Sfidando la puntura di una mosca cavallina che mi ha reso il pondulo del piede destro delle dimensioni di un Rocco Siffredi barzotto, vi scrivo quanto segue. Che poi me lo dimentico, tra cinque minuti.
Pensavo a George Foreman, quando ormai in età avanzata decise di tornare sul ring, a cavallo tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio dei ‘90. La storia, come ogni vicenda legata ai grandi ritorni, mi affascinò non poco. Avevo letto qualcosa su di lui. La leggendaria “Rumble in the jungle” a Kinshasa in Zaire nel 1974. La sfida con Muhammad Ali e centomila spettatori inferociti ad esortarlo: “Alì bo-ma-ye”, Alì uccidilo. Foreman era il campione in carica, un fisico imponente da statua greca e colpi terrificanti. In quello scenario rappresentava il cattivo, l'antagonista ideale e vittima designata per pellicole americane dal banale lieto fine. Non a caso, l’incontro ispirò negli anni a venire molti film e documentari.
L’esito è noto, Alì resiste, con la proverbiale e danzata arte di difesa simile a sberleffo e contrattacco. Lascia sfogare la furia di Foreman per otto riprese, fino alla fulminante combinazione vincente che lo manda al tappeto. La vittoria consolidò la leggenda di Muhammad Alì, sancendo invece la fine di Foreman, che praticamente smise lì.
Poi il ritorno, inatteso e spiazzante. Nessuno sguardo truce e muscoli d'acciaio: è un anziano signore dall’aria paciosa, pelato e fisico sfatto da Homer Simpson, che invece di 40 anni ne dimostra 65. Non è più quello che dopo la sfida a Kinshasa se ne andò a Parigi, dedicandosi all’unica cosa che gli interessava: scopare. Anzi, è diventato pure predicatore, dopo essere stato colto da un episodio di pre morte alla fine dell’ultimo match: Gesù in persona lo esortò a cambiare vita.
Convinto com’ero di morire a 27 anni come le rockstar maledette, vedere quel signore anziano salire sul ring mi metteva un po’ di paura. Soprattutto pensando a un paventato incontro con Mike Tyson, appena questi, ancor più inferocito dalla reclusione, fosse uscito di galera. Ma vuole farsi ammazzare? Pensavo che a 45 anni la gente fosse destinata ad andare in giro col bastone. Invece Big George, nel frattempo divenuto beniamino di grandi e piccini, proprio a 45 anni tornò campione del mondo.
Cosa c’entra questo inutile preambolo pugilistico col ritorno in campo di Serena Williams a Wimbledon? Boh, sarà il 45 che ritorna, essendo anche l’età di Serena. O forse per una frase di Rino Tommasi, a proposito del rientro di Foreman: la potenza è l’unica cosa che non si perde con l’età. Ebbene, anche Serena non l’avrà persa. Il tennis però, magrado alcune volte ci somigli, non è boxe. Non puoi buttare giù l’avversario dopo due giochi. Devi stare lì, correre e soffrire almeno due set.
Mi viene poi alla mente un’altra cosa, una delle tante frescacce che, a causa della morbosa passione per le iperboli, mi scappò anni fa: Serena Williams, se vuole, contro queste avversarie, potrà continuare a vincere fino a 50 anni. E allora non dovrei avere nessun dubbio, visto che ora di anni ne ha 45 e nella wta, se possibile, il livello è ancora più infimo. Eppure, ho delle sensazioni contrastanti.
Stanotte, ebbro di un cretino romanticismo, ho pensato che la pluricampionessa americana si è messa in testa di entrare nella storia (ancora più di quanto già non lo sia). Stravaccata sul divano con la figlia e il plaid scozzese sulle ginocchia, mentre guardava la finale di uno slam femminile a caso, si sarà detta: ma io queste le batto anche da bendata e in ciabatte rosa. Che davvero le sia balenata la folle idea di vincere un altro slam.
Sappiamo quanto sia demenziale la storia dei goat e la sterile enunciazione dei numeri senza interpretarli, che vorrebbero Serena dietro Margaret Court Smith (24 slam vinti contro 23). Senza contare che (come sottolineato dalla sempre più iconica Danielona Collins), una dozzina di slam vinti dalla Court in Australia erano poco più che un attuale wta di Palermo. Serena è la più forte di sempre, ma potrebbe essere stata colpita dal morbo di Djokovic. Magari senza gli stessi livelli di ossessione compulsiva o nascondendolo meglio, chi lo sa.
Certo che, vedendo finaliste di slam come Paolini e la ricamatrice Chwalinska (con tutto il bene che si vuole alle due eroine), e tremolanti plurivincitrici che fanno i record di bagel ricevuti o hanno paura anche della loro ombra, un dubbio può esserle venuto. Se ha fatto incetta di slam tra un impegno pubblicitario e l’altro, senza allenarsi o quasi, scendendo in campo sovrappeso o (narrano le leggende) alticcia, magari a 45 anni, preparandosi seriamente potrà vincere ugualmente. Del resto, la potenza è l’ultima cosa che si perde con l’età (cit.) e lei ha quasi sempre giocato da ferma. A vederla nei due incontri di doppio giocati alla chetichella, non sembra aver dimenticato come si colpisce. Il dubbio è quanta voglia avrà veramente di provarci.
In mattinata invece, prevale un più arido sentimento di cinismo. Figlio anche del ritorno di Venus, che dopo l’entusiasmo iniziale ha inanellato una decina di sconfitte in serie. Forse il suo come-back è figlio esclusivamente di esigenze di marketing, farsi vedere per alimentare le sue attività. Del resto, anche Foreman era rientrato per i soldi. Dopo aver bruciato milionii, voleva fare un match al mese e con i guadagni finanziare l’istituto che aveva creato. Solo successivamente divenne imprenditore di successo con la salsa bbq. Serena è arci triliardaria, potrebbe mollare tutto, comprarsi le Hawaii e viverci sorseggiando gin tonic. Perché oscurare l’immagine sportiva con una comparsata, al rischio di perdere contro una birmana qualificata?
E allora prevale una terza via. Quella che, essendo oramai democristiano della corrente demitiana, tendo a preferire. Rientra per motivi pubblicitari, certo, ma è anche abbastanza conscia che, visto il livello generale, con un buon tabellone, qualche partita potrà vincerla. Insomma, torna per gli sponsor, poi si vedrà come funziona. Magari con l’idea di chiudere tra due anni vincendo una medaglia in doppio alle Olimpiadi a casa sua, assieme a Venus. Che sarebbe la degna chiusura di una storia irripetibile.

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