e ¾. Esplode Mensik





Sembrava la situazione perfetta per il successo numero 100, una delle ossessioni, forse la meno inquietante, di Djokovic. Fra tragicomiche rimostranze pseudo sindacali, rutilanti palleggi a favor di telecamere col Kennedy no vax che ha battuto la testa, anche sul campo sembrava ben centrato. Lontano dal mostruoso fenomeno che fu, ma in una condizione più che sufficiente per sbaragliare quel che resta della concorrenza a Miami, con Sinner in esilio e i principali avversari versione fantasmi autolesionisti: Alcaraz (4) riesce a suicidarsi col vecchio bimbo Goffin (6+), cui basta lanciare di là delle scamorzine senza lattosio. Zverev (4) dopo la finale in Australia deambula smarrito come Randle Mac McMurphy post lobotomia, Medvedev (4) sempre in bilico tra serial killer e fine pensatore, ballerino del Bolshoi storto e un avvinazzato al bar pieno di vodka. Stavolta è capace di trasformare l'orsacchiotto Munar (6,5), l'Alcaraz rachitico di Wish, in un funambolo col fisico di Hulk. Draper (5) e Rune (4,5) falliscono la prova del nove dopo Indian Wells. In un simile scenario post apocalittico, normale che Djokovic pensasse di avere il titolo in tasca. Per la sua e la nostra serenità. Specie con un tabellone apparecchiato da putti, stile banchetto nuziale. Una serie di rassegnate vittime sacrificali fatte fuori con affilato puntiglio da sadico dittatore: il culturista mignon Carabelli (sv), Musetti (6-) pulcino bagnato, Er Grinta Sebastian Korda (5,5), indomito e gladiatorio guerriero dei campi. Uno che se gli fai "bau" si mette paura o si infortuna al flessore, per arrivare alla semifinale col Master degli slave del serbo: Grigor Dimitrov (7-). Per carità, sempre un lustro per i nostri occhi troppo spesso violentati dal brutale tennis moderno e bravissimo ad acciuffare la semifinale lasciandoci quasi le penne contro Cerundolo (6). Seduto a fine partita, col fiatone e le rughe da sessantenne minatore bulgaro, mette un po' di tristezza. Tutto perfetto insomma. Pensate a Djokovic (7), perfezionista fino all'ossessione. Uno che se in 24 ore il suo cuore batte una volta in più rispetto alla tabella prevista è capace di licenziare i suoi medici o dichiarare guerra alla Oms per attentato: arriva in finale presentandosi con un orzaiolo gigante. Di certo Jakub Mensik (8) non si è impietosito. Tanto meno ha avuto i timori reverenziali degli altri nel pestare sodo dall'inizio alla fine contro il suo idolo da bambino. Niente male questo lungagnone ceco dagli spietati occhi di ghiaccio, esponente del moderno "serve&boom" che ha soppiantato il serve and volley. Più che il servizio monstre e il bel rovescio lungolinea, impressiona per carattere e maturità, malgrado non abbia ancora vent'anni. Non solo non gli tremano le gambe di fronte al dictator, ma picchia sempre più forte. Assieme a Fonseca (6,5), è un altro di quelli destinati a giocarsi gli slam negli anni a venire. Il brasiliano si lascia preferire, più divertente ed esplosivo, anche se ancora meno formato del ceco, a partire da un fisico rotondetto da adolescente che mangia troppi kinder bueno. Un po' inquieta la torcida brasiliana che ha trasformato il centrale di Miami nel Maracanà, se il Papero (mi ricorda fisicamente il 17enne Alexander Pato) arriverà davvero ai vertici. Potrebbero far crollare gli spalti. Tornando a Mensik, il rischio è che dopo Rune e Sinner, possa diventare anche lui arcinemico del popolo e della PTPA, per lesa maestà. E che il suo nome venga inserito in una prossima vertenza, a meno che non si ravveda con due sconfitte nei prossimi confronti diretti. Orfana di Sinner, italtennis nelle manone di Berrettini (6+) in costante crescita direzione top ten. Gioca due partite tiratissime con De Minaur (5,5) e Baywatch Fritz (6,5), una la vince e l'altra la perde. Ma sono i due che deve avere come punto di riferimento.

