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martedì 26 aprile 2011

JOHN MCENROE, IL RUGGITO DI UN GENIO AL CREPUSCOLO




Una chicca. Un dono ai due/tre lettori, chiaramente disturbati, che entrano ancora in questo spazio ancestralmente vuoto. Riporto uno stralcio tratto dall’immortale opera di postumo commiato dell’artista decadente Picasso Petzschner, “Quel rovescio di Mecir che mi masturbò l’anima (vi piscio in testa quando voglio. Se, voglio. Ora ci ho sonno)”. Si possono rinvenire frammenti di tennis, e sullo sfondo uno dei match che hanno formato la mia esistenza, forgiandola intensamente al vuoto immacolato, ed erigendo l’anima verso un nulla implacabile. Ma bellissimo.
(tutte queste confusionarie parole vanno tradotte, più o meno: “Perché piuttosto che scrivere di Ferrer-Nadal, mi autoflagellerei i maroni provandone anche un certo godimento, al confronto). Il match narrato dal racconto è in questo video. Che poi, in fondo, le immagini valgono più di mille ciance al vento.


***

In quel preciso istante andò via la luce. Poi il gorgoglìo di un bicchiere che si riempiva. Mio padre approfittava del buio per tracannare vino indisturba
to. Dall'altra alcova del trullo arrivavano gli echi discteti del russare di nonna Adelina, esausta dopo una giornata perduta a lavorare nei campi. Poi ancora silenzio. Anche il piccolo televisore in bianco e nero aveva cessato di guaire alla luna di un agosto quasi morto. Il vecchio aveva fatto in tempo a seguire il notiziario del primo canale. “Il notiziario” era fondamentale, permettendo che gli eventi del mondo entrassero anche in quella miserabile topaia dimenticata da Cristo, dove trascorrevamo due mesi di “villeggiatura” estiva. 
Si preoccupava, mio padre, che non tornassero i comunisti, con le loro espressioni torve, a rubarci i pochi danari statali che ci permettevano quel divago da abbienti. Che la cristiana democrazia regnasse col suo seguito di rassicurante benessere crociato. L’idea che Mao Tse-tung e Stalin resuscitassero dai loro sarcofagi, ne turbava i sonni di avvinazzato. 
Cominciai a pregare che la corrente tornasse, con atea fede verso l’ignoto. Non c’erano altri rimedi, solo una devota preghiera fervorosa. Saremmo morti tutti, prima o poi, al di là di ammuffiti politicanti, sette sataniche e religioni. Quello invece schioccò le dita in direzione di mia madre. Via, diretti dagli altolocati vicini. Vivevano come noi in quelle arse lande desolate, ma erano ricchi possidenti terrieri. Potevano permettersi anche gli schiavi, solo che li chiamavano in modo diverso: contadini, fattori, operai della loro fazenda di stampo sudamericano. Immaginai i miei intenti a discorrere di sciocchezze e contemplare la loro frivola ricchezza, millantando chissà quale patetica bugia per tenersi al loro livello. 
Io restai nella mia stanza, a rigirami nelle lenzuola umide di un fine estate inquieto, dimenandomi tra nugoli di zanzare incazzate che si avventavano sulle mie carni, in un sanguinoso concerto di amore e odio. 



*** 

Il tennis mi piaceva e lo praticavo quotidianamente, in quei mesi di sole. Sguainavo la devota Maxply McEnroe in legno come fosse un cimelio immortale, spada mitologica, sfidando qualche coraggioso. Senza esitazioni. Nemmeno i ventenni mi facevano paura. Ogni tanto la rispolvero ancora adesso. Dona una sensazione d'inspiegabile appagamento. Potrei perderci 6-2 6-1 anche contro uno scaldabagno arrugginito, ma lo
stordente sentimento di benessere spirituale nel colpire la pallina, mi ripaga di ogni cosa. "E che ci fai con questa?" ripeteva il mio zio materno roteandola al cielo come un batti panni, col fare del battutista chi vuole apparire simpatico ad ogni costo. "serve per la cernita delle olive o per ammazzare le mosche?". E rideva, da solo. 
A quei tempi, per non affaticare troppo il gioiello intarsiato nel legno, negli impegni di poco conto, alternavo l’utilizzo di una miserabile "maxima" di ultima, gelida, generazione. Avevo creato una piccola Flushing Meadows, sul piazzale in puro cemento armato che nelle ore di punta diveniva una fornace così rovente da poterci cuocere le uova. O i piedi. Forgiavo le mie gambe, col tempo divenute poderose. Ho delle belle gambe, lunghe, possenti, muscolose il giusto, quasi scolpite da uno scultore greco omosessuale. Fossi donna mi ecciterebbero, le mie gambe. 
Era comunque un bel campo. Bisognava solo fare attenzione all’ingannevole crepa nei pressi della “T” del servizio. Quando la pallina lambiva quei centimetri dissestati si trasformava in una scheggia pazza, incontrollabile. Occorreva un colpo d'occhio luciferino, l’intoppo aguzzava l’attenzione. Allenava l'istinto. Se qualche dormiente tennista di ultima generazione avesse iniziato assaggiando un simile terreno, con le buche a generare rimbalzi imprevedibili, forse avrebbe riflessi migliori. Dovevamo stare attenti anche alle vie di fuga, perigliose come trappole mortali. Talvolta, presi dalla foga di un recupero disperato, rischiavamo di schiantarci contro il tronco dell’ulivo secolare, troneggiante come un baluardo, implacabile a qualche metro dalla riga laterale.
Di notte mi attaccavo al piccolo schermo per seguire le dirette da New York. La voce nasale del maestro Tommasi e le stilettate naif dello scriba Clerici accompagnavano le ardimentose gesta di eroi antichi della racchetta coi loro aderenti pantaloncini strizza palle. Un appuntamento impedibile. 
Vuoi mettere? In quegli ottavi di finale, oltre all’idolo calante John McEnroe, c’era gente del calibro di Edberg, Becker, Agassi, Lendl, Sampras, Chang, Cahill. Qualcuno febbrilmente eccitato per il tennis dei nostri giorni bsstardi, potrà mai comprendere la differenza? Vedi ventenni con l’espressione di ottusa sicumera e la voce impostata da Nando Gazzola, divinare le evoluzioni di Berdych o avvertire le caldane per una roncola storpia di Djokovic. E, non avendo mai visto McEnroe o Edberg, è come non fossero mai nati.
Ma quella sera non si poteva, la luce era andata via. M'industriai con ingegno adolescenziale. Balzai via dal letto. Pensai. Uscii fuori mentre i grilli cantavano al vento la loro pazzia, nascosti tra le siepi e le olezzose piante di citronella. Presi la decisione. Aprii il cofano della vecchia fiat ritmo color argento, afferrai i morsetti. Portai fuori il televisore portatile. Era facile, forse. Bisognava solo collegarlo alla batteria della macchina. Per chissà quale algoritmo e sofismo fisico si genera energia. E quello si accende. Lo avevo sentito dire in giro. “Maurizio scannacavaddi”
lo aveva raccontato a scuola, con l’aria del piccolo scienziato stronzo. Diceva d’aver seguito la finale dei 100 metri piani di Seul a quel modo, coi suoi occhietti strabici. Quando la pantera Ben Johnson, carico di droga come un cavallo, schizzava via dai blocchi, imprendibile: un sanguinario felino dagli occhi iniettati di cattiveria timida. Il povero giamaicano che irrise il nobile principe Carl Lewis. Una commovente favola di doping e imbrogli, miserie e nobiltà intoccabili. Poco importa, quel balzo furente rimane. 
Rimasi lì a pasticciare coi fili, mentre i cani guaivano in lontananza, nelle tenebre. Urlavano alla di luna ghiaccio la loro rognosa malattia.

