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mercoledì 23 dicembre 2009

LEGGENDE DEL TENNIS. I PIU' GRANDI DI TUTTI I TEMPI

(quelli di cui ho visto direttamente, almeno qualche sprazzo)

1. John McEnroe. Genio assoluto, artista, ed irripetibile poeta maledetto del tennis. O semplicemente il braccio sinistro di un Dio ispirato e lucidamente allucinato. Un teenager coi boccoli rossicci e le lentiggini, maleducato, irriverente, e mostruosamente talentuoso. Non si allenava, perchè gli dei non si allenano. Il "supermoccioso" dal grugno imbronciato, si piazzava coi piedi paralleli alla riga, eplodeva servizi mancini ad uscire, ricamava volè addolcendole con mano benedetta da divinità squilibrate. Tutto smorfie e tic, tra un urlaccio ed una carezza, sconvolse il tennis, irrompendo come un ciclone irascibile, in un mondo sepolcrale e imbiancato. Prese le misure, e poi abbattè l'orso di ghiaccio Borg, fino a condurlo alla pazzia, al ritiro, alle droghe e adirittura alla Bertè. Odiato ed adorato nello spazio di pochi secondi, quelli che passano da un volgare improperio ed una racchetta fracassata, all'ennesimo tocco immacolato. Movimenti brevi e impercettibili, riflessi felini per ribattere risposte in salto, e te lo ritrovavi già a rete, pronto ad azzannarla con una rasoiata, o ad accarezzare la pallina, ammazzandola dolcemente. Come un suonatore alterato, capace di pizzicare il violino con una piuma di gabbiano. Tre anni da numero uno, sette slam vinti districandosi tra Borg, Vilas, Connors e Lendl. Mica Berasategui o Ferrero.
Poi il declino. Riottosi e furenti tentativi di ritornare a vincere uno slam. Stempiature arruffate da genio attempato e perso nella sua follia, al posto dei riccioli ribelli. Altri capolavori sinfonici, nel mezzo di scenate, smoccoli, ed occhiatacce taglienti. Solo contro il mondo, e con quel talento sovrannaturale, che non basta pìù. Come può accettarlo Supermac? Si ferma tre volte in semifinale, sul filo di lana. Troppo giovani e forti Edberg, Sampras, e gli Agassi, aiutati da racchette che legalizzano l'abominio dei missili terra aria nel tennis. Il semidio iracondo continua a lottare come un ossesso, contro se stesso, poi contro gli avversari. Infine scagliandosi verso giudici e banali righe, in un delirio di onnipotenza continuo, mescolato a follia paranoica. Perchè lui è Dio, ed un volgare inserviente, non può giudicare fuori un suo colpo. Dio non sbaglia mai, anche quando sbaglia. In Australia, riesce nell'impresa di farsi cacciare per triplice ingiuria e intimidazioni, proprio quando sembrava aver ritrovato una forma antica. Ora è uno splendido cinquantenne, che riversa le sue parabole divine nel circuito senior, dove è star assoluta. Sempre col genio che fuoriesce dai riccioli,
ora argentati ed elettrici.
2. Jimmy Connors. Su un campo secondario di Wimbledon, un signore di mezza età, mancino e coi capelli a caschetto, si barcamenava contro Mikael Pernfors. Lento e goffo, remava e rantolava impotente. Il punteggio recitava impietoso: 6-1 6-1 4-1 40-0 per il giovane svedese. Quel quarantenne imbolsito e rattoppato, non era uno qualsiasi, ma Jimmy Connors, al secolo "Jimbo". Alle spalle, un ventennio di carriera irripetibile, fatto di otto slam e quindici finali, record infiniti, dai tornei vinti, alle settimane passate al numero uno al mondo. Cosa spingeva Jimbo ad annaspare ancora su di un campo da tennis, e rischiare una gratuita umiliazione? L'amore, quasi attaccamento morboso per il campo, l'adredalina di un punto. La stessa grinta viscerale che lo condusse ai vertici. Lui, normotipo senza il talento di McEnroe o la forza di Borg, ma con un servizio inoffensivo ed un dritto arrangiato. Perchè Jimbo possedeva un solo colpo, il rovescio cesellato a due mani. Il resto era agonismo irriducibile che scorreva caldo nelle vene, quasi sottopelle. E grazie a quello, percorre almeno quattro generazioni tennistiche. Dalle sgranate immagini in bianco e nero di Rosewall, con racchetta in legno, fino alle bordate kitch di Agassi. Senza mai sfigurare. Dal giovane "Jimbo l'antipatico", al vecchiaccio sgorbutico ed adorabile, capace di calamitare cuori, infiammare folle impazzite, che lo conducevano ad imprese impossibili, in un rapporto magicamente simbiotico.