Due parole sulle donne, massimo tre. Beppa Giosef Sabalenka (7,5) si accanisce come una tigre svitata e urlante sulle povere topoline Pegula (7) e Paolini (7). Anche meno. Quelle urla atroci oltre a mettere in allarme i sismografi della Florida, meriterebbero una petizione del Codacons, Wwf, della AssoCacciaePesca. La Pina Fantozzi yankee quella è, brava maestrina, ma nulla può per arginare la furia bielorussa. Bene anche Paolini, che torna a livelli buoni e si difende con dignità contro la ruttante Erinni, uscendone viva. Leggo della separazione con Renzo Furlan, artefice di un quasi miracolo sportivo e miglior allenatore Wta nel 2024. A vedere il sovraffollamento all'angolo di Gelsomina, con l'onnipresente Errani madre padrona, Garbin e i suoi petulanti incitamenti, il bravo Furlan pareva in grande imbarazzo. Una roba da scappare di notte. Se invece è stata lei a volere la separazione, temo sia una scelta suicida. Il tempo ci dirà, ma il rischio di vederla fuori dalle 50 che ride in modo demenziale prima di servire, c'èNon riesce il tris a Mirra Andreeva (5,5) che per una volta mostra tutti i limiti dei suoi 17 anni nel modo infantile e bizzoso con cui cede ad una brava Anisimova (7-, ritrovata). Probabile che l'altra abbia fatto la furba, che il Mto fosse tattico come il 90% dei Mto. Ma sono cose che non si dicono. Che devi abituarti a subire. Crescerà anche in questo. Swiatek (4,5) a sto giro ci si mette pure uno spettatore stalker. Perde da Eala in modo agghiacciante: pallate fuori di metri, stecche, doppi falli. Giocatrice del torneoAlexandra Eala (8+)meravigliosa carneade filippina numero 140 al mondo sbucata dal niente come in una fiaba, facendo a fettine tre vincitrici slam (Ostapenko, Keys e Swiatek). Una carneade si diceva, ma non per gli addetti ai lavori che la sapevano vincitrice di slam junior o per chi come me l'aveva vista dal vivo diciottenne beccarsi un 6-0 da Stefan Errani Edberg (7,5 in quel torneo) sull'erba di Gaibledon. Un marchio d'infamia che mi portò a pensare che non sarebbe mai arrivata ai vertici. Mi sbagliavo clamorosamente. E forse si sbaglia anche chi ora pensa possa avere una carriera da top. La ragazza è brava, ha talento, i suoi mancini sono puliti, non emette un sibilo, l'atteggiamento è delizioso e il sorriso ti fa innamorare. Per non parlare di quei rispettosi pugnetti di autoincitamento che si dà sulle natiche. Insomma, la nemesi di Aryna Sabalenka calata da qualcuno sul campo per salvare la Wta dall'orrore. In realtà, una carriera da Fernandez potenziata sarebbe già grasso che cola. Di più è lecito solo sperare.




lunedì 24 marzo 2025

PTPA, il Golpe marrone

 





