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martedì 5 maggio 2026

MARTA COSCIALUNGA KOSTYUK, L'ASSOLO DI SINNER





In una mezz'alba nuvolosa di maggio, mi viene in mente un mezzo delirio insensato sul Masters 1000 di Madrid, rimandando il suicidio ad albe più sincere. Torneo da sempre né carne né pesce, di terra veloce, con l'altura e le strambe trovate cromatiche dell'eccentrico Tiriac. Un Federer che danza regale in punta di piedi sulla scivolosa terra azzurra, mentre gli altri annaspano goffi in tutta la loro umana bruttezza. 
La stagione sul rosso, per me resta incentrata su Montecarlo-Roma-Parigi, e la deviazione a Madrid è solo uno scalo noioso. Ma tant'è.
Provo una moderata soddisfazione nel vedere Marta Kostyuk trionfare, senza un motivo reale che vada oltre una dis-umana simpatia a pelle, per ciò che putiniani (e/o) idioti reputano antipatico. Nessun apprezzamento tecnico, perché non svetta certo per soluzioni balistiche che mi facciano sobbalzare dalla seggiola. Neppure estetiche, poiché ormai l'andropausa incipiente mi rende insensibile alla coscia lunga e a quell'insolente capezzolo su ritrose tettine.
L'ancor giovine ucraina (mi pare vada per i 23) mi appariva una delle tante ragazzone che tirano di vanga, afflitte da miopia intermittente, destinata ad una carriera tra la posizione 20 e 50, con picchi d'ispirazione accecata.
A Madrid invece vince con pieno merito un torneo in cui le più forti cadono come pere mature. E lo fa, lei ucraina, con la sadica soddisfazione di infilzare di giustezza due russe. Tale Potapova, che la guardi entrare in campo e pare una étoile del Bolshoi: capelli tirati, fronte alta, espressione da algida russa, collo lungo di elegante cigno. Poi ti basta vederla giocare due minuti e ti appare tragicamente per quello che è: uno scomposto camionista russo che si è scolato due bottiglie di vodka. 
In finale, Marta coscialunga punisce la stellina Andreeva, che alla fine mostra gli adolescenziali occhi da siberiana gonfi di lacrime. Mirra è una che ha tutte le carte in regola per diventare forte, ma dopo il trionfo di Miami lo scorso anno le si sono presentati due problemi: lo sviluppo fisico e la convinzione di essere ormai "arrivata", con sciagurati pensieri già ai record di Djokovic da battere ed altre astrusità. Se qualcuno la farà tornare sulla terra, limando quel carattere da divetta snob, può diventare numero uno.
Marta vince e festeggia facendo una capriola al contrario: critiche. Non dà la mano all'avversaria: critiche. Evita le solite banalità di rito nelle interviste: critiche. Insomma, verso di lei che si comporta in modo normale e logico, è in atto una inspiegabile mostrificazione. Leggo dichiarazioni aberranti, non solo sciroccati commentatori da social graziati da Basaglia e dall'internèt, ma anche rinomati scriventi di tennis da Sinner in poi (divido il mondo in A.S e D.S., ormai). 
Tutti o quasi concordi nel condannare Marta, "perché non si fa così (colà)". "La mano si dà sempre". "L'avversaria è russa ok, ma questo è solo tennis". "Teniamo la guerra fuori dallo sport". Ed altre immani cazzate a buon mercato, degne degli scemi del villaggio, che scrivono dal divano senza avere un missile su per il culo. Sono gli stessi che farebbero una guerra lampo alla Francia per riprendersi la Gioconda. O che cantano "Bella Ciao" pensando si riferisca alla valorosa resistenza degli invasori. 
Vi svelo un segreto: lo sport è vita. Nella vita c'è la guerra. E se un'ucraina gioca a tennis contro avversarie che appoggiano l'invasione del suo paese, ha tutto il diritto di comportarsi come crede. Non stringere la mano mi pare il minimo sindacale. Eppure, qualcuno le dà persino della sionista perché, attraverso un meccanismo psicologico da studiare in qualche centro d'igiene mentale, se si è contro il genogidio iraeliano verso il popolo palestinese, poi non si può essere anche contrari all'invasione russa in ucraina. Perché? Citofonare Basaglia.
Oltre alla mancanza di stringimano premeditato, altri gravissimi reati vengono imputati dalla inflessibile gestapo da social a Kostyuk, Svitolina e co. Anzitutto quello di fare le patriote, però giocano a tennis in giro per il mondo. In altre parole, vorrebbero che andassero a combattere al fronte come Dolgopolov e Stakhovskij. Marta poi posta sui social le immagini di un allenamento a Kiev, con in sottofondo le sirene d'allarme? Eh no, è solo un'esibizionista.
Scrivendo ad alta voce, giungo a capire perché questa ragazzona ucraina mi sta simpatica: riesce a far emergere la feccia di pensiero che sta minando il mondo. Poi, proprio in coda, me ne viene un altro: lo scorso anno si lasciò scappare che, contro avversarie così testosteroniche e muscolose, lei faceva fatica. Come darle torto? Basta vedere le tante tenniste che camminano con passo da cowboy che si è appena fatto l'irsuta barba e mastica tabacco. La critica più illuminata alle sue parole? "Parla lei che è alta 1,80...ihihihi".
E allora capisci che non c'è speranza.
Due parole di numero su Sinner, non di più. Leggerete tanto e meglio, altrove. A me, quando si inizia a parlare solo di record e numeri, le celebrazioni di regime iniziano a stufarmi. Quasi rimpiango quei tempi in cui eravamo felici e non lo sapevamo, quando dopo 5 anni un italiano tornava a vincere un torneo (un 250!): tale Seppi Andreas. Ne scrivevo qui
Allora ci furono  celebrazioni, per Sinner sta già diventando tutto normale, scontato. La gazzetta rosea nei giorni scorsi gli dava poco spazio, impegnata com'era a trattare lo scandalo arbitri del calcio che, per fare un dispetto all'Inter, pare abbiano congiurato in segreto per favorirla. Cose turche. Pare vi fosse anche quel piccolo Napoleone di Furlani talmente terrorizzato all'idea di un Milan casualmente vincente, da fare loro pressioni per favorire i cugini. Tutto fila.
Tornando alle cose serie, Sinner vince il quinto Masters 1000 di fila. In questa primavera di grazia, ha raggiunto un livello di ingiocabilità che io non ricordo di aver mai visto (forse Steffi Graf). Tra deliri di onnipotenza dei piccoli fans e musi storti dei detrattori che parlano di mancanza di avversari, lui se ne fotte e continua a vincere senza mostrare umane fatiche o debolezze. 
Mi limito umilmente a sottolineare che è sempre complicato stabilire quanto gli avversari siano deboli e quanto sia lui a renderli tali. Tolto Alcaraz, che al suo massimo (non sempre) riesce a tenerne il ritmo e a fargli perdere sicurezza variando i colpi, gli altri sono due categorie sotto. Hanno un tennis simile e allo stesso tempo di un livello troppo inferiore per impensierirlo. 
A Madrid, senza Carlitos infortunato, ha fatto fuori in serie i migliori su piazza: il giovane astro nascente Jodar (che si conferma già più pronto di cicciobello Fonseca), Fils, il più in palla del momento, seccato in due rapidi set pur avendo giocando al suo massimo e in finale il solito Zverev (in meno di un'ora, modalità Panzer Steffi). 
Due parole sul tedesco. Ammetto che me ne stavo lì, provando financo a empatizzare con lui. Povero, finalmente, alla nona batosta consecutiva avrà capito che non c'è nessuna congiura contro di lui, che l'Atp non vuole favorire Alcaraz e Sinner. Dai, stavolta ci sarà arrivato. Perché il primo passo verso la guarigione è la consapevolezza. No, niente: "Oggi avrei perso con chiunque". "Se giochi tutti i match in serale, anche la finale doveva giocarsi di sera". 
Non ha un amico, un parente, qualcuno che gli voglia bene e che, preso amorevolmente sotto braccio, gli dica, con tutte le cautele del caso: "Guarda Sasha, noi ti vogliamo un gran bene. Ma se questo gioca così, non lo batti nemmeno se giocate alle 5 di mattina. Andiamo oltre.".