Tornando a quel campo londinese, Jimbo aggredisce un un rovescio, s'aggrappa alla rete, e chiude con una disperata volè in tuffo. Inizia ad agitare i pugni in avanti, lentamente, come in trance. Una follia quieta, quasi quel corpo fosse diretto da forze estranee. Ora era sotto 6-1 6-1 4-1 40-15. E cosa era cambiato? Tutto, e niente. La droga di un quindici, e l'insana idea che da li cominciava l'impresa. Gli occhi piccoli a fessura, che diventano biglie magnetiche da squalo. Ed è tutto un vorticoso susseguirsi di attacchi vincenti, saltelli da grillo, pugni roteanti. L'indomabile e intramontabile gladiatore riacciuffa il terzo set, vince il quarto, e trionfa al quinto, col pubblico in delirio. Ecco, quello era Jimbo, il vecchio mascalzone.
3. Miloslav Mecir. Come il felino sonnecchioso e pacioso, elastico e molleggiato, ti ammalia subdolamente, con palle dormienti e anestetizzanti, e poi infierisce con graffi d'autore, come squarci di luce intensa in un cielo di cemento. Dorme sornione, gioca, azzanna, morde, salta e passeggia sul soffitto, o fa le fusa. Mica lo puoi prevedere un gatto. Morbidezza ovattata, e lame affilate. Angoli impossibli, dipinti grazie al più bel rovescio a due mani della storia. Apparentemente lento e assopito, per poi ritrovartelo ovunque, coi suoi passi felpati e quasi invisibili. Personaggio surreale, che pareva vagare sul campo da tennis per caso, "Gattone Mecir". Barbetta rossiccia e incolta, espressione assente, distratta e ascetica. Palleggi morti e artigliate feline ed imprevedibili, che smarriscono avversari sgomenti. Sopperisce col talento naturale ed un rovescio piatto, accarezzato e letale, ad un fisico di carton gesso, ed un servizio da tennis femminile. E quanto avrebbe vinto, con un servizio appena decente? Ributtando debolmente la palla di là, fa due finali di major, ed arriva al numero 4 al mondo. Fedele al suo personaggio enigmatico, ombroso e misterioso, sparisce dalle scene a 26 anni, per irrecuperabili danni alla schiena. Per anni, fino a qando non lo si riavvista come surreale capitano della Slovacchia, nessuno ha più notizie di lui. Lontano da scene e riflettori del grande circo, l'avevo immaginato in riva ad un fiume dalle acque trasparenti e placide. Sempre con l'oziosa barbetta incurante, armato di canne e pazienza. Lancia ami, e attende l'abbocco giusto, senza fretta. Con la calma dei forti. Fino al movimento improvviso e fulmineo, come zampata mortifera.
4. Pat Cash. Pirata volleatore con la bandana a scacchi sulla folta chioma svolazzante, che si fionda a rete per assaltare il fortino. Australiano tipico, ortodosso del serve&volley gaudente e spettacolare. Radenti voli dopo il servizio, ad assecondare la rete, domarla con voleè piazzate, preludio a quella definitiva. Ora una sciabolata tagliente e finale, ora un delicato colpo di fioretto. Nel pieno stile dei canguri australiani da erba. Non avesse fatto il tennista, avrebbero sfruttato quella faccia intensa, spigolosa ed irregolare, per farne un attore del cinema. Il buono con l'espressione da duro degli spaghetti western, che annienta il fieramente cattivo Ivan Lendl, vincendo Wimbledon 1987. Rimarrà nella storia, la selvaggia ed irriverente scalata sulle teste incensate degli ottuagenari ed imbalsamati spettatori dell'All England Club, per raggiungere i suoi familiari. E' stato quello, il punto più alto di una carriera dignitosa, che avrebbe potuto essere grandissima, se quel fisico possente e menomato, avesse retto meglio le continue volate esplosive, come la molla di una fionda, o una cerbottana velenosa. Tra una volè e l'altra, un infortunio, operazioni, ritorni ed una schiena scricchiolante, mai guarita pienamente. E Pat, il canguro erbivoro dall'espressione piratesca, continua a giocare, tirare volèe e divertirsi nel circuito senior, più in forma ora, a 44anni, di quando ne aveva 25.
5. Petr Korda. Ragazzo ceco col fisico da anitroccolo deperito ed un braccio rivestito d'oro zecchino. Nato per ammorbidire palline e disegnare nitide geometrie sul velluto. A metà tra l'eccentrico e il surreale, lo vidi sul centrale di Fluishing meadows, opposto ad Andre Agassi. Lo yankee multicolore nato a Las Vegas, maleducato e sgargiante come un bacherozzo mutante, ed uno sconosciuto ragazzo dall'aria afflitta, nato nelle sperdute lande della Cechia. E il povero figlio dell'est ribatteva le palline infocate del parruccone americano, con disarmante semplicità. Rasoiate radenti di rovescio, che restituiva dall'altra parte al doppio della velocità. Come saette di ritorno, senza alcuno sforzo, semplicemente con la sensibilità di quel braccio esile e bianchiccio. Una specie di Mecir, meno gattone, ma forse ancor più incisivo. Quel bizzarro ceco coi capelli biondi e dritti i testa, e la perenne espressione da cartone animato disegnato male, raccoglie meno di quanto il suo sconfinato talento, avrebbe consentito. Come tutti i geniali artisti inconsapevoli, si esprime a sprazzi. Tra grige giornate svogliate, ed ispirate sinfonie che somigliano a deliri orchestrati dagli dei. Perde in finale a Parigi da Courier, continua a barcamenarsi tra mediocrità e violenti picchi di chi non è campione, ma se in giornata di grazia, i campioni li batte. Poi, oramai trentenne, alla stagione d'addio, gli riesce l'ultima sinfonia. Vince l'Open d'Australia, ed è giusto così. Perchè uno come Petr che abbandona il tennis senza aver vinto uno slam, è come Gesù che invece di moltiplicare i pani, prende a ceffoni i pescatori affamati, imitando belzebù.
