SINNER FA IL BIS A WIMBLEDON. IL NUOVO ZVEREV 2.0. LINDA NOSKOVA RWGINA: A STAR IS BORN?
Per una volta, parto dalle donne. Perché la finale tutta ceca riconcilia con questo sport al femminile, troppo spesso bistrattato da orbe violenze, personalità disturbanti e schiamazzi scomposti. La giovane e rampante Linda Noskova e la più esperta Karolina Muchova danno vita ad una gradevolissima finale di tennis, giocato in modo quasi classico. La “terba” londinese agevola il loro bel gioco a tutto campo, quasi musicale: la rinomata scuola ceca in tutto il suo splendore tecnico. Le due sono infatti capaci di svariare in ogni colpo, rotazione e angolo del campo. Più potente Noskova, notoriamente più tecnica e raffinata Karolina.
Linda Noskova 9. Quando due anni fa, ancora teenager, arrivò ai quarti a Melbourne facendo fuori Swiatek (impazzita davanti a quel tennis imprevedibile, fatto di colpi potenti ma anche improvvise variazioni e tocchi a lei misconosciuti), pensai che dovesse solo mettersi a posto fisicamente, ma il potenziale c’era tutto.
Due anni dopo, eccola esplodere. Se sia davvero nata una stella, è da vedersi (il tennis femminile è mutevole come i monsoni nel sud est asiatico). Si salva contro Cirstea, poi il suo torneo è un crescendo.
Secca di giustezza Kosyuk in semifinale, poi la finale è storia nota. Vola 6-2 5-2, non lasciando mai entrare in partita Muchova. Sontuosa esibizione muscolare: bombe di servizio e drittoni sui rimbalzi bassi portati come un cow-boy che sguaina la colt dalla federa, ma anche slice e schermaglie di fino in cui non ha paura ad affrontare la regina del genere, Karolina. La paura la investe solo al momento di chiudere. Perde il secondo in un modo che avrebbe ammazzato un toro. Va negli spogliatoi, vede i piatti della premiazione e si dice: io voglio quello grande. Rientra e torna giganteggiare come nel primo set, e vince. Come nulla fosse.
Karolina Muchova 9. Preziosa e fragile come cristallo di Boemia, il destino sembrava aver cambiato vento. Perché una Muchova ancora senza slam, in quest’era di oscurantismo tennistico, è un vero delitto da ergastolo ostativo. Solo chi ha un animo estremamente arido (potenziali serial killer) non si augurava un suo successo in finale. Linda le salta subito alla gola, azzanna, impedendole di entrare in partita. Non le dà tempo di mettere in moto il suo sconfinato repertorio. Il match scivola via, e solo la paura di vincere della giovane avversaria la rimette in carreggiata, prima del triste epilogo.
Per talento e carattere mi ricorda la povera Jana Novotna, lagrimante dopo le emotive sconfitte nelle finali a Wimbledon. Karolina è solo tennis (hai detto niente), mentalmente e fisicamente vulnerabile. Se il fisico le dà tregua, chissà che anche lei non possa avere un’altra chance.
CoCo Gauff 6,5. Match point contro Muchova nel super tie-break, dopo un’incredibile battaglia. Respirone. Poi parte ingobbita come Fantozzi che sale in sella alla garibaldina alla bersagliera e la sella cade via. CoCo partorisce un colpo nei pressi della rete che è un letale mix tra confusione, paura e rara pochezza manuale. Ovviamente perde punto e partita.
Tra le quattro dell’ave maria che si sono spartite slam negli ultimi anni è però l’unica che va avanti. Lotta, sbuffa, corre come instancabile dromedario, nitrisce e fa quel che può. Slam ne ha già vinti, Muchova no. Basterebbe questo a metterla in pace con la sua carriera.
Marta Kostyuk 7,5. Gradevole, esteticamente e tennisticamente, tutta fasciata in un vestitino merlettato, inizia titubante. Prende coraggio e arriva di slancio in semifinale. Noskova gioca meglio di lei e vince, ma Marta coscialunga la prende ugualmente bene: radiosa e sorridente, è una delle poche che sa come vincere e perdere. E che se continua ad avere questo livello, ci sarà una chance anche per lei.
