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sabato 24 marzo 2012

MAMMA RAI AL ROLAND GARROS





La notizia è di quelle che provocano una paralisi aortica o una peristalsi rettale: Mamma Rai, dopo decadi di tombale censura, opziona il Roland Garros 2012. Siticazzi, vien da ripetere strofinando gli occhietti cisposi. Tornano alla mente indimenticabili sequenze ormai datate venti, venticinque anni fa. L’ora di pranzo ed un eroico italiano smilzo e talentuoso che scuoteva la criniera e tra un giubilante balzello e l’altro, arrivava ad un passo dall’impresa di battere il titubante e macchinoso Ivan Lendl da erba. Paolo Canè, sul centrale di Wimbledon, sospinto dalle coronarie in apnea del Bisteccone Galeazzi. Perché un tempo l’Italia aveva anche tennnisti divertenti, e trasmetteva lo sport della racchetta.
Ma, avendo una madre così premurosa e lungimirante dall’esser più felice se a scuola non ci andavo e rimanevo a casa, ci si poteva imbattere anche in una mattutina diretta che dava sul futuro: un diciassettenne tappo della chinatown americana (Michael Chang, si chiamava) contro il diciottenne Pete Sampras, altro americano, nato nelle terre degli dei greci. L’assonnato bisteccone appariva infastidito da quel ragazzotto immaturo, così poco adatto alla liftata arte della terra battuta, da quasi predirgli un futuro buio ed apatico. Però, lui ed Adriano Panatta divertivano. Lontani da tecnicismi si lanciavano in cialtronesche e godibili scene da bar. Annessi i rutti. Dominò il testone cinese dalle gambe segate, con un imbarazzante triplice 6-1, ma il futuro diceva ben altro trasportandoci nei lidi dell’antica Grecia.  E sono tante, tantissime le scene legate al tennis, targate tv di stato. È perché se volevi vedere quello sport, oltre che giocarlo in sconnessi campetti improvvisati, rimaneva solo quello. L’infinito match londinese tra un volleante nero americano (Todd Nelson) ed il già esperto australiano McNamee, finirono 15-13 o 21-19 al quinto, non ricordo per chi, ma non è importante.
Erano begli anni, dove, col fumoso mistero buffo che avvolgeva quelle vicende lontane e la voce del cronista che si udiva lontana manco fosse un inviato di guerra, si poteva aguzzare la fantasia. Provare ad inventare cosa avvenisse negli altri campi, assecondando i risultati che il bisteccone sciorinava, quasi godendo nello storpiare nomi in serie. Mentre sul centrale Bettina Fulco ed una francese improponibile si lanciavano in pallonetti liftati in serie, sull’altro campo si poteva solo immaginare l’eroica impresa del quasi quarantenne Jimmy Connors che in rimonta batteva l’haitiano Ronald Agenor al quinto. Oppure rimanevi malissimo per qualche battaglia brutalmente segata, e ti libravi in pindarici voli di fantasia. Si arrivava a tragici 27-25 al quinto, capriole, risse, Johnny Mac che, nel pieno di una ispirata crisi di nervi, sgozzava l’inumano robot ceco e poi si metteva ad ascoltare musica sinfonica tra gli applausi del pubblico e gli infermieri.
Scordatevi le tecnologiche modernità, era praticamente altra era. Verbo e sostantivo. Alle 19,00 in punto la Eri-Eiar doveva lasciare spazio al notiziario tg o ai cartoni animati. E peccato se si mozzava un’appassionante battaglia sul 4-4 del quinto set. Si poteva, al limite, fare una patriottica eccezione al tassativo palinsesto, se sul centrale vi fosse stato un italiano in missione di conquista straniera. Tolto il citato caso di Canè, mai. Il tennis seguito in questo barbaro modo primitivo, lasciava sconcertati. A meno che non si volesse tramutare l’orrore in qualcosa di creativo, con le immaginazioni drogate di cui sopra.
E mentre scorrono nella mente obnubilata dal vino scadente, conchiudi il ragionamento con una massima di antropologia applicata alla botanica: Il mondo è cambiato in modo impressionante se si pensa che ora, con una modesta connessione internet, si può tranquillamente seguire un Itf, o le qualificazioni di un challenger delle Martinica.
A cosa serve questa lunga e (immagino) noiosa cappellata (versione allargata del famoso "cappello") da vecchio bacucco nostalgico? Ad un beneamato cazzo, credo. Solo che la notizia della Eri-Eiar nuovamente in pista nel tennis che conta, mi ha traumatizzato. All’apparenza non sembrerebbe certo un male, visto quanto ci si è lamentati per la sua ultradecennale latitanza. Ma, c’è un ma. Un “ma” agghiacciante. Provo a chiedermi, perché. E la risposta è ben evidente. I lungimiranti vertici di Viale Mazzini a questo giro non vogliono farsi trovare impreparati, ricadendo nella figura da cioccolatai fatta lo scorso anno e nel 2010. “Se la Francy nostra arriva ancora in finale che facciamo?”, si saranno detti. Comperiamo i diritti della finale all’ultimo secondo a prezzi esorbitanti con tanto di epica presentazione in stile kolossal con la voce da peperino adenoideo di Fabretti sulla colonna sonora de “Il Gladiatore”? No, basta improvvisazione, meglio essere previgenti. Tanto la Francy farà un grande Roland Garros, ne sono certi. Potrebbero avergliela tirata in modo clamoroso. Vedermo. O magari l’italiana ormai a livelli di tennistico lamento calante, non ha nemmeno di bisogno di simili jatture.
E dunque, come si faceva coi temi di quarta elementare, occorre una bella conclusione. Una conclusione forte. La conclusione è tutto. Eccovela: Non basta mica comprare i diritti di una trasmissione sportiva, per fare il bene di quello sport. Ma bisogna soprattutto servirla in modo dignitoso. Con commentatori competenti e copertura decente. Altrimenti è uno sfregio ulteriore, più grave del silenzio. E visto che mancano due mesi soltanto, sarà difficile sfuggire alle solite aberranti farneticazioni cabarettistiche del duo Grande/Fabretti o ad agghiaccianti differite dei match degli italiani. Si accettano scommesse. Benedicendo in anticipo Sky, Eurosport e i pirateschi streaming selvaggi.