6. Goran Ivanisevic. La follia pura, applicata al tennis. L'irascibile croato, più matto di un cavallo matto, è stato tutto ed il contrario di tutto. Bagliori autentici di talento cristallino, fra le crepe di una mente votata all'autolesionismo, ed occhi pazzi. Tra servizi mancini debordanti, attacchi a mente spenta, crisi di nervi, volèe uncinate, racchette frantumate, appariva l'ennesimo talento incompiuto. Quella del croato smilzo non era follia creata ad arte, come i tanti replicanti dei giorni recenti, ma indole innata. Goran era nato per mostrare gran tennis, guardare il mondo con occhi inquieti e folli, e farsi del male. Fallisce più volte d'un soffio il trionfo nell'adorato torneo di Wimbledon, crollando proprio sul filo del traguardo. Arriva il 2001, e la sua schiena è oramai ridotta in tanti brandelli, tenuti assieme da ragioni che sfiorano il misticismo. Come il cervello, insomma. Un purosangue pronto al malinconico abbattimento. E dove vuole andare quel matto, se nemmeno il fisico regge più? Si presenta ugualmente ai nastri di partenza, partendo dalle retrovie. Quasi sospinto da forze sovrannaturali, esce vincitore da una serie di battaglie giocate col coltello a serramanico tra i denti. Arriva in fondo, tra l'incredulità generale. In finale, quasi per un sortilegio divino, un film scritto da menti sadicamente malvage, trova un altro malinconico campione all'ultimo guizzo, Pat Rafter. Il croato folle è ferito, stanco ed elettrico. Una molla rattoppata che procede per inerzia. Pare un reduce di guerra con irreversibili turbe psichiche. Ma raccoglie le ultime stille di energia per vincere l'agognata coppa di Wimbledon. Perchè al mondo v'è giustizia.
7. Pat Rafter. Esplosivo vollatore australiano, con la faccia angelica da bravo ragazzo dannato. Servizi come frustate elastiche, e la rete aggredita in modo dirompente ed ossessivo. Un puma assetato ed elegante, che morde il nastro e copre la rete con balzi di esplosiva fluidità. Potenza, esuberanza fisica imperiosa e dolcezza di mano, che si mesciano, per farne il prototipo dell'attaccante naturale. Una ammaliante complusività, densa di stilosi gesti tecnici. Erede naturale di Pat Cash, ed ultimo esponente della scuola di volleatori erbivori australiani, oramai tragicamente estinta. A suon di discese a rete, si ritagliò un posto importante, tra il regno del terrore di Sampras, e gli anticipi robotoci del flipper Agassi. Come crocodile dundee che ipnotizza e squarta i cocodrilli che infestano la rete. Rimasi folgorato da una sua esibizione sulla lenta terra di Parigi, commentata da un eccitato bisteccone Galeazzi. Incurante della superficie inadatta, dei tremendi arrotoni del terraiolo doc Bruguera, e di tutto il resto, lottò e (ovviamente) perse, in un continuo ed ossessivo piano tattico d'aggressione, come a non voler pensare al domani. Trionfa due volte a New York, ma per un bizzarro gioco del destino, non riesce mai a vincere sui veloci prati in erba di Wimbledon. Proprio laddove la soffice e (allora) velocissima erba, era proscenio ideale per le sue volèe da sanguinario coguaro acrobatico. Nell'ultimo anno di carriera, cede 9-7 al quinto a Goran Ivanisevic, in una finale per cuori duri ed insensibili. Smette ancora giovane ed in auge, perchè la schiena non regge più, e la mente non è più capace di assecondare i vorticosi ritmi del circo.
8. Henri Leconte. "Riton" Leconte. Un magnifico quadro d'autore venuto male. Espressioni da francese tutto pernacchiette, moine e smorfie teatrali. Una specie di Alain Delon sessantenne, col triplo mento e la pancetta da acqua bertier, a metà tra l'impiegato del catasto ed un contadino bretone ebbro di vino, col viso rubizzo. Eppure, sul campo era capace di creare tennis dal nulla, come pochi, a suon di ricami e anticipi, come lampi, quasi in demivolè da fondo campo. Mancino come tutti gli altri geni. Oscenamente incompiuto ed incostante, da autentico artista naif. Una specie di onda increspata del mare, simile ad un boccolo riottoso di schiuma, che asseconda il venticello dispettoso. Sempre tra alti e bassi, ispirazioni celesti ed avvilenti amnesie. Col solo braccio, quasi parte a se stante dotata di vita autonoma ripetto al fisico ineistente ed alla mente fulminata, raggiunge la finale di uno slam, in casa sua, al Roland Garros. E la gioca quasi in catalessi, bianco in volto come un cencio, completamente svuotato e bloccato da una ottundente pressione cerebrale. Contro Mats Wilander, raccoglie un paio di games negli ultimi due set, e qualche immeritata salva di fischi, da un pubblico che non lo ha mai amato troppo.