***

Era semplice, in fondo. Bastava sbagliare un “+” o un “-” ed avrei combinato un pasticcio epocale. Ma c’era John McEnroe-Emilio Sanchez. Supermac ci provava ancora. Quelle scintille pazze di tennis e personalità disturbata, valevano un impacciato tribolare tra fili aggrovigliati. Si sarebbero dipanati in un trionfo, come nervature danzanti nella calotta cranica dell’iroso genio mancino. Le volée stellari del poeta maledetto al crepuscolo non avrebbero risentito di quell’elettricità d’accatto, mi convinsi. 
Ed ecco che partì, come magia tecnologica. Un moto di infantile contentezza mi pervase. Arraffai due lattine di birra, chiusi i finestrini e mi assiepai in devoto silenzio, in quella trincea di solitaria follia. Ero già pazzo a tredici anni. E a trenta? Avrei curato la mia pazzia con le droghe o la medicina zen? A quaranta mi vedevo su un monte isolato, dedito all’eremitaggio estremo, meditando sotto un albero dalla vaste fronde. Mi sarei già suicidato o avrei aspettato i cinquant’anni per vedere come andava a finire? Ebbi la visione di me in una cassa di mogano, tra gli ululanti piagnistei di donne con fazzoletti neri in testa.
Ma intanto Mac era già lì, elettrico, con bandana serrata sulla nuca e la racchetta imbracciata come uno Stradivari. Pronto alla sinfonia, col volto tirato. E’ teso, al centro dell’arena sorvolata da chiassosi jumbo-jet. Un catino infuocato. La telecamera indugia sull’inquadratura dall’alto. Fa spavento. Sono solo gli ottavi di finale, ma il match si preannuncia epico, una tragedia greca da gustarsi sbafando hot dog piccanti e sgargarozzando coca-cola. Non c’è un motivo, è una sensazione. 
Nell'angusto abitacolo penso che quelli sani di mente staranno facendo dell'altro. Dormono da tre ore. O sognano le cosce sinuose e luccicanti di Rossella. Civettuola e irraggiungibile, lei è stata il mio primo grande amore non corrisposto: tre anni più grande di me, con due tette sfrontate e una risata impietosamente malvagia, sotto labbra di ciliegio che sognavo di baciare mentre la mia mano serrava un manico di carne urlante. Rossella era di una bellezza consapevolmente brutale, se la spassava con tipi più grandi e navigati, mezzi hippie capelloni e con folte barbe. Fumavano marijuana per darsi un tono e poi si dedicavano al sesso libero in macchine da neopatentati figli di papà. Così me li immaginavo. Io non avevo chance, semplicemente. Sarei diventato hippie retrò solo qualche anno dopo, fuori tempo massimo. Mi è sempre mancato il tempismo.
Il match mantiene le sue premesse, malgrado la palla si scorga a stento sul televisore. L’americano è quello dell’ultimo periodo. Strabiliante, pur nel decadimento che non lo vuole più dominatore delle scene. Emilio Sanchez invece è buon iberico normodotato, un giovane e simpatico tipo da primi dieci/quindici al modo. F
ratello di Arantxa e Javier, è tipaccio che se c’è una partita da vincere, la vince. Terraiolo puro che ha imparato a fare tutto in modo dignitosamente scolastico. 
Altri tempi e situazioni, laddove i mestieranti del rosso sapevano seguire il servizio a rete e giocare dignitose volée. Dovevano farlo. Il cemento era cemento negli anni novanta, quando non si poteva immaginare gli appiattimenti omologati del fututo. Nel tennis, nello sport e nella vita. Gilles era morto, ma c’era pur sempre Nigel Mansell. Mica Verstappen o Hamilton che oggi guidano la loro vettura come alla playstation per bimbi dai 6 ai 12 anni. Vi era, in quegli anni corsari, il coraggio e lo sprezzo incosciente che riuscivi animmaginare nelle nervature delle loro braccia. De Andrè era vivo e scriveva ancora poesie in musica. Giusy Ferreri gemeva stridula in una culla, ben lungi dall’esser realtà l’ipotesi che una con quella voce adenoidea riuscisse a far dischi, e che qualcuno potesse financo comprarli. 
Erano pure gli anni della "politica dei due forni", mica quella odierna delle due chiappe.  Gente corrotta fino al midollo marcio della propria anima nera, ma di una corruzione superiore, raffinata. Vendevano l’anima al diavolo, oggi vendono al fica a Gesù finti.
Bevevo la birra, mangiando mandorle sgusciate. Il vecchio si sarebbe incazzato, perché in una serata vanificavo il frutto di una giornata di lavoro per raccoglierle. Poco m’importava. L’eroe yankee era lì. Tutto tic. Frenetico, elettrizzato. Un’occhiataccia tagliente, fissa e imbronciata, a quella riga maledetta che non gli dava mai ragione. La ragione dell’Onnipotente. Poi un rovescio accarezzato in risposta, frustata al salto e via, come un giaguaro sanguinario verso le rete, pronto alla zampata, l'ennesima artigliata prodigiosa. Un taglio finale o un ricamo da mozzare il fiato. Non è nelle migliori giornate di sinfonia. Non lo è da un pezzo, Johnny. Anni che sembrano secoli. Ma il primo set lo porta a casa, sia pure con qualche difficoltà. 
E’ un ottavo duro per il Mac di seconda generazione. Si sapeva. Le ultime uscite, in quello che fu il tempio di quattro trionfi, lo hanno visto impietosamente abbattuto da improbabili personaggi in cerca d'autore. Contro un Woodforde qualsiasi, un Haarhuis normale. Ed anche quel 1990 rischia di rivelarsi un altro anno di declino senza sussulti, l'ennesima virgola del decadimento, suggellato dall’assurda squalifica di Melbourne. Perché nella torrida estate australiana si era visto il miglior McEnroe dal 1984 in poi, capace di antiche cavalcate delle valchirie e di un tennis annichilente. Dominante come i bei tempi, fino alla crudele squalifica per un "fuck" come mille altri: una sadica rivalsa verso l’ex potente in declino e un anonimo arbitro dai radi capelli che potrà raccontare ai subumani nipotini di aver squalificato John McEnroe lanciato verso un romantico ritorno. Date una divisa ad un uomo, e osserverete emergere il suo animo più sadico. Poliziotti, arbitri, gendarmi. 
Poi, in quel 1990, solo delusioni per Mac Genious. Sconfitte senza appello, condite dalla rovinosa caduta in quello che un tempo era il suo giardino, a di Wimbledon, al cospetto del playboy italoamericano dalla criniera leonina e occhio ceruleo, Derrick Rostagno. Una specie di Feliciano Lopez destro, con molto più nerbo. Derrick rimase famoso per aver mancato un match point contro Becker a New York, trafitto da un fatale nastro tedesco con tanto di beffardo pallonetto. 