La scorsa notte, dopo aver ingerito forti dosi di peperoni verdi fritti, ho avuto un incubo: anno 2045, Novak Djokovic appena eletto presidente della Serbia per acclamazione popolare, ha invaso militarmente l'Italia. Nobile obiettivo del neo Presidente, è bonificare il Trentino da sacche di nazismo e riportare quei territori alla democrazia. La guerra divampa, inesorabile. In Italia Giancarlo Magalli è al secondo mandato come Premier, dopo aver battuto Fabrizio Corona con un televoto flash. Una vittoria inattesa, malgrado l'endorsement del Re dell'Universo Elon Musk verso l'ex paparazzo. Grandi polemiche interne, ricorsi e l'accusa che Signorini abbia lanciato il televoto quando gran parte dell'elettorato di Corona non poteva più votare, in quanto nei manicomi le tv erano spente. Il governo Magalli ha da poco giurato nelle mani del Presidente della Repubblica Cristiano Malgioglio, ma si trova a dover fronteggiare una guerra sanguinosa. Nel paese vibrano le proteste dei pacifisti, chiedendogli la resa. "Arrendiamoci alla pace!", lo slogan dei manifestanti scesi in piazza. Immediata la convocazione dello Z5, che ha sostituito il G8. Kim Jong-Un, il quasi centenario Trump, l'ologramma di Putin creato con l'intelligenza artificiale, Xi e Orban presidente della Nuova Europa Putina, affrontano la situazione. I rappresentanti del nuovo ordine democratico mondiale chiedono l'immediato cessate il fuoco. Che Magalli ponga fine a questa carneficina, arrendendosi alla pacifica invasione serba. Anche il Papa Michail Santorov I, dalla sua residenza di San Pietroburgo vestito in una elegantissima tunica rossa con falce e martello, invoca pace e disarmo: "Bisogna fermare questo pazzo provocatore di Magalli! Basta con la scusa di farsi invadere per poi fare la guerra! L'Italia è sempre stata Serba! I bambini muorono!". "Per la sete di potere ci porterà alla quinta guerra mondiale!", gli fanno eco i cardinali Vauro e Orsini. Il 102enne Magalli, nuovo baluardo della sinistra riformista ed europeista, non può che accettare la resa offertagli da Trump, che si guadagnerà il Nobel alla pace (tra lui e Putin ogni anno va in scena una lotta simile a quella Messi-Ronaldo per il Pallone d'Oro): l'Italia cadrà in mano serba, tranne la Sicilia che andrà a Trump come ricompensa per il lodevole impegno profuso e la Sardegna a Putin, che gli piace assai il pane carasau.

Ma nel sogno, anche il tennis vive anni di luminosa rinascita. Djokovic, malgrado gli impegni politici, non ha certo smesso di giocare. Anzi, si appresta a chiudere per il ventesimo anno consecutivo al numero uno della PTPA. La nuova organizzazione del tennis, da esso stesso creata, che ha spazzato via Atp e Wta dando nuovo slancio a questo sport in disarmo. Malgrado i 58 anni, Nole si dice intenzionato a vincere il suo 160esimo slam in carriera. Ha ovviamente ottenuto l'assegnazione a tavolino di tutti quelli vinti illecitamente dagli affiliati al criminale "cartello" dell'Atp, un covo di corruzione e malaffare. Si mantiene in forma smagliante restando recluso in un sarcofago a -20 gradi per 16 ore al giorno, ottenendo uno sbalorditivo ringiovanimento cellulare. Al punto di chiedere e ottenre dalla OMS (presieduta da Helmut Mengele, nipote di Josef, e da Krusty il clown) la modifica della sua età biologica, portandola a 19. Nole è assai contento di come si sia evoluto il tennis, finalmente unito dalla PTPA. Pochi impegni, solo quattro slam disputati in Serbia con tabellone a 4: Djokovic, il sempre verde Kyrgios, Tennys Sandgren (riabilitato no vax trumpiano per anni vittima di ostracismo e voci strane che lo volevano un po' più a destra dei nazisti dell'Illinois) e poi una wild card da elargire con sorteggione a un terrapiattista del tik tok. Musk sta programmando anche un Master di fine anno da disputarsi su Marte, e pare che Kim Jong-Un abbia chiesto una wild card, pronto a deliziarci coi suoi slice. Il resto, solo esibizioni itineranti tenute sotto un tendone da circo, ben remunerate dall'arcimiliardario Presidente della PTPA, un trumpiano di ferro che aveva fatto mirabilie col Wrestling. Nole con le sue trascinanti imitazioni e il funambolico Nick con imbuto in testa, dente cariato e un batuffolo nella narice, danno vita a rutilanti doppi contro due volleanti scimpanzè. Mandano in visibilio il pubblico pagante. Non si aspetta altro che il momento clou: quando il serbo si fa cavare le pulci sul testone da uno dei due scimpanzè e Nick si accende una scorreggia con l'accendino. Sono lontanissimi i tempi in cui il tennis era diviso, pieno di corruzione e favoritismi. I tennisti sfruttati e malpagati come operai dell'Italsider. Ora finalmente vige unità, meritocrazia e democrazia di tinanio. Anche tra le donne, non manca lo spettacolo. La talentuosissima Arina Rodionova fa man bassa di titoli slam, spesso fustigando l'unica rivale in tabellone: Nicoletta Kyrgios che altri non è che quel buontempone di Nick in parrucca bionda, vezzosa gonnellina plissettata e conturbante top in pizzo. Qualcuno poi, si chiederà che fine avranno fatto i vecchi tennisti. La scure della democrazia e della PTPA si è abbattuta su di loro, inflessibile. Pene esemplari, commisurate al rapporto che essi avevano avuto col delinquenziale "cartello" dell'Atp/Wta. Si va dal semplice ritiro di titoli e premi, all'arresto, il confino, la reclusione in manicomi, fino alla pena capitale nei casi di complicità più grave col cartello o abuso di vittorie su Nole. Sinner e Alcaraz vivono in esilio, e ogni tanto si vedono in icognito per giocare a Pinckleball. Rune è stato arrestato e rinchiuso in un manicomio navale di Copenaghen dopo che la polizia PTPA l'ha catturato mentre giocava a ping pong con Mats Wilander. In casa hanno rinvenuto anche materiale compromettente, firmato Louis Vuitton, che potrebbe costargli la fucilazione.

