SINNER-DJOKOVIC ACCENDE UN’EDIZIONENDI WIMBLEDON SBIADITA, FRA TRADIZIONI E CONTRADDIZIONI








Nemmeno uno scroscio d’acqua su Wimbledon, in un’edizione 2026 del torneo un po’ sotto tono, ormai allineato alle semifinali. Tranne qualche fiammata di Dimitrov e le mirabolanti imprese dell’eroe per caso british Fery, torneo che stenta a decollare.


L’assenza di pioggia e il caldo record hanno reso i prati dell’All England Club ancor più lenti e "giocabili". Un’erba con rimbalzi da cemento rapido, su cui tutti (tranne Ruud) possono palleggiare e la cui consistenza da terra sabbiosa consente un’agile scivolamento di qualsivoglia avventore (ve lo immaginate un Edberg-Chang del 1992, con quest’ultimo che poteva scivolare e passare come a Parigi?).
Per agevolare i kolossal televisivi coi tennisti più forti, i tradizionalisti inglesi hanno accettato un'omologazione che fa perdere al torneo molto del suo fascino storico. Ormai del vecchio Wimbledon resistono solo il bianco candido e il verde-viola intorno.
Ma sono, questi, discorsi vetusti, da lasciare agli antropologi pazzi del tennis. La situazione ormai è questa e bisogna accettarla con pia rassegnazione. 
Il tabellone maschile definisce le semifinali senza grossi scossoni. Sinner-Djokovic doveva essere e Sinner-Djokovic è stata.
Rivincita di quanto visto in Australia, in cui il nostro rosso alfiere ha buttato al vento una partita che se la ripetono dieci volte, la vince undici. Dopo l’angosciante episodio parigino, l'altoatesino ha approcciato il torneo in modo molto soft, senza lasciare le le sensazioni di cruenta dominanza cui ci aveva abituato nel recente passato. Tanto è bastato per mandare nel panico assoluto la sua torcida, che lo vorrebbe sempre vincente con periodico 6-1 (l’1 è perché decide di fermarsi a riposare, come un suo parente prossimo). 
Deliri ultrà a parte, per vincerla, Sinner deve fare tutto quello che non gli è riuscito a Melbourne: giocare bene i punti decisivi ed evitare di portarla in battaglia, laddove il gladiatorio serbo si esalta serrando la scucchia da combattimento. Perché sì, in questo mondo al contrario, se il match si allunga, diventa favorito il 39enne rispetto a un 25enne.
Se Jannik è parso col freno tirato per le scorie mentali del problema fisico patito in Francia, Djokovic non è sembrato brillante per via dell’età. L'ardimentoso Matusalemme del tennis ha sofferto, stretto i denti e superato ostacoli non impossibili un tempo, ma divenuti ostici ora che si avvicina alle 40 primavere. Wu, Rinderknech, Safiullin e per finire con la sublimazione massima di AAA (Auger Anonymous Aliassime). Tutti bravi ragazzi, che per un po’ reggono anche al suo attuale ritmo, ma poi finiscono per soccombere, stritolati mentalmente. 
Il serbo è parso spesso nervoso, alterato, infastidito dall’ardire di questi giovanotti arrembanti, rei di vincere scambi combattuti e addirittura (la colpa più imperdonabile) tirare contro di lui vincenti nei pressi delle righe. Infingardi fendenti che schizzano dove ello non poteva allungarsi e arpionare l’ennesimo snodato colpo difensivo. Apriti cielo. L’ira funesta di Nole davanti a questo affronto si è abbattuta, vibrante, sulle nostre umili teste: dai sorrisi ironici, a facce da “basta non gioco più”, fino alle urla d’impotenza. A un tratto ho pensato volesse chiamare il supervisor per chiedere numi sulla ormai insopportabile situazione. Sembra l’ennesima congiura del mondo occidentale, che si ostina a non volerlo riconoscerlo come Goat. “Il tennis ha bisogno di essere rivisto da zero” è solito ripetere. Sacrosanto. C’è bisogno come non mai di una ventata d’aria nuova. Una delle prime regole che, umilmente, proporrei è: impedire che l’avversario di chi ha vinto almeno 24 slam non possa tirare colpi nei pressi delle righe, tanto meno fare beffardi colpi belli e applauditi dal pubblico. Ma cosa applaudono? Anzi, dopo il decimo colpo, io darei il punto direttamente ha chi ha vinto almeno 24 slam.
Ecco, Sinner, se vuole evitare squalifiche postume, dovrebbe tenersi a distanza da quelle righe antisportive e tirare piano a metà campo. Solo così avremo spettacolo.