lunedì 19 marzo 2012

ATP MASTERS 1000 INDIAN WELLS - FEDERER, L’UOMO SOLO AL COMANDO



Pagelle e somme vaccate travestite da considerazioni, sul Master 1000 di Indian Wells appena conchiusosi. E dintorni.

Roger Federer: 9. Torneo straordinario il suo, con picchi di tennis assolutamente marziano ed inarginabile. Più che la finale con un sorprendente John Isner, il piccolo grande capolavoro lo fa giocando due set deliranti, di folle dominio, nella semifinale con Rafa Nadal. Stende il maiorchino sua storica e furente nemesi tennistica, dalla prima all’ultima palla, in perenne attacco danzante, senza mai consentirgli di entrare in partita. S’appisola solo sul finale, quando quasi consente allo stordito spagnolo di rientrare. Quasi, perché dalla tormenta abbattutasi nel deserto californiano, lo svizzero esce da assoluto dominatore. Lo sappiamo. Non è certo una novità. Federer esprime ancora un tennis stellare, di brutale bellezza. A 31 anni come a 25. Rimane però difficile ed ardimentoso  pensare che possa rimanere sulla stessa soglia di rischiossimo tennis d’attacco per tre set di fila. Nadal e Djokovic, irriducibili e mostruosi combattenti, spesso sono risusciti, sfruttando le regali pause elvetiche a condurlo nell’atroce pugna. E da quella plebea palude, volendo spesso fare a braccio di ferro coi due, Federer ne è quasi sempre uscito con le ossa rotte. Laddove i suoi due giovani avversari si ritrovano a dover fare i conti da ragionieri e centellinare le energie fisiche per non arrivare stremati agli impegni di Parigi ed al doppio appuntamento londinese, lui che invece non è vittima di esasperazioni fisiche di sorta, si ritrova nuovamente da solo in fuga. Col suo bel tennis naturale. Come più si addice al personaggio.

John Isner: 7,5. Protagonista inatteso, questo gigante americano dedito ad uno strambo basket-tennis. Intendiamoci, il pivottone yankee che sembra uscito da un demente film sul college americano di Ben Stiller (tra l’altro ospite d’onore di Nadal, in tribuna), è l’autentico ammazzamento di ogni estetica. Un vile stordimento nefasto e doloroso, che ti fa gridare pietà ad ogni goffo e pesante caracollio in avanti. Ma il gigante buono ha anche un gran cuore e coraggio fuori dal comune. All’enorme vantaggio di poter servire delle mine anti-uomo dall’alto del suo grattacielo, fa da contraltare la difficoltà di portare quei due metri e spicci a spasso per il campo. Indovina una settimana eccellente ed una prestazione al limite dell’eroismo, per battere Novak Djokovic, guadagnandosi la finale di un Masters 1000 e l'ingresso nella top 10. Una cosa da non credere. Alle devastanti mazzate di servizio, i dirittoni anomali da fermo e volée abbrancate aprendo le ali da condor, abbina un rendimento nettamente migliorato nello scambio e recuperi che hanno dell’incredibile. Non riesce a ripetersi in finale contro Federer, ma sarebbe stato troppo.

Rafael Nadal: 6. V’è un non so che di lieve, e godereccio sollevamento dello spirito, nel vederlo impotente. Mai in partita, sbatacchiato da un angolo all’altro del campo come normale pungiball. Senza che l’altro si rattrappisca per sfinimento al quarto colpo vincente, perché al terzo l’ha già steso come si fa con un geco bagnato. Rafito allarga le braccia. Teatrale, stizzito e polemico con lo zio Toni che probabilmente lo invita a fare qualcosa. "Facci qualcosa, perdio!" Cosa? Mistero. Magari serve&volley come Edberg? Congegnare quello strambo progetto di rovescio con gesto meno ampio, stile Connors (ugual-uguale)? Allarga ancora le braccia, sembra addirittura deciso a rispettare il regolamento. Tra un punto e l’altro non fai più in tempo a caricare la moca, bere il caffè e fumarti una sigaretta. Ma solo a caricare la moca. Bando, come lui stesso ha detto, all’elasticità d’interpretazione, onde consentire match bellissimi ed appassionanti. Sempre lui, lo dice. Stavolta, guardingo, evita di concludere che, se volevamo sollazzarci con del gran spettacolo, dovevamo accettare che Ben Johnson ingurgitasse plutonio o che Contador mangiasse le sue bisteccone al nandrolone. Rispettoso delle (sue) regole, Rafinho fa la danza della pioggia. Recupera uno dei due break di svantaggio nel secondo, quasi ci spera. Chiede il permesso-pisciatina, proprio prima che l’altro vada a servire per il match. Arriva a 15-30. Davvero ci crede. Lo scroscio di pioggia arriva e lui, solerte come un demonio, chiede la sospensione sul match point. Conosce i suoi polli, Rafaelito. Sa bene delle fragili meningi monarchiche. Che ci vuole poco per indisporlo, minarne le sicurezze, buttarla in gazzarra e vincere. Solo che stavolta il film è un altro. Lo scroscio passa, Federer entra in campo e piazza un ace. Amen. In sintesi, Nadal non è apparso nelle migliori condizioni, ma è sempre lì, pronto a sfruttare ogni spiraglio.