venerdì 10 aprile 2026

DANIIL MEDVEDEV, ELOGIO DELLA FOLLIA (MA ANCHE MENO)







Un po' me ne vergogno e nei vari simposi culturali a cui presiedo (sovente tavolate in trattoria o traccannando birra Peroni alla cantina) tendo a nasconderlo, ma qui non ho mai fatto mistero dell'inquietante attrattiva che Daniil Medvedev suscita alla mia amigdala stordita dalla vinaccia. 
Non credo che questa strana patologia sia dovuta solo a quel settembre 2021 quando, immolandosi come un Santo, ci evitò la soluzione finale, ma a qualcosa di più  insondabile: è l'antieroe di cui avevamo bisogno. Il Superman sghembo che ripara alle ingiustizie del mondo e va a sfracellarsi contro un grattacielo, smoccolando insulti irripetibili.
Oppure sarà perché "amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme", fatto sta che l'orrore mi attrare quasi al pari della bellezza. Se poi il tutto è condito da quel pizzico di follia surreale e alla frantumazione di ogni credenza sulla balistica del gesto tecnico, la frittata è fatta. Un game di Medvedev è buono per stroncare dodici anni di pedanti lezioni di Muratoglu, e già questo ai miei occhi lo mette su un piedistallo. 
Allampanato, con quel viso emaciato da soldato russo d'inizio secolo malato di tisi o protagonista di una immortale pellicola di Ėjzenštejn. Dimesso, come distratto e perso in pensieri superiori (meglio il culo o le tette? Stasera carbonara o matriciana?), mentre si sistema i radi capelli e ravana nei mutandoni. 
Da anni è lì, tutto ricurvo a tirare saette imprevedibili, di sconcia bruttezza, ma terribilmente efficaci (almeno un tempo). Se Mecir era Gattone, lui è un gattaccio randagio, storto e rachitico. Ma ugualmente ipnotico, come tutti i felini. Nel mare di noia che pervade le grigie storie tennistiche dei nostri tempi, i suoi lampi accendono la curiosità anche di chi il tennis lo ha scoperto ora, palpitando per Sinner. Che non sa chi era Marat Safin, figuriamoci Dani Koellerer. 
Danilo in realtà è un ragazzo mite, ironico, in quel catechismo per voci bianche che sono le conferenze stampa, spesso svetta con risposte mai banali. Anche in campo sembra di una tranquillità tendente all'apatia, fino a quando gli si accende il seme della follia. Urla, gestacci, mimiche di fellatio e insulti a pubblico e arbirtro, talvolta all'avversario. Quasi mai fini a se stessi e con una motivazione rinvenibile nel suo essere Danilo. Un quadro di orrore tecnico e comportamentale che rasenta la meraviglia.
È storia di qualche giorno fa, l'increscioso evento in quel di Montecarlo che tanto ha fatto tanto discutere e dato da scrivere i siti di gossip. La nuda cronaca: Danilo incappa in una di quelle giornate in cui non gli entra una palla, nemmeno nelle mutande. Sta volando verso un indecoroso doppo 6-0 contro un Berrettini che invece di martellare si limita a scalpellate in scioltezza, quando gli si accende la fiammella della follia incontrollabile. Spacca la racchetta a puntate, tra gli ululati, risate, applausi e olè del pubblico monegasco per incoraggiarlo a spaccarla ancora meglio. E lui mica si fa pregare. Qualcuno nell'enfasi gli avrà gettato anche il rolex o qualche spicciolo a sei zeri. 
Una scena deprimente. A causa di un pubblico snob e di vuotezza assordante, ma un po' anche per lui che rischia di diventare la macchietta di sé stesso. L'animale da circo da cui ci si aspetta solo il numero per divertirsi, uno da cena col cretino. Ma in questo non c'è niente di vero, folle, diverso. È la negazione dell'essere Danilo, forgiatasi negli anni. Una cosa simile si è vista solo nelle esibizioni del 50enne McEnroe, col pubblico che non aspettava altro che la sfuriata finta, una racchetta lanciata e l'ormai classico "you cannot be serious", tra grasse risate. Per una simile pensione mi pare ci sia ancora tempo, quindi lunga vita a Danilo lo storto, verso nuovi colpi orripilanti, urlacci e meritati insulti ricevuti.


