.
martedì 5 maggio 2026
MARTA COSCIALUNGA KOSTYUK, L'ASSOLO DI SINNER
venerdì 10 aprile 2026
DANIIL MEDVEDEV, ELOGIO DELLA FOLLIA (MA ANCHE MENO)
giovedì 22 gennaio 2026
AUSTRALIAN OPEN 2026 - QUEI ROSSASTRI TRAMONTI ALLA WAWRINKA
martedì 3 giugno 2025
BUBLIK, UN ISTRIONE A PARIGI
Avevo deciso di pubblicare una cosetta strappa storia lagrime su Gasquet ma, travolto dagli inquietanti eventi d'attualità, mi trovo costretto a cambiare argomento. Che fosse la giornata dei fenomeni paranormali lo avevo iniziato ad intuire guardando qualche scampolo di tale Lois Boisson opposta a Jessica Pegula, sullo Chatrier. La ventiduenne e muscolata francese numero 361 al mondo (una che faticherebbe a superare due turni a Pula) coi gamboni da Sebino Nela e cromosomi xyzs che sembrano mischiati a caso, sta facendo impazzire la maestrina numero 3 delle classifiche. Come ci riesce? Non credo sia per il terrificante afrore che (pare) emani, e che qualche settimana fa spinse una sua avversaria debole di stomaco a chiedere all'arbitro l'utilizzo di un deodorante. Non ha il rovescio, si sposta come una marionetta sul dritto, scentrando malamente. Poi stecca persino un servizio. Cose che si possono vedere solo in un circolo tra anziane signore. Ha solo il servizio ad uscire da sinistra, il drittone carico e una discreta smorzata. Come può la numero tre al mondo, pur invereconda, non chiudere 6-1 6-2, semplicemente tenedola sul lato del rovescio? Invece finisce per perdere 6-4 al terzo, dopo una serie di inenarrabili obbrobri tennistici. Brava/o Lois, ma contro una giocatrice di tennis vera come Mirra Andreeva non raccatterà più di tre games. Buttateci la casa su under 15,5 games. Sotto i ponti c'è posto.
Un sincero plauso ai commentatori Wta, che (temo) assumano massicce dosi di stimolanti equini per tenersi svegli durante il 99% dei match, ma c'è anche del buono nel tennis femminile. Resto folgorato, colto da innamoramento improvviso, osservando Hailey Baptiste opposta alla campionessa degli Australian Open Medison Keys. Questa corpulenta americanona simile a una gettatrice del peso haitiana, con la catena al collo da rapper di Harleem, esplode colpi inusitati. Gioca come un uomo (che gioca bene - si omette sempre tale infinitesimale dettaglio nel citare questa orrida frase fatta -). Con flemma, facilità disarmante e classe cristallina. Anche lei come Boisson ha cromosomi buttati a caso e che fanno a cazzotti, ma che spettacolo sior siori: Accelerazioni, attacchi controtempo, voleé, demivoleé. Prodigi e ingenuità da ventenne (anche se ne dimostra 47). Perde in due set, perché l'altra è più solida.
Giusto in tempo per il clou di giornata: Aleksandr Bublik opposto a Jack Draper. Il funambolo russo kazako, arrivato sorprendentemente alla seconda settimana, godeva di pochissimi considerazione da parte di esperti e book (a 9,50, manco fosse Carballes contro Sinner). Miscredenti che non avevano annusato nell'aere parigina questo stordente profumo di fiori marci e droghe sintetiche. Non avevano visto due settimane fa Sasha aizzare le folle romane come un gladiatore anemico, vincere poi in scioltezza il challenger di Torino. Sarà sfuggita ai più anche la sua prodigiosa (e oscenamente concreta) prima settimana parigina, condita da rimonta e vittoria al quinto contro De Minaur.
