L'OSSESSIONE DEL VECCHIO LEONE NOVAK DJOKOVIC
Foto di Vbrunophotog, Licenza Creative Commons CC-BY-SA 4.0
Mesi fa, quando ancora non avevo abbracciato il veganesimo, il mio macellaio di fiducia Luigi la Braciola, mi pose un quesito che dapprima mi sorprese, poi mi turbò un poco: "Mi spieghi perché sto Djokovic ti sta così tanto sulle balle?". Pur nella sua spartana schiettezza, la domanda aveva un suo fondamento. Farfugliai qualche banalità del tipo "Ma lo sai che l'odio è il più forte dei sentimenti, no?", poi presi le mie salsicce e me ne andai.
Ad oggi, posso affermare con certezza che Novak Djokovic, in questa fase della carriera da ossessionato compulsivo ai limiti della follia senile, mi attrae non poco. Abbinato alla presenza scenica di un personaggio che potrebbe tranquillamente essere scolpito a Villa Palagonia, la villa dei mostri, il suo delirio si rivela per me assai avvincente. Non nego che uno dei motivi per cui ho ripreso a scrivere qui è proprio questo. In attesa di sempre più scontate finali Sinner-Alcaraz, potrò mai scrivere di un Taylor Fritz col carisma di un carciofo bollito? Delle mirabolanti evoluzioni d'attacco in arretramento di Alexander Zverev? Nole, che si ami o che si odi, tiene vivo l'interesse, con quella utopica rincorsa allo slam numero 25.
Ciò premesso, avrò scritto migliaia di volte il perché non abbia mai trovato una benchè minima simpatia per il personaggio Djokovic. Non l'ho quando, ragazzino con tanti capelli a spina di riccio su un testone abnorme, fisico gracile e culo basso, si affacciò nel circuito. Una gioventù di buon livello, ma costellata da sceneggiate di dubbio gusto da malato immaginario, medical time out scorretti, con Marat Safin (in questi giorni in Australia versione D'Artagnan a far battere i cuori palpitanti delle Safinettes d'un tempo ormai divenute milf) a sculacciarlo.
Ad un personaggio che percepivo finto, si andava ad affiancare un tennis macchinoso: una versione implementata e ancor più robotizzata rispetto ad Ivan Lendl (arcinemico per eccellenza).
Poiché di tennis capisco poco e ancor meno riesco a prevedere il futuro, gli pronosticai una carriera discreta, di vertice, ma giammai da numero uno. Magari occasionale vincitore slam, di certo non seriale. Inavvicinabile, per classe e talento, consideravo Sua Divinità Federer. Altrettanto lontano Rafa Nadal, di cui non possedeva il carattere gladiatorio. Avrei scommesso una delle mie verginità sul fatto che non sarebbe mai riuscito a violare i (sempre meno) sacri prati di Wimbledon. E invece, lì ci ha messo le tende, senza pietà alcuna per le mie preziose illibatezze.
Con gli anni, mi sono dovuto mestamente arrendere all'orrore. Novak è stato fenomenale nel costruirsi, perfezionarsi, da vero scienziato balistico. Centimetro dopo centimetro, è riuscito a diventare una macchina quasi perfetta. Ha prima ridotto le distanze coi due, poi è riuscito ad agganciarli e batterli. Quando Roger ormai calava e Nadal passava più tempo in infermeria che sul campo, ha messo la freccia.
Inutile blaterare sul goat ed altre futili sciocchezze. Se il più grande di tutti è chi ha vinto di più, allora lui è il goat. Io ho una mia personale idea, secondo cui (anche numericamente) il più grande di tutti non è nessuno dei tre, bensì John McEnroe. Un giorno, se avrò tempo, alcol e salute, vi svelerò in base a quale strabiliante algoritmo ho maturato tale (definitiva) convinzione. Per niente di parte.
Djokovic resta il più vincente, ma non il più grande, non avendo lo stesso carisma di Nadal o l'ineguagliabile talento di Federer. Questo lo ha sofferto, lo ha notato sulla sua pelle, non godendo mai di un sostegno del pubblico paragonabile ai suoi due rivali. Dapprima provò a ingraziarselo con siparietti da finto simpatico. Poi, resosi conto che era perfettamente inutile, decise in vecchiaia di interpretare il personaggio di antipatico con manie di persecuzione. Goffamente finto anche questo. È sempre stata la mancanza di verità, ciò che me lo ha reso intifabile.