Poi mi sono svegliato, ed era solo un sogno sciocco. Come ho potuto sognare che Magalli diventasse premier?




lunedì 17 marzo 2025

Pagellone Indian Wells, Mirra Andreeva a star is born. Jack Draper, forse






Nella Neverland del tennis a Indian Wells, in pieno deserto, va in scena il "Quinto slam". Un appasionante torneo in cui i protagonisti sembrano squilibrati tamburellisti alla rincorsa di palline che rimbalzano altissime sul cemento sabbioso, spostate da refoloni mostruosi di vento desertico. Viva gli Internazionali di Roma, anche se i campi si stanno sgretolando, i tennisti devono pagarsi il biglietto del 492 sbarrato e si cambiano in promiscue baracche arrugginite, non hanno acqua per lavarsi, etc.

Stante l'arcinota assenza del numero uno Sinner (i cui adepti, ululanti come le vedove di Timbuctù, si sono prodigati in riti sciamanici contro tutti i nemici del nostro, e del popolo), qui era di casa Carlos Alcaraz (5). Spagnolo favoritissimo ma, a causa dei feroci riti dei carotas o perché continua impunemente a sfarfalleggiare, cade sulla buccia di banana di Jack Draper. Carlitos è un caso che molti evitano di trattare. Il regresso rispetto al passato a me sembra clamoroso. Fisicamente è lo stesso, la mano e il talento sono sempre formidabili, ma tatticamente non ha portato molto in più rispetto a quando è esploso ancora teenager. Le amnesie mi sembrano aumentate, e l'agonismo miseramente affievolito. A tratti gioca come un Bublik che finge di essere grintoso. Dopo attenta analisi tecnico-tattica-psicologica, sono arrivato alla conclusione che l'adorato cabezon potrebbe essersi imbattuto nel terrificante e disumano mostro che mina sicurezze, indebolisce e devasta tutto ciò che gli capita a tiro, e alla lunga tende ridurti allo stato larvale: la figa. (P.s se una delle lodevoli lottatrici contro il patriarcato leggesse, chiedo venia: era una battuta).

Jack Draper (8). La settimana da Dio di Jack Draper. Il ragazzo bello come un attore di fiction adolescenziali, educato, che ogni mamma vorrebbe dare in sposo alle proprie figlie tossiche, mette in fila Fonseca, Fritz, Shelton, Alcaraz e Rune, infilzati con la sua acuminata lama mancina. A dispetto del proverbiale carisma da barbabietola, il suo tennis d'attacco è sempre godibile e più robusto rispetto al passato. Se sia un bagliore casuale o la nascita di una nuova stella ai livelli più alti, ce lo diranno i prossimi mesi.

Holger Rune (7). Malgrado una mattanza cruenta nella finale con Draper (mai iniziata), può uscire soddisfatto dal torneo, tornando ai livelli che gli competono. Ha talento (meno di Alcaraz), è potente (ma meno di Sinner), è odiato (ma molto meno di Medvedev), però si candida per essere terzo o quarto incomodo. 