Novak Djokovic: 5,5. Come un’auto con motore depotenziato, ad Indian Wells elargisce agli astanti un tennis chiaramente inferiore rispetto ai picchi sovrumani esibiti a Melbourne. Anche i mostri hanno le loro pause vagamente umanoidi. Perde da Isner in semifinale. Quando le gambe non girano, ha poco altro di tennistico da inventarsi per spostare l’armadio ambulante yankee. Specie se questi serve in modo impressionante, sbaglia niente e regge decentemente dal fondo. L’impressione è che stia centellinandosi per non arrivare già morto a Parigi e per il doppio impegno di Londra, è forte.

David Nalbandian: 6,5. Protagonista inatteso, il pantagruelico argentino biondo. Nel circuito ce ne saranno, ad esagerare, due o tre con un talento naturale paragonabile al suo. Di panza, forse nessuno. Credo solo Adam Kellner. Ogni tanto se ne ricorda, tra guizzi e magheggi, nasconde palline ed inventa geniali parabole che sono assoluta delizia per le fosche pupille avvinte dall'alcol. Peccato solo che a trent’anni, colpa atavica indolenza e rigetto assoluto per fatica ed atletismo di sorta, il flaco argentiono si limiti ad estemporanei exploit. Il tempo che andassi a stappare una birra, recupera un match già perso con Jo Tsonga (5-), sotto 3-6 4-5 e palla del match. Lotta come un lezioso leone obeso anche contro Nadal, ma cede alla distanza.

Andy Murray: 4. Versione riottosa ameba morta, cede a Garcia Lopez (6, via), surreale spagnolo che per inspiegabili ragioni ogni tanto regala scalpi eccellenti. Sempre più increscioso, il rendimento dello scozzese. E surreale il rapporto con coach Lendl, intento ad allenarsi per il tornei del "champions tour" mentre il suo pupillo annaspa  in un Masters 1000 come pesce in barile. Ma che chiamasse Johnny Mac, a quel punto. Almeno lui i tornei dei veterani li vince.

Tommy Haas: 6,5. In pochi mesi questo 34enne tedesco “padre e ancora tennista”, dopo esser stato fermo per oltre un anno causa bacino smontato, è riuscito a guadagnare 750 posti in classifica. Risorge, delizia il ristretto pubblico del “challengerone” di Dallas facendosi tecniche beffe dei vari Seppi, Mahut e Muller. Poi entra in campo, effettua il palleggio pre-semifinale, prende il microfono dell’arbitro e comunica al drappello di spettatori: “’O nin poss più”. E se ne va, col volto larmante, salutato dal malinconico saluto del pubblico.

Frank Dancevic: 7. Comincio a credere che i miei riti propiziatori portino buono. Che l’ispirazione divina degli Elohim sia con me. Dopo Romina Oprandi, spinta dal numero 380 al numero 56, Maria Josè Martinez Sanchez portata dentro le prime venti ed alla vittoria a Roma, McEnroe sapidamente sospinto prima dei match con Muster e Larsson, ecco Frank Dancevic. Mi ero speso in una sua melancolica elegia solo qualche giorno fa, dopo averlo visto nel primo turno di qualificazioni. Poi quelle qualificazioni le supera e non solo, vince addirittura il torneo, a suon di servizi e goduriose parabole sviolinanti. A tratti sembra non generare più quelle pazzesche sciabolate di qualche anno fa, colpa di un fisco menomato. Ma in modo depotenziato e correndo meno rischi, qualche soddisfazione può ancora togliersela, battendo diversi muratori da top 100.


venerdì 16 marzo 2012

SE QUESTO NON E' UN GENIO



Uno strabico sguardo sul tennis. Stamani mi scopro empio e gnudo bruco. Debitore di qualcosa, verso il mio vasto pubblico amante di ludiche cazzate. Di una dotta disamina su Sara Tommasi, forse? No via, ci sarà tempo per sviscerare qui o in altri lidi cosa sarebbe successo senza l’avvento dei tecnici. Avremmo avuto la lucidissima, sobria e competente bocconiana al Ministero dell’Economia. Questo è certo. Si sarebbe contesa la poltrona con l’altra prodiga, instancabile e virtuosa bocconiana, Nicole Minetti. Altro che crisi, default e spread. Un paio di boccagli elargiti a mummie sparse qui e là, e si volava fuori dalla crisi.
Dimenticate l’atroce scucchia pizzettata di “Aigor” Djokovic che gioca, scherza e lascia un set a Pablo Andujar, terricolo di seconda generazione, di quelli che hanno un gran servizio e colpi che fanno male (ma non ditelo ai terraioli italiani, che s’offendono). Ci sarà tempo prossimamente anche per ciancicare sui fastidi di un Federer che deve rimontare un set al martello pneumatico mancino Thomaz Bellucci. La vittoria finale se la giocheranno loro due, assieme al solito Nadal, con Del Potro e Nalbandian a fare da guastatori. L’uomo de gran panza, in particolare, magheggia da par suo rendendosi autore di una rimonta leggendaria su Tsonga, manco fosse Houdini. Non voglio nemmeno contar balle sul vecchio Tommy Haas, che come bibbia tennistica prescrive, nel caso in cui riesca a rimettere insieme i cocci di un fisico da reduce di guerra, un Seppi a caso se lo beve come un ovetto, nove volte su dieci. Ancora. A 34 anni, come a 42. 