9. Yannick Noah. Sono passati 26 anni, da quando un ragazzo francese nato in Camerun, trionfò nel torneo di casa, nel regno di Parigi. Capelli rasta, fisico imponente ed atletico, atteggiamento guascone e carisma naturale, che ne fece un idolo assoluto della gente. A metà tra il ballerino tribale, lo spadaccino ed il pugile, Yannick rimase nel gotha tennistico degli anni 80/90, senza mai riuscire a ripetere l'expoloit parigino, ma continuando ad infiammare platee adoranti. Grazie ad un tennis senza colpi vincenti, ma primordiale, brutale e spettacolare. Uno tsunami inarrestabile, prodigio nefasto di una natura inarrestabile. Il figlio delle colonie francesi continuò ad abbrancare volèe, agganciare palline in cielo a piè pari, con virtuosismi atletici mai visti, e schiacciarle con smash di potenza devastate. Autentico aizzatore le folle, anche per via di un carattere da show man istrionico.
10. Stefan Edberg. Lo svedese di ghiaccio, può apparire anche una sorpresa nella mia classifica di svitati, con le pieghe del genio tra le nervature del braccio, e la pazzia fluttuante nel cervello. Ma Stefan era qualcosa da studiare nelle scuole tennis o negli uffici della nasa, come perfezione assoluta del gesto tecnico. Servizio e volè continuo, su prime e seconde palla lavorate, non per fare il punto, ma per cogliere l'attimo fuggente, e riuscire ad agganciare l'adorato nastro della rete. La arpionava con placida e gradevole ossessione, lavorando la più bella volè di rovescio d'approccio che abbia mai visto. Fluido e sinuoso come l'algido cigno, che sguazza elegante, su lande innevate ed abbaglianti. Vederlo volleare come stesse danzando su nuvole ovattate, riusciva a far dimenticare un carattere gelido e distaccato, da insopportabile gentlemen, a tratti castrato e incastonato nel gesto tennistico. Ha la ventura di imbattersi nei campioni nati a cavallo di due generazioni formidabili, gente della levatura di Becker, Lendl, Wilander, Agassi e Sampras. E la cosa non gli impedisce di arrivare al numero uno e vincere sei tornei dello slam. In epoca di moria delle vacche, ne avrebbe portati a casa una dozzina.

mercoledì 16 dicembre 2009

CLASSIFICA DELLE DIECI TENNISTE PIU' SEXY AL MONDO. NEL COLPIRE UNA PALLINA

Mi è venuta in sogno Mara Carfagna. Qualcosa di simile ad un incubo mortale, insomma. Portava un copricapo simile alla pulzelletta d'Orleans, ed era acconciata e vestita come Rita Levi Montalcini - versione settant'anni più giovane, ma con settanta mila trigliardi di neuroni in meno -. Mi guardava con occhi spaventosi. Poi ha squillato con tono severo: "E lei, miserabile blogger, non ha mai scritto un post sulla classifica delle donne che preferisce. Cos'è lei, un maschilista? Un invertito? E' forse un attentatore islamico? Uno di quei mussulmani, che considerano noi donne come oggetti?".
E allora, pena la dolorosissima chiusura di questo spazio, provvedo. E con grosso esercizio di fantasia, ne ho trovato dieci.

1 - Maria Josè Martinez Sanchez. Dopo un decennio speso tra goffi e suicidi voli nei campi secondari, la mancina iberica è riuscita a crearsi uno spazio nel tennis che conta. Simile ad una gioviale utopia. Da giovane falena morente e rassegnata, a graziosa e variopinta farfalletta volleatrice. Svolazza e ricama, progettando evoluzioni incantatorici, lievi e intermittenti. Quasi brandendo un fiorellino di lillà in mano, ischerza top ten nitrenti e starlette agghindate all'ultimo grido. Lotta alla pari contro erculee vatusse dalla pelle d'ebano o pachidermiche russe dal randello fumante. Quello della mancina di spagna, è un tennis che riconcilia alla vita leggera, ed al tennis giulivo. Servizi mancini e volèe temerarie, drop shot in risposta, pallonetti fuori dal tempo e da schemi oramai appiattiti e sempre uguali. Un altro drop, una stop volley, un tuffo a rete, e ancora ginocchia sbucciate nel tentativo di arpionare un passante che pesa una tonnellata, con braccio leggero. Un garrulo balzello via l'altro, Maria Josè, a 27 anni, arriva tra le prime trenta, e domina nei tornei di doppio. Rende semplice quello che sembrava soltanto un disegno fieramente suicida. Scombinare grigi progetti di un tennis stereotipato, monotono, giocato ad occhi chiusi, e senza cervello. A volte prevale con gaiezza leggera, spesso si espone fragile ed indifesa, ai grigi cannoni dell'orrore insuperabile. E tanto basta.