giovedì 22 gennaio 2026

AUSTRALIAN OPEN 2026 - QUEI ROSSASTRI TRAMONTI ALLA WAWRINKA




C'è ancora spazio per l'emozione, in questo fottutissimo sport ormai sempre più anestetizzato ed appiattito verso meccaniche senz'anima. Uno squarcio di eroismo antico, generosamente offerto da Stan Wawrinka, che a 40 anni compiuti si è concesso un ultimo struggente, sublime, giro di valzer nel rossastro tramonto australiano. 
Saputo che gli organizzatori gli avevano concesso un invito, avevo grandi aspettative su di lui. Qualcosa di più di una passerella, un commiato fine a sé stesso. Reduce da un lungo stop, Stan lo scorso anno aveva provato a rimettersi in piedi, ripartire dal basso. Senza l'alterigia del pluri vincitore slam, ma con l'umiltà di chi vuole testare il suo corpo, le emozioni, respirare ancora tennis. Qualche vittoria, tante sconfitte in improbabili tornei minori, challengers desolanti, contro avversari altrettanto improbabili. A qualcuno era parso un controsenso, inutile appendice ad una gloriosa carriera che lo ha visto vincere di prepotenza tre slam nel periodo dei tre cannibali (più uno). Perché lo fai, si domandavano i poveretti. Cos'altro hai da dimostrare, a quarant'anni? Qualcuno protestò nel vederlo al challenger di Napoli, perché, pensate l’umana idiozia fin dove si spinge, toglieva posto a qualche promettente italiano. Che ne so, il diciottenne Pippo Santonastaso o Giandomenico Pierantozzi da Crevalcore. 
A sbagliare erano loro, perché lo svizzero aveva la faccia di chi è convinto ancora di poter dare qualcosa a questo sport e, magari, prendersi qualcosa di quello che gli ha tolto, a causa dei tanti infortuni. Che non è necessariamente una coppa, un trofeo importante, ma soprattutto un commiato all’altezza, da gladiatore e combattente, come voleva lui. Un finale, non me ne vogliano i loro ammiratori, ben più emozionante delle uscite di scena sterili ed annacquate di Nadal, Federer e, probabilmente, di Djokovic (quando avverrà nel 2056). Una chiosa che è un miscuglio di sfavillanti colpi da pugile prestato al tennis, agonismo, tragedia ed eroismo. È proprio quello che io, misero sognatore, intendo per canto del cigno e che, per certi versi, ricorda da vicino quanto messo in scena oltre trent'anni fa da Jimbo Connors: il campione ormai scivolato nelle retrovie, zoppo, annaspante e pieno di acciacchi, che riesce a trovare risorse agonistiche nascoste chissà dove, per vincere qualche battaglia di primo turno. Che non sarà una vittoria di slam, ma regala ugualmente emozioni uniche. 
Nessuno nell'informazione mainstream, impegnata a disquisire animatamente dello smanicato di Alcaraz o del colore sbocco partorito da Nike per la divisa di Sinner, si aspettava più di tanto da Wawrinka, se non una decorosa passerella finale. Se la vittoria di primo turno contro Djere aveva già sorpreso i più, di certo oggi non ci si aspettava un'altra senile impresa.  
Il match inizia quando a Melbourne c’è ancora il sole ed Italia inizia ad albeggiare. Stan tiene bene, sciorina qualcuno dei suoi proverbiali sberloni violenti e clamorosamente belli, ma si ritrova sotto due set ad uno contro un giovane avversario francese che mostra buone geometrie e calma olimpica, tale Arthur Gea. Sotto due set a uno, anch'io sono sul punto di arrendermi  all’evidenza, all’amara constatazione che non si possa andare contro il tempo. Ma lui è “Stan the man” non a caso. Resta lì, punto a punto anche nel quarto. Mette in campo tutta l'esperienza ultraventennale maturata sui campi. Arpiona colpi in difesa, spesso semovente e in ritardo, e riparte con cross magistrali, sciabolate sublimi di quel rovescio che può servirti in ogni salsa, pieno, lavorato, taglio da sotto, sopra, di lato. Ricamato come un colpo di uncinetto o più violento di un cazzotto di Bud Spencer in un bar del Far West dopo aver mangiato una padellata di fagioli. Uno spettacolo che culmina col passante in corsa di rovescio che gli vale il break e il quarto set.
Sul cemento di Melbourne ormai non c'è più il sole ma è calata un'ombra placida . Nel tramonto vermiglio australiano, “Stanimal” aizza la folla, prosegue in trance agonistica andando avanti 2-0 anche nel quinto set. E lì, quando pensi che davvero possa farcela a regalarsi e regalarci un'ultima gioia, che si fa risucchiare. L'altro, il giovin Arturo d'oltralpe, che è pure un bravo cristo, educato e calmo, rinviene. Non avrà esperienza, ma ha dalla sua quella giovinezza e freschezza fisica che, dopo quattro ore di scazzottate, può essere determinante. L'elvetico rischia di crollare. Sudato, paonazzo, sfinito, mette sul campo l’orgoglio assieme a quel poco che gli concede un corpo vecchio e ferito da mille battaglie. 
Mentre lottano sul 4-4 al quinto, mi viene alla mente un Djokovic-Wawrinka, finale slam dello scorso decennio. È come rivedere quel match, ma alla moviola. Ma è proprio lì che mi pervade la certezza che, in un modo o nell'altro, Stan lo porterà a casa. Il paradosso di un incontro tanto avvincente quanto surreale, è che è proprio il ragazzo di vent'anni a pagare la fatica, la scarsa abitudine a un match così logorante, fisicamente e mentalmente, finendo per restare vittima dei crampi. Spostato come un tergicristallo e cucinato a fuoco lento dallo svizzero. Il super tiebreak è l'apoteosi del vecchio Stan, che libera le ultime sberle a due mani, dritto e rovescio, di un match epico, concluso braccia al cielo e con l'espressione finalmente soddisfatta di chi si ha dimostrato di poter dare ancora qualcosa a questo fottuto, magnifico e maledetto sport.




martedì 3 giugno 2025

BUBLIK, UN ISTRIONE A PARIGI




 



Avevo deciso di pubblicare una cosetta strappa storia lagrime su Gasquet ma, travolto dagli inquietanti eventi d'attualità, mi trovo costretto a cambiare argomento. Che fosse la giornata dei fenomeni paranormali lo avevo iniziato ad intuire guardando qualche scampolo di tale Lois Boisson opposta a Jessica Pegula, sullo Chatrier. La ventiduenne e muscolata francese numero 361 al mondo (una che faticherebbe a superare due turni a Pula) coi gamboni da Sebino Nela e cromosomi xyzs che sembrano mischiati a caso, sta facendo impazzire la maestrina numero 3 delle classifiche. Come ci riesce? Non credo sia per il terrificante afrore che (pare) emani, e che qualche settimana fa spinse una sua avversaria debole di stomaco a chiedere all'arbitro l'utilizzo di un deodorante. Non ha il rovescio, si sposta come una marionetta sul dritto, scentrando malamente. Poi stecca persino un servizio. Cose che si possono vedere solo in un circolo tra anziane signore. Ha solo il servizio ad uscire da sinistra, il drittone carico e una discreta smorzata. Come può la numero tre al mondo, pur invereconda, non chiudere 6-1 6-2, semplicemente tenedola sul lato del rovescio? Invece finisce per perdere 6-4 al terzo, dopo una serie di inenarrabili obbrobri tennistici. Brava/o Lois, ma contro una giocatrice di tennis vera come Mirra Andreeva non raccatterà più di tre games. Buttateci la casa su under 15,5 games. Sotto i ponti c'è posto.
Un sincero plauso ai commentatori Wta, che (temo) assumano massicce dosi di stimolanti equini per tenersi svegli durante il 99% dei match, ma c'è anche del buono nel tennis femminile. Resto folgorato, colto da innamoramento improvviso, osservando Hailey Baptiste opposta alla campionessa degli Australian Open Medison Keys. Questa corpulenta americanona simile a una gettatrice del peso haitiana, con la catena al collo da rapper di Harleem, esplode colpi inusitati. Gioca come un uomo (che gioca bene - si omette sempre tale infinitesimale dettaglio nel citare questa orrida frase fatta -). Con flemma, facilità disarmante e classe cristallina. Anche lei come Boisson ha cromosomi buttati a caso e che fanno a cazzotti, ma che spettacolo sior siori: Accelerazioni, attacchi controtempo, voleé, demivoleé. Prodigi e ingenuità da ventenne (anche se ne dimostra 47).  Perde in due set, perché l'altra è più solida.
Giusto in tempo per il clou di giornata: Aleksandr Bublik opposto a Jack Draper. Il funambolo russo kazako, arrivato sorprendentemente alla seconda settimana, godeva di pochissimi considerazione da parte di esperti e book (a 9,50, manco fosse Carballes contro Sinner). Miscredenti che non avevano annusato nell'aere parigina questo stordente profumo di fiori marci e droghe sintetiche. Non avevano visto due settimane fa Sasha aizzare le folle romane come un gladiatore anemico, vincere poi in scioltezza il challenger di Torino. Sarà sfuggita ai più anche la sua prodigiosa (e oscenamente concreta) prima settimana parigina, condita da rimonta e vittoria al quinto contro De Minaur. 
A molti mancherà anche un piccolo dettaglio: Sasha non è come gli altri, è atipico, spesso gigioneggia, schiavo del bel punto più che della vittoria. Lo sappiamo. Vincere è quasi un dettaglio trascurabile, contorno di uno spettacolo da offrire al pubblico, che ogni volta lo ripaga eleggendolo beniamino assoluto. Gode per quello, mica per la vittoria. Ha il talento per essere un top, ma non è un top, non pensa come un top, non si allena come un top. Metti Djokovic con lo stile di vita e filosofia naif di Sasha e lo ritroveresti ubriaco di vodka in un circolo di Belgrado, che racconta agli avvinazzati al suo tavolo di quando fece il best ranking: 372. 
Tutto vero, è così. Ma lui pensa di essere normale. Sono gli altri, gli anormali. Quelli che si allenano come muli da soma, muggiscono come montoni, esultano e agitano i pugni invasati, tipo Zapata Miralles, disse una volta. Ogni tanto però, trova la sua settimana bianca di ispirazione ancestrale. Stavolta lo fa in grande stile, in uno slam. Ha la faccia della tigre, ispirato, si è allenato giocando partite  (match in sequenza tra Roma, Torino e Parigi), concentratissimo. 
Gioca un primo set di grande intensità, ma cede 7-5. Draper scappa avanti di un break anche nel secondo. E adesso nessuno, nemmeno il più accecato tra gli svitati adepti fan del russo kazako, si sarebbe aspettato più di un 3-0, magari condito da qualche giochino di prestigio fine a se stesso per compiacere il pubblico, espressioni stralunate, sorrisetti da Jack Torrance. 
Invece, ecco la magia: Bublik si è messo in quella testa matta di giocare a tennis per vincere. Nessun servizio da sotto, ma rasoiate di dritto e rovescio, lampi e saette, bordate e carezze, graniuole di vincenti e melliflue smorzate, improvvise e non compulsivamente fini a se stesse. Draper, che pure è un bel cavallone da corsa e merita di stare in top 5, scompare. Il suo pur buon talento appare pochissima cosa rispetto al genio abbagliante di questo fenomeno sceso da Marte, con gli occhi da pazzo e barbetta caprina. In un lampo si ritrova 6/3 6/2 5/4. 
Solo a Parigi poteva trovare una simile ispirazione, sulle note de "L'Istrione" di Aznavour. C'è solo il tempo per il thrilling finale. Giusto per ricordarci che è sempre Bublik, e che potrebbe tranquillamente perderla alla sua maniera. Serve per il match. Game infinito, miracolo di Draper, voleé che gli muore sulle corde. Palle break, seconde tirate più forte della prima, doppi falli. Lo guardi bianco come un cencio, spiritato, e temi possa tornare il Bublik di sempre, quello delle sconfitte romantiche, un po' ironiche e tragiche. Invece la fiaba surreale ha un lieto fine. Ace, voleé a campo aperto e dritto vincente. 
"La più bella giornata della mia vita", dirà commosso. Pubblico in estasi. Ovazioni come se avesse vinto il torneo. Lacrime. Prima di riprendersi e darsi un contegno: "Ho ancora un'altra partita". Sinner è avvisato.