Il discorso sull’anzianità mi riporta di filato a Stoccolma. Il torneo dei veterani scorre via, non senza qualche sorpresa. Inatteso protagonista è il padrone di casa meno quotato, Magnus Larsson. Potente, e con una carriera alle spalle buona ma niente di più. Al più me lo ricordo giocare ad Amburgo un match circense contro un Noah istrionico quasi ex. Come spietato esecutore, Magnus giunge alla finale facendo fuori in serie Goran Ivanisevic, Wayne Ferreira e la leggendaria icona tennistica di Svezia, il ben più quotato Stefan Edberg, superato solo 10-8 al terzo. Ora in finale, per lui, la sagoma agitata di John McEnroe. Il 53enne genio folle che con zaino a tracolla e giovanile tutina grigia col cappuccio, lo scruta abbozzando un luciferino sorriso di paraculeggiante sarcasmo. E poi invita le sue 75enni supporters che esalano gracchianti risolini, ad ulteriore sostegno.
Il genio non ha nessun problema per stendere a suon di rasoiate, ricami e parabole deliranti i vari Pat Cash (ormai il pirata aussie se lo sogna anche di notte) e Michael Pernfors, mister smorzata e finalista di un Roland Rarros contro Ivan lendl. Ma il vero capolavoro che gli vale la finale, l’eroe americano, lo confeziona contro Thomas Muster. Thomas chi? Sì, proprio lui, il vecchio leone sdentato austriaco. Quel signore che a 44 anni, con barbetta incolta da Russel Crow e fisico gladiatorio, lo scorso anno ha giocato nel circuito professionistico mischiato a giovanotti di venti/venticinque anni più giovani. Tentativo non ancora del tutto esaurito, ma che gli ha portato due vittorie in un anno. Scrissi qualcosa qui, sul folle e comunque fascinosamente irrazionale tentativo. Perso in partenza. Mi sbilanciai sul triste destino che lo attendeva. Per quanto tirato a lucido, un ultra quarantenne tennista che basa il suo gioco sulla pressione martellante e sul fisico, finirà spesso per soccombere in modo irrimediabile, con un top 300 che ha la metà delle sue primavere. Non ci vuole certo una laurea in materia per comprendere come un tennista dai colpi più naturali e meno dispendiosi avrebbe avuto più possibilità. Nove volte su dieci, McEnroe anziano ha più chance di competere coi giovani, di un Borg o un Lendl. Così come Tommy Haas o Stepanek, rispetto ad un Robredo. Nalbandian o Federer rispetto a Ferrer o Nadal. E’ logica. E’ scienza applicata alla balistica tennistica che prova a spiegare cos’è il talento naturale. O cos’è una donna che sa ben aggiustarsi una gonna mentre accavalla le gambe, non ricordo.
Molto benissimo, allora. Ieri la prova evidente. Johnny Mac faccia a faccia con Thomas Muster sul parquet di Stoccolma. Ed è un dominio folle, esagerato. Solluccheroso show di marzapane, stelle cadenti, virulente cascate di meteore pazze e zuccheri filati. Bando ai nove anni di differenza, l’americano mette sul veloce tappeto scandinavo tutto il suo campionario di tennistiche delizie ancestrali. Ora rasoiate, ora stordenti tocchi. Piace ed entusiasma perché si vede lontano un miglio come non voglia rassegnarsi all’età che avanza. Arrogante come nessuno e con un ego levitante, grande quanto lo stato del Missouri. Ma allo stesso tempo ride di sé, creando un effetto comico. Trovatene un altro che racchiude queste grandezze. Mette una maglia verde iridescente, come quelle dei ragazzi. Per sentirsi ragazzo. Proprio lui che da ragazzo sgominò le incensate ed imbiancate mummie stantie del tennis. Thomas annaspa, rantola come felino ferito. I suoi colpi arrotati sembrano fermarsi nell’aere, fluttuare orrendamente e stopparsi come nell’ambiente impressurizzato di una navicella spaziale sulla luna. Colpi smussati simili ai canini ormai consunti di un leone anziano. La pallina frulla impazzita lasciando a John il tempo di aggredirla, come una belva che ha conservato intatta la sua artigliata. Un trionfo di stoccate volanti, carezze ed esultanze da leggenda. Si poteva sperare in un match equilibrato, addirittura una vittoria certo, ma un dominio simile alla vigilia appariva davvero troppo. John continua a seguire il servizio a rete, azzannandola quasi. Implacabile, in battuta, con quelle parabole mancine che sono storia di questo sport e che Muster (carente in risposta anche da giovane) nemmeno fa in tempo a vedere partire. Mettete insieme Seppi, Starace, Fognini, Volandri. Non arrivano al servizio del 53enne Mac.
Domina Supermac, ed alla fine stravince. Un sontuoso 6-2 6-2. Sorride compiaciuto, saluta il pubblico e si lancia in mirabolanti dichiarazioni. Una su tutte: “Ho giocato il mio miglior tennis degli ultimi 10 anni.”. Non male, non male. John McEnroe rimane qualcosa che non è tennis, ma sta sopra il tennis. Lo guarda dall’alto, ancora, racchiudendone ogni possibile concetto. Ed ora Larsson, una quindicina d’anni più giovane e quasi impossibile da battere.
Ma mai mettersi contro un genio, mai…