Jasmine Paolini 7. Mette una toppa alla sanguinosa crisi di risultati e fiducia, dopo essere stata ad un passo dal baratro totale. Contro Montgomery becca un inquietante bagel iniziale, nel secondo si tiene a galla con un dritto tirato a occhi chiusi. Fuori sarebbe stata la fine. Invece resta dentro ed è quello il fatidico “click”. Si salva, vince, prende fiducia e senza energie spese in inutili doppi, arriva ai quarti (che è il posto dove dovrebbe stare). Nel tennis, a volte basta un dettaglio, anche casuale, per deviare il corso della storia. Niente da fare contro l’attuale Kostyuk, che ha un’altra cilindrata.
Jessica Pegula 5,5. Battuta da Gauff in un appassionante confronto che è più o meno come io immagino l’inferno. Divertente quanto un monologo di Brignano, sexy come un tombino, Jessica questo è. Difficile chiederle di più.
Naomi Osaka 7. Suo il merito di averci liberato dal male Sabalenka. Recuperata mentalmente, Naomi vale 4 volte la bielorussa. Perde da una Muchova ispiratissima nei quarti. Due parole sulle sceniche entrate in campo in abiti giapponesi, stavolta un bianco candido in onore di Wimbledon. Fanno simpatia, ok. Però anche basta. Temo un'escalation tamarra di questa usanza. Che ne so, una Sabalenka che entra in campo sculettando in bikini ridottissimo, Danielle Collins (manca) con i fuochi d’artificio stile mundial-baracconata yankee.
Jelena Ostapenko 7+. A volte dimentico che questa adorabile palla rotolante, inesauribile fucina di facce buffe, scenate da telenovelas e meme social, quando era una teenager, dieci anni e trenta chili fa, ha vinto il Roland Garros. Anni dopo, rotola e spara alla cieca, con risultati alterni, dividendosi tra singolare e doppi di ogni genere. Perde al terzo da Sabalenka, ma si rifà vincendo il doppio misto.
Aryna Sabalenka 4. Immaginate un Extraterrestre che piomba sul centre court. La vede (e sente) urlare come la stessero scotennando e deambulare sgraziata sull’erba sabbiosa, faticando anche a stare in piedi. Gli dicono: questa è la numero 1 Wta. Quello riprende la navicella e prova altrove, il più lontano possibile. Magari su Marte. La Beppa Aryna è inguardabile sul cemento, inguardabile e tragicomica su erba.
Elena Rybakina 3. La sposa cadavere, sempre più cadavere che sposa, perde al terzo turno contro Mertens (6,5). Ma rischia di diventare numero uno ai danni di Sabalenka. Qualcuno che, armato di mazza da baseball, inizi a frantumare i computers?
Iga Swiatek 2. Affettuzzata da Eala (6,5, avessi detto Navratilova). Se non capiscono che invece di aggiustarle il dritto bisogna intervenire sulle aree cerebrali, mi sa che non ha molto futuro.
Mirra Andreeva 3. Entra in campo per un allenamento col broncio di una dodicenne bizzosa che fa i capricci perché non vuole andare al mare. Poi in partita, Krejcikova le fa scuola e doposcuola. Altre scenate isteriche, racchetta lanciata. Urgono provvedimenti, bravi dottori della mente, o rischia di fare la fine delle quattro dell’ave maria.
Uomini
Jannik Sinner 9. Cavalcata vincente, quasi scientificamente studiata e preparata nel minimo dettaglio. Dopo l’inquietante stop parigino, fa tutto nel modo giusto. Soffre inizialmente, passa turni in pieno controllo e senza strafare, alzando i giri del motore solo quando serve: sbarazzarsi di Djokovic quasi facendo attenzione a non infierire troppo, e poi in finale per disinnescare la versione 2.0 di Zverev.