lunedì 10 febbraio 2025

L'ETERNO RITORNO DI SHAPOVALOV, BOLLICINE BELLUCCI

 



Ci son cascato di nuovo, cantava il David Bowie italiano Achille Lauro (questa solo per i dipendenti dal veleno allucinogeno di rospo del deserto). 
Quando meno te lo aspetti e ormai lo consideri solo il vacuo sogno di una notte annebbiata, eccolo lì che si ripropone come una peperonata. Fiammeggiante e dirompente. Impetuoso tornado estivo a Febbraio. Saette mancine, assalti dissennati, parabole meravigliose e irrazionali, sciagurati errori, frizzi, lazzi e bombe trik e trak che scoppiano in mano. 
C'è tutto il Dennis Shapovalov show in questo ritorno a Dallas. Devasta tutto ciò che gli capita a tiro, il tornado canadese. Tempo fa gli diedi il nomignolo "Tornado biondo", ma mi fecero notare che somigliava al nome di una pornostar anni '90, quindi l'ho cestinato. Ad ogni modo, non ho seguito i primi giorni dell'Atp texano, aspettandomi poco più che una tediosa lotta fra yankee locali affamati di punti. Invece, giorno dopo giorno, la sagoma del canadese si è fatta più minacciosa. Fino a raggiungere una finale che ha del miracoloso per chi come me, innamorato più volte tradito, ormai lo considerava una causa persa o dispersa chissà dove. E forse lo è ancora, ma pazienza.
Brutalizzati in serie: Fritz, Machac, Paul. Ed in finale Casper Ruud. Il paradosso di un tennista che di razionale non ha nulla, è che li batte dando la sensazione di maestosa superiorità, malgrado i risultati e la costanza in classifica degli avversari, lui se la sogni. Li mette al tappeto senza nemmeno essere costretto a lotte cruente. 
Vedo solo qualche fase dei primi turni, mentre mi gusto dal primo quindici la finale con Casper Ruud. Uno che, per intelligenza, lavoro e qualche fluido paranormale del Divino Otelma, è numero 5 al mondo (è stato numero 2 e ha fatto due finali slam). L'eterno confronto tra la formica operaia e la cicala dissipatrice di talento. Stavolta la cicala non solo non schiatta, ma colpisce fino alla fine senza paura. Primo set equilibrato, col canadese che esprime sempre un tennis d'attacco sul filo del rasoio, tra abominio e meraviglia. Forse solo più accorto nelle scelte tattiche e più paziente ma, deo gratias, resta sempre lui: ace al centro o parabole mancine a uscire, smorzate d'autore, volée che lasciano sempre quel decimo di secondo di terrore: sgozzerà malamente la pallina in rete o la accarezzerà docilmente? 
In questa settimana l'ispirazione era quella giusta. Finisce per vincere il primo e dilagare nel secondo set in un rutilare di dritti vincenti e quel rovescio a tutto braccio, croce e delizia, rischiosissimo ma bellissimo da vedere: riguardo un replay e sembra in sospensione, con le braccia che quasi si congiungono dietro le spalle: l'airone che si libra in un volo elegante o si schianta contro la roccia. Si prodiga anche in una volée di rovescio in tuffo adagiata meravigliosamente dall'altra parte, per stroncare ogni velleità di rientro del danese.
Tornando alla frase iniziale, il pericolo di ricascarci c'è tutto, ma non bisogna essere deboli. L'esperienza mi ha portato a capire che il segreto del vivere bene e a lungo è non avere aspettative. Figuriamoci da Shapovalov. Più facile che uno slam lo vinca Ruud o Fritz, gente che sa fare poche cose con costanza, piuttosto che uno come lui che, pur dotato di un notevole arsenale, spesso finisce per non fare le scelte giuste al momento giusto. 
Non è un genio, non sarà mai Federer o McEnroe, ma in questi tempi di abbrutimento creativo, mi accontenterei di vedere questi lampi di genialità isolata a livello di top ten. O nelle fasi conclusive degli slam, per mettere del pepe a match troppo spesso monotoni. Se poi Tipsarevic riuscirà nella titanica impresa di farne un tennista consistente e regolare, senza snaturarne la proverbiale indole istintiva, toccherà fargli una statua nel centro di Belgrado. 
L'airone canadese ha rubato un po' di spazio all'altro eroe per caso della settimana: Mattia Bellucci. Il suo exploit (semifinale) a Rotterdam, ha fatto molto rumore nella stampa mainstream ormai avvezza a trattare di tennis. Spesso non sapendone nulla. Perché il suo è un non exploit, e battere due cadaveri tennistici come Medvedev e Tsitsipas non vuol dire quasi nulla.
Sicuramente non più di quanto già si era visto nei match del nostro contro Tiafoe e Fritz s Parigi e Londra o nei challenger di fine anno. Medvedev e Tsitsipas oggi esprimono un tennis a stento da primi 50, quindi tennisti che Bellucci ha le qualità per poterli battere.
Oltre che il carattere. Bravo a sfruttare l'occasione, ma più che il risultato in sè celebrato dai Tg, colpisce il modo di giocare di questo ragazzo. Libero e scanzonato. Fisico tarchiato, collo incassato, codino e bandana vintage, da lontano sembra di vedere Dolgopolov. Ma la somiglianza è solo fisica. Pur talentuoso, l'italiano è lontano anni luce dal fulminante talento del soldato ucraino, contrario ad ogni legge balistica. 
Bellucci è un fantastico mancino dal tennis brioso, frizzante come uno spumantino italiano. Bel servizio, velenose traiettorie mancine, ottimo rovescio piatto, funambolismi a go go, volèe, smorzate, strettini e back senza soluzione di continuità. A un certo punto gli vedo fare una cosa che non notavo dai tempi di Stich: Smash a rimbalzo non definitivo, ma piazzato intelligentemente. Una specie di servizio velenoso, con cui prende la rete e fa punto agilmente di volée. Annichilisce i disorientati Medvedev e Tsitsipas con un tennis istrionico. Quasi un inno al divertimento circense. Diverte chi guarda e si diverte anche lui: servizi da sotto e tweener a campo aperto, solo per il gusto di farlo. Un po' come George Best che a porta vuota invece di calciare si stende e segna di testa. 
Difficile che con un gioco simile possa ambire a grandi risultati, lui che pure da ragazzino batteva Sinner. Riuscisse a entrare nelle 32 tds slam e sollazzarci spesso in questo modo, sarebbe grasso che cola. Dopo il braccio di titanio diamatato Sinner, il braccio d'acciaio Berrettini e il braccio d'oro Musetti, non sarebbe male il braccio con le bollicine Bellucci.


