domenica 5 luglio 2026

DIMITROV, IL POLSO BENEDETTO


 


Un mio maestro ripeteva spesso che, per distinguere un fenomeno da un giocatore normale, bisognava fare attenzione a una sola cosa: la racchetta doveva diventare quasi il prolungamento del braccio di un tennista. E io pensavo a un pittore intento a spennellare la sua tela, con movimento sinuoso e armonico. Sono riuscito a rinvenire quella caratteristica, in quegli anni, in McEnroe, Gattone Mecir e pochi altri. In tempi recenti, sua divinità eccelsa Roger Federer.
Ieri, guardando Dimitrov-Berrettini con il languido occhio sinistro, mentre il destro, più eccentricamente miope, andava su Bublik-Tiafoe, ho pensato ad un'altra sfavillante intuizione, non meno banale di quella del maestro. Grigor Dimitrov è uno dei pochi tennisti moderni capaci di far sembrare la racchetta un simbiotico strumento dell'avambraccio, ma è un'altra cosa a colpirmi maggiormente: il polso, con cui riesce a indirizzare la pallina quasi dando l'impressione di essere a mano nuda. Sgonfia bordate altrui, le addomestica e reindirizza con una sensibilità fuori dal comune. Scomodando Mario Brega, il suo è un polso benedetto, forte come il “fèro” e delicato come una piuma.
Mi rendo conto di non aver mai scritto in questo spazio un "ritratto" di Grigor, e forse lo avrebbe meritato più di altri. Agli esordi lo guardavo con curiosità mista a diffidenza, portandosi dietro il fardello di un nomignolo pesante: "piccolo Federer". Pensavo ad un fenomeno pubblicitario, pompato dai media avidi di trovare eredi di un Federer che non poteva durare in eterno. Un po' come si fa oggi coi vari Jodar e Fonseca, capottati ieri miserrimamente all'All England Club. Ricordava lo svizzero, al punto da ritenere che un novello Frankenstein lo avesse progettato nei minimi dettagli come una sua replica. Riuscita bene, ma non abbastanza. Talentuoso, elegante, completo, buono per ogni superficie, ma mai esploso completamente. Con gli anni mostra i suoi limiti, caratteriali e tecnici, non avendo quel colpo definitivo e "ignorante" con cui giocatori meno dotati hanno vinto slam e infastidito saltuariamente i Fab Four. 
Quella di Dimitrov resta una carriera che molti suoi colleghi pagherebbero per avere ma, date le pompose premesse, da incompiuto a grandissimi livelli. Mai riesce a scalfire il dominio dei tre cannibali davanti a lui, vincendo uno slam e nemmeno andando in finale. In una settimana di ispirazione celeste, nel 2017, vince il Master di fine anno, arriva al numero 3 al mondo. 
Negli ultimi anni, passati i trenta, forse esprime il suo miglior tennis. Ce lo ritroviamo lo scorso anno sul centrale di Wimbledon. Ha 34 anni, ma le rughe marcate da muratore bulgaro dopo una giornata di lavoro sotto il sole cocente, lo fanno sembrare anche più vecchio. Però suona e canta un tennis incantevole, con cui insegna tennis erbivoro niente meno che a Jannik Sinner. Danza e vola due set a zero, tra gli sbigottiti tifosi dell’italiano che si chiedono da dove esca fuori quel "vecchio signore" che si mette il cappellino al contrario come i bimbiminkia, cosa voglia, perché giochi in quel modo anacronistico e da boomer.
Tutto fantastico, fino a che servendo non si lacera i muscoli pettorali. Un infortunio tremendo, doloroso, proprio quando stava giocando come su una nuvola.
Lo stop, il crollo in classifica e un ritorno quest’anno infarcito di sconfitte che non lasciano presagire nulla di buono. Arriva l'erba, infida e salvifica. Va a giocare un challenger a Dublino, volleando su rigogliosi quadrifogli: vince un paio di partite con semi professionisti e cede alla mezza porzione di genietto incompreso Jaquet, poi un paio di partite a Maiorca. 
A Wimbledon gli organizzatori gli concedono un invito, perché ha un conto in sospeso con la sfortuna. Viste le ultime uscite, gli davo poche speranze. Solo ora capisco che il suo era un piano ben studiato, una marcia di avvicinamento per regolare i conti col destino cinico e baro. Manda a scuola di tennis erbivoro la pertica Mensik, domata in quattro set con classe e tuttocampismo da prati a livelli eccelsi.
Contro Berrettini però, la questione era più seria. Al di là di un destino diversamente uguale e beffardo, e un confronto tra reduci di guerra, l'italiano su questa superficie è ben più pericoloso del ceco. A Wimbledon sembra giocare nel giardino di casa. Il devastante servizio-dritto è ancor più letale, ed anche il suo punto debole (il rovescio), diventa arma decisiva, con back radenti che scivolano bassi sull'erba e sgusciano subdoli.
Il match si conferma una prevedibile battaglia equilibrata, a tutto campo. Dimitrov, quasi perfetto, scappa via due set a zero, tra tagli, slice e rovesci a una mano vincenti, risposte bloccate che diventano attacchi e blitz improvvisi a rete, palle sempre diverse, "strettini e backettini" seguiti a rete. Un campionario incredibile. 
Resiste al ritorno furente del bisonte azzurro mai domo, sotto lo sguardo serafico del "gordo" Nalbandian al suo angolo, talento bulimico e irripetibile, che mangiucchia qualcosa. Si arriva ad un quinto set in cui appare financo crudele che debba prevalere uno dei due. Entrambi, per motivi diversi, meriterebbero di continuare la corsa.
Berrettini pesta sodo ed è tatticamente inappuntabile, Dimitrov fa fondo a tutte le sue risorse, copre splendidamente il campo, si tuffa, cade, si rialza come un gatto e colpisce ancora: autentico stuntman, fa da fondo campo quello che faceva Becker nei pressi della rete sui sacri prati. Alla fine la spunta Dimitrov, ma sarebbe stato giusto un pari a i punti. 
Match bello, anche se non straordinario, che fa il paio con Bublik-Tiafoe, purtroppo concomitante. Due abbinamenti che sono quanto di meglio possa esprimere il tennis su erba attuale: niente più servizio e volèe, ma varietà di colpi a tutto campo. Quello tra l'americano e l'istrionico kazako, forse anche più istintivo ed estroso. I due però, lasciano da parte le proverbiali trovate clownesche e badano al sodo. Alla fine la spunta Bublik al quinto, bravo a giocare meglio i punti importanti. In particolare nel terzo set, quando annulla cinque set point e gioca un tie-break da giocatore serio.