Post scriptum: "Mai mettersi contro il genio. Che in combattuta finale la spunta in tre set 6-3 3-6 10-7. Mai mettersi..."

mercoledì 14 marzo 2012

FRANK DANCEVIC, INFERMA DELIZIA DA NICCHIA RACCHETTARA


Una tranquilla serata d’oppio tennistico. Provo nervosamente a trovare un lacero streaming di quello che secondo me è l’evento più importante di questo inizio stagione: La tappa scandinava del “championstour”, a Stoccolma. Si vuole anche provare a discutere? Johnny Supermac, Stefan Edberg, Goran Ivanisevic, Pat Cash. Per l’inossidabile genio mancino il vero ostacolo verso la finale è Thomas Muster. Se il tappeto è veloce, il serve&volley del 53enne yankee può anche infastidire l’arrotato tennis spuntato dell’austriaco. Lo stesso che voleva ritornare a competere coi ventenni e che fino a pochi mesi fa ci ha regalato indimenticabili ruggiti in derby della savana con Di Mauro e co. Venderei al mercato della pulci una dozzina di milioni di cellule neurocerebrali (capirai…) per vedere il confronto, ma temo non si potrà.
Assai deluso, toccherà solo immaginarselo. Esercizio utile, a volersi consolare, per allenare un qual certo genio creativo. E lo sappiamo che a me dovevano dare una cattedra accademica ove insegnare a giovin capre i segreti della “scrittura creativa”. Il sito “bettistico” regala però un’infinità di tornei e incontri. Ci sono i professionisti che si dimenano nel rarefatto deserto californiano di Indian Wells. In un picco di misoginia tennistica ci negano la visione dei donnoni in gonnella, mostrando solo gli ominidi in mutandoni. Ad ogni modo, Masters 1000 letteralmente minato e stravolto dal morbo intestinale che ha colpito diversi atleti. Cagotto e nausea. Primo a beccarlo, manco a dirlo, “vomitino” Seppi. Tra sbocchi vari, fuori Murray, ma non per colpa del virus, semplicemente trova una giornata da anatra svagata. Già a casa, superfluo rimarcarlo, tutti gli italiani ardimentosamente giunti in America malgrado il fastidioso viaggio intercontinentale.
In realtà poco mi avvince questo torneo, cerco grandezze nascoste. A Dallas si radunano i prematuri ritirati di Indian Wells e quelli che non avevano classifica per entrarvi. Trasmettono addirittura le qualificazioni. L’ambiente è meraviglioso. Cinguettio sollazzante dei cardellini texani a far da colonna sonora. Sul cemento color apparato funebre del piccolo catino, ecco un match epocale: Frank Dancevic opposto a Maxime Authom. Lo sanno tutti, ho un debole che rasenta l’omosessualità tennistica per il canadese infermo. Ormai è perso per le grandi platee, ma è riuscito per quasi miracolo a rientrare tra i primi duecento. Schiena divelta, fisico cigolante e mente assente, prova qualche buon risultato nei tornei minori o l'eroica qualificazione negli slam (lo scorso anno, quattro su quattro). Solo un paio di settimane fa a Wolfsburg si è consegnato all'immortalità tennistica abbandonando il campo e ritirandosi sotto 7-6 5-3 40-0. Ma il braccio sior-siori, che braccio. Sciccheria, delizia e spreco. Per quegli eunuchi e repressi patrioti dannunziani che intravvedono persino nel pim-pum-pam di Bolelli del talento…beh, si prescrivono due ore di Dancevic a settimana. Per via rettale.
Bastano un paio di scambi di un primo turno di qualificazione challenger, per ritemprare anche il mio malandato e bistrattato spirito, facendomi dimenticare semi finali e finali di slam sempre più simili a truculente lotte greco-romane tra storpi mostri partoriti dalla mente malata di Stephen King. Ci si accontenta di poco, insomma. Un rovescio divinamente sviolinato dal canadese, un approccio contro tempo e volée ri-ri-controtempo per chiudere con stop volley di dritto. O altro rovescio sguainato che viaggia a velocità siderale, lasciando l’altro di sasso. Lo vedi e lo palpi nitidamente il fascino, il talento di cristallo. Come fai a non accorgertene? E come fai a descriverlo, povero pazzo? Impossibile. E’ come spiegare il fascino di una bella donna? più facile osservarla accavallare le gambe e tirarsi su la gonna, dando una svogliata boccata alla sigaretta. Lo stesso è nel tennis, ti basta vedere un colpo contro balzo. E Frank sembra davvero giocare tutto in mezza volata. Recupera le magagne di un fisico da invalido civile, di solo braccio. Tanto basta per venire a capo del belga, in tre tiratissimi set.
