L’AVVENTO DI FEDERER: QUANDO ROGER SI MANIFESTÒ AGLI UOMINI
Fugace e nostalgico ricordo dei primi anni di Roger Federer tra le umane genti “racchettare”. Dalle prime misteriose apparizioni, fino al Regno di Re Roger I (2004-2007). Un dominio assoluto e senza rivali
La noia di Sampras e Agassi, e la ricerca di nuovi eroi
Esattamente come Frusciante, che non è riuscito a farne una su Lynch, anch’io morirò senza aver scritto la mia immortale monografia su Federer. Pazienza, questa assieme alle altre cose irrealizzate: una crociera a Capo Horn, vincere Wimbledon in doppio misto con Barbora Strycova e suonare “Hell bent for leather” al Lollapalooza coi Judas Priest.
Manca anche, in questo spazio, un ricordo su come il giovin Roger si palesò alle nostre miopi pupille di indegna plebaglia.
Faccio outing: dopo il ritiro di John McEnroe, non ho più seguito molto il tennis, fino all’irruzione dirompente di Federer. La rivalità di quel periodo, tra Agassi e Sampras, non ha mai acceso la mia fantasia. Mi è sempre sembrata monca. Una pallida storia senza mordente: Sampras volava indisturbato nel suo giardino di Wimbledon, in Australia e a New York i due si spartivano i titoli, mentre il Roland Garros era terreno di caccia per terraioli improponibili, da Muster a cagnacci arrotini, iberici e argentini. Agassi riuscì a vincerlo una volta, grazie a un tennis che più si adattava all’argilla, altre ne perse malamente. Pistol Pete invece era completamente senz’armi sul rosso, con quei colpi così piatti e un rovescio spesso vulnerabile.
Ammiravo qualche scorcio folle di Ivanisevic, le volée di Rafter e le fiammate improvvise del genio smunto Peter Korda. E poco altro. L’illusione del Marat Safin ventenne che abbatte con una mannaia Sampras sembrava l’alba di una nuova era, con un nuovo, carismatico, dominatore. Com’è finita, lo sappiamo tutti: il russo, matto come un cavallo, non aveva testa e voglia di soffrire.
Insomma, cercavo qualcuno che riaccendesse un interesse sopito per il tennis.
Insomma, cercavo qualcuno che riaccendesse un interesse sopito per il tennis.
Il primo Federer, caos e magia
Era un sabato, o una domenica pomeriggio, poco importa, e in un parquet svizzero si affrontavano Svizzera e Italia per la Coppa Davis (dio solo sa quale turno, se serie B o altro, ma ricordo un pingue Bertolucci capitano). La Svizzera aveva già vinto, ma ero curioso di vedere se questo ragazzotto elvetico, che nella prima giornata aveva battuto Sanguinetti, facendo sobbalzare niente meno che Gianni Clerici. Il vate, sulle colonne di Repubblica, definendolo Agassino, lo descriveva come autentico predestinato.
L’allora diciottenne svizzero affrontava Gianluca Pozzi, il McEnroe delle Murge, solitario eroe giramondo, lasciandomi sensazioni ambivalenti: colpi straordinariamente vari e facilità a lasciar andare il braccio che avevo visto poche volte, ma anche una confusione clamorosa. Magrezza adolescenziale e cappellino da simpatica canaglia al contrario, sembrava tirare alla rinfusa: vincenti prodigiosi e marchiani errori, attacchi a tutto campo e scelte insensate.
Sarà che non avevo la capacità del vate di vedere oltre, ma non mi sembrò un possibile dominatore o, come dicono i giovani, un goat.
Demotivato e pasticcione, il giovin svizzero finì per farsi irretire in due set dal tennis lezioso del mancino barese, che quell’anno sarebbe stato capace di portare Safin al quinto set a Flushing Meadows, imbracciando il suo fioretto contro i cannoni russi (erano anni di piccole, simboliche non vittorie del tennis italiano). Poi Marat avrebbe vinto il torneo, abbattendo Sampras.
Mio padre, che assisteva distrattamente per amor patrio, non conoscendo nulla di tennis e di sport, si lasciò andare ad un commento polemico: “E noi abbiamo perso con questi qui? Se la saranno venduta!”. Per lui, tutte le sconfitte sportive italiane, ma anche le vittorie, erano “vendute”. Poi, ancora più lapidario: “È cento volte più forte il nostro, rispetto a questo ragazzino svizzero! Vedrai che carriera avrà ‘sto Pozzi!”. “Ha 33 anni”, sibilai sottovoce. Fece finta di non sentire.
