FOKINA E CHWALINSKA: DUE LAMPI NEL BUIO



Una sapiente analisi/autopsia a ruota libera delle ultime settimane di tennis. A Sinner piace la figa? I miracolosi flash di bellezza in oriente. 



L’onda lunga dei miracoli cinesi


Ineffabili luminari si domandano cosa fare per salvare un movimento che ha raggiunto il punto più basso: Davidovich Fokina vincitore di un Masters 1000. Pare, se ho capito bene, che la soluzione per evitare infortuni e forfait dei più forti, sarà aggiungere un altro Masters 1000 tra i cammelli e dare più petrol dollari ai migliori. Tipo: i lavoratori scioperano per ridurre le 8 ore di lavoro al tornio? i grandi capi la risolvono così: aumentano a 10 ore la giornata lavorativa, ma pagandoli di più. E quelli sono contenti.
Ma per fortuna c’è il campo. Ubriaco di viagra e champagne sgasato, ammiro il passante in back di un bimbo predestinato (a cosa, non si sa: oscilla tra nirvana e suicidio per overdose di oppiacei). Studio accuratamente il colpo di questo fenomeno francese impegnato nel torneo di Lione, che pare si chiami Felix Balshaw, e mi ricorda da vicino quelli di un tale Roger. O, se vogliamo alzare l’asticella, i rovesci scamosciati del poeta esistenzialista Kohlschreiber. Mi appare un sussulto vitale del tennis, mentre un macellaio esegue l’autopsia sul suo cadavere.
Ormai in trance e con la vista annebbiata come Fantozzi, riesco a vedere l’immarcescibile aura sacra di Richard Gasquet nella sciabolata di rovescio a una mano sfoderata da un ragazzotto teutonico. Quella inebriante sensazione dura dai quattro ai cinque secondi (tanto è lungo il filmato di tale Max Shoenhaus). Il ragazzo si farà, e diventerà top 100 entro il 2030, mi rivela un suo esegeta che ora vive in un manicomio navale a Prostejov. 
A Lione poi, più che un torneo di tennis sembra di assistere a una vendemmia, dove eroi locali ebbri di mosto danzano squinternati. Vedo tre ore di battaglia rusticana tra Moutet-Humbert, infermi fisicamente e cerebralmente lesionati, che si sfidano a uncinetto acrobatico.
Accade proprio di tutto in quel luogo magico e drogato di beltade tennistica. Sale in cattedra il 41enne Stan Wawrinka. Pieno di gerovital, Stan the man lotta come un leone e s’impone in tre set al giovane virgulto Landaluce. Perché la classe e la potenza sono le ultime cose che si perdono con l’età.

Davidovich Fokina imperatore d’oriente

A Shanghai nessuno si aspettava niente. Dopo l’exploit di Vacherot dello scorso anno, qualsiasi cosa sarebbe stata un upgrade di quello scempio.
Lo stato delle cose: Sinner ai box, protagonista suo malgrado di storie di gossip. Si è mollato con Laila e sta con una nuova modella? forse sì, forse no. Il problema è ben più grave della fastidiosa bandelletta: al ragazzo piace la figa. Alcaraz è tornato, ma malgrado il mustacchio à la Pablo Escobar, va ancora a due cilindri. Zverev il 2 novembre, tra mazzi di crisantemi e festosi requiem, diventerà numero uno al mondo. Ma ora è stanco di vincere in assenza dei più forti.
In questo mix tra cimitero e pronto soccorso, ci pensa Davidovich Fokina a ridare un sospiro vitale alla palla a racchetta. Vittoria meritata e proditoria. Per anni ho pensato che quel buffo ragazzino biondo/albino vincitore a Wimbledon junior potesse diventare abbastanza forte. Una scheggia impazzita. È andato anche oltre a quello che pensavo, a livello di classifica. Bei colpi, imprevedibile, divertente, completamente irrazionale e anarchico. Con un limite che spesso è un marchio a vita: l’indole da perdente nato, finto agonista, con i calzini spaiati come i suoi due neuroni. Sembrava nato da una scellerata notte di amor struggente tra Gasquet e Verdasco, per suggellare la pace dopo il famigerato diverbio (Bordeaux? vado a memoria). Però, dopomla nascita di questo bimbo biondissimo, molte malelingue parlarono di un possibile ménage a trois con Vera Zvonareva.
Fioccano le sconfitte, spesso inquietanti. La maledizione di 5 finali perse, l'ultima delle quali regalando il titolo a un serbo con la panza che sembrava reduce da una settimana all'oktoberfest (al secolo: Kecmanovic). E poi maratone slam vinte ma soprattutto perse, abbandoni, infortuni. 
I problemi del buon Fokina sono essenzialmente 3: il caos tattico, velocità da Willy il Coyote che vuole acciuffare Beep-Beep non supportata da fisico adeguato e la testa matta.
Quest'anno la svolta. Mollato dall'allenatore come un cane in autostrada, vince la prima finale sull'erba di Maiorca, poi la seconda a Chengdu. Fino all’exploit di Shanghai. 
Sfrutta assenze e stanchezze altrui e la freschezza datagli dal lungo stop, ma nulla toglie alla sua impresa. Si prende il titolo battendo i due più forti del torneo (Zverev e Jodar), e lo fa in un modo che va contro alla sua storia: in rimonta e persino con un accenno di sapienza tattica e gestione del fisico.