2 - Romina Oprandi. Una vezzosa tortorella, nata per sfidare leggi non scritte. Banali e scontate, per il solo fatto di essere leggi. La pingue e goffa ragazzotta bionda cresciuta tra i monti svizzeri, si trasforma come d'incanto, in leggera tortorella che ammanta, calamita e ricama guadenti palline smorzate, come foglie mortenti, che assecondano un venticello inquieto. Tra giovanili consacrazioni, un indimenticabile torneo romano, muscoli e tendini lacerati, ostinati tentativi di ritorno, e rassegnazioni mascherate dallo scoramento, prova a riprendere quel volo quasi surreale, e rivestito da un alone di magia inspiegabile, stroncato sul più bello. Rema e annaspa, ferita e semovente. Col braccio che porta ancora i segni visibili del tremendo sfregio, ritorna in sordina. Ogni volta convinta di poterla spuntare, anche contro malvage leggi della medicina, che hanno emesso il crudele verdetto. E intanto vince qualche partita. Riavvista le prime duecento. Aspettando la prossima smorzata. E un'altra legge, di cui prendersi burle.
3 - Kimiko Date. La favola dell'ardimentosa piccola samurai con gli occhi a fessura. Docili e minacciosi. La racchetta, nelle sue minuscole manine gialle, pare una spada enorme, buffa e smisurata. Lei così piccina, con braccia e gambe tanto corte, da fare tenerezza. Rintuzza e colpisce con coraggio, d'anticipo, sfruttando altrui mattonellate dissennate. Trotta con passetti brevi e fulminei, si tuffa a rete senza paura, gioca volèe tanto arrangiate, quanto graziose nella loro kamikaze temerarietà. Metodica, calma e combattiva come un tascabile guerriero del sol levante. Perchè la vera forza sta dentro di noi, vien da ripetere guardando quella zazzera svolazzante su un fisico gracile e minuto. Porta i suoi 160 centimetri scarsi col nasino sulla rete, ed al numero 4 al mondo. Più non poteva. Dice basta a 26anni. Ritorna tredici anni dopo, senza clamori, come fosse cosa normale, alla soglia dei quarant'anni. Con lo stesso sguardo arrembante, e mostrando grandezze impalpabili ed invisibili all'occhio mano. Vince un torneo battendo tre top 20, e rientra tre le prime cento. Con la semplicità delle cose grandi. Aspettando un altro assalto aggraziato.
4 - Carla Suarez Navarro. La sagoma da paperotto sghembo che cammina scoordinato e goffo, con la gambe grassocce sotto un ridicolo gonnellino ondulato. Riccioli corti in testa, faccia e denti da roditore, ma con un melodioso rovescio classico, che te lo affetta e suona in tutte le salse. Una specie di simpatico ed inoffensivo cartone animato, che si anima trasformandosi in tigrotto di Mompracem. E tira il più bel rovescio ad una mano del circuito femminile. Il modo in cui disinnesca e poi attacca e batte l'erculea portaerei Venus Williams, è quasi esercizio di scherma ricarcata. Come fosse mirabile spadaccina baffuta e con l'apparecchio ai denti sporgenti. L'illusoria fiammella di speranza iniziale, si spegne progressivamente. Dopo una stagione costellata da infortuni e sconfitte in serie, il futuro rimane un mistero buffo. Come ogni cosa, del resto.
5 - Roberta Vinci. Il vintage italiano al potere. Roberta Vinci da Taranto, non è una campionessa. Non lo sarà mai. Emerge come doppista assieme a Flavia Pennetta, della quale è infinitamente più dotata. La differente carriera di entrambe, è sotto gli occhi di tutti. Il fisico non è tutto, ma è parecchio, del resto. E con quel corpo da fantino, Robertina riesce a fare miracoli. Tragliuzza e affetta la palla come poche. Attacca e gioca con sensibilità di mano, e classicheggianti schemi da tennis anni '70/80. I discreti successi ottenuti, e la costante presenza tre le prime cinquanta al mondo, somiglia ad un prodigio che ripaga la tecnica ed un tennis leggero. Con l'innegabile sfizio, ogni tanto, di mandare al manicomio avversarie più fisicate, ma dal tennis lobotomizzato. Semplicemente stordendole col rovescio in back. Perchè, per sua stessa e soddisfatta ammissione "certe ragazze sono proprio stupide, colpiscono forte e ad occhi chiusi. Basta rimandargli una palla lavorata, e non capiscono più nulla.". Non è molto, ma è abbastanza.