***

Sul romantico cemento grigiastro di Flushing Meadows, il mancino statunitense stava però offrendo un rendimento dignitoso, solleticando qualche oscena speranza. Già fatti fuori tre avversari senza perdere un set, tra cui il fratello meno competitivo della dinastia minore dei Sanchez, Javier. Mac comincia bene anche contro Emilio, il primo set era fondamentale. Poi inizia a scendere d’intensità in modo preoccupante. Il servizio inizia a pungere meno. Emilio corre come un forsennato, riprende tutto neanche fosse “Speedy Gonzalez”, avanza senza elmetto appena può, per non farsi attaccare alla giugulare dal vecchio cane. John aggredisce, ossessivo, la rete: prima o seconda di servizio, in risposta alla prima o alla seconda dell’avversario, ma a quel nastro maledetto ci arriva sempre con quei fatali dieci centimetri di ritardo. L’esplosiva elasticità dei tempi belli è ormai persa, o sono gli altri a tirare più forte. 
Lo scriba non perde tempo a rimarcarlo, in una specie di macabra elegia funebre. Lo fanno da sei anni, in un cantico intriso del pessimismo di un odio-amore andato. C’è quasi della commiserazione compiaciuta, in quelle parole che accompagnano Emilio Sanchez avanti due set ad uno. “Ah povero Mac…non ne ha proprio più…povero, povero…”. Si continua nel malinconico parallelo di quello che fu. Fanculo anche loro, con affetto. Io non l’ho mai vista, la versione del genio cannibale, ma quella attuale mi esalta lo stesso. Resto rapito ed inebriato dalla rabbia poetica di chi non vuole arrendersi alla vita che sfugge via, malvagia. Quasi trentadue anni e una irriducibile voglia di ritornare quello che non può più essere.
E’ sotto di due set a uno, le telecamere indigiano sulla signora McEnroe, Tatum O’Neall. Fa strane e insensate smorfie. Balza in piedi, saltella isterica. Applaude come una scimmietta ammaestrata delle giostre. Sembra impasticcata. Non capirà assolutamente nulla di tennis, dove si trovi, cosa stia accadendo. Ogni mito che si chiami John ha una sua letale Yoko Ono, quella di Mac è Tatum, figlia d’arte e attricetta di second’ordine. Prima lei, poi le bombarde di ultima generazione che hanno cambiato il tennis del legno. Negli anni novanta Mac vaga per tornei con prole al seguito, nella sacca per le racchette. I figli tolgono sempre qualcosa. Nei piloti levano due decimi al giro, nei tennisti qualche centimetro di esplosività fisica.
Intanto il maratoneta Emilio non ha intenzione di mollare nulla. Mac si risistema la bandana da vecchio pirata, i movimenti delle mani ad accanirsi sulla maglietta divengono più frenetici, martirizzanti. Ansiogeni, soffocanti. Vorrebbe aggiustare la mente, ma non è cosa agevole a dirsi, men che meno a farsi. E si accontenta della maglietta. In quella mente agitata ci sono degli orchestrali di una bravura superiore, che eseguono ciascuno uno spartito differente, incompreso e incomprensibile. 
Ogni tanto, fa diventare cenere qualche malcapitato guardalinee, con occhiatacce taglienti come lame. Lancia improperi, insulta il giudice arbitro con epiteti smozzicati. Ma non si dà per vinto. Altra frustata in risposta, simile ad un colpo di rasoio. Fluttua e rimane sospeso nell’aria per qualche secondo, come una libellula. E poi un altro scatto e volée rabbiosa condita da un rantolo straziante. Sempre con quei maledetti dieci centimetri di ritardo e le ginocchia che non si piegano come un tempo. E chi se ne fotte. Eccolo il set point. Ennesimo ricamo vincente a rete. Sembra, vincente. Anzi no. Speedy Gonzalez lo riprende quando il genio è già con le braccia levate al cielo che esala un urlaccio degno di un vecchio lupo eccitato in una notte di plenilunio. Tocca ancora di dritto. L'iberico riprende anche quella. Poi John chiude finalmente con volèe di rovescio a campo vuoto. 
Mac è ancora vivo. Il pubblico lo ha capito, lo sottolinea con un boato tipicamente yankee, quasi fosse a un concerto degli Who. La gente lo adora. L’antipatico, anziano e in calo, suscita sempre sensazioni di forte e patetico amore. L’odio e l’amore vanno sempre di pari passo con la pietà.

***

È lì, in quell'istante condito da un frastuono rockeggiante, che inizia la marcia trionfale del McEnroe minore. Che non vincerà più uno slam, al limite potrà andarci vicino, avvistarlo e accarezzarlo con lo sguardo, ma capace ancora di calamitare emozioni come pochi altri. Per chi non si nutre di allori e coppe, è l'essenza nitida dello sport. Vinto il quarto, è già pronto a dare battaglia anche nel decisivo quinto set, malgrado un avversario ben allenato, più giovane e pimpante. Ha l'aria simpatica, da furbo scugnizzo, Emilio. Non lo puoi odiare, anche sforzandoti. 
Prevarrà la sua freschezza atletica o la classe dell'anziano campione al tramonto? È tutto lì. 
Dopo un nastro fortunato, l'iberico si scusa garbatamente. E l'altro vorrebbe azzannargli la jugulare. John è stanco, attempato, logoro. Ma possiede la magia che s'irradia, inspiegabile, in un braccio che è la flessuosa continuazione della racchetta. E quella spesso fa la differenza, al di là di abusate leggi del tempo. Oltre all’innata indole del numero uno, anche se un freddo computer lo colloca al numero ventitrè al mondo.
Le due adorabili civette al microfono, ora sono colte da qualche dubbio. “Chi lo sa, adesso diventa tutto imprevedibile.”. Poi ripartono a capo basso. “Eh, alla distanza, dopo quattro ore…con quelle gambe che non si piegano più come un tempo…c’è bisogno di un miracolo per questo vecchio lestofante…”. 
Gli occhi annebbiati del tifoso spesso tendono a negare l'evidenza, ma non lo vedo così anziano e indifeso. Anzi, lotta come un satanasso malgrado le quattro ore di battaglia rusticana nelle gambe. Guizza e abbranca volée con brutale dolcezza. Affetta palline, arpiona qualsiasi straccio tramutandolo in pennellata micangiolesca, gettandosi in avanti in apnea, nell'utopico desiderio di salvezza. Si aggrappa al servizio, con arcuate parabole al curaro, fino al break decisivo che va ad azzannare con la ferocia di uno squalo elegante che ha annusato il sangue. E la preda non la molla più.
Il pubblico non sta nella pelle. Il genio va a sedersi, medita, fa qualche smorfia solenne. E’ intimamente fiero di aver smentito ancora tutti. Sta solo vincendo con Emilio Sanchez, ma si crede il numero uno di ogni era. Forse lo è. Può darsi lo sia tutt’ora. Mai mettersi contro le divinità. E chiude. Mac ha vinto, evviva Mac. Evviva il Genio che lotta e resiste all'usura del tempo. Vincerà ancora, per un paio d’anni. E pazienza se ci sono Sampras o Agassi, e una nuova generazione di giovani virgulti avvezzi a spaccar palline senza poesia, con strumenti sempre più simili a lancia razzi. Mi addormento un po’ più felice, nell’utilitaria.
Poi un urlo lacerante mi svaglia, quando  la luce dell'alba lentamente rischiarava le fronde degli alveri di ulivo e di fico attorno. Albeggiava. Mio padre con un pigiama verdino e mia madre in vestaglia fiorellata, mi guardavano severi. E rassegnati. Il vecchio aveva un ciuffo di capelli che pendeva sugli occhi arrossati e un altro dritto in testa. Si agitava scomposto, urlando verso mia madre:
“Lo vedi che è pazzo? Lo vedi? Neanche adesso vuoi darmi ragione? Nemmeno ora lo vuoi capire che è pazzo? Eh? Mi ha scaricato la batteria della macchina! Assassino! Delinquente! Ed io come vado a lavorare adesso?”.
In realtà era in ferie fino a metà settembre, ma si era inventato di dover lavorare pur di farmi sentire in colpa. Indicò a mia madre una lattina di birra. “E’ già alcolizzato, TUO figlio, che vergogna! Alla sua età!”. Rientrò in casa. Rifletteva, seduto e silente. Poi si versò del vino nel bicchiere. Alle 7,15 di mattina.
Feci una lunga passeggiata, ascoltando solo il rumore del selciato sotto le mie scarpe. E la rugiada che si scioglieva ai primi raggi di un sole malato. Ogni tanto mi avvicinavo a un albero, osservando il guscio trasparente delle cicale. Le larve abbandonavano la guaina e spiccavano voli pazzi. E cantavano, fino a schiattare. Che strana giostra la vita. Erano già morte tutte, il tempo di un'estate. Afferravo quel guscio secco e sottilissimo, aperto sulla schiena. V’era proprio tutto, anche la forma appuntita delle zampe. Lo prendevo nella mano e lo adagiavo su una pietra per conteplarne le trasparenze. 

