SINNER RINUNCIA A MONTREAL E ALL'IRRIPETIBILE RECORD. PARTE LA POLEMICA PIÙ SCEMA DELL’ESTATE

 


Potevamo farci mancare l’ennesima, pretestuosa, a tratti ridicolmente rancorosa, polemica estiva su Jannik Sinner? Certo che no. 
Ciò che, una volta di più, mi salta all’occhio in queste ore, è un tristo paradosso. Il problema del tennis nel nostro paese, in passato, era quello di non avere giocatori competitivi, malgrado giornalisti di settore straordinariamente bravi e preparati, di ampio respiro internazionale. Gente da Hall of Fame come Gianni Clerici e Rino Tommasi, si ritrovava a descrivere, alla meglio, le gesta dei volenterosi Caratti, Canè, Pozzi. Ora che la fortuna ha fatto piovere dal cielo sulle nostre lande disperate un tennista-fenomeno assoluto, di quelli che nascono qui ogni centocinquant’anni, le sue imprese sono nelle mani sudaticce di giornalisti dal livello molto basso, a tratti scadente, con mentalità provinciale. Tranne due o tre eccezioni, ovvio, è gente della stessa risma di chi le derelitte storie calciofile. Quelli che, proprio in queste ore, stanno dando il meglio di sé nell’affossare un uomo integerrimo e competente, che il mondo ci invidia, come Paolo Maldini.
Perché la realtà è sempre una, e non cambia in nessun ambito. Quelli bravi non ruffiani, saranno idoli all’estero e criticati in Italia.

L’ennesimo linciaggio mediatico su Sinner non ha nemmeno quel barlume di logica dannunziana, quand’ebbe l’ardire di rinunziare a difendere l’onore della patria alle Olimpiadi e nella Davis. In quel caso, sembrava di assistere al sequel di “Fascisti su Marte” del genio Guzzanti.
Stavolta è tutto addirittura più surreale.
Ecco ora l’annoso dilemma, che tanto ha fatto perdere il senno (ad avercelo) ai nostrani commentatori:
Sinner deve giocare i due Masters 1000 americani rincorrendo il record di vincere tutti i 1000 stagionali, o puntare ad arrivare più riposato all’ultimo slam stagionale, evitando i coccoloni parigini?
L'altoatesino è uno che (assieme al suo staff) programma tutto nel minimo dettaglio, impara dagli errori e pone subito rimedio, nella tattica e nella programmazione. Quindi avevo pochi dubbi sul fatto che non avrebbe ripetuto lo stesso errore e, per non arrivare cotto a New York, rinunciasse a uno dei due Masters. Scelta dolorosa ma logica e obbligata (fors’anche dai preparatori). Non capisco cosa ci sia di così sconvolgente da allibire e far urlare al “record irripetibile a cui non doveva rinunciare”, "occasione storica” che giammai si ripresenterà.
Ora, occorre premettere due cose: 
1) Non gli mancava una sola vittoria, ma 4 (quattro. QUATTRO tornei). E malgrado lo reputino Jeeg Robot d’acciaio, non è detto riuscisse a vincerli. Anzi. Di cosa vaneggiano, dunque?
2) Ho i miei dubbi che questo “record” rappresenti qualcosa di storico, se non per i feticisti del genere. Di certo non per Sinner. Lo ha pure ribadito più volte in conferenza, se ci si sforzasse di ascoltare cosa dice.