Fatica per quasi due ore a venire a capo della nuova furia del tedesco, incredulo (come tutti noi), incapace di arginarne il servizio. Mai una risposta vincente, neppure dignitosa. Regge, pensa a stare attaccato. Sotto un set, nel tiebreak del secondo: quattro terrificanti risposte alla prima del tedesco, due nelle gengive, due a slacciargli le scarpe. Perché nei fenomeni succede questo. Domina il tie-break e la finale finisce lì. Spezza il match e si torna agli equilibri tradizionali.
Eppure, nel magico mondo al contrario (quello che gravita attorno alle case di cura mentali), erano già sul piede di guerra. Dopo il terzo set con Kecmanovic e il primo set con Zverev, imbracciavano i forconi: giocatore finito, carriera distrutta, staff tecnico e atletico da giustiziare.
Parallelamente, nell’altra porzione di manicomio (quella dei social), divampa una feroce polemica. Dopo anni di vacche magre abbiamo un numero uno al mondo che ha vinto da solo gli stessi slam vinti dall’Italia da quando inventarono il tennis, eppure non basta. Vorrebbero anche che fosse istrionico come Valentino Rossi o Tomba, che nelle conferenze stampa dicesse cose pepate à la Safin o Gulbis. Gente che per anni ha ascoltato adorante i “devo giocare bene”, “ogni match è diverso”, “anyway” di Rafa&Roger, ora si avvilisce perché Sinner fa sapere che “deve alzare il livello”. Come se la cosa non avesse senso, seppur banale. E, come, se non fosse ciò che effettivamente ha posto in atto. Aumentare i giri del motore turno dopo turno, evitando di sprecare energie inutili nei primi turni, e alzando il livello dello scandalo quando serve, contro Djokovic e Zverev. Qualunque giocatore di circolo lo sa. Se sei molto più forte dell’avversario, ti basta giocare anche al 30 o al 60%. Quando trovi quelli forti, non basta più e devi alzare il ritmo. A leggere queste amenità social, il dubbio che certi italiani non siano all’altezza del numero uno, ma nemmeno di Lorenzi, si fa fortissimo.
Alexander Zverev 8. Non gli davo nemmeno due lire all'inizio del torneo, invece mi smentisce. Dimostrazione vivida di come in questo sport la testa sia tutto o quasi. Levatosi il fardello della vittoria di uno slam, gioca a mente libera e gli riescono cose che in passato pensava soltanto.
Se si vuol capire lo stato di fiducia di un tennista, basta vedere il rendimento al servizio e quanto gli funzioni il suo colpo più debole. Nel suo caso il dritto, spesso ballerino e in arretramento, in questo Wimbledon è diventato un colpo decisivo, giocato in modo offensivo. Sta tutto lì. Non è che prima di Parigi non sapesse di poterlo giocare, era divorato dalla paura. Per la prima volta in nove partecipazioni va oltre i quarti, arriva in finale e potrebbe anche vincere, se dall’altra parte non avesse trovato il cannibale rosso.
Novak Djokovic 7,5. Contro tutti (tranne Sinner e Alcaraz), vince prima di entrare in campo. Magari soffre, stringe la scucchia, ma di riffa, di raffa e di testa e mestiere, la porta a casa. Sinner in condizioni normali, è ormai ad un livello troppo alto per quello suo attuale. Nella sua testa c’è ancora quel numero 25 e la convinzione che in uno slam possa succedere di tutto. Ma ogni edizione che passa la speranza si assottiglia. Qui lo dico: non so quanti anni abbia suo figlio Stefan, ma potremmo vedere per la prima volta un incontro tra padre e figlio. Un altro record.
Arthur Fery 7,5. Bel giocatorino attaccante. Come un orsacchiotto caricato a molla: giri la chiave e lui avanza. Baricentro basso, colpi puliti e d’incontro. Bravo a sfruttare il solco nel tabellone, le dolorose amnesie di Dimitrov e un Cobolli sua vittima prediletta, che aveva già infilzato a Melbourne. Dignitoso contro Zverev. Potrebbe avere una carriera da Daniel Evans (7 alla carriera), senza averne lo stesso fascino sporco e dannato.
Felix Auger-Aliassime 5,5. Che dire. Numero 4 di rara trasparenza. I colpi, solidi e ben costruiti li avrebbe anche. E infatti arriva ai quarti, fa partita pari con Djokovic (l’attuale, quasi quarantenne, perché con quello di dieci anni fa non entrava nemmeno in campo). Poi ci perde, perché a livello di personalità e carisma siamo tra il broccolo e la triglia di mare.