Danilo Medvedev 7
. Come si fa a non adorarlo. Sua la cosa più bella del torneo: si gioca l'accesso alla semifinale con il rampante pollo da combattimento Fils (0-). Una battaglia punto a punto, con il russo che prova ad arginare l'impeto dell'iper eccitato pestatore francese. Sopporta le sguaiate esultanze del galletto, le urla ridicole, l'atteggiarsi a gladiatore del Colosseo. Sbadiglia, si gratta il culo. Rintuzza le bordate Arthur come un gattaccio spelacchiato attaccato ai suoi maroni, si gratta il culo di nuovo, annaspa simile a una pertica storta in balia dei mulinelli di vento desertico. Tollera ancora pazientemente altre urla belluine di Fils e quegli inverecondi pugni roteanti sull'errore dell'avversario. San Danilo accetta ghandianamente anche che l'altro chieda (ridendo) un Mto avanti 6-5 al terzo, perché una caccola nel naso gli dà fastidio. Lui non fa un piego. Con lo sguardo perso nel vuoto, cova la sottile vendetta del genio. Non perde la testa, serve quattro bombe e poi nel tiebreak arriva a match point. Nastro fortunato ed esultanza folle mai vista prima, nemmeno dopo aver vinto uno slam: saltella giulivo come un pupazzo di gomma con le molle sotto i tacchi, gli occhi da pazzo e i radi capelli scomposti, in faccia all'insopportabile avversario. Tranne poi ricomporsi in un nano secondo, fare la finta espressione contrita e scusarsi: "Sorry, non dovevo esultare così". L'altro frantuma la racchetta. Artista vero. Clonatelo. Perde in semifinale da Rune, ma sta tornando.





Tra le donne, Mirra, fortissimamente, Mirra Andreeva (9). Dopo l'exploit a Dubai, la ragazzina siberiana conferma a Indian Wells la sua candidatura ad essere numero uno assoluta dei prossimi anni. E lo fa mettendo in riga le due ammorbanti dominatrici di cartapesta degli ultimi anni: robottino Swiatek mandata in tilt con variazioni e angoli, la pachidermica Sabalenka, senza strafare, alternando colpi con saggezza da veterana e aspettando che l'altra sbarellasse come da copione. Sciorina colpi puliti, mai banali o uguali, facendo un decimo di fatica rispetto alla forzuta bielorussa. Ben diretta da Conchita Martinez, la diciassettenne sembra già non avere punti deboli.

Sabalenka (5). Parsa in palla fino alla finale, che è l'essesima esibizione da galleria dell'orrore. Urla disumane da scaricatore di porto coi peli irsuti sulle spalle, roncolate furiose, moine, faccette cretine, smorfie, solite battute da "simpatica per forza" nel post partita. Mandata al manicomio da Mirra, che la sposta senza gru, la cucina a puntino, e la stende. Più che una tigre, un elefante. Non fosse che l'elefante, animale intelligentissimo, avrebbe abbozzato una qualche strategia.

Swiatek (2). Già detto in tempi non sospetti: la polacca è una bomba ad orologeria. Il suo modo ansiogeno, ossessivo e compulsivo, di stare in campo, mi mette a disagio. Fa paura. Perde come spesso succede, in lotta, se trova un'avversaria che non le faccia giocare palle sempre uguali. E fin qui niente di strano. Agghiacciante invece è la sua improvvisa esplosione d'ira, con pallina volontariamente scagliata su un raccattapalle. L'avessero fatto McEnroe o Connors, sarebbero stati squalificati per mesi. L'avesse fatto Moutet: radiato a vita. Qualcuno faccia qualcosa. Ormai è pericolosa per se stessa e per gli altri.




venerdì 7 marzo 2025

Nick Kyrgios, perché?