giovedì 3 febbraio 2022

VAMOS RAFA NADAL. ELOGIO DELL'ARRAPATOMANE SADOMASO




(Scusandomi in anticipo con i vecchi lettori - ne sarà rimasto qualcuno o siete tutti morti? - per le divagazioni e la lungaggine terrificante di questo quasi romanzo testamentario)


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Ho quarantatre anni e il dono di non ricordare ormai quasi più nulla. Talvolta di notte urlo "l'orrooooreeee!" come Boris Yelnikoff, addormentandimi col terrore di morire senza aver visto qualcosa di epocale. Un quadro che sfugge abilmente al disegno di un pennello incerto, nuvolaglia rossastra che come vascello suicida si staglia sui ghiacciai magicamente dissolti di Capo Horn prima che un subumano maniaco sessuale riesca a postarne lo scatto su Instagram. O gabbiani storditi volteggiare nel violento libeccio, lasciandosi trasportare come velieri inermi, prima di gettarsi in picchiata su un fetido mucchio d'immondizia. E poi le stelle, l'amore. "Non eri tu che volevi tatuarti 'se inizierò a parlare di amore e stelle, vi prego: abbattetemi'?" sento squillare dalle serre. E che ne so. Sai, non ricordo. Per espiare la colpa, guardo Mentana. È da
326 ore in diretta tv attorniato da un manipolo di sventurati figuranti con occhi cerchiati che paiono usciti da un centro di recupero per onanisti compulsivi con degenerate devianze autoflagellanti. E parlano tutti concitati, ridono di nulla con espressioni assenti, dissertano del niente che avvolge una frivolezza da poco come l'elezione del Presidente della Repubblica italiana. Si lanciano in mirabilie elucubranti con la stessa enfasi di una nomination al GF tra Pappalardo e Pasquale Laricchia. D'un tratto la chiamata perentoria del capocomico Grillo che ordina al servile conducente di riferire cose. Quello, tutto elettrizzato e sbavante, le riporta ossequioso all'inebetito spettatore. L'entusiasmo straripa. Gonfiano il petto appena, sul calar delle tenebre, arriva la zampata dei tre fuoriclasse aspiranti golpisti da scollacciata commediola sexy in salsa italico moscovita (Il trucido da osteria, l'avvocaticchio pettineuse pour Femme over 50 - Scanzi, Bersani&Travaglio -, e la piccola Chucky balilla daha Ggarbatellah): Belloni Mazzanti Viendalmare Presidenta! Ed è tutto un fiorire di "Ah ma che bella scelta...un profilo altissimo...eh, una donna al Colle...che bello-che bello-che svolta! E soprattutto una donna! Ma mica per seguire un genere tanto di moda (?!)...il capo dei servizi segreti Presidente! Non solo, presidentA! Era-ora! Mattarella bis invece sarebbe una dittatura, lasciatemelo dire...". Celebrano l'audace colpo dei soliti idioti come uno strabiliante passo avanti per l'Italia. Dritti nel burrone. Evviva. Bisogna solo sperare che l'Italia e l'Europa siano salvate da un quasi novantenne ex despota puttaniere ricoverato al San Raffaele, dal ministro bibitaro (solo perché terrorizzato all'idea di dover traslocare dalla Farnesina e tornare a vendere 7up al San Paolo) e dal rompicazzo di Rignano coi genitori in galera con l'imputazione penalmente più grave di tutte: aver messo al mondo uno che (ognissantissimavolta) mette i bastoni tra le ruote ai cretini. E li fa schiumare rabbia. Tutti: politici, giornalisti, fuochisti, carpentieri.