domenica 17 aprile 2011

MASTERS 1000 MONTECARLO 2011 - MEZZO NADAL DOMINA LA TORMENTA DI NULLA



Concluso il primo Masters 1000 stagionale sul rosso. Nessuna sorpresa, solito spartito che da anni vuole Rafael Nadal padrone assoluto dei tornei su terra battuta. Settimo titolo nel principato. Assente Djokovic, timidi risvegli di Murray, Ferrer rassegnato gregario di terricolo valore, Melzer esaltato e Federer in camporella.


Rafael Nadal: 7,5. In pieno ed assoluto controllo della situazione. Forse il peggior Nadal su terra battuta degli ultimi anni, zoppie a parte. Basta ed avanza il minimo sindacale per sbaragliare la rabberciata concorrenza. Sapidi mulinelli ed arpioni disumani, per domare timidi avversari e folate di vento, nella perfetta interpretazione di Capitan Uncino l’arrotino. Sembra di vederlo in testa al grand prix del principato, che imposta la curva dell’”au rivage” o quella del “tabaccaio”, con un serpentello di vetture ad inseguire, sempre sul punto si sbandare e perdere il controllo. Poi s’infila nel tunnel e saluta la truppa. Per batterlo ci vogliono le cannonate. Finisce per k.o. tecnico un comunque sorprendente Murray, steso alla distanza, fisicamente e mentalmente. Assolutamente senza alcun valore la finale col connazionale Ferrer. Guardo i primi games, poi mollo il colpo dedicandomi alla pedicure del gatto. Bastano ed avanzano per capire quanto il volenteroso ex muratore sia lì solo per tirare la volata al suo carnefice. Vien da credere che il numero uno iberico si stia gestendo, per arrivare al top a Parigi. Perché un Nadal così rischia d’esser fagocitato anche sulla terra dal Djokovic versione “Giuditta” (inverno/primavera).


David Ferrer: 7. Intendiamoci. Su duecento match, contro Nadal ci vince una volta. Se l’altro non si regge in piedi. Le restanti centonovantanove sono sbiaditi ed inguardabili assoli finto/agonistici del suo connazionale. Rimane comunque un bel torneo, il suo. Di certo non sorprende. Appena arriva la terra rossa, “o zappatore” si esalta. Corre, vanga, sbuffa, morsica, emette versi che rimandano al rigurgito di un labrador con l’esaurimento nervoso. Batte chi deve battere e perde con chi deve perdere (due, massimo tre). Con grande abnegazione ha imparato anche a difendersi sul finto/veloce, ma rimane terraiolo puro, d’altri tempi. Lo capirebbe anche un fagiolo borlotti lessato. Più difficile entri nella zucca sommamente vuota di uno che ha il tesserino di giornalista.


Andy Murray: 6,5. Alzi la mano chi si attendeva uno scozzese così arrembante, dopo le ultime uscite degne del fantasmino “Beetljuice spiritello porcello”, e sconfitte come grappoli di melograno. Sarà merito della nuova acconciatura, ma con quel pagliaio simile ad un nido di quaglie selvatiche in testa, ha l’aria di chi è appena stato dimesso dal reparto di neuropsichiatria traumatologica. Fisicamente e mentalmente ritrovato, pare finalmente aver assorbito i postumi della terrificante stesa australiana. Lo scorso anno raggiunse forse il punto più basso di una carriera ancora incompiuta, uscendo sommerso da salve di fischi rusticani, dopo l’ignominiosa resa col Kohli (il gladiatorio, Kohli). Quest’anno altre bordate di fischi. Solo perché si accanisce con ossessive smorzate sull’azzoppato e sempre più trasparente Gilles Simon. I francesi avrebbero gradito che s’impietosisse, e come in un film di Trouffaut recitato da Pippo Franco, lasciasse il campo al loro infermo beniamino. E “continuano ad incazzarsi” e fischiare come pastori della Barbagia. In semifinale lo scozzese è addirittura eroico nel trascinare Nadal al terzo set. Difende e rintuzza senza dare punti di riferimento, sapienti tocchi difensivi e punzecchiature in attacco. Quasi commovente vederlo assai vicino al 100%, tramortito fisicamente da un Nadal al 30/40%. Ad inizio terzo set getta la spugna, il gomito fa male, il cervello si spegne e Nadal veleggia tracotante.


Jurgen Melzer: 6,5. Assai difficile dare una spiegazione razionale all’irrazionale applicato al tennis. Poco più che una sparacchiante comparsa negli States, ridicolizzato da Petzschner e Gasquet (i Gianni e Pinotto del tennis), a Montecarlo il mancino austriaco si supera, sciorinando prestazioni di sublime violenza da attaccante a tutto campo. Fiondate veementi e tocchi pregevoli che riducono a miti consigli Nicolas Almagro (4,5, la dieta ha portato buoni frutti, ma ha asciugato anche quei due neuroni che vagavano pasciuti nella sua mante), prima d’esaltarsi accanendosi sulla sagoma vuota di Federer, neanche fosse un pungi ball. Una di quelle prestazioni a tutta birra, ed occhi spenti, guidando contromano sull’autostrada. Poi perde seccamente da Ferrer, ma non si poteva certo sperare che vincesse il torneo.