 





Un ritorno attesissimo dai più grandi feticisti, onanisti, malati mentali del pianeta. Me compreso, ovviamente. Colto da sadica morbosità, ho infatti puntato la sveglia alle 4 di notte per assistere all'esordio di Nick Kyrgios ad Indian Wells. Di questo almeno non dovrò rendere conto al mio psicologo, perché la sveglia ha suonato ma ho continuato a dormire. Le premesse lasciavano presagire già tutto. Immagini di Nick lagrimante, che stringeva il polso malconcio e abbandona l'allenamento. Già, perché ora vorrebbe allenarsi. E allora, una domanda mi è sorta spontanea. Perché Nick? Ad ogni modo, l'avversario sembrava l'ideale attore non protagonista della prevedibilissima scaneggiata austro-napoletana del dolore: Botis Van de Zandschulp. L'uomo più buono del mondo. Uno che gioca anche un bel tennis, con l'agonismo di un raccoglitore di margheritine da campo, e con cui è impossibile litigare o fare polemiche. Che avrebbe abbracciato fraternamente anche Crazy Dani Koellerer intento a spegnergli una sigaretta sulla mano col ghigno mefistofelico. Insomma, l'orange era sparring ideale per il teatro di Kyrgios, prima della scontata vittoria per k.o.tecnico. E così è stato. Per quasi un'ora Kyrgios esprime il suo solito bel tennis insensato. Botte, fulmini e saette, nella più assoluta assenza di costrutto tattico e condizione fisica da torneo di rutti. Tanto veloce di braccio, quanto pigro e impresentabile di gambe. E lì il polso c'entra poco. Anarchia virulenta, condita da smorfie di sofferenza, in un dolente trascinarsi da via crucis. L'olandese imperturbabile, col consueto atteggiamento di chi si trova lì per caso, porta a casa il primo set e scappa nel terzo, mentre l'altro arranca. Fino a dove si spingerà? Vorrà fingere di morire in campo, per amore del tanto detestato tennis? La cosa servirà a qualcuno? Farà piacere, emozionerà il pubblico? Sono scene già viste in Australia, ormai hanno perso anche un barlume di pathos. Sai già come andrà a finire, col australiano che piange inconsolabile sulla seggiola dopo il ritiro. Perché l'ostinazione di tristi, malinconiche passerelle strappalacrime? Perché voler trasformare tutto in patetico, dai dissing social, fino al tennis giocato? Ormai si è capito, purtroppo: il suo polso si è rotto in modo gravissimo e, pur ricostruito, non gli consente più di essere competitivo a buoni livelli. O almeno di farlo senza soffrire. Urge quindi una qualsiasi decisione. Fermarsi fino a quando non sarà a posto. O, ahinoi che amiamo le schegge impazzite, in modo definitivo, riciclandosi come influencer a tempo pieno. Non siamo preparati ad una stagione di melense comparsate come svago dai social. 

E allora torno alla quintessenziale domanda: Perché Nick? Perché accanirsi sul tennis, sul proprio corpo martoriato, sulla sensibilità dello spettatore? È tutto spettacolo, ok. Ma uno spettacolo ormai prevedibile e triste, senza via di uscita. L'unica risposta sensata che mi viene in mente, fa riferimento proprio al suo essere. È la degna conclusione di un personaggio controverso, che ha fatto del paradosso il suo stile di vita. Per indole e, a volte, in modo artificioso. Un decennio da professionista farcito da grandi match e buchi neri, memorabili battaglie coi fab four, alcune addirittura vincenti. Grazie ad un ego smisurato, pur nell'anarchia sconsiderata del suo tennis, o forse anche grazie a quella, era uno dei pochi a saperli impensierire. Però finiva lì. Non avrebbe mai potuto diventare un numero uno. Non aveva la testa da numero uno, la voglia di soffrire ed allenarsi, da numero uno. Odiava il tennis, giocava perché costretto. Fiero e spavaldo, lo ripeteva ad ogni piè sospinto. Amava invece il basket, fosse per lui avrebbe giocato sempre in tenuta Nba. E allora perché invece ora, che il suo fisico non è più in grado di giocare, si ostina a volerlo fare? Non perché ha scoperto di amarlo all'improvviso, folgorato da San Jimmy Connors, ma per l'esatto contrario: lo odia a tal punto da volerlo avvilire in questo modo. Non so se la mia lettura può avere un senso, dovrebbe rispondere un bravo strizzacervelli. Altrimenti tocca rispolverare la storia di quel tale che per una vita intera ha rifiutato di scopare, perché il sesso non gli piaceva. A 80 anni, una volta impotente, si è iscritto a un sito di incontri di sesso e si imbottisce con dosi equine di viagra, accettando di schiattare per infarto.






Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.