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Temo d'essermi allontanato inesorabilmente dalle pur nobili intenzioni che mi hanno portato a scrivere questa roba qui. Ma quella vocina insiste: "Adesso speri nel nano di Arcore padre della patria? dopo tutto quello che gli hai detto?". Resto basito. Non ricordo di aver mai imputato a Silvio scelte politiche scellerate. L'unica che mi sovviene, aver venduto Shevchenko, è ormai acqua passata. Ma, lo sapete, e sono pronto a portare le carte ad un ipotetico processo di Norimberga, ho sempre quarantatrè anni e godo del Dono: non ricordo quasi nulla. Ma anche ricordassi qualcosa, siccome solo gli stupidi non cambiano idea, essendo io di trecentosei volte più intelligente di Gesù (lo ripeteva sempre il mio amico Mimino il pazzo, morto in manicomio), faccio il cazzo che mi pare. Mentre il ragù borbotta svogliato all'ora di pranzo di una domenica qualsiasi, mi ritrovo a tifare per l'immenso, intramontabile, Rafa Nadal. Solo echi scomposti della mia (non ancora rassegnata) compagna, a ricordarmeli: ma non lo detestavi? E l'arrotino? L'antitennis? Il forse chi-lo sa-mah-dopato di Manacor? "Zitta donna, e vai a preparare il pranzo in cucina", le dico mentre in mutande (talvolta levandole e roteandole al cielo per emulare le esultanti braccia nerborute dell'idolo iberico) mi trovo a tifare per il gladiatore dai bicipiti gonfi di gloria. Via, sciò, altro che presidentA della Repubblica, in cucina dovete stare - le dico, sempre più in preda a raptus di "misoginia istituzionale" -. Lei scuote la testa, armeggia col telefono, forse chiama il medico per riferirgli l'aggravamento improvviso delle mie condizioni: "Prima il nano di Arcore, adesso pure Nadal...che faccio? Sarà mica colpa della terza dose? Ho paura...". Ma Rafa è lì, si smutanda sbuffante, frenetico e inquieto come nei tempi di gloria, milioni di bulbi piliferi fa. Preda di mille tic vibranti, sembra però non trovare via di uscita contro Daniil Medvedev, di dieci anni tondi più giovane. Perso il secondo in modo rocambolesco, tutto sembra perso: il russo spiritato spara bordate più ignoranti dell'Azzolina, volando verso un altro scalpo formidabile. Come dimenticare l'esecuzione di Novak Djokovic nell'ululante New York che sognava il grande Slam? Una devastazione senza pietà che gli ha fatto guadagnare un posto nel mio cuore d'inguaribile romantico. Il pubblico di Melbourne, forse vinto dal mio stesso morbo delirante da terza dose, spinge il toro ferito all'ultimo sforzo. E Rafito accoglie l'invito salvandosi dal baratro dello 0-40 sul 2-3 nel terzo set. Lo vogliono morto? Strillo, preoccupato. Cioè, sono davvero dei fottuti sadici nazisti questi aussie. Vogliono morto Medvedev, ma vogliono una cruenta fine anche per Nadal, perché, diciamocelo, solo spirando in campo il nostro eroe senza macchia potrà arrivare al quinto set. Ragliano contro Medvedev in modo sguaiato. Urla, buuu, fischi, pernacchie e ogni sorta di belluino dissenso. Al confronto i ritmati "de-vi mo-ri-re" del Foro agli avversari degli italiani, vincerebbero il premio fair play. Una cosa mai vista, indegna. Cosa avrà fatto di male l'allampanato ragazzo russo per meritarsi l'esplodere di tanta rabbia repressa? Sta demolendo a suon di bestiali roncole ciò che resta di una generazione irripetibile. Certo, ha un carattere complesso, sembra pazzo autentico, un giovinastro di una maleducazione scollacciata. Talmente antipatico che non si può non adorare alla follia. Un fuscello di due metri che a vederlo per strada temi venga spazzato via da un lieve brezza primaverile, ma che sul rettangolo scocca bordate spaventose, fiammeggianti missili dritto per dritto che bucano il campo. Sempre con quello sguardo un po' così da serial killer mancato su un volto da romanzo russo ottocentesco, coi capelli radi e non volto emaciato sotto una barbetta caprina. Bomba su bomba, alla faccia del pubblico, si trova due set avanti. Contro un avversarsio che va per i trentasei anni, stordito e alle corde, pecca d'ingenuità. È un gattone gigione che giochicchia col topo tramortito, beandosi della splendida cattura. Pensa di aver già vinto. Inizia a insultare (a pienissima ragione) il pubblico insultante, talmente squallido da infastidire lo stesso Nadal. Inevitabilmente si distrae, mentre l'altro col testone basso non ne vuole sapere di bandiere bianche: arpiona pallate fumanti, contrattacca, ci crede, disposto al martirio, alla tumulazione in campo piuttosto che arrendersi. È fatto così, il diavolaccio, ed è per questo che lo adoro da sempre. Come? Ah, ho sempre 43 anni e il dono...Prendo una pillola a caso. Il match non è straordinario, ma avvincente per il contrasto generazionale, di stili, caratteri. E poi c'è nell'aria un'elettrica atmosfera da leggenda, sia che allo spagnolo riesca l'impresa, sia che si arrenda alla maniera degli impavidi eroi. Rafa arpiona il terzo set e vola anche nel quarto, mentre l'altro va in tilt, discute con pubblico, arbitro, i fantasmi di se stesso imploranti un tso.


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Una neomelodica vocina nel cervello mi ripete, demenziale: va bene amico mio, impresa o no, resterebbe una vittoria zoppa, senza il numero uno in gara. Se solo la Gestapo australiana non l'avesse fatto prigioniero e respinto, Djokovic questi due se li sarebbe mangiati a colazione (vegana). Senza voler entrare più di tanto nella penosa vicenda (sub)umana, vale la banale ma sempre verde teoria del "chi è assente ha sempre torto". Specie se sei assente non per infortunio, ma per tua volontà. Una libera scelta di non vaccinarsi. Demenziale, ma sempre libera. E, soprattutto e peggio di tutto, aver provato ad aggirare l'obbligo inanellando una caterva di bugie che manco John Belushi in The Blues Brothers. Il resto, l'essersi reso messianica fonte d'ispirazione del manipolo di imbecilli no-vax, il teatrino dei genitori con lumini, foto e altarini del figlio simil prigioniero politico dell'Isis, rientrano nel quadro umano dei personaggio, su cui i molti estastimatori della sua grondante simpatia forse avranno aperto gli occhi.
Tornando alle vicende sportive, difficile stabilire dove inizino le colpe del russo per non aver matato il toro, o i meriti del toro che non si fa ammazzare nemmeno con due pugnalate al cuore, ma si assiste ad un altro match. Dio solo sa dove trovi le energie dopo oltre quattro ore di battaglia cruenta, ma Nadal vola anche nel quarto set e porta la finale al quinto. Tutto riaperto, un incrocio affascinante, emozionante per tutti i suoi risvolti tecnici, umani e psicologici. Dopo trent'anni di tennis visto e giocato (male), lo capirebbero anche i muri: per vincere occorre essere completamente idioti o straordinariamente intelligenti. E quei due, laffuori, che tra agli strepiti scomposti del pubblico si stanno scannando, ne sono l'emblema lampante. Uno non ha nulla nel cranio a forma d'uovo, al limite una scorza di lupino restata lì a fluttuare tra i neuroni che danzano sincopati. Tira una seconda più forte della prima sul break point che vale la partita, o sul set point, meglio ancora se lo fa sul match point. L'altro, stante una resistenza fisica umanamente inspiegabile, ha un cuore di agonista che peserà quei sei/sette chili e intelligenza superiore. Lo vedi ancora più chiaramente a inizio del quinto. Ha progressivamente cambiato modo di giocare. Capito che il suo fisico non può più sopportare i tremendi sforzi arrotomani difensivi del Rafa che fu, si è reinventato tuttocampista. Attacca, spinge, si avventa a rete, accorcia gli scambi. E lo fa anche bene. Certo non sarà Edberg, ma a volte a rete basta mettere la racchetta, arrivarci col giusto tempismo. Il resto, i gesti bianchi, le pennellate volleanti, scordatevele. Restano onanistico feticcio di dannunziani falliti senza costole (una me la sono tolta lo scorso anno, senza anestesia).
Vincerà il giovin bombarolo dall'intelligenza tennistica di un lombrico, o l'attempato seminvalido, trasformatosi da arrotinarrapatomane in prode tuttocampista?