Sempre sui magnifici campi di Dallas c’è un altro primo turno (di qualificazioni) assai interessante: Il cementaro americano con t-shirt a giro manica Russell s’avventa senza pietà su tal John Nallon. E chi cazz’è? A saperlo…insomma, è un tipo che a 26 anni gioca il primo match professionistico. Temo (ed il pericolo è autentico) sia il suo primo match di tennis in generale. E’ inquietante, malgrado le telecamere fisse ci neghino un primo piano. Cranio bombato e luccicante, su un fisico quadrato da Tofting. E spero qualcuno se lo ricordi, Stig Tofting. Poi lo vedi giocare, ed è ancora peggio. Tiene a malapena la racchetta in mano. In due turni di servizio gli chiamano sei falli di piede. Fantozzi-Filini al confronto impallidisce. Bastano due scambi per farmi capire che al doppio sei-zero non v'è alternativa, occorrono invece tre games al sito, per levare ogni scommessa sull’evento onde evitare il fallimento epocale. Perché ci sarebbe da giocarsi i miliardi, sul doppio bagel. Russell, che avrà anche gli anni di Matusalemme, ma ancora si tiene a discreti livelli da top 100/120, sembra infastidito dal non potersi nemmeno allenare bene. Prova in tutti i modi a lasciargli un game ma l’eroe antico Nallon proprio non riesce a mandare la pallina di là.
Non è finita la giornata di gran tennis. Potrei tirare in ballo quel curioso affare di nome Marko Djokovic, fratello giovane di Nole, che ad ora di pranzo si rende ridicolo nel torneo di Sarajevo. Da lontano e con inquadrature fisse, sembra Nole. Identiche mosse urticanti, gesti, scenici caracollii, spalle scrollate, urla belluine all'angolo. Persino la racchetta sbattuta in terra con la stessa innaturalezza goffa. Poi però lo vedi giocare, e capisci che è di una povertà tecnica rara. Scannato da tal Albot (che Federer non è). Rimane lo stridore tra i gesti da campione affermato, e le palline sgozzate in un palazzetto deserto, su un tappeto luccicante che manco una palestra dell’ardimento da scuole medie. Evitiamo, allora, e continuiamo con lussureggiante serata del Picasso, alternativa alla visione di “porta a porta”. Oltre a Dallas, si gioca anche in Messico, a Guadalajara. Leggo qualche nome impegnato. Opto per Vasek Pospisil, rampante canadese già visto altre volte e destinato a buona carriera. Non dispiace, ma nemmeno m’entusiasma. Sa fare tutto, ma sembra troppo macchinoso. Ieri il match ha dell’inquietante. Innanzi a lui uno strambo botolo di un metro e venti scarsi per 123 kg, dall’immaginario tennis spumeggiante: Daniel Garza. Non sembra reale, quell'affare. Rotola e tira colpi come viene, a volte anche casualmente molto belli. Tra i non professionisti, dovrebbe spadroneggiare. L’altro, tutto impostato, spara terrificanti bombe, attacca in back come da manuale del tennis pag 23 versetto 2, mentre il nostro tappo messicano, ormai eletto idolo incontrastato di ogni era, annaspa. Grugnisce, urla come un pazzo strafatto di tequila, tira colpi alla sperindio. Ma rimane in corsa Daniel, anzichenò, vince il primo e regge alla grande nel secondo. 
Ad un certo punto si chiama un medical time out, a game in corso. Perché così gli piace. Pare gli sia finita la tequila e finché non arriva altra scorta, lui non gioca. Pospisil vorrebbe morire. Spiega ai messicani le regole del tennis, ma quelli mica capiscono lo anglese. Mica solo noi abbiamo La Russa. Il canadese si mette in mezzo al campo ed inscena un brioso teatrino d'ira schizoide. Fa la gallina, poi lo struzzo. Quindi attacca ad urlare come se richiedesse una camicia di contenimento. Credo vorrebbe morire, davvero. E’ contrario ad ogni legge fisica, questo botolo messicano. Uno speedy Gonzales obeso legato a doppio filo a Frank Dancevic (che batté in epico match di Davis. Pensate. Pensiamo, cos'è la vita). Ma serve molto meglio di Volandri e Fognini, dall'alto del suo metro e venti di statura. Il pingue peone se la gioca punto a punto, irrazionale ed incomprensibile. Rimane dietro sulla prima e segue la seconda di servizio a rete come un satrapo. Il giovane colosso canadese pare impazzire per davvero, dà i numeri manco fosse Berdych che guarda l'orrenda sagoma spiritata ed ispirata di Petzschner. Si chiederà: "ma com'è possibile che me la stia giocando in volata con questa cosa qui?". L’eroe messicano continua ad attaccare con furbizia encomiabile, ma finisce tristemente per soccombere allo sprint: 4-6 7-5 7-5. 
Ma di questo Daniel Garza ne risentiremo parlare. Non nelle cronache nere internazionali, si spera.