Gioca un primo set di grande intensità, ma cede 7-5. Draper scappa avanti di un break anche nel secondo. E adesso nessuno, nemmeno il più accecato tra gli svitati adepti fan del russo kazako, si sarebbe aspettato più di un 3-0, magari condito da qualche giochino di prestigio fine a se stesso per compiacere il pubblico, espressioni stralunate, sorrisetti da Jack Torrance.
lunedì 10 febbraio 2025
L'ETERNO RITORNO DI SHAPOVALOV, BOLLICINE BELLUCCI
giovedì 3 febbraio 2022
VAMOS RAFA NADAL. ELOGIO DELL'ARRAPATOMANE SADOMASO
(Scusandomi in anticipo con i vecchi lettori - ne sarà rimasto qualcuno o siete tutti morti? - per le divagazioni e la lungaggine terrificante di questo quasi romanzo testamentario)
***
***
Temo d'essermi allontanato inesorabilmente dalle pur nobili intenzioni che mi hanno portato a scrivere questa roba qui. Ma quella vocina insiste: "Adesso speri nel nano di Arcore padre della patria? dopo tutto quello che gli hai detto?". Resto basito. Non ricordo di aver mai imputato a Silvio scelte politiche scellerate. L'unica che mi sovviene, aver venduto Shevchenko, è ormai acqua passata. Ma, lo sapete, e sono pronto a portare le carte ad un ipotetico processo di Norimberga, ho sempre quarantatrè anni e godo del Dono: non ricordo quasi nulla. Ma anche ricordassi qualcosa, siccome solo gli stupidi non cambiano idea, essendo io di trecentosei volte più intelligente di Gesù (lo ripeteva sempre il mio amico Mimino il pazzo, morto in manicomio), faccio il cazzo che mi pare. Mentre il ragù borbotta svogliato all'ora di pranzo di una domenica qualsiasi, mi ritrovo a tifare per l'immenso, intramontabile, Rafa Nadal. Solo echi scomposti della mia (non ancora rassegnata) compagna, a ricordarmeli: ma non lo detestavi? E l'arrotino? L'antitennis? Il forse chi-lo sa-mah-dopato di Manacor? "Zitta donna, e vai a preparare il pranzo in cucina", le dico mentre in mutande (talvolta levandole e roteandole al cielo per emulare le esultanti braccia nerborute dell'idolo iberico) mi trovo a tifare per il gladiatore dai bicipiti gonfi di gloria. Via, sciò, altro che presidentA della Repubblica, in cucina dovete stare - le dico, sempre più in preda a raptus di "misoginia istituzionale" -. Lei scuote la testa, armeggia col telefono, forse chiama il medico per riferirgli l'aggravamento improvviso delle mie condizioni: "Prima il nano di Arcore, adesso pure Nadal...che faccio? Sarà mica colpa della terza dose? Ho paura...". Ma Rafa è lì, si smutanda sbuffante, frenetico e inquieto come nei tempi di gloria, milioni di bulbi piliferi fa. Preda di mille tic vibranti, sembra però non trovare via di uscita contro Daniil Medvedev, di dieci anni tondi più giovane. Perso il secondo in modo rocambolesco, tutto sembra perso: il russo spiritato spara bordate più ignoranti dell'Azzolina, volando verso un altro scalpo formidabile. Come dimenticare l'esecuzione di Novak Djokovic nell'ululante New York che sognava il grande Slam? Una devastazione senza pietà che gli ha fatto guadagnare un posto nel mio cuore d'inguaribile romantico. Il pubblico di Melbourne, forse vinto dal mio stesso morbo delirante da terza dose, spinge il toro ferito all'ultimo sforzo. E Rafito accoglie l'invito salvandosi dal baratro dello 0-40 sul 2-3 nel terzo set. Lo vogliono morto? Strillo, preoccupato. Cioè, sono davvero dei fottuti sadici nazisti questi aussie. Vogliono morto Medvedev, ma vogliono una cruenta fine anche per Nadal, perché, diciamocelo, solo spirando in campo il nostro eroe senza macchia potrà arrivare al quinto set. Ragliano contro Medvedev in modo sguaiato. Urla, buuu, fischi, pernacchie e ogni sorta di belluino dissenso. Al confronto i ritmati "de-vi mo-ri-re" del Foro agli avversari degli italiani, vincerebbero il premio fair play. Una cosa mai vista, indegna. Cosa avrà fatto di male l'allampanato ragazzo russo per meritarsi l'esplodere di tanta rabbia repressa? Sta demolendo a suon di bestiali roncole ciò che resta di una generazione irripetibile. Certo, ha un carattere complesso, sembra pazzo autentico, un