6 - Amelie Mauresmo. Il magico mondo di Amelie, ha chiuso il suo sipario. A trent'anni, ha deciso di mettere fine alla sua carriera. Forse trascinandosi un paio d'anni di troppo, con comparsate mediocri che non le rendono pienamente onore. Passo maschio e portamento da sceriffo baffuto, spalle muscolate da minatore kazako, mascella prominente e tatuaggi da biergastolana inoffensiva. Ci sarebbe tutto per evitare accuratamente ogni suo incontro. Poi osservi qualche scambio, e rimani incantato dalla classe di Amelie. Tennista completa, attaccante che sa fare tutto con una racchetta in mano, modellando palline con tocco virtuoso. Sovente soffocata dalla tensione nei momenti chiave. Una coltre d'angoscia che l'avvolge e le fa tremare la manina sul più bello. Malgrado i tentennamenti da amazzone, con le stesse debolezze caratteriali di un uomo fragile, arriva al numero uno, trionfa a Wimbledon, dove non si vince mai per caso. Poi qualche infortunio ed un sempre crescente logorio mentale, la fanno scivolare nel limbo delle normali. O in quello delle talentuose senza carattere. Il confine tra il "magico mondo di Amelie" e la saga degli "orrori autolesionisti della povera Amelie", è sempre labile. Comunqe sia, mancherà parecchio a chi ama il buon tennis.
7- Jelena Dokic. Eccola, un'altra lolita del tennis. Si disse. Bionda, caruccia, bizzosa ed agonista indemoniata. Aizzata da genitori-allenatori-domatori-aguzzini a masceherare la fragilità, con feroce livore da guerra sportiva. Riescono a costruirle attorno un castello di carta pesta, finto, doloroso e subdolo. Come tante, troppe. Da campioncina ossessionata, vittima impotente di violenza fisica e psicologica, a ventisettenne ragazza matura di media classifica, coi tratti del viso finalmente addolciti e distesi. Da Wimbledon a Latina. Passando per tristi storie di schiavitù folli, di un padre-padrone orco, che l'ha usata come scudo verso i propri fallimenti d'uomo, ad apparizioni nei tornei minori. Umilianti per molti. Non certo per lei, che ha conosciuto quella reale, che trascende un torneo, o la perdita di un quindici. Con forza interore fuori dal comune, si ricostruisce una carriera decorosa, anche come risultati sportivi. Oramai donna, perde e vince, e pò pensare che non è poi la fine del mondo. Come una normale numero 60 al mondo, libera.
8 - Melanie Oudin. Niente di speciale. Ma nell'orrore, emerge anche la normalità, quasi fosse una gemma preziosa del momento. Tra tante invasate scalpitanti e grugnenti agonismo di marzapane scaduto, mancate top model riciclate al tennis, imponenti ed insensate picchiatrici selvagge, la teenager americana mi è apparsa un miracolo della semplicità. Faccia da biondina americana cresciuta a base di cheesburger e patatine fritte, mascella paffuta e volitiva, occhi grandi e vispi da giovinetta impertinente. Fisico minuto e tracagnotto da torello, agonismo genuino e mai ossessivamente fuori luogo. Se a questo si aggiungono bei colpi al rimbalzo, piatti e poco arrotati, maturità e solidità mentale impressionanti, soprattutto per una diciottenne con la faccia da cenerentola disincantata o eroina della pubblicità dei bubble-gum, si ha il quadro nitido di una grande promessa. Si rivela a Wimbledon, esplode a New York, trasformandosi in irriverente nipotina di Jimmy Connors. Mi gioco qualcosa di importante, se lo trovo, che entrerà, prima o poi, tra le prime dieci al mondo. E lo scrive uno che aveva pronosticato un futuro da top 20 a Franck Dancevic. "Ad occhi chiusi, profetizzai". Per dire.
9 - Sorana Cirstea. Calderoli, Borghezio et similia, mi perdoneranno. Il giovin leprotto dei carpazi, rumena con arrembante coda di cavallo corvina, è una discreta tennista. La sua è una presenza puramente simbolica, per tragica esclusione. Al suo posto potrei inserirne un paio di dozzine. In soldoni, tutte quelle che hanno battuto almeno una esponente del triunvirato. Quello della strepitante insipienza smidollata e urlante. Quale? Sharapova-Ivanovic-Jankovic.
10 - Anna Kournikova. Già vi vedo strabuzzare gli occhietti. "Sto Picasso è partito di melone definitivamente!". E invece c'è una spiegazione, tremendamente logica. Peccato che io non abbia una logica, in niente. La prima, è che dovevo pur arrivare ad elencarne dieci. Poi, ammettiamolo, è davvero bella ed elegante, Anna. Bionda, sinuosa e femminile. Con un sorriso accattivante, maliziosamente innocente. Precursore inconsapevole del tremendo filone successivo, fatto di top model imprestate al tennis, e che continuano a sfilare e sfoderare sui campi, il loro nulla fastidioso. Odo in lontananza "Vabbè, questo ce lo siamo giocato.". Ma lei, la siberana autentica, con atto di grande onestà, compreso di riscuotere più successo altrove, ha optato per il mondo luccicante della moda, abbandonando la racchetta. Mai fastidiosa, quando giocava. Non trascinandosi più su un campo da tennis, rimane la migliore di tutte. Al più, ancora giovane, si limita a divertenti e gradevoli esibizioni in tornei veterani.

domenica 6 dicembre 2009

La Spagna si prende la Coppa Davis



Non è che ci fossero molti dubbi sull'esito finale. Ma se si esclude l'ammirevole tentativo di Stepanek il venerdì, è stata una finale assai deludente. Vinti i due singolari, gli iberici si sono giocati il match point nel doppio, schierando una coppia poco affiatata, ma di livello e ben assortita: Anvedi come perde Nando Verdasco (alias coraggiosissimo impalmatore di serbiatte) e Feliciano Lopez, il fotomodello volleatore.