Grigor Dimitrov 7. Gli organizzatori prima, concedendogli un invito, gli Dei del tennis dopo, apparecchiandogli un tabellone da favola fino ad una finale che Sinner (da gran sportivo qual è) gli avrebbe concesso di iniziare avanti 2-0, ci hanno provato a porre rimedio all’ingiustizia dello scorso anno. Lui, pur in condizioni rabberciate, risponde presente. Lezioni di tennis gratis alla giovane pertica Mensik, battaglia vinta con Berrettini (6-), poi il tragico suicidio contro Fery. C’è tutto Dimitrov, in un sol torneo: colpi da “piccolo Federer”, carattere da “grande Gasquet".
Cobolli 6. Batte Kachanov e De Minaur, cede all’orsacchiotto Fery. In un giorno passa dal “tutti mi sottovalutano” al “sono stato poco umile”. Sarà che l’italiano funziona meglio da underdog? O che Fery sa come batterlo. Comunque sia, occasione irripetibile di fare semifinale.
Alexander Bublik 6,5 Istrioneggia con moderazione e vince in battaglia uno dei migliori match del torneo contro Tiafoe (6). Con un Fritz in condizioni fisiche incerte basterebbe usare la testa, allungare il match. Lui perde il primo al tie-break, sul 4-4 del secondo sente uno stormo d’uccelli hitchcockiano nel cervello. Smorzata senza senso a rete. Doppio fallo. Risatina. Altro stormo assordante, altra smorzata morta sulla racchetta. E il match finisce lì.
Jan-Lennard Struff 6,5. Panzerkampfwagen d’attacco teutonico della seconda guerra mondiale. Il gigante tedesco con la faccia di bambinone si conferma osso durissimo negli slam, perché si esalta nel tre su cinque. A Wimbledon ancora di più. Esce vincente dalla maratona con Nakashima (5), fa fuori quel che resta di Medvedev (4,5). È sul punto di arrendersi a Hurkacz (7), quando il polacco si rompe di nuovo. A 36 anni, la sorte gli regala il primo meritato quarto in uno slam.
Shintaro Mochizuki 8+. Il figlio illegittimo di Kimiko Date, non può che diventare il pupillo di questo blog. Da ragazzino vinceva Wimbledon jr, batteva anche gente come Alcaraz. Poi gli altri sono cresciuti, si sono costruiti fisici potenti, lui è rimasto piccino (supera appena i 170 cm e pesa quanto un peso piuma) e ha iniziato a prendere sberle, restando impigliato nelle sabbie mobili della classifica. L’allenatore voleva spingerlo verso il moderno power tennis, ma lui no, cocciuto, ha continuato per la sua strada.
Passa le qualificazioni, al terzo turno disinnesca in modo magico Jodar a suon di anticipi, prodigiosi colpi d’incontro, attacchi controtempo e voleettine sapide e pungenti. Un piccolo Samurai kamikaze senza elmetto. Semplicemente eroico il modo in cui prova a resistere alle badilate di Sinner, eletto a beniamino del pubblico. Prevedo per lui un fulgido futuro: si spera che stia nei 100, possa giocare i tornei importanti e divertirci nei primi turni degli slam.
Roman Safiullin 7. Russo non più di primo pelo, anzi spelacchiato. Con lo sguardo malinconico di chi si porta dietro una sventura incombente. Promessa giovanile mai mantenuta, vuoi per limiti caratteriali, vuoi per i tanti infortuni patiti. Per lui avevo previsto una carriera da simil soldatino di piombo Youzhny, e mi sbagliavo. Sull’erba però ci sa giocare, aveva già fatto quarti due anni prima. Quest’anno mette in fila tre maratone al quinto set, tra super tiebreak e match point annullati. E trova anche il tempo di schiantare la nuova sensazione Fonseca (4,5), insegnandogli come si colpisce su erba. Si arrende solo, con fantozziana gran dignità, da Djokovic.
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