giovinastro di una maleducazione scollacciata. Talmente antipatico che non si può non adorare alla follia. Un fuscello di due metri che a vederlo per strada temi venga spazzato via da un lieve brezza primaverile, ma che sul rettangolo scocca bordate spaventose, fiammeggianti missili dritto per dritto che bucano il campo. Sempre con quello sguardo un po' così da serial killer mancato su un volto da romanzo russo ottocentesco, coi capelli radi e non volto emaciato sotto una barbetta caprina. Bomba su bomba, alla faccia del pubblico, si trova due set avanti. Contro un avversarsio che va per i trentasei anni, stordito e alle corde, pecca d'ingenuità. È un gattone gigione che giochicchia col topo tramortito, beandosi della splendida cattura. Pensa di aver già vinto. Inizia a insultare (a pienissima ragione) il pubblico insultante, talmente squallido da infastidire lo stesso Nadal. Inevitabilmente si distrae, mentre l'altro col testone basso non ne vuole sapere di bandiere bianche: arpiona pallate fumanti, contrattacca, ci crede, disposto al martirio, alla tumulazione in campo piuttosto che arrendersi. È fatto così, il diavolaccio, ed è per questo che lo adoro da sempre. Come? Ah, ho sempre 43 anni e il dono...Prendo una pillola a caso. Il match non è straordinario, ma avvincente per il contrasto generazionale, di stili, caratteri. E poi c'è nell'aria un'elettrica atmosfera da leggenda, sia che allo spagnolo riesca l'impresa, sia che si arrenda alla maniera degli impavidi eroi. Rafa arpiona il terzo set e vola anche nel quarto, mentre l'altro va in tilt, discute con pubblico, arbitro, i fantasmi di se stesso imploranti un tso.
***
***
A freddo, scambio impressioni in messaggistica con un vecchio amico di università prima, di circolo poi. "Non ci credo che ti sei ridotto a tifare quello lì". Poi la fiammata che, avendo tra gli altri difetti l'essere interista, gli fa citare Peppino Prisco: "Non è che vuoi morire nadaliano, così poi sono uno di meno?". Tiè. Almeno voglio arrivare a vedere Federer vincere a Parigi, a 41anni. Ibra sollevare la Champions alla stessa età dopo aver segnato in rovesciata al 118' della finale contro il PSG di quello lì, che ora piange. Poi, se riesco, spingermi a Wimbledon, ove un rientrante Petzschner che in stampelle impallinerà tutti a suon di slice che baciano le righe e solleverà la gonna della duchessa di Kent mentre gli consegna la coppa. Poi, perché no, un Murray con anca bionica trionfante nella finale di Flushing Meadows sul 63enne McEnroe, squalificato per atti osceni mentre era avanti 4-2 al quinto.
sabato 31 agosto 2019
DEL RITROVATO AMORE

Più di cento discese a rete. Centoquattro, fottutissime, discese a rete. Non so da quanto tempo non si vedesse una cosa simile, forse dai tempi di Ramesh Krishnan sull'erba di Calcutta appena concimata di sterco. Pomeriggio americano, tarda serata italiana. Suona l'allarme sul centrale di Flushing Meadows. Accorrete, infedeli, una rotonda nera americana sui cento chili, col culone in mutandoni fiorellati, sta facendo impazzire quella che dovrebbe essere la numero uno al mondo, Simona Halep. Spettacolo delirante, Taylor Townsend. Ne scrissi anni fa, forse tre o quattro, di questa delizia dal talento sovrappeso. Non è un refuso, perché più che il fisico, di eccessivo, debordante, in lei è il talento. Pazzesco, fuori dalle orride logiche tempo.
Attacca, prima e seconda di servizio.
Sembra una missione suicida, ma superba. Bellissima. Perde il primo set. Non sarà mai numero uno, resterà a basculare fuori dai cento, non vincerà mai uno slam, darà ragione ai freddi americani della Usta che la lasciarono al suo destino perché troppo grassa per il tennis professionale. Ma cosa importa a noi che abbiamo visto il Pecce scherzare Nadal nel Tempio, prima di perderci. A noi che della vittoria importa meno di una sega venuta male. È tutto ugualmente meraviglioso, questo perfetto imperfetto. Attacca senza sosta. Ha ben chiaro in mente il piano di guerra, sospinta dal suicida istinto del dio minore tennis, quello volleante.