Dall'altra parte, il capitano ceco prova a tirare due totani morti dal cilindro: Radek Stepanek (alias temerario impalmatore di serbiatte-bis), gran protagonista sconfitto ieri, ottimo interprete degli schemi di doppio, ma attempagto e per giunta ciucco di fatica come un mulo tibetano, affiancato niente meno che da Thomas Berdych, che già in singolare si era dimostrato di una imbarazzante pochezza. Pretendere che il tacchino sparacchiante giochi un buon doppio, è come chiedere ad una vongola verace di recitare a memoria la Divina Commedia. Navratil, omaccione con antologica capigliatura da tamarro anni '80, deve averci pensato tutta la notte, ed alla fine, in quel testone abnorme ha concluso che Stepanek-Berdych fosse proprio un gran bel doppio. Ah, si. In fin dei conti, niente di così strano. C'è una logica di fondo. Si era illuso che sommando due giocatori di maggior livello individuale, si avessero più chance che con una coppia semi-sconoscita a livello individuale, ma competitiva nei vari tornei di doppio. Doveva solo scegliere il modo di perdere. Ha optato per il peggiore.
Bene inteso, vedo solo il terzo set. In campo è dominio totale degli iberici, che si completano a vicenda. Nando, in forma monumentale, tira gran saette a rimbalzo, e risposte martellanti. Feliciano si limita a timbrare il cartellino, servendo bene ed esibendo buone volèe, perchè è uno dei pochi a saperle giocare ancora. Dall'altra parte, qualcosa che sfiora la tragicommedia, nemmeno Fantozzi-Filini al torneo aziendale dell'ufficio sinistri ("Vadi ragoniere, vadi...", "No geometra, vadi lei!".). Stepanek, complice anche una faccia che aiuta, sembra un cadavere deambulante. Berdych approccia le volèe, come se dovesse ogni volta ammazzare un piccione con una scudisciata. Tremendo.
Vincono gli spagnoli in tre set, e portano a casa anche la coppia. Bene, bravi. Gioia, tripudio, vamos a go-go. Bene per Nadal, che chiude una stagione difficile, con un successo importante, benchè di squadra (anzi, squadrone). E non sto qui a dirvi la fregnaccia della coppa Davis più importante di uno slam, un campionato del mondo a squadre, etc...Che già ci pensano Galeazzi e l'ottimo Barazzutti, quello si, un doppio spumeggiante. La Rai infatti, rispolvera a sorpresa Bisteccone, al posto del povero insipiente Fabretti. Forse qualcuno si sarà accorto di quanto risultasse penoso per gli spettatori, ma anche per lui stesso. E Giampiero da il meglio di se stesso. Stanco e annoiato, ogni tanto grugnisce farfugliando frasi incomprensibili su toreri e plaza de toro. Poi all'improvviso piazza la zampata del campione, come gattone Mecir. Galeazzi, bene inteso, non è minimamente aggiornato. E' rimasto fieramente ancorato al torneo di Roma 93', ai vari Becker, Muster, Perez Roldan, Gaudenzi...Ma se ne sbatte e non lo nasconde. Ha il gran pregio di non prendersi troppo sul serio o dimostrarsi gran saccente, per poi prodursi in figuracce ignomignose. Per dire, sul finale, in non chalance, piazza la stoccata da iperbolico allegorista ridanciano. Stepanek gioca una demivolè, quasi scavandola dalla terra, e lui: "Questa qui è la famigerata volè alla pescatrice...". Per dire.

sabato 5 dicembre 2009

Finale di Coppa Davis, Stepanek l'incompiuto


La versione menomata e rabberciata di Rafa Nadal, basta e avanza per portare avanti la Spagna sulla Repbblica Ceca. Di fronte a lui, la più fulgida espressione del nulla fattosi tennis, Thomas Berdych. L'iberico lotta per un set contro fantasmi e malanni, poi domina in scioltezza. Barazzutti ed il solerte Fabretti, non perdono tempo a rammentarci quanto il maiorchino giochi corto, lo rimarcano con petulanza insostenibile. Lo sappiamo da quattro mesi buoni. Lo sanno anche le massaie di Bagheria e le mondine di Brugherio. Il capitano azzurro, si lascia avvolgere dalla spirale insopportabile del Fabretti, per il quale la rai non riesce ancora a trovare un impiego da vice aiutante ciabattino. Eppure all'inizio pareva dominato e silente, ponderato a non esporsi alla proverbiale sequela di amenità. Ma lasciamo perdere, quando la tivvì di stato metterà una scimmia marsupiale o un pappagallo ara, a commentare il tennis, sarà sempre troppo tardi.