Roger Federer: 5. Tornava sulla terra monegasca dopo due anni. Cede di schianto a Jurgen Melzer, smarrito e frustrato tra malvagi refoli di vento ed ispirati randelli austriaci. Mirka coi capelli scossi dal maestrale e, bardata in un accappatoio rosa, ha la faccia dello sgomento. Preludio più sconcertante alla stagione sul rosso, non poteva esserci. Col Melzer versione mostre faticherebbero anche gli altri cannibali, ma desta sconcerto un dato: Il monarca canna in modo impietoso sette palle break. L’avversario, il gran perdente e dissipatore di match (Jurgen, chi altri), ne converte 2 su 5. La nitida istantanea del mondo che ogni tanto gira all’incontrario.


Richard Gasquet: 6. Rischia già d’andare fuori contro Dennis Istomin (6), frigorifero uzbeko sormontato da una testa d'uovo, dal gradevole tennis piatto e d’attacco. Uno che da mesi non vinceva una partita nemmeno a tamburello, ed a suo agio sulla terra quasi quanto il nostro adoratissimo Premier satriaco in un’aula di tribunale tra giudici comunisti che hanno appena sgranocchiato un bambino a colazione. Poi Richard cuore di drago annichilisce Garcia Lopez, guadagnandosi Nadal. E in quell’ottavo mi appare uno di quegli immortali eroi d’altri tempi, votati al cruento martirio. Il portavoce vaticano sarebbe fiero di lui. Stretto nella virulenta morsa di Nadal. Lotta con ardimento posticcio e comicamente fasullo. Guizza, serra la mascella, guarda il vuoto cosmico. Lascia dieci anni di vita ed altrettanti di “analisi” in un meraviglioso passante di dritto in corsa con cui riacciuffa il diavolaccio sul 4-4. Poi fa altri due punti e cede 6-4. Ritrovato, per essere un buon top 20.


Ivan Ljubicic: 6+. Si attendeva il tonfo definitivo, dopo la mancata difesa del titolo ad Indian Wells e relativo crollo in classifica. Sono ormai tre anni che il croato dona la malinconica sensazione del vecchio bucaniere declinante, intento a tirar svogliate schioppettate. Tanto per. La pelata non aiuta. Sarà l’aria salmastra ed il ritemprante jodio proveniente dal vicino mare, ma Ivan gioca un torneo sontuoso, facendo fuori Chardy e Tsonga. Come saggio insegnante sculaccia il discolaccio dissennato, insegnando tennis a Thomas Berdych. Il talentuosissimo, Berdych (nell’accoppare ignari gabbiani che veleggiano a filo d’acqua sulle onde monegasche). A volte il tennis è bello.


Viktor Troicki: 5,5. Miracolato autentico. Dalle meningi di Fognini e dal fisico di Robredo. Vince allo sprint contro il tennista ligure, dimostrando nervi più saldi del nostro eroe dall’ego più esteso della Lapponia. E’ quasi sotto la doccia, quando Robredo si scianca in modo cruento. Deve ancora capire perché è nei quarti, che Ferrer gli ha già rifilato un sapido cappotto. Impagabile però vederlo strisciare a gambe divaricate come il suo “dominus” di vita Nole, da perfetto delfino/trota cento volte meno effcace. E come dimenticare quel servizio che è autentico eccidio dei sensi. Per vedere una roba simile occorre andare al bioparco ed osservare gli struzzi nell’atto di alzare la zampa in segno di diffidenza.


Federico Gil: 6. Tarchiatello, normo tipo, modesto mezzadro dei campi da top 100. Ed una faccia che puoi scorgere solo allo sportello delle Poste o in una pizzeria al taglio, sormontata da una fascia bianca da post trauma cranico sulla spaziosa fronte prominente. Una mastro scalpellaio che corre e si accanisce orrendamente sulla pallina. Basta per fare quarti di finale in un Masters 1000. Non sempre ci vuole la classe di Bolelli o la genialità di un Fognini.


Gael Monfils: s.v. Ai minimi storici (Monfils fisicamente menomato che vuol giocare a tennis è come una bicicletta senza ruote, un cd di musica con i guaiti lancinanti di Giusy Ferreri, un film intimista recitato da Raul Bova, un paese civile dove un Premier accusato di prostituzione minorile dichiari di volere una scuola pubblica dove si insegnino i valori della famiglia. Qualcosa che non può esistere nella vita reale, insomma).


Italtennis: 5. Fabio Fognini batte, non senza patimento, la pertica sudafricana Kevin Anderson, uno che sulla terra ha lo stesso fulgido destino di uno gnu zoppo che passeggia sulla Salerno-Reggio Calabria. Poi rischia di battere Troicki. Eterno lampeggiante. Una giostra schizoide, tra cadute e recuperi. Mezze fughe ed altre cadute. Può giocare battaglie tirate con n.c. o perdere combattuti match con quelli forti. Almeno dà l’impressione di poter fare. Qualcosa, a caso. Potito Starace era stracco e sconvolto dalla massacrante settimana a Casablanca. Si sapeva, doveva chiudere in due rapidi set facendo valere la potenza devastante dei suoi colpi finali. Allungandosi il match, cede eroicamente alla distanza. Con Nadal? Ferrer? Montanes? No, Pere Riba. Filippo Volandri passa le qualificazioni e racimola tre games da Cilic. A Napoli farà faville, e fors’anche a Roma.

FedCup. La modesta Italia2 fa quel che può (niente) contro l’impero russo. L’Italia detentrice del titolo era priva della semi-inferma Pennetta e Schiavone, dispensate con benestare papale, per meriti guadagnati sul campo (pare che il reprobo Seppi abbia pianto in silenzio, appresa la notizia. "Perchè loro sì ed io no?" ripeteva inconsolabile. "Che colpa ne ho se io sono scarso e loro forti? Non siamo forse uguali"). Non avrebbe tutti i torti. Perchè una federazione normale dovrebbe lasciare tutti liberi di rispondere o meno alla chiamata. Siano campionesse o tennisti normali, senza aristocratiche differenziazioni. Anzi, si rinuncia più a malincuore a quegli atleti determinanti per il successo finale, o per almeno provarci (Penna & Schiavo), piuttosto che a quelli che non fanno la differenza o spostano gli equilibri in campo (Seppi, o Bolelli). Invece le prime sono ringraziate per meriti storici, gli altri invece vengono puniti con tanto di missive in stile comiche balilla. In una semifinale di Fed Cup contro lo squadrone russo e non in un match di serie B contro la Bielorussia che sarebbe stata divelta anche da Galvani e Di Mauro. C'è qualcosa di comico in tutto questo. Ma il sultanato è difficile da comprendere nei suoi ragionamenti superiori. Tornando al campo, davvero poca, pochissima cosa, la rappresentativa di riserva azzurra contro lo squadrone russo. Un arsenale che poteva contare su almeno dodici tenniste capaci di portare a casa il match. Per immotivata crudeltà, schierano le più forti. C’è pure Marat ad assistere al match (l’unico guizzo del week end). Vera Zvonareva, quasi fosse in allenamento sourplace, passeggia garrula e lascia due pietosi games a Sara Errani. La bolognese è surrealmente arrembante, prodiga di orripilanti pallettoni arrotati. Impresentabili ed inconcludenti (sul veloce parquet di Mosca). Conditi da urla di guerra raggelanti (“ehhhhh”). Come uno scoiattolo che fa una minacciosa mossa di kung-fu al cospetto di una tigre. L’altra riserva azzurra, Roberta Vinci fa quello che può. Strappa un set alla solita Kuznetsova versione sciroccata, che ultimamente una chance la lascia anche ad uno scaldabagno. La tarantina è caruccia, gradevole, divertente. Soliti back leziosi, attacchi e volèe aggraziate. Ma dona l’idea d’estrema inoffensività, contro le due affamate tigri russe.