Faccio pace col tennis, in una notte di tarda estate. Senza birra, ma sbocconcellando una granita al gelso, col caldo umido che divora le meningi e le zanzare a fare il loro mestiere: rompere la minchia.
La piccola Aretha Franklin travestita da Supermac, stavolta non deve ricorrere nemmeno al consueto libercolo della tattica durante il cambio campo. Che gioia liberatoria. Quanta bellezza surreale, Taylor Kamala, il wrestler anni novanta, di agilità insospettabile. Un quintale di leggerezza all'attacco, con sprint in avanti da centometrista. Zampate, volée eleganti e mortali. Prima e seconda. Halep, che pure è una delle più intelligenti e regolari, non ci capisce più un cazzo. Proiettata negli anni novanta, costretta a fare un altro sport: il passante a ogni punto. E finisce per andare fuori giri. Sbarella, sbaglia tutto. Sembra sul punto di chiedere al giudice di sedia se tutto ciò è regolare.
Townsend vince il secondo, trascina il pubblico. Sugli spalti si vedono comitive di afro americani ballare come durante una funzione gospel ad Harleem. Sembra una puntata dei Jefferson. Una volée mancina dopo l'altra, e quell'espressione impunita sempre più convinta.
È ufficiale. Dopo un anno in cui ho preferito l'appassionante campionato di tamburello islandese, amo nuovamente il tennis. Alla sconcia novità, contribuisce un altro miracolo, di natura opposta: Paolino palle d'acciaio Lorenzi. Trentotto anni, come il collega minore Federer, e una bellissima carriera al dignitoso crepuscolo. Aveva perso nelle qualificazioni. Ripescato, si salva d'esperienza al quinto contro un sedicenne americano alla prima esperienza. Ieri contro Kecmanovic, giovane serbo in ascesa ma a me sconosciuto, il capolavoro. Il caldo del fine estate a New York lo rigenera. Non molla un quindici, giocando un match da cagnaccio rognoso. È un incontro di rara e tragica bruttezza pallettara, ma che importa. Lo si guarda in trincea.
Infiniti scambi, col nostro eroe senza macchia che rintuzza gli angoli pallettati del serbo, uno che serve più piano della Errani dei tempi d'oro. Rantola corre, arpiona, affonda sempre al momento giusto e alla fine la spunta dopo cinque ore di battaglia rusticana. Mostruoso, Lorenzi. Esempio di intelligenza e abnegazione. Lo vedremo ancora a 45 anni, lottare per i campi.
Intanto, sul centrale, non si arresta la folle corsa della gazzella di un quintale, in furibondo assalto. Serve per il match sul 5-3. Halep è sull'orlo dell'esaurimento, si schiaffeggia manco fosse la sorella di Youzhny. Poi ecco, ci siamo. Tutto previsto. Sui due match point, trema il braccione di Kamala. La magia svanisce e d'incanto torna pesante, affossa in rete una volée. Si sente già qualcuno bofonchiare con saccenza: "E certo, con quel culone, dove vuole andare. Se dimagrisse, diventando snella come la Bouchard, potrebbe entrare nella top 10". Basta solo ammazzarlo, e starà zitto in eterno. Sull'altra, Halep passa da campionessa. Storia già vista, dirà invece l'esperto di rutilanti suicidi: cederà di schianto 7-5. E invece la volleante gazzella torna d'incanto leggera come una ballerina del Bolshoi. Non si arrende, salva un match point. Chiude una volée in punta di piedi, e ancora a rete con scatti brucianti, alla faccia della scarsa condizione fisica. Acciuffato il tie-break, lo gioca senza tremare, in modo perfetto, all'attacco (ca va san dire) e la chiude di giustezza. Inno alla gioia. Sipario.
lunedì 19 marzo 2018
IN MEMORY OF JANA NOVOTNA
Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.