Leggo un’altra barzelletta gratis: i “fab four” non avrebbero mai rinunciato, erano di altra pasta. Cioè, uno come Djokovic, così attento ai segnali del proprio corpo, avrebbe rischiato di andare in tilt per un record inutile e lontano da raggiungere? Sarebbero morti sul campo sì, ma per uno slam. O medaglia olimpica.
I 1000 valgono ormai poco o niente. A lui come ai veri top player, interessano i major. Qualcuno ricorda quanti 1000 ha vinto Sampras? Quanti Federer, Borg o Agassi? Forse nemmeno loro. Si sa alla perfezione invece quanti slam hanno vinto. Capisco che viviamo l’epoca dei giochi virtuali e della IA, ma alla fine è l’atleta a decidere per cosa farsi ricordare e della propria salute. In barba ai record che piacerebbero a noi, agli share televisivi e alle patrie da difendere.
Bene inteso che, se il nostro avesse giocato i due 1000 americani, restando senza energie a New York, gli stessi avevano già nel cassetto articoli pronti: “Scelta dissennata”, “Chi troppo vuole…ehehehe”, “Sinner perde un altro slam per colpa di un record inutile. Mentalità ridicola, mica come Nole nostro”, etc.

C’è però un altro aspetto, dai risvolti ancor più comici, in questa sbavante rivolta contro il pavido e dispettoso roscio snobba record. Per giustificare le critiche, si rispolverano alcune masterpiece: Jannik difetta di personalità. È uno che non ha carattere, che non trasmette emozioni. Che pensa solo a vincere (?!) in modo freddo. Ma finita la partita non c’è nient’altro. Eh, vuoi mettere un Sinner che invece conta barzellette sui carabinieri, faccia la donna baffuta in un circo, si accapigli con Sgarbi o con un criminologo pazzo in un talk di cronaca nera? Ah, che peccato pensi solo a giocare a tennis. Più che giornalisti, sembrano selezionatori del GF. Pensa che trauma: passare dal godere per un turno passato da Cipolla a Wimbledon ad uno che diventa numero uno al mondo, vince slam, pensa a vincerne altri sacrificando stupidi record. Vogliono un John McSinnerMarat. Magari, perché no, anche un po’ scemo. Altrimenti sai che noia, ridateci Fognini.
E allora inizio a pensare che non sia rancore e nemmeno incapacità tecnica. È proprio che non sanno come gira il mondo. Non hanno fatto il militare a Cuneo (cit.) o l’erasmus a Cracovia. E parlano a vanvera di personalità. Per come vedo io le cose, la personalità sta nel riuscire ad essere vincenti col proprio carattere. Discreto o esagitato. Federer o Nadal. Sampras o McEnroe. Poi può piacere uno o l’altro. Eppure, c’è ancora chi chiede qualcosa in più a Sinner, per mostrare “la personalità” (aridaje). Che magari faccia lo show in conferenza stampa mostrandosi entusiasta verso domande cretine. Che balli il tip tap sul tavolo con una mela in bocca. Spettacoli che manderebbero in sollucchero questi adoratori del cringe finto attoriale. 
Sampras e Edberg hanno mai lanciato provocazioni ad Agassi o Becker in stile Muhammad Alì, per dimostrare di avere carattere? No, quello erano. Due ragazzi introversi e rispettosi. E vincenti. McEnroe e Connors erano due canaglie, scorretti e sboccati. Questa era la loro personalità, in campo e fuori, e con quella hanno vinto. Non avevano bisogno di recite e finte conversioni all’ascetica sportività. Ve lo vedete McEnroe dire di Lendl “lui è meglio di me”? O fare l’elogio degli arbitri? Jimbo “il bastardo” che invece di rubare un punto, lo concede all’avversario? Rafa, Federer o Borg fare un balletto a fine match, per far divertire la gente (scema)? O Bublik che sul campo dileggia un avversario inferiore e fortunato, per poi riempirlo di mielosi complimenti in conferenza stampa? 
Insomma, la coerenza tra l’essere e l’apparire è un concetto tanto banale quanto ormai trascurato. A maggior ragione nell’era di Sabalenka e Djokovic, posso capire come il wrestling-tennis-dance a ogni costo, sia invece sinonimo di personalità trascinanti.
Penso infine ad un altro paradosso: vedi tu se tocca a me difendere Sinner quando, pur essendo italiano come me e facendomi molta simpatia, se affronta Bublik o Alcaraz, preferisco gli altri. Poi c’è chi non può dirlo apertamente, e s’inventa polemicucce d’accatto.


 


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