lunedì 11 aprile 2011

GIOIE D'ACCATTO NEL SABATO DEL VILLAGGIO DELL'ITALTENNIS



Scomposti cori di giubilo avevano riempito di ebbra speme tricolore questo fine setimana tennistico. Il giorno del dragone, quasi. Un punto zero da cui ripartire, fieri e tronfi, verso nuovi successi. E che sarà mai successo? Un azzurro nella seconda settimana di slam? Non proprio. Gli impavidi eroi nostrani della racchetta zompettano egagri a Casblanca, Pereira e persino a Monza, in piena ed assolata Brianza. Mentre i raggi del sole irradiano questo "sabato del villaggio" leopardiano cui però, fatalmente, segue la domenica.


Montecarlo by bight. Anzi, buona notte. Nel Masters 1000 di Montecarlo poi, si ha l'acme del surreale week end di tricolore orgoglio racchettaro. Una gioia abortita senza eguali. Il magnifico e gladiatorio Simone Bolelli che da mesi si dibatte con veemenza per sconfiggere la sua perigliosa ombra di nulla abioccato, riusciva a vincere una partita (dicasi una) nelle qualificazioni. Voglio dire, passato di slancio il primo turno delle qualificazioni. Sgominato l'orrendo Kukushkin. Rimango scosso dalla notizia, e mentre in città partono i primi caroselli euforicamente contagiosi, penso alle possibili motivazioni. Che il kazako sia entrato in campo dopo una levataccia di primo mattino, con addosso ancora i postumi di una sbronza? Altre non ne vedo. I sapienti invece iniziano un rutilar di previsioni: I quarti di finale (del tabellone principale) non paiono ipotesi così remota ai loro occhi sagaci. E nemmeno la top 20 a fine anno (per il Master di Londra purtroppo, almeno per quest'anno, ci son poche speranze). Un sabato fazista da ricordare nei secoli. Ma non è solo il divino talento del "piccolo Federer" (monco, piombato, pugnace come un coleottero comatoso e senza mente) a far vibrare gli animi. L'encomiabile fantino Flavio Cipolla batte Philipp Petzschner. Ci sta, il tedesco, in giornata tipo, potrebbe perdere anche contro la dispettosa scimmia Joliqueur che balla il mambo sulla sua spalla. Il terzo eroe è Filippo Volandri che divelle Shukin senza alcuna pietà. Il bolscevico straniero può assaggiare il maschio ardore dell'italico Ivo Karlovic al caciucco. Si è lì a fare calcoli illuminati...possibili avversari, incroci, proiezioni di classifica...quando giunge alfin la malvagia domenica dell'invasore. Basta un Millot qualsiasi per stroncare Bolelli, tarpandone le meravigliose ali di cigno e conducendolo ad un bivio atroce: Chinare giù il testone e fare l'atleta, ritirarsi anche formalmente o continuare ad essere un ex tennista che vaga come pietoso fantasma cerebralmente bolso per campi? Vedremo, perchè adesso è solo incresciosa "presenza" aseente a se stesso. Intanto anche Cipolla raccoglie un paio di lupini dal portoghese Gil, mentre l'unico ad entrare nel tabellone monegasco, dopo tre anni, è Volandri. Lodevole la sua voglia di cimentarsi ad alti livelli, abbandonando i facili punti di Roma-Rai o Monza. Che poi non ci vuole uno scienziato delle cifre a capire che valgono di più due turni passati nelle qualificazioni di un Masters 1000 che una semifinale al challenger di Novi Sad.


Casablanca, Starace come Humphrey Bogart afflizionato. Notizie frastornanti arrivano anche dall'altra parte del mondo (per chi è cittadino della Padania). Casablanca, terra di prodigiose operazioni ed impianti di ammennicoli vari dell'apparato riproduttivo. Come non attendersi cose notevoli dai nostri alfieri. Manca però il fenomeale caldarense. L'inarrestabile marcia di Andreas Seppi è stata vigliaccamente stoppata dal malanno alla caviglia patito negli Usa, intoppo che lo costringe ad un forzato riposo tra i monti, assieme ad Heidi e belanti caprette. In Marocco Fabio Fognini dà ancora fiero sfoggio di un estremamente brutto e schizoide tennis da semaforo rotto, cedendo di schianto a Montanes. Ma allora ecco il nostro miglior alfiere da mattone tritato, emergere come un sol uomo nello smerigliante sabato di rinascita: Potito Starace alla perenne ricerca di un titolo Atp in saldo. Titolo che ha vinto gente anche molto più modesta di lui. Malgrado quell'espressione triste e tribolata da emigrante all'estero che si vergogna per il "bungabunga", il naso adunco ed i colpi da sapido terraiolo moderatamente inoffensivo, rimandino a nefasti presagi. Bastano per recuperare un match quasi perso contro Gilles Simon versione spiaggiante cui mancavano (ma forse ce li aveva anche dentro la sacca) paletta e secchiello. Poi il campano prova in tutti i modi a perdere un match già vinto contro l'elegante stoccafisso rumeno Hanescu, prima di spuntarla in volata. In finale però, cede di schianto all'emergente iberico (un altro, rassegnatevi) Pablo Andujar, fastidiosissimo terricolo di scuola antica ed in gran forma. 6-1 6-2, al limite dell'imbarazzante. Come pummarola disfatta. Il nostro era stanco dopo l'estenuante semifinale, povera creatura. Può essere. Ma possibile che solo i nostri avvertano quella strana afasia muscolare, mentre tutti gli altri trottano instancabili e zompano per ore come invasati ebbri di gerovital? Rimarra un mistero gaudioso. Intanto, ancora rinviato il primo titolo, per il trentenne campano. Se non lo vinci in finale contro Andujar (pure in crescita), pare difficile pensare lo si possa fare contro Nadal o un Wawrinka a caso. E ormai le possibilità si assottigliano. Sperando che un giorno o l'altro a Sbrisole (o Barcellona Pozzo di Gotto) si organizzi un torneo Atp. E che magari venga proibito ai top 130 di entrare in tabellone.