La semifinale della parte bassa era invece difficile da prevedere. Zverev ha prevalso sui vari Shelton (all’ennesima prova d’immaturità) e Fritz mezzo acciaccato. Il tedescone è più sereno, ringiovanito di vent’anni dopo il titolo a Parigi. Non ha più nemmeno le doppie punte alla criniera. Per la prima volta è in semifinale anche a Wimbledon, palcoscenico antitetico al suo bagaglio tecnico. E non è finita, perché parte nettamente favorito contro l’intruso Fery.
L’inglesotto che non ti aspetti e di cui sapevo ben poco. Qualche settimana è capitato di vederlo al Queens, ma solo perché dall’altra parte strisciava il bruco Mannarino (che vale sempre la pena ammirare, finché regge). Visto l’avversario, non era test troppo attendibile, ma il tarchiatello inglese aveva fatto bello sfoggio di spavaldo tennis d’attacco, prevalendo in due set. Completo e a suo agio con l’erba del nuovo millennio, lo avevo battezzato come possibile top 100 e avversario ostico da trovare al primo turno, massimo al secondo.
Vederselo addirittura in semifinale a Wimbledon, sembra uno scherzo. Per carità, tra abusate “fiabe” ed entusiasmi eccessivi (abbiamo trovato un antagonista per Sinner e Alcaraz! Top 10 sicuro!), credo che questa semifinale sia frutto di circostanze straordinarie e quasi irripetibili. Bravo a crederci e giocare in uno stato di quasi trance, ma non credo gli capiterà ancora un Dimitrov sciagurato che avanti due set a uno (e un break nel quarto) gli regali la partita. Così come improbabile ritrovi nei quarti di un major su erba un Cobolli annaspante sui suoi scolastici anticipi.
Gli inglesi hanno comunque trovato un nuovo eroe: un bell’imbusto mignon di origini francesi che sembra uscito da Oxford, di famiglia ricca, educato e composto, in possesso di un bel tennis pulito. Ironia della sorte, ottiene dal nulla un risultato a cui mai si era avvicinato Daniel Trainspotting Evans, congedatosi quest'anno da Wimbledon come l’ultimo dei reietti, senza ricevere nemmeno un invito. Sporco, cattivo, di famiglia povera, poco incline alle regole e al politically correct, dal tennis altrettanto sporco e velenoso. Per Daniel nessuna favola scema, magari solo una bevuta in un pub malfamato. E forse è giusto così.

Uno sguardo alle donne, con una bellissima finale tutta ceca tra Muchova e Noskova, che farà trionfare il bel tennis. A sorpresa ma anche no, visto lo stato in cui versano le presunte top player. Che le tre marie Sabalenka-Swiatek-Rybakina abbisognino di una seduta comune dallo strizzacervelli, si sapeva. Andreeva si è dimostrata bizzosa e immatura, Kostyuk è caduta sul più bello, Gauff e Pegula quello sono, una corre e pochissimo altro, l’altra lotta e palletta, ma gli slam sono cosa seria. 
Era risaputo come almeno in 20/25 potessero ambire a vincere il torneo. Bello e straordinario che all’atto finale siano arrivate due tra le esteticamente più gradevoli di queste. Guarda caso, proprio quelle che i massimii esperti e commentatori non hanno mai nominato in quasi due settimane di diretta televisiva o nei podcast. 
Per vostra fortuna, un pazzo vi aveva suggerito tutto in aticipo: quota 41. Ora, 24 ore di studio per ingegnare una diabolica copertura, e ci si gode la finale.

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