lunedì 5 marzo 2012

TENNIS TWITTER. L’ALLEGRO CINGUETTIO TENNISTICO


Durante l’ultima e concitata riunione del Cda (io, il pupazzo Gnappo ed il sempre foriero di allegre metafore e massime filosofiche, pizzicagnolo Arfredo), si è arrivati a considerare l’ipotesi estrema e rivoluzionaria: cambiare titolo al blog. Trovarne uno caldo, sinuoso ed affascinante. Questo, ormai lo sappiamo, non ha più quell’appeal utile alla bisogna, che riscaldi i cuori dei lettori e ci porti alla gioiosa remuntada. Il nuovo inno già c’è: “Andiamo racazzi, che siamo della libbertà e no del carcero”. Altra proposta, inoltrata dal solerte Gnappo, è stata quella di modificare radicalmente linea editoriale. Diventare indefessi baluardi dell’italianità e coriacei sostenitori, con piglio dannunziano, delle gloriose gesta racchettare italiche nel mondo intiero. Primo passo, cambiare foto: Al posto di Mac piazzarne una del sultano Binaghi, avvolto da un’abbagliante luce aurea e col fulgente cranio cinto da una corona d’alloro. Appena sotto, ad altezza pudenda imperiali, Barazzutto e Leonessa nostra. Sorridenti e grugnenti (“ahuiiiih”).
Il pizzicarolo Alfredo (ao’, Arfrè…con l’intercalare tipico der Dandi), sempre essenziale, ha conchiuso che per mangiare una pagnottella  con la mortazza a fine mese, non è necessario tutto questo. I lettori fuggiti via, con l’esaurimento nervoso, verso altri e rassicuranti lidi di morte letteraria, si riacquisiscono con una semplice ed agevole presa di coscienza: “Ao’, li lettori se stracciano er cazzo a leggette, mica t’ascolteno! Se rompono prorjo li cojoni. Più breve hai da esse, che la gente ‘ncià tempo de legge tutte ste frescacce!”. Come dargli torto. Se uno vuol leggere un libro (bello), va a comprarselo. Le soluzioni allora sono due: abbandonare il blog e dedicarmi alla stesura del mai iniziato romanzo dell’immortalità ultraterrena, “Quel rovescio di Mecir che mi masturbò l’anima”. Oppure cambiare effettivamente l’impostazione letteraria, rendendolo “twitteggiante”. Un allegro cinguettio di stronzate brevi. Senza prolissi e prolassi dementi. Poche ed essenziali verità, in stile ansa, che filano via veloci e nette, senza l’ammorbamento prosaico. La velocità è tutto. Vedrò, vedremo, notte tempo. Gnappo spinge per il romanzo, ma quello è un letterato. Per lo intanto eccovi alcuni fringuellanti tweet pio-pio da 12600 caratteri massimo.

@Federer. Due balzi nell’aere rarefatta. Il periodo che va dall’AO all’imminente uno-due americano (Indian Wells-Miami), si conclude con lo svizzero sugli scudi. In gran leggerezza e malgrado le primavere che avanzano, stronca le velleità dei vari Del Potro e Murray, aggiudicandosi i tornei di Rotterdam e Dubai. Che non sono Slam, non saranno nemmeno Masters 1000, ma sempre meglio vincerli che perderli, secondo il filosofo Max Catalano. Potrebbe giungervi la malsana e fuorviante immagine di un Federer ormai impegnato a raccogliere le briciole, spendendo inutili energie e vincendo laddove gli altri latitano. In senso lato, parrebbe così. Poi uno ci pensa e si comprende come Federer che pazzo non è (e men che meno convinto di non essere più il numero uno), mai rischierebbe di spremersi in inutili tornei di contorno compromettendo il suo reale obiettivo di fine carriera: Londra. In realtà, lo sa anche la gallina nell’atto di fare il mattutino ovetto, semplicemente, Federer spende meno di altri. Fatica meno per mantenere alto il livello di condizione fisica, non essendo costretto ad un tennis muscolarmente esasperato. Ecco dunque che mentre gli altri leccano le ferite, si ricaricano o pensano a scegliersi gli appuntamenti importanti, onde non arrivare stravolti e sulle ginocchia (rischiando anche di spirare) già a settembre, lo svizzero svetta egagro. Leggero, sereno, persino rilassato psicologicamente dal non dover dimostrare niente. Per quel poco che vedo, appare un Roger in condizioni lussuose, capace di esprimere il suo miglior tennis e raccogliere standing ovation degli emiri. Chiaro che poi quando gli altri due si presenteranno ben corazzati e pompati a mille, per lui diverrà difficile arginarli, specie nel tre set su cinque.

@Murray. Uguale a se stesso. Lendl o non Lendl, continua a rimanere quello degli ultimi anni. L’impressione è che gli manchi poco, pochissimo, per raggiungere il livello massimo. Uno dozzina di sedute da uno strizzacervelli o qualche giorno passato in ovetti impressurizzati, fate vobis. Batte Djokovic ed è poi asfaltato da Federer, a Dubai.
@Djokovic. Lo sciente caracollio.  Si limita a passerella di disonore. Basta per raggiungere la semifinale. Ma l’impressione è che sappia benissimo come muoversi e che quei picchi disumani esibiti nel 2011 non può reggerli per 12 mesi. Eccolo che passeggia e perde senza colpo ferire, manco fosse tornato quello maldestro e fisicamente vulnerabile del 2009/2010. Via, un par di sedute fiume nell’ovetto, e passa la paura.