"Labirintite" Alessio Di Mauro si ferma sul più bello. Ma l'inebriante cavalcata zoppa azzurra ha avuto un altro protagonista indiscusso: Alessio Di Mauro. Uno dei tre moschettieri a giocarsi una finale. Quasi trentaquattro primavere, da Siracusa. Un lampo nei top cento e miracoloso finalista in un Atp a Buenos Aires, e poi tanta milizia nei challengers con discrete fortune. Fino alla tragicomica squalifica per aver giocato 2,00 su alcune corse dei levrieri, e la lenta risalita. Nel tennis si può amare o persino tifare chi ti dà emozioni, un talento spumeggiante e fantasioso. Ma si può essere avvinti come l'edera e rispettare anche chi riesce ad andare oltre la soglia delle sue possibilità. Di Mauro, appartenendo a quest'ultima categoria, è l'unico italiano per cui (in ultimissima istanza pre-morte) si potrebbe anche tifare. Se non si vedono le sue partite, ovvio. Perchè se provaste ad assistere dal vivo ad un suo match, rischiate d'esser colti da labirintite, gridare pietà e citando qualche frase tipica di Marzullo cerchereste alfin di gettarvi giù dagli spalti a volo di gabbiano. Ieri il mancino di Sicilia a Monza si giocava la finale contro il giovane tedesco Julian Reister, bel talento pieno di bei colpi puliti e fantasia neoclassica in stile Deutchland. Uno che in futuro potrà ben figurare anche nel circuito maggiore. Eppure questo ragazzotto rischia di impazzire contro l'irriducivbile italiano. Come fanno tanti. Vedi il siciliano tutto gobbo, abbarbicato sui teloni di fondo campo neanche fosse un geco, che raccoglie e ributta di là tutto, stracci e pezze varie. Lobboni terrificanti che si possono "ammirare" solo nel tennis amatoriale. Un supplizio lacerante. Basterebbe scendere a rete ogni tanto, se non fare serve and volley, per sgominare questa rete difensiva da horror vacui. Per dire, John McEnroe 52enne ci vincerebbe in agilità. Senza nemmeno sudare molto. Ma vaglielo a spiegare ai molti e volenterosi partecipanti ai challengers cosa sia una volèe. Ancora pallonettoni mortiferi, prima che il tedesco non pigi sull'acceleratore, vincendo al terzo. Ma un Bolelli con un briciolo di volontà che mette sul campo il siculo, qualche games in più con Millot l'avrebbe anche vinto. Del resto, è la solita storia del tennis azzurro: Gli unici che sputano sangue non hanno proprio speranze di andare oltre la centesima posizione per evidenti limiti tecnici. Quelli in possesso di un lontano talenino nascosto, si limitano a vivacchiare, senza spendersi più di tanto.


Lorenzi anche di domenica. Alla fine, l'angosciante bilancio degli azzurri insolitamente finalisti, viene salvato forse dal tennista meno attesso. Quel concentrato di volontà ed abnegazione rispondente al nome di Paolo Lorenzi. Un altro, se non da tifare, almeno da ammirare o prendere sul serio per i continui miglioramenti ottenuti, malgrado l'età. Senza il cappelino calato al contario (continuo a credere che sia sinonimo di adolescenziale demenza) ad asfissiargli le meningi, fa suo il challenger di Pereira (Venezuela, credo) e proverà a ravvicinare i primi cento. In modo da potersi divertire ancora nei tornei dei forti, magari facendo serve and volley allegramente agricolo al Queens, con quella faccia da "Chino" Recoba (dotato di ammennicoli) o entrando nel tabellone di uno slam.

lunedì 4 aprile 2011

UN WEEK END DA GENI



E’ stato un fine settimana assai intenso. A tratti avvincente e spettacolare ai livelli più alti e sublimi della competizione. Frammenti imbizzarriti di genio, talento e follia che regnano ai vertici dello sport, fanno sognare ed accendono la fantasia di chi va ricercando quelle schegge pazze. Istantanee capaci di divellere la catastale monotonia abbruttente. Faccio un breve bilancio di questo pazzo week end. Rapido perché debbo dedicare il mio tempo alla preparazione fisica e mentale alle pre qualifiche degli Internazionali d’Italia, ove nutro discrete possibilità di entrare. Trevisàn e Vagnozzi permettendo. E se riduco da 60 a 45 le sigarette giornaliere.


Antonio Cassano: 7. Lasciateli parlare. Questo è un genio puro, autentico, cristallino. C’è tutta la follia di un eroe maledetto, nelle sue inutili gesta. Sublimi, irrazionali, tormentate ed estremamente insensate come le cose più alte. Non è mai banale, tocca dirlo. Dall’adolescenza trascorsa tra motorini rubati ed irridenti tunnel a furenti compagni di squadra trentenni e miliardari, fino al grande successo che tutto annebbia, figurarsi una mente dominata dallo squilibrio tutt’altro che latente. Soldi, donne, magie romane e fuochi pirotecnici che salgono al cielo dalla sua mega villa da neo arricchito kitch e bambino mai cresciuto. E ancora serate folli, macchine potenti e banconote da 500 donate ad un senzatetto, magari commuovendosi un po’, per poi tornare a vivere a 200 all’ora contromano. Cassano rimane il quindicenne infestato dall’acne che durante una partitella si lamenta con l’allenatore per estrema modestia dei suoi compagni, li dileggia in strettissimo dialetto donando loro due palloni, di modo che possano finalmente toccarlo. Con Neqrouz o col monumento Batistuta, poco importa. Insolente e sempliciotto ragazzo agghindato in modo imbarazzante al volante di una utilitaria in centro a Bari, come nella sala-tempio dei trofei madridista. E cosa mai gli fregherà? Tonino è uno che non pensa mica, gli manca il sottilmente subdolo canale della mediazione nel cervello. E’ quello che segna un gol impossibile e coi piedi riesce a fare tutto, anche a cuocerti un ovetto alla cocque senza farlo cadere in terra. Lo stesso che d’un tratto impazzisce esibendo il viscerale malessere del “ragazzo di vita” in salsa barivecchiana, isterico, teatrale ed infantile.
Il megapresidentissimo eccelso ed imputato lo prende al Milan. Afferma sconsolato “Cassano non ha ancora compreso lo stile Milan”. E che voglia Iddio, non lo comprenda mai. Ieri entra a dieci minuti dalla fine, quando i compagni hanno già vinto. Vagamente imbolsito. Potrebbe limitarsi ad una scenica passerella. Ma non sarebbe Cassano. Si guadagna un rigore, lo trasforma, esulta come se avesse segnato il gol della vittoria all’ultimo minuto dei supplementari di una finale Champions. Poi in pieno recupero insegue e stende un avversario e si fa cacciare fuori. Il tutto in due minuti. Ditemi se questo non è un inutile genio.

Alexander Pato: 7,5. Eh si, il papero con l’adolescenziale macchinetta per raddrizzare i denti decide il derby della “madunina”. Dopo mesi tormentati è giunto il suo momento. Sul campo regala gemme, al di fuori pare aver impalmato niente meno che Barbara B. Voglio dire, quella signorina B. che in tribuna, tutta elegante e costipata in un tailleur da educanda delle Orsoline, gli sorride austera. Ammetto di ammirare questo ragazzo brasileiro, elogio del semplice talento quasi imbarazzato. Deve esserci del genio in lui, nei suoi piedi, in quella faccia pasticciata da barba caprina e nelle scelte di vita. L’ammirazione si trasforma in feroce invidia, pensando alla signorina Barbarella B. Ancora. Una sordida e sinistra fantasia comincia a balenare nel mio cervello squilibrato. Mirabolanti capriole, fantasiosamente sconce con al centro, come unica e sola protagonista, la signorina B., simile ad una sacerdotessa devota di incontrollabili sodomie. Mentre imita il babbo.