Tabellone maschile allineato agli ottavi, non senza sorprese:

Sinner-Mochizuki 98/2. Adoro Shintaro, samurai mignon. E spero solo, da buon papà, che non si faccia male.

Struff-Hurkacz 40/60. L’erba, signori miei. Leggermente favorito il panda polacco sul pur valoroso e attempato panzer d’assalto.

Auger-Fokina 55/45. Il più solido (e noioso) canadese contro lo sfarfallante (e divertente) spagnolo atipico. Temo prevalga il male, come al solito. Over.

Djokovic-Safiullin 70/30. Sarebbe troppo ingeneroso chiedere a Safiullin, talento trascurato, un altro miracolo. Viene da sei partite (di cui tre al quinto, due delle quali al super tie-break e annullando match point). Obiettivo, portarla al quarto set e vedere.

De Minaur-Cobolli 55/45. Australiano leggermente favorito, ma solo per la superficie. Cobolli però se la gioca. Over ci sta.

Dimitrov-Fery 80/20. Se Grigor ancora ne ha, è grann favorito. Speriamo ne abbia.

Fritz-Bublik 60/40. Solita lotta tra il bene e il male. Aspettando che Fritz giochi una volèe, Bublik visto contro Tiafoe ha le sue possibilità.

Zverev-Lehecka 60/40. Favorito Zverev, ma può scapparci la sorpresa. Il ceco è la sua nemesi vivente. Rapido, baricentro basso, si muove e colpisce bene i rimbalzi bassi da erba.






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