Chwalinska: l’ape Maja operaia illumina Wuhan


Mesi fa, dopo la sua magnifica cavalcata parigina, quando partendo dalle qualificazioni arrivò ad una storica finale, mi ponevo qualche domanda filosofica: riuscirà il delizioso scoiattolo polacco a ripetersi? Dopo la depressione e le traversie degli anni passati, entrerà in modo stabile tra le top? Sarà in grado di esprimere il suo laborioso e leggiadro tennis ricamato anche su superfici diverse dalla terra? La mia risposta, tranchant, è stata: e che minchia ne so io, chiedetemi qualcosa di geopolitica o fisica astronomica, ma il tennis è talmente imprevedibile che non si possono avere certezze assolute.
Mio malgrado, mi sono dovuto piegare ai giudizi netti di chi ne sa di più. Vuoi mettere, una come Roberta Vinci che ha fatto finali slam (battendo Sereeeeeena: il primo caso di una persona che sembra andata in analisi per una vittoria e non per una sconfitta) e vinto caterve di slam in doppio, qualcosina ne saprà. Durante il Roland Garros, assieme ad un impomatato commentante, sentenziò senza mezzi termini che la povera Maja, con quel dritto estremo, non avrebbe avuto possibilità fuori dalla terra battuta. Zero. Manco fossimo nel 1990 e parlasse di Berasategui. Pem: Chwalinska trionfa a Wuhan, Wta 1000. Sul cemento.
La stessa teoria fu espressa dalla bambola russa Anna Kalinskaya, famosa più per essere stata baciata dal semidio del tennis Sinner che dal dio vero e proprio, tanto meno per i risultati sportivi. Ridicolizzata a Parigi dal furetto biondo, piccata come una Sharapova senza averne l’aria, anelava una rivincita su una superficie diversa. Qualcuno glielo avrà fatto notare: il suo tennis povero risulterebbe inferiore anche sul ghiaccio o sulla pece.
Morale: anche chi gioca o ha giocato a tennis ad alti livelli, può sbagliare. Io stesso, anche se non ho fatto finali slam, ma una indimenticabile semifinale al circolo di Canicattì persa contro un 65enne zoppo, qualcuna l'ho sbagliata: nel 2007 pensavo che Djokovic non avrebbe mai vinto Wimbledon e che Shapovalov ne avrebbe portati a casa 7 o 8 (almeno). Morale 2: mi viene alla mente Marcelo Rios. Leggenda narra che oltre vent’anni fa un’azienda racchettara stesse creando i calchi con le prese dei grandi tennisti. Arrivarono al cileno, disturbato mentre sorseggiava un mojito. Lui li guardò male, stranito. Da dove escono questi? pensò. Cacciò un rutto, poi per accontentarli prese la racchetta: quale delle 1270 volete?
Ora, lungi da me voler paragonare Maja al balordo talento cileno, la morale è la stessa. Sobria, composta e tecnicamente variopinta, la polacca è una delle poche capaci ancora di vedere e generare tennis che altre non vedono e, tanto meno, riescono a creare. La terra resta la superficie che meglio si presta ad un tennis così leggero, fatto di top-spin, slice, drop shot, pallonetti liftati e volée, ma ciò non le preclude di giocarlo anche su altre superfici. Tanto più che ormai da anni non esistono più le specializzazioni, oltre alle mezze stagioni.
L’errore che molti esperti commettono è pensare che ormai il tennis monotematico dello spara e corri e urla sia l’unico possibile. Le catartiche eccezioni sono sempre più rare ma, per fortuna, resistono ancora. Vivaiddio.
Vincerà gli slam? diventerà numero uno. Non credo, ma tra le prime può starci e dire la sua, come ha dimostrato in Cina. A Wuhan sfrutta una fase di stallo in cui le più forti prendono il fiato, tra infortuni e patetici video tik tok, ma il titolo se l’è andato a prendere in modo ardimentoso. In semifinale non si impietosisce dello stato psico-fisico pietoso della connazionale-amica Swiatek, ormai diventata uno spettacolo angosciante. Emblematica è poi la finale con tale Sonay Kartal, inglese quadrata, più larga che alta e con bicipiti più grossi delle cosce di Maja. Il nostro scoiattolo la lascia sfuriare, resiste in modo sapiente ai suoi rudi colpi, prima di prendere il sopravvento mostrando tutto il campionario della casa.


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