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Ah quasi dimenticavo il finale del tragicomico tentativo di golpe italomoscovita. Fallito nella notte, anche perché quei tre non sarebbero buoni nemmeno a rovesciare il consiglio comunale di Zagarolo. Alla maratona Mentana l'eccitazione ha lasciato il campo a una sonnolenta, mesta, rassegnazione da hangover. Fanno le pagelle: non si può dare la sufficienza a Salvini, bisogna dirlo (!), eh, hm, bah, forse qualcosa ha sbagliato anche Conte, eh. Ha vinto Letta che però ancora si fida di Conte e (questo lo aggiungo io) messo in campo la solita strategia vincente del PD: la mucca che guarda il treno che si sta schiantando sperando che qualche pazzo lo salvi.
Sulla Rod Laver Arena invece, un vamos via l'altro (mai banali, eh) Rafa balza in testa nel quinto, mentre Danil seguita la sua personale battaglia contro tutto e tutti. Se la prende anche col massaggiatore reo di non massaggiargli bene le cosce dolenti. Che spettacolo. Perché sì, nel quinto set quello provato è il venticinquenne, mentre lo spagnolo dieci anni più vecchio salta come un grillo artritico e rotea i pugni al cielo. È un caso da studiare, mistero della natura, questo eroe venuto fuori da un trattato medico sulle battaglie dell'antica Grecia. Rafa sistema con cura le bottigliette, è stravolto anche lui. Ma da questo lui trova linfa vitale. Dimostra cinquant'anni. Il volto quasi livido, tumefatto, come Marvin "The Marvelous" Hagler alla dodicesima ripresa contro la bestia Mugabi. Ha perso quasi tutti i capelli, cerotti ovunque a ricordarci ferite passate e recenti. Un fisico strepitoso che negli anni, pur di arginare il Dio Immacolato e Celeste Federer e il geco serbo, lo ha spinto a lesionarsi tendini e lacerarsi muscoli. L'ultimo, l'anno scorso sembrava aver detto la parola fine. Ora si gioca il quinto set della finale degli Australian Open, mulinellando colpi a testa bassa, escogitando nuove soluzioni. Alzi la mano chi pensava che potesse continuare a pieni giri dopo i trent'anni. Invece è ancora lì a scarnificarsi quel che resta, a quasi trentasei, pur di agguantare quel fatidico Major ventuno da goat temporaneo. Guardando il quinto set appollaiato in balcone col gatto sulle gambe, provo a spiegarmi l'inspiegabile ed ho il lampo:  è come quegli artisti pazzi avanguardisti che, per aprire la mente a nuove mirabolanti percezioni, si facevano piantare un chiodo incandescente nello scroto. Anzi no, lui non è cosa da squilibrati  artisti fatti di lsd: Rafael Nadal da Manacor è un arrapatomane sodomasochista. Sì eccitta soffrendo. Più i muscoli gli fanno male, più si arrapa e arrota un maglio arroventato. Più forte è il dolore, maggiore il godimento. Spara un dritto vincente e urla di piacere in preda all'orgasmo. Al cambio campo, mentre si appresta a servire per il match, temo possa gettarsi addosso della cera incandescente ululando di piacere. Oppure ordinare al basito raccattapalle di frustarlo con un gatto a nove code prima di servire. Potrebbe addirittura chiedere che la sua parte di campo sia ricoperta da carboni ardenti o, nel caso il regolamento lo consenta, di chiodi arrugginiti, vetri, acido muriatico. L'altro invece, ha gli occhi svegli e accesi, persi nel vuoto. Si ripeterà a memoria la tattica da usare per il contro break: debbo tirare quattro bordate fortissime sulla riga. Che ci vuole? Smorfia di dolore, risolino inespressivo da pazzo, prima di schiaffeggiare stizzito la mano del massaggiatore. Nadal 30-0, si capotta a due punti dalla vittoria. Eccolo, l'ennesimo coupe de théâtre di una finale folle, maratona-senza-Mentana sul punto di subire l'ennesimo cambio d'inerzia. A 36 anni, migliaia di acciacchi, centinaia di infortuni invalidanti alle spalle, una fatica tripla rispetto all'avversario nel costruirsi il punto e nemmeno più l'adrenalinica inerzia da remuntada che ti fa svanire ogni dolore e stanchezza. Anzi, sul 5-5, 99 tennisti su 100 cederebbero di schianto. Una mazzata capace di abbatterebbe un toro, non il toro di Manacor che gettandosi addosso un po' di cera incandescente finisce per chiuderla lui, 7-5 al quinto. Dopo non si sa bene quante ore di battaglia rusticana e qualche record battuto qui e là.

A freddo, scambio impressioni in messaggistica con un vecchio amico di università prima, di circolo poi. "Non ci credo che ti sei ridotto a tifare quello lì". Poi la fiammata che, avendo tra gli altri difetti l'essere interista, gli fa citare Peppino Prisco: "Non è che vuoi morire nadaliano, così poi sono uno di meno?". Tiè. Almeno voglio arrivare a vedere Federer vincere a Parigi, a 41anni. Ibra sollevare la Champions alla stessa età dopo aver segnato in rovesciata al 118' della finale contro il PSG di quello lì, che ora piange. Poi, se riesco, spingermi a Wimbledon, ove un rientrante Petzschner che in stampelle impallinerà tutti a suon di slice che baciano le righe e solleverà la gonna della duchessa di Kent mentre gli consegna la coppa. Poi, perché no, un Murray con anca bionica trionfante nella finale di Flushing Meadows sul  63enne McEnroe, squalificato per atti osceni mentre era avanti 4-2 al quinto.





sabato 31 agosto 2019

DEL RITROVATO AMORE








Più di cento discese a rete. Centoquattro, fottutissime, discese a rete. Non so da quanto tempo non si vedesse una cosa simile, forse dai tempi di Ramesh Krishnan sull'erba di Calcutta appena concimata di sterco. Pomeriggio americano, tarda serata italiana. Suona l'allarme sul centrale di Flushing Meadows. Accorrete, infedeli, una rotonda nera americana sui cento chili, col culone in mutandoni fiorellati, sta facendo impazzire quella che dovrebbe essere la numero uno al mondo, Simona Halep. Spettacolo delirante, Taylor Townsend. Ne scrissi anni fa, forse tre o quattro, di questa delizia dal talento sovrappeso. Non è un refuso, perché più che il fisico, di eccessivo, debordante, in lei è il talento. Pazzesco, fuori dalle orride logiche tempo.
Attacca, prima e seconda di servizio. 
Sembra una missione suicida, ma superba. Bellissima. Perde il primo set. Non sarà mai numero uno, resterà a basculare fuori dai cento, non vincerà mai uno slam, darà ragione ai freddi americani della Usta che la lasciarono al suo destino perché troppo grassa per il tennis professionale. Ma cosa importa a noi che abbiamo visto il Pecce scherzare Nadal nel Tempio, prima di perderci. A noi che della vittoria importa meno di una sega venuta male. È tutto ugualmente meraviglioso, questo perfetto imperfetto. Attacca senza sosta. Ha ben chiaro in mente il piano di guerra, sospinta dal suicida istinto del dio minore tennis, quello volleante.
Faccio pace col tennis, in una notte di tarda estate. Senza birra, ma sbocconcellando una granita al gelso, col caldo umido che divora le meningi e le zanzare a fare il loro mestiere: rompere la minchia.
La piccola Aretha Franklin travestita da Supermac, stavolta non deve ricorrere nemmeno al consueto libercolo della tattica durante il cambio campo. Che gioia liberatoria. Quanta bellezza surreale, Taylor Kamala, il wrestler anni novanta, di agilità insospettabile. Un quintale di leggerezza all'attacco, con sprint in avanti da centometrista. Zampate, volée eleganti e mortali. Prima e seconda. Halep, che pure è una delle più intelligenti e regolari, non ci capisce più un cazzo. Proiettata negli anni novanta, costretta a fare un altro sport: il passante a ogni punto. E finisce per andare fuori giri. Sbarella, sbaglia tutto. Sembra sul punto di chiedere al giudice di sedia se tutto ciò è regolare.
Townsend vince il secondo, trascina il pubblico. Sugli spalti si vedono comitive di afro americani ballare come durante una funzione gospel ad Harleem. Sembra una puntata dei Jefferson. Una volée mancina dopo l'altra, e quell'espressione impunita sempre più convinta.
È ufficiale. Dopo un anno in cui ho preferito l'appassionante campionato di tamburello islandese, amo nuovamente il tennis. Alla sconcia novità, contribuisce un altro miracolo, di natura opposta: Paolino palle d'acciaio Lorenzi. Trentotto anni, come il collega minore Federer, e una bellissima carriera al dignitoso crepuscolo. Aveva perso nelle qualificazioni. Ripescato, si salva d'esperienza al quinto contro un sedicenne americano alla prima esperienza. Ieri contro Kecmanovic, giovane serbo in ascesa ma a me sconosciuto, il capolavoro. Il caldo del fine estate a New York lo rigenera. Non molla un quindici, giocando un match da cagnaccio rognoso. È un incontro di rara e tragica bruttezza pallettara, ma che importa. Lo si guarda in trincea. 
Infiniti scambi, col nostro eroe senza macchia che rintuzza gli angoli pallettati del serbo, uno che serve più piano della Errani dei tempi d'oro. Rantola corre, arpiona, affonda sempre al momento giusto e alla fine la spunta dopo cinque ore di battaglia rusticana. Mostruoso, Lorenzi. Esempio di intelligenza e abnegazione. Lo vedremo ancora a 45 anni, lottare per i campi.
Intanto, sul centrale, non si arresta la folle corsa della gazzella di un quintale, in furibondo assalto. Serve per il match sul 5-3. Halep è sull'orlo dell'esaurimento, si schiaffeggia manco fosse la sorella di Youzhny. Poi ecco, ci siamo. Tutto previsto. Sui due match point, trema il braccione di Kamala. La magia svanisce e d'incanto torna pesante, affossa in rete una volée. Si sente già qualcuno bofonchiare con saccenza: "E certo, con quel culone, dove vuole andare. Se dimagrisse, diventando snella come la Bouchard, potrebbe entrare nella top 10". Basta solo ammazzarlo, e starà zitto in eterno. Sull'altra, Halep passa da campionessa. Storia già vista, dirà invece l'esperto di rutilanti suicidi: cederà di schianto 7-5. E invece la volleante gazzella torna d'incanto leggera come una ballerina del Bolshoi. Non si arrende, salva un match point. Chiude una volée in punta di piedi, e ancora a rete con scatti brucianti, alla faccia della scarsa condizione fisica. Acciuffato il tie-break, lo gioca senza tremare, in modo perfetto, all'attacco (ca va san dire) e la chiude di giustezza. Inno alla gioia. Sipario.