Il mio excursus nella vita di Nole, giunge ai nostri giorni. Ascoltavo a inizio Australian Open, con gli occhi sgranati, un'intervista in cui dichiarava, tra i brusii generali e sirene d'ambulanza in sottofondo, che non sarebbe lì a Melbourne senza la convinzione di poter battere ancora Sinner e Alcaraz. Voglio dire, a quasi 39 anni ritiene di poter battere due ventenni fenomeni che equivalgono ai rivali con cui quindici anni prima si divideva slam e titoli? C'è qualcosa di fascinosamente folle in questa ossessione. "Se sto bene fisicamente", conclude fatalista. L'unico problema, e qualcuno dovrebbe provare a spiegarglielo in qualcuna delle decine di lingue che mastica, è che se metti in pista due Ferrari, una del 1983 e l'altra del 2020, il risultato è quasi sempre scontato: se la prima è spinta al massimo per stare in scia dell'altra, a metà gara potrà avere problemi al motore, alla frizione, ai freni. Non è sfortuna. È il normale logorio del tempo, che lui pensa ancora di sconfiggere. L'unica speranza è che chi guida la Ferrari del 2020 vada a schiantarsi da solo.
Perché queste dichiarazioni? È pazzo o un lucido bugiardo? Siccome in questo 2026 ho deciso di trovare del buono in lui, penso sia adorabile pazzia. Perché un lucido sano di mente lo saprebbe bene, li odierebbe a morte quei due mocciosi, senza i quali avrebbe agilmente superato i 30 slam ridicolizzando le tremolanti mezze tacche di Zverev, Fritz o Shelton. Con Medvedev, almeno una volta, non ci è riuscito. Lo saprebbe bene che gli ultimi successi con Jannik e Alcaraz (che pure ha intortato a Melbourne di recente), risalgono a due o tre anni fa, al Master di Torino e alle Olimpiadi. Confronti che, se fossero stati al meglio dei cinque set, probabilmente avrebbe perso.
Essendo una persona di rara intelligenza, sa bene come l'unica possibilità di batterli ora non è più giocare al meglio dei tre set, ma negli slam al meglio dei cinque. Paradosso? No. Lucidità estrema, perché solo negli slam può accadere di tutto, un minimo dettaglio può portarli al ritiro, alla Ferrari fiammante che esce di pista da sola per un colpo di calore del pilota, e lui deve solo farsi trovare pronto come un satrapo. Tra gli slam, quello che meglio si presta a quest'ultima zampata da vecchio leone inconsapevole di esserlo, è proprio l'Australian Open dove, a causa delle temperature estreme, alla fine rischiano di arrivare in fondo gli unici capaci di deambulare.
Nei precedenti post, tra il serio e il faceto, ho narrato di nuovi specialisti all'angolo di Novak. Fra tutti, immaginavo uno stregone che, uno ad uno, facesse fuori i suoi avversari grazie a prodigiosi rituali voodoo. Ottavi: Mensik nella notte è colto da lancinanti dolori alla schiena. Quarti: maltrattato per due set da Musetti come un Laslo Djere qualsiasi, l'italiano si blocca. Tempo un game, si ritira per uno strappo.
Ora, avendo giocato la metà degli altri è in semifinale contro Sinner. Lungi da me fare una, inutile, disamina. Se Nole e quello sbatacchiato come bambola di pezza da Musetti per due set, non ha speranze. Temo un ritiro sul 6-1 3-0. Se invece lo stregone ha ancora qualche cartuccia, vincerà dopo il ritiro di Sinner, colto da visioni mistiche e improvvisamente convinto di essere un ballerino classsico. Poi in finale batterà Zverev che in precedenza ha battuto dopo 7 ore di battaglia un Alcaraz colpito dalla "sindrome della mano aliena" sul match point e costretto al ritiro.
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che Nole possa continuare per almeno altri 40 anni allora!!!
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EliminaGuarda, penso che questo sia davvero il suo ultimo anno. Già in caso di vittoria a Melbourne, l'avrebbe chiusa lì.
EliminaCaro,ma non mi scrivi niente sul resto del torneo?!?
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EliminaPubblicato il pagellame, Giuseppe.
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