@Rafito Nadal "e i francesi che s'incazzano (tattarattaz)". Iberico fermo ai box. Si gestisce anche lui, ahssì. E mica protestava a chiacchiere contro lo Atp per i troppi, logoranti, impegni. Quindi, quasi a dispetto, lui non giuoca e guarda. Però, coerentemente, organizza un’altra dozzina di esibizioni ed aumenta da 12 a 14 ore diurne l’allenamento lacera tendini. Che ci volete fare, vuole giocare di meno per non logorare le giunture. Ci ha mica un fisico eccezionale, lui. Riesce, Rafinho superman cagionevole, anche a giocare a pallone nella locale squadretta, tanto per riposarsi un poco. Ma questo coacervo di contraddizioni fa parlare di sé anche quando non gioca. Complici i “francesi che si incazzano” e addirittura l’indimenticato Yannick Noah (che improvvisamente scala di un posto la mia personale classifica dei favoriti di ogni era). Alludono, nemmeno troppo velatamente, all’utilizzo di doping da parte del satanasso spagnolo, come quel Contador recentemente squalificato dalle competizioni ciclistiche. Rafito reagisce stizzito, con virulenza sdegnata. Pare davvero il vecchio unto di Arcore, vittima di una congiura. Un vile accanimento degli invidiosi. Il grande statista, vittima di giudici bolscevichi, il nostro eroe racchettaro, di subdole insinuazioni. Rafa ci tiene ribadire d’esser soggetto a numerosissimi e fastidiosi controlli. Addirittura alle 8 di mattino, sorpreso vigliaccamente nel sonno dei giusti all'interno della bolla d'aria pura che guarisce da tutti i mali corporei. Ed un mese e mezzo dopo la conclusione dell’Australian Open, mica cazzi.
E’ limpido, il nostro eroe senza macchia. Reagisce in modo così scomposto che, come per l'unto satiriaco, non può che farsi credere. E per rafforzare la convinzione, nei nostri biechi animi ancora un poco perplessi per quel rarefatto sudore color blu cobalto iridescente che talvolta appanna il suo volto trasfigurato, si lancia a petto nudo a difesa dell’amico patriota Contador. “E’ pulito! Stanno attaccando tutto lo sport spagnolo, ma lo hanno condannato senza prove!”. Oddio, una prova di doping c’era. Bella  grossa. Con tanto di analisi ed ormone della crecita usato per i mutanti affetti da gigantismo rinvenuto nel sangue del ciclista. Solo che il pedalatore ha gridato la sua innocenza e continuato a correre per un anno. Ma non è che non ci fossero prove, sol perché lui sosteneva d’essere innocente. Sarà mica colpa sua se ha assunto ormone della crescita da una bistecca di carne contagiata? Una roba che fa impallidire anche la vicenda del bacio alla coca di Gasquet. Ma per il nostro eroe Rafa, che forse avverte la terra scottare sotto i piedi, l’attacco è vigliacco. La congiura, autentica. Come non credere alla contaminazione della bistecca. Del resto col tempo mi sono convinto che anche Lapo fu vittima delle stesse insinuazioni meramente indiziarie. Allusioni, soltanto. Mica si faceva di cocaina. Aveva ingurgitato delle bietoline di campo accidentalmente contaminate da purissima coca caduta da un aereo proveniente da Medellin. Falso anche che avesse il vizietto di andare a trans superdotati dedicandosi ad orgiastici riti sodomiti. Solo che ad ello, nell'atto si svolazzare sopra la Mole Antonelliana travestito da ralphsupermaxieroe, è finita la carica di criptonite ed è dunque gaglioffamente caduto sui ginocchi di un trans di due metri. Ed il viado, sorpreso, dichiarava stupito: “Uh, belo ragazo! Sei come Mahazu nostro? cinquanta l’ammore!”.

@Jurgen Melzer. All’improvviso l’incoscienza. Pazzo autentico questo austriaco pazzo. Affetto dalla pazzia dei pazzi. Omicidi. Dopo mesi di folle suicidio, simile ad un cavallo scosso (e pazzo) stende e roncola tutti a suon di terrificanti mazzate mancine. Raonic compreso. Se lo squilibrato tira schegge mancine, angolate e sulle righe, lo batte nessuno. Nemmeno Djokovic 2011. Si giocasse sempre a Mamphis, terra di Elvis the pelvis, laddove i Malisse battono i Roddick e i Picassi giunsero in semifinale.

@Ferrer. Un impiegato da numero 5. Non si scopre l’acqua calda. Tre tornei vinti nel 2012. 18 vittorie, una sola sconfitta (a Melbourne). Il migliore degli "altri". Numero 5 legittimo, per costanza. Ma, due volte su tre, i vari Del Potro, Berdych e Tsonga, nel match singolo, se lo sbranano. Vince a Baires ed Acapulco sgominando i connazionali Almagro e Verdasco (toh! Ritorna a vincere qualche partita). Quantunque mi incuriosisca assai il diciannovenne Javier Marti, visto tre minuti contro non-ricordo-chi. Una specie di godibilissimo ramarro mutante a metà tra Gasquet ed Almagro. Top 30 a fine anno. Segnatevelo.

@Pippo Volandri. Il prototipo vivente delle perizia dei tecnici italiani. Un solo colpo (il rovescio), naturale e molto bello. Gli altri due assenti, totalmente. E niente si fa per renderli accettabili. Proprio niente. Basta chiudere gli occhi e sperare che faccia tutto il rovescio. Fosse nato in Spagna o in Madagascar gli avrebbero allenato servizio e dritto, ora saprebbe giocare sul veloce e sarebbe top 30 da 10 anni. Ma qui siamo in Itaglia e speriamo nasca Federer sotto un fiorito pero. Un talento già pronto, bello e infiocchettato, sperando di non affossare anche quello facendo qualche aggiusto tipico. Pippo raggiunge una grande finale in Brasile, e se la gioca anche con Almagro. 


@Gulbis. E il ritiro preventivo. Finisce per perdere da Matosevic (Marinko) in un torneo che avrebbe potuto vincere col mignolo sinistro. La triste, pietosa storia di un talento pazzesco, di quelli che vincono slam, ridotto ad un nulla anacronistico. Manco fosse uno svogliato Marat Safin dei poveri agli ultimi mesi di una grande (quella di Marat) carriera. Ridotto com'è, perderebbe anche da Bolelli. Ed allora, non ci si deve sorprendere di una eventuale scelta (razionale nell'irrazionalità di fondo) paventata nei giorni scorsi: "Se in questa stagione non ci sarà una svolta nella mia carriera, potrei smettere.". La dimostrazione, una volta di più, di come il talento (vero e pulsante) nulla può senza testa, fame e conseguente voglia di soffrire. Le avesse avute queste cose, come Ferrer, a fine carriera poteva lucidare e titillare qualche coppa di Grande Slam. A caso.



Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.