La prima "apparizione" nel Tempio di Wimbledon, battendo Sampras
Dopo quella esibizione, mi capitò di vedere il giovanotto a Parigi, opposto a Pat Rafter: per un’ora, sembrava il Federer vero che si ammirerà negli anni a venire. Aveva messo ordine al suo tennis e all’infinità di frecce al suo arco. Si sa, nel tennis moderno sono spesso agevolati i depensanti. Chi non deve pensare a nient’altro che ad una cosa: picchiare forte, fare l’unica cosa di cui si è capaci. Al limite, sono agevolati quelli intelligenti, i pensatori, che suppliscono con la tattica ai limiti tecnici. Quando invece hai così tante possibilità, è ancora più complicato scegliere quella migliore: prendere la decisione giusta, in quella fatale frazione di secondo. C’è il rischio di andare in corto circuito. Bisogna essere dei geni naturali o avere un’intelligenza tennistica superiore. Federer in quella prima ora scarsa contro Rafter, pareva già una delle due cose.
Durò solo un set, prima di disunirsi e tornare a pasticciare.
Il processo di crescita è però proseguito in modo graduale: la vittoria a Milano, fino alla consacrazione a Wimbledon 2001: lo ritrovo col faccione paciocco, bandana e un orrido codino. Sotto i suoi colpi abbaglianti, in uno storico confronto generazionale, cadde niente meno che Pete Sampras. L’americano, suo idolo, lottò con le unghie, tentando di resistere alla furia del giovane svizzero rampante. Ancora vagamente isterico, ma già maturato. Aggressivo e capace di giocare tutti colpi in un assalto continuo, domando i rimbalzi velenosi dell’erba grazie a un braccio baciato da divinità ispirate, ebbre di oppio e nesquik.
Roger la spuntò dopo cinque, avvincenti, set, interrompendo il dominio incontrastato di Sampras a Wimbledon e spingendolo ad mesto viale del tramonto (che l’anno dopo seppe rendere magico con la fiammata finale a New York). Più che Agassino, di cui non aveva nulla, mi sembrava un Sampras 2.0, a cui lo accomunava un miscuglio di classicismo e modernità futuristica. Più completo e arrembante. Federer sapeva già giocare tutti i colpi. Variare il prodigioso dritto in top, spingere anche col rovescio, vero tallone d’Achille del greco-americano. Questo potrà vincere anche su terra, pensai. L’occhio lungo non mi è mai mancato.
Il Regno di Re Roger I "il Divino"
Eravamo quasi rassegnati a bui anni cloroformici, con Hewitt e Roddick a dividersi ammorbanti slam sul veloce e il solito spettacolo di modesti braccianti agricoli a giocarsi il Roland Garros, quand’ecco il bagliore: Roger Federer domina e stravince a Wimbledon 2003, aprendo la strada ad un dominio di sei anni consecutivi sull’erba londinese.
Sono però i quattro anni (2004/2007) successivi a segnare un regno incontrastato. Lo svizzero non ebbe un'esplosione improvvisa, come Sampras o Alcaraz, ma un processo graduale, che lo porta alla perfezione assoluta. Mentale e tecnica, mettendo ordine al suo sconfinato bagaglio tennistico. Fisica, perché Federer era l’uomo vitruviano tennistico, nato per questo sport e per riuscire a colpire quella pallina nel cuore. Spazza via tutto e tutti, in quegli anni. Lo spuntato agonista Hewitt e il frigorifero semovente Roddick, ridotti a sparring ideali per il suo tennis d’attacco a tutto campo. Servizio, dritto inside in, inside out, inside quello che volete, tutte le rotazioni che padre tennis creò. mezze volate, ricami, gioco a rete, attacchi contro tempo, maestoso rovescio. Nella storia, non si era mai visto un giocatore così vincente e completo. Piglio da monarca sanguinario ed eleganza di Baryshnikov all’Operà di Parigi, batte tutti in quei quattro anni di assolo.
I da me tanto detestati numeri, letti a distamza di anni, destano spavento: 11 slam in quattro anni, più quello di Wimbledon 2003. Per tre anni vince ¾ di slam (Australian Open, Wimbledon e Parigi). Manca un solo titolo in quattro anni: Melbourne 2005, per colpa di quel Marat Safin che era potenzialmente il goat (nella singola partita). Unico cruccio, la terra di Parigi, dove un teenager spagnolo che pare Mowglii della giungla terricola, gli sbarra la strada. E, lentamente, gli prende le misure anche altrove. Ma questa è un’altra storia.

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