Un umile Nadal ridicolizza la spocchia insipiente e addirittura baldanzosa del ceco. Sembra un paradosso, al limite una minchiata, ma è la spiegazione di tutto. Berdych è l'eterna promessa, mascherata da mistero buffo. Uno smunto ragazzotto con la stessa intelligenza tennistica di una cicoria. E il tacchino albino imbalsamato e sparacchiante, si esibisce. Si piazza in mezzo al campo come una semovente statua di piombo e tira drittacci, dentro o fuori. Sempre fuori. Non saprei se definirlo tennis lobotomizzato o idiota. Propendo per "picchiatore demente". 7-5 6-0 6-2, e tutti a casa. E sfido chiunque a convincermi che il ceco sia un tennista. L'attuale John McEnroe, o Stefan Edberg, avrebbero offerto una resistenza più decorosa, ad un Nadal comunqe buono. Breve digressione a proposito dello svedese, che in forma smagliante, lascia le briciole ad El Aynaoui e Philippusis, nel Master veterani di Londra.
Secondo match, e con mia grande sorpresa, scopro che il capitano spagnolo rinuncia alle fatue evoluzioni circensi di Nando Verdasco, schierando David Ferrer. Voglio dire, Ferrer. Vivido orrore mi percorre le vene, mesciandosi all'alcool. Una scelta di pavida sicurezza. Al posto di un imprevedibile top player perdente coi più forti, un ingobbito regolarista terricolo di seconda fascia, che se quelli di mezza classifica giocano male, l'incontro lo porta a casa. Ma al limite. Quando si dice la lungimiranza. Opposto al numero due (cinque o sei) di Spagna, lo stagionato ma sempre gradevole volleatore ceco, Radek Stepanek. Perennemente mezzo principe e mezzo ranocchio, ma che da oltre un decennio delizia le platee di mezzo mondo, col suo tennis d'attacco, completo ed imprevedibile. E pazienza se il guizzante Fabretti ce lo introduce come "tignoso giocatore da terra battuta". Che ne sa il miserrimo, lo avrà visto giocare bene solo a Roma. O meglio, lo avrà visto a Roma, e basta (impegnato a commentare la Roccasecca-Santamaria Capua Vetere, di ciclismo amatori over 75). Dopo un simile virtuosismo, decido di eliminare il sonoro, e far tacere per sempre l'inverecondo topo gigio squillante.
Accade che Radek si produce in un inizio semplicemete meraviglioso. Pura goduria dell'anima. Una sconfinata gamma di tocchetti, ricami, smorzate, attacchi, rovesci vincenti, difese della rete da satropo danzante. Tennis meraviglia. Reggerà anche nel secondo set? Mi chiedo. Il povero arrotino iberico, rema spaesato. Il tapino, quasi conscio del suo orrore, non sa e non puo' fare nulla contro un tennis simile. E seguita ad arrotare come un maniscalco frustrato e pure falloso. Lo spettro di Nando Verdasco, con capigliatura alla Little Tony, comincia ad aleggiare sulla Spagna. E Stepanek, con la brutta faccia delle migliori occasioni, insiste nel suo spettacolo. Colpi facili, leggeri e morenti, come foglie smosse da un venticello ispirato. Simile a una danzatrice in calzamaglia, che accarezza nuvole melliflue, in punta di piedi. Una umiliante lezione di tennis, con tratti di sadismo divertito. Reggerà anche nel terzo? Mi chiedo. Senza sonoro, mi attanaglia il morbo insipiente di Fabretti, forse. E intanto, incurante dell'ignobile gazzarra sugli spalti, degna della corsa dei tori di Pamplona, vola 6-1 6-2.
Non sono un menagramo, E' normale non fidarsi. Il ceco col volto di ramarro e dalla mano benedetta, più volte si è smarrito, dopo inizi abbaglianti. Basta conoscerli, i propri ram-polli. Ed infatti, appena rallenta il ritmo, la pantegana iberica rialza l'orrida testolina. Corre e arrota incurvato. Il match diventa battaglia estenuante, Stepanek non riesce più a danzare con continità su nuvole ovattate. Affonda nel marasma delle sabbie mobili accuratamente preparate dagli spagnoli. Nadal, cui la coppa Davis dona uno spirito da invasato mica da ridere, si agita tutto in panchina, con la faccia da giamubrrasca indemoniato, fa un tifo infernale. Di quelli che ti fa venir voglia di prenderlo a racchettate nelle gengive, se per sventura ti aggrada l'avversario.
Il terzo va allo spagnolo. Con sommo dispiacere devo abbandonare la visione. Ho un tavolo prenotato da "Angioletto il guercione". Una raffinata cenetta a base di pesce, bagnata da un bianco greco di tufo, niente male. E infatti me ne trinco due bottiglie. Mica pagavo io. Penso che Stepanek, elegante, stremato e semovente, finirà per cedere 13-11 al quinto, al pedalatore di Spagna. Stamani, leggo 8-6 al quinto Ferrer. Cambia poco. Peccato, avrebbe potuto riaccendere una finale dall'esito scontato.
A proposito di tennisti "taratuffi" - le ostriche proletarie - Petzschner perde da (Brands chi? boh.) nei quarti a Salisbrgo. Che gran peccato. Ero pronto ad arrivarci a piedi, in caso di finale Koellerer-Petzschner.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.