lunedì 19 marzo 2018

IN MEMORY OF JANA NOVOTNA










Questa è la storia di una splendida tennista senza ambizioni, divorata dalla paura, che imparò ad avere un sogno.
Lo spelacchiato prato del centrale quel pomeriggio di luglio sembrava fatto per lei, esangue donnone dell'est dai tratti del viso austeri. Pallido sole sul suo volto terreo e zazzera bionda sospinta a rete da un refolo impercettibile. La ricordo perfettamente quella finale. Non era facile per Jana Novotna, venticinquenne ceca dal gradevole tennis d'attacco, scardinare Steffi la cannibale Graf, da anni feroce dominatrice delle scene. Eppure tiene botta, con l'unica tattica possibile. Attaccare, confondere i meccanici colpi a rimbalzo della tedesca. 
Il primo set è equilibrato, Giovanna si trascina al tie-break ma, come spesso le accade, zavorrata dall'emozione, cede sul più bello. Il film della finale sembra avere un esito scontato, in discesa per la favorita e con la consueta, inutilmente onorevole, resa della sfidante dell'est. Storia già vista. Un paio d'anni prima la ceca volleante aveva già mancato una finale, crollando alla distanza sotto i quadrumani colpi dell'urlante criceto serbo, Monica Seles.
Accade poi qualcosa di inatteso a scompaginare la banale sceneggiatura. Jana inizia a colpire libera, senza pressione. E senza quel divorante pensiero di dover vincere, diviene inarrestabile. Gioca benissimo al tennis. È perfetta per i prati. Qualsiasi sua foto è la plastica immagine in movimento della ricerca della rete, perennemente protesa in avanti, nel classico serve&volley, arte che già cominciava ad essere minoranza nella lenta trasformazione bruta subita da questo sport e di cui Steffi belle gambe pare essere trait d'union perfetto. 
Ora abbranca la rete quasi come una Martina destra, servizi a cercare compulsivamente e (solo all'apparenza di uno sprovveduto ragazzotto che iniziava a tirar inutili colpi al circolo) incomprensibilmente, sul letale dritto della Graf. La tedesca, micidiale nell'infierire spiattellandolo quasi dall'alto in basso, arrancava nel prepararlo in ribattuta o per contrastare uno slice basso. Specie su erba. Tutt'altro che una tennista da prati, Steffi, ma talmente superiore a tutte, da dominare anche lì. 
E vola Jana, martella forte sul dritto decapitato e chiude spumeggianti volée sull'inesistente rovescio della tedesca che, incapace di tirarlo coperto, prova anche tragicomici passanti in back. La sventurata, allibita, perde il tradizionale aplombe di Germania lasciandosi andare in smoccoli mai visti. 
La sfidante ceca domina il secondo set per 6/1, inizia anche il terzo con la stessa ispirazione tzigana. Scappa, avanti di break, poi di due. 
Mamma mia come gioca questa ceca smunta, quando ha la mente sgombra da pavide nuvolaglie. Serve sul 4-1, palla per il 5-1, servono solo cinque miserabili punti per il trionfo. Non è più questione di tennis, quello lo ha, lo avrà sempre. Serve solo l'istinto omicida, la predatrice che sentendo l'odore del sangue si esalta sempre di più e azzana la preda alla giugulare. Lei, invece, alla vista del sangue, sviene. Jana è pallida, divorata dalla tensione carogna: doppio fallo che è doloroso preludio di una delle più crudeli sconfitte mai viste. Sempre più terrea, avverte il fiato della resuscitata cannibale sul collo. Ha ancora un break di vantaggio, ma sul 4/3 piazza tre doppi falli in serie col braccio che ormai si ritrae. Vorrebbe non averlo quel braccio, non avere le gambe, la testa. Non essere più lì, sparire. "Sei troppo buona Jana", si sarà sentita ripetere da ragazzina. Ed è la cattiveria a distinguere una campionessa da una che gioca benissimo. Sono minuti tremendi, Novotna trattiene a stento le lacrime mentre cede il quinto gioco consecutivo a Steffi che alza, ancora una volta, le braccia al cielo.
Il resto, quello che accade durante la premiazione, è storia. Jana, in barba a cerimoniali e cazzate di plexiglass, scoppia in lacrime sulla spalla della Duchessa di Kent che, fottendosene anche lei a finti protocolli regali, la consola amichevolmente, un filo imbarazzata.
Rimarrà dunque una incompiuta, Jana Novotna, pensa l'imberbe spettatore. Vince quasi più slam lei di Steffi. Ma sono doppi però, dove fa valere le sue doti di attaccante. In singolo resta al vertice, arriverà al numero due al mondo, trionfa in altri 24 tornei, ma mai dello slam. Una storia che pare avere un epilogo scontato. Del resto è una ragazza dell'est con pochi sogni e nessuna ambizione, lo ha candidamente ammesso. O forse, un sogno adesso ce l'ha, anche se non lo dice: tornate sull'erba di Wimbledon e prendersi quel piatto maledetto. 
L'occasione si ripropone, quasi inattesa, quattro anni dopo. In finale impartisce una severa lazione alla bambina Hingis nel primo set, prima del proverbiale tracollo e terza finale slam ceduta in lotta. Marchio di fabbrica. Perché non puoi cambiare la storia, il destino di una loser, perdente nel midollo. Quasi, mai. Nessuno ormai si aspetta nulla dalla trentenne Jana nel 1998 e, proprio in quei casi, torna libera e si ricorda di avere un sogno: il piatto maledetto e le lacrime, stavolta di gioia, con la complice Duchessa: si prende la rivincita con Hingis in semifinale e nell'atto conclusivo regola la francese Tauziat. 
Perché questa era la storia di una splendida tennista senza ambizioni, divorata dalla paura, che imparò ad avere un sogno.






Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.