Valentino Rossi: 8. Ogni sport ha la sua geniale essenza superiore. Un simbolo o simulacro cui tutti devono inchinarsi, anche quando è malconcio o ha una moto simile ad un cavallo imbizzarrito. La avverti subito quella essenza, osservando Valentino Rossi. Anche uno che coi motori “non ci sa fare, che non sa neanche guidare…un tipo perso dietro le nuvole e la poesia”. E’ una sensazione che oltrepassa la specialistica, i mezzi, la gelida elettronica. Valentino è genio funambolico e temerario capace di rendere avvincente e vincente anche un trabiccolo, perché nelle sue vene scorre la velocità. La possiede, la doma e la sfida contro ogni legge fisica. Non è un automa come Schumacher o Doohan, ma accarezza l’idea pazza e ardimentosamente irrazionale di Gilles o Barry Sheene, innestandola in una mentalità Re Mida o cannibale vincente. Quasi fosse l’essere perfetto, per la velocità. L’idea dominante del centauro che vince di carattere anche quando perde, con semplice gesto o una mossa. Testa e coraggio, prima di un mezzo che spinge al limite come nessuno. Valentino Rossi vince anche prima di iniziare a dare gas, con la forza della mente e con un sorpasso azzardato da uomini duri. Un gesto che avvilisce e ridimensiona a modesti scolaretti anche quei ragazzi bravi e veloci che paiono avere un missile scud sotto il sellino.


Mi sa che stiamo andando fuori tema. Questo è un blog che narra di tennis, almeno credo. Ma tant’è. Fedele al "Minzolini style", pur di rifuggire lo scottante scenario potrei anche dissertare di politica mediorientale, medicina zen, poesia crepuscolare, filosofia greca, alla sagra della salsiccia piccante di Cutrofiano, religioni mistiche, idolatrie indù, l’accoppiamento dei facoceri subsahariani, scrivere della vita su Marte, degli origami, di Nietzsche, Ida Dalser, o Fracazzo da Velletri. Ma che tennis sia.

Benoit Paire: 7,5. La prestigiosa platea era quella del challenger di St.Brieuc. La fortuna e la ventura del circumnavigatore vuole che un demoniaco sito di scommesse trasmetta questo fenomenale torneo. Spicca di luce propria un naif personaggio francese, Benoit Paire. Voglio premettere, uno che in questa stagione batte Gilles Simon in un Atp e perde per due volte di fila da Matteo Viola in competizioni challenger, ben si descrive senza bisogno di mirabolanti panegirici. Malgrado inquadratura fissa improponibile, mi gusto tutta la semifinale contro il buon polacco da top 100 Przysiezny. Ed è uno spettacolo delirante. Frustate di rovescio bimane, dormienti pallate e smorzate dense di finale candore. Pare un serpe incantatore, Benoit. Gli riesce tutto e domina in due set, tra un’accelerazione fulminante a chiudere uno scambio cloroformizzato e magie degne di un ispirato funambolo del circo Togni. Spesso inutili.
Ok, si gioca a Miami. Dall’altra parte dell’oceano è in ballo il famigerato “quinto slam” nominale. Quelli intelligenti e sani di mente, pensano a quell’evento che a me invece suscita una specie di rigurgito nauseabondo. Rivaluto persino i martellanti postumi di una sbronza di vodka. E allora via verso la finale del torneo bretone tra Paire e Texeira, buon podista transalpino. Ecco che sale in cattedra Mr Hyde. Qualcosa di difficilmente spiegabile umanamente. Il tormentato bohemienne di Francia getta via tutto, con una furia frustrata e frustrante. Benoit urla, spacca due racchette, sbaglia un facile tocco a campo aperto con l’altro stramazzato a terra, scalcia con violenza prolungata i teloni, becca un penality point e perde 6-3 6-0. Avanti così, genialmente folle, ricco di talento e gesta irrazionali. Uno splendido circense avviato, malgrado la sconfitta, ad una sicura carriera da scheggia impazzita. Qualcuno che possa scombinare scenari spesso incensati e noiosi del circuito. Prepotentemente salito al quarto posto nella mia personale classifica dei mentalmente labili prestati al tennis (fantasioso e divertente, altrimenti pensereste che mi ecciti con Fognini).

Azarenka/Sharapova. Qualcosa bisogna anche dire sull’inutile torneo di Miami. Finale femminile inattesa. Due diversamente svitate partorienti biondone di quasi 1,90 se le suonano e strillano come in preda a raptus omicidi. La rinata e semovente statua urlante Sharapova (buon Dio), finisce per soccombere all’accecata furia di Victoria Azarenka, bielorussa ingrugnita e posseduta da chissà quali demoni spaventosi. Ha già steso Zvonareva ed una malconcia Clijsters, e vola via 6-1 4-0 anche in finale contro la sua omologa siberiana. Quelle sue urla prolungate, stridule e acute rimandano ad un film dell’orrore, ma fanno il paio con randellate insolitamente precise. Poi si ha l’unico picco d’interesse abbozzato. La valchiria bielorussa si fa raggiungere sul 4-4. Si teme la crisi di nervi. Vivo per quella scena. Che possa farsi recuperare, diventare bluette, dare in escandescenza e alfin la morte prendendosi a racchettate sul mascolino gargarozzo. Allertati i caschi blu e sedici esorcisti pronti all’intervento, ma è tutto vano perché finisce per chiudere 6-4. Mentre già pregustavo il plastico di Vespa.

Djokovic/Nadal. Tra gli uomini altri due energumeni corrono come invasati fisicamente mutanti, ebbri di sportivo viagra artigianale e chissà quale intruglio diabolico per tori di Pamplona. Hanno sbaragliato la concorrenza senza appello: un volenteroso, bravo ed impotente Mardy Fish e quel Federer ormai sempre più vittima di una cappa asfissiante. Non riesce più a venirne fuori l’elvetico, tramortito dai magli mancini ad uscire di Nadal. Inconcludente a servizio, fuori giri nello scambio prolungato, falloso nelle soluzioni offensive, aria di svagata sufficienza nei colpi di volo. L’ex numero uno esce con le ossa rotte dalla tournè americana, e con due avversari attualmente ad un livello superiore. Djokovic e Nadal danno vita a solito match di cruenta intensità. Fisicamente debordante. Recuperi snodati, strisciate con le gambe a compasso, mulinelli, ganci e tragicomiche smorzate-pallonetto del serbo (tennista più fantasioso che simpatico e più bello che geniale, lo sappiamo). Nadal sembra tirato a nuovo, in condizioni più centrate rispetto al precedente di sue settimane prima. Ma il confronto si trasformai in estenuante maratona, coi due a prendere fiato dopo ogni punto come due pugili suonati. Tante ne diranno: Battaglia palpitante, infinta, intensa, epocale, stellare, emozionante, storica, monumentale, leggendaria. Un supplizio, per il mio sonno. De gustibus. Abbandono la trincea ad inizio terzo set, dicendomi che vincerà quello che terrà meglio fisicamente. Scopro essere Djokovic. Questo è il nuovo tennis. Chissà un match tre su cinque a